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STEEB CARLO



Fondatore, insieme a Vincenza Maria Poloni dell'Istituto delle Sorelle della Misericordia di Verona, beatificato da Paolo VI il 6 luglio 1975.

1. Cenni biografici
Carlo Steeb nasce a Tübingen nel Württemberg in Germania il 18 dicembre 1773 da genitori benestanti, che si distinguono per onestà di vita e profondo senso religioso. La sua casa, l’Hotel Lamm, si affaccia sulla Piazza del Mercato ed è luogo di ritrovo di professori, studenti, teologi della vicina Università. Carlo cresce in un clima rigorosamente luterano che la mamma ravviva con una profonda compassione verso i poveri. Frequenta una antica e rinomata scuola umanistica: l’Anatolicum, dove uno studio serio e sistematico affina le sue doti naturali di riflessione, di disponibilità e di tenerezza. Ma non prosegue l’iter formativo degli studi universitari poiché suo padre ha urgenza di avviarlo alla pratica commerciale. A 15 anni, nel 1789, è a Parigi dove rimane per poco tempo, costretto a rimpatriare a causa della Rivoluzione Francese. Successivamente viene mandato a Verona, ospite di famiglie facoltose, commercianti di seta e lana. Qui impara la lingua italiana, stringe amicizia con persone di seria fede cattolica, con sacerdoti fervorosi e impegnati in opere di carità squisita. Legge interessanti opere apologetiche; medita lungamente e profondamente il problema della verità; giunge alla determinazione di farsi cattolico. Della sua decisione informa i genitori i quali non lo riconoscono più come figlio, lo privano dell’eredità e interrompono con lui ogni comunicazione. Il dramma del rifiuto familiare si consuma nell’abbandono fiducioso a Maria alla quale si affida interamente: «Io, dunque, lascio tutto, padre, madre, sorella, sostanza e mi affido a Voi: voglio essere cattolico, Voi mi provvederete!». Il passo solenne della conversione al cattolicesimo avviene il 14 settembre 1792. Da quel momento inizia una nuova vita, ricca di grazia, di studio e di gesti di solidarietà fino a diventare sacerdote: l’8 settembre 1796. Commosso per la misericordia ricevuta e gustata, apre il suo cuore a Cristo nel ministero sacerdotale che lo porta subito al Lazzaretto dove assiste per 18 anni i soldati feriti e malati delle guerre napoleoniche. Qui egli affina la sua anima alla scuola del dolore, impara quella tenerezza, quel gesto carezzevole che lo fa chinare su ciascuno come “madre pietosa”. Entra nella “Evangelica Fratellanza di preti e laici” fondata da don Pietro Leopardi e diventa un campione di carità. Si dedica con amore particolare ai poveri accolti nel Ricovero cittadino e ai degenti dell’Ospedale civile. Per lunghi anni è un infaticabile confessore, interprete, esperto educatore, insegnante di lingue; si occupa con zelo e discrezione dell’unità dei cristiani. In tarda età, realizza, con madre Vincenza M. Poloni, il suo sogno di affidare a “mani consacrate” i fratelli sofferenti, membra di Cristo, fondando l’Istituto Sorelle della Misericordia. La sera antecedente l’ottava della festa dell’Immacolata del 1856, dopo aver benedetto le sorelle “presenti, assenti e future” e aver raccomandato loro, come Testamento spirituale, “l’unione, la pace, l’obbedienza, e gli infermi”, muore il 15 dicembre 1856. Paolo VI lo dichiara beato il 6 luglio 1975. La sua festa liturgica si celebra il 15 dicembre, giorno della morte nel 1856.

2. Maria nella vita del beato Steeb
Il beato Steeb proveniva da una confessione cristiana nella quale la devozione mariana era presso che nulla, anche se nella chiesa principale campeggiava nell'abside vetrata, in splendidi colori, la storia di Maria. L'abitudine non aveva certo consentito a Carlo, ancora tanto giovane, di meditare su quelle immagini e di approfondirne il senso. Ma non possiamo affermare con altrettanta sicurezza che la Vergine non lo abbia guardato con impaziente attesa, quando il giovanetto si recava in quel tempio maestoso per i vari esercizi di culto. Non si è lontani dal vero quando non si esclude un disegno di Provvidenza nel fatto che Carlo giunse a Verona il 24 marzo 1792, vigilia dell'Annunciazione, nel clima già segnato dalla festa dell'Annunciazione che allora era festa di precetto e che in Verona assumeva un tono di grande solennità in forza di un voto cittadino emesso durante la festa del 1631. La sensibilità del giovane dovette, certo vibrare intensamente nello scampanio festoso delle 45 chiese cittadine, nel fiammeggiare di piazza dei Signori dove spiccava il capitello della Vergine Annunziata, adorno di preziosi drappi e circondato dalle autorità veneziane in sfarzoso costume, dalle autorità cittadine e da una folla di gente umile o ricca che confluiva da tutte le strade nella piazza, come in un grande lago. Il giorno seguente, uno spettacolo simile si presenta da Piazza Bra alla chiesa di S. Nicolò, a S. Maria della Scala. Un popolo intero, dimentico per poco delle differenze sociali, unito in un'unica fede, in un coro di preghiere e di canti festosi. Per la sua professione luterana, sfuggiva a Carlo il pieno significato delle celebrazioni, ma poiché l'Annunciazione è festa congiunta di Gesù e di Maria, egli dovette in qualche modo trovarsi in sintonia con quel popolo in festa. Anch'egli poteva avvertire la grandezza dell'obbedienza di Cristo che entrando nel mondo con l'Incarnazione, disse: "Mi hai preparato un corpo. Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà" (cf Eb. 10,5-7). Non si deve dimenticare che Carlo era, sì, luterano, ma profondamente religioso e, proprio come Maria, amava vivere dentro di sé, conservando tutte le cose nel suo cuore. Siamo alla fine di marzo e già ai primi di settembre la conversione e l'abiura sono un fatto compiuto. In cinque mesi egli percorre un lungo cammino di studio e di riflessione che lo porta nel grembo della Chiesa, attraverso la mediazione della Vergine Maria. Passa i suoi giorni accanto ai Padri della Congregazione di S. Filippo Neri per i quali la Madonna è signora, madre, amica: tutto. Il mese di maggio di quell'anno, mese che si celebrava dovunque, ma in particolare presso i Filippini, con umile e semplice fervore, non avrà detto nulla a lui, che già si dibatteva nel dubbio, nella ricerca, nella lotta per quella decisione che costituisce il gesto più eroico dello sua vita? Non sono domande arbitrarie, ma tentativi leciti di penetrare nel segreto di un affascinante mistero. Sta di fatto che poco dopo Carlo, durante una notte tormentosa di incertezze, di dubbi, di terribile contrasto tra l'amore materno e l'amore alla verità ormai conosciuta e certa, decide per quest'ultima e si getta fra le braccia della Madonna: “Io lascio tutto, padre, madre, sorella, patria, ma voglio essere cattolico. Voi mi provvederete, sarò tutto vostro!” La devozione di Carlo alla Madonna è tutta qui in questa consacrazione totale, irrevocabile che dura, in un crescendo sempre più consapevole e fervido, quanto la vita. Perciò la sua devozione a Maria, ossia, come dice la parola, la sua totale dedizione a Lei, deriva da una eccezionale e irripetibile esperienza di fede che, come lo illumina sul mistero di Cristo, così lo fa penetrare profondamente in quel mistero di partecipazione di Maria al piano di salvezza. Nella fede cattolica Cristo e Maria sono inseparabili. Verità che Carlo ha potuto continuamente approfondire anche nella quotidiana convivenza con i due padri Bertolini della Congregazione di S. Filippo Neri presso i quali la devozione a Maria ha saldi fondamenti teologici e liturgici. In don Carlo le preghiere, le pratiche, lo zelo, l'impegno per diffondere la devozione a Maria non sono che piccoli raggi che si diffondono dalla sorgente centrale: la volontà di dedizione totale a Maria, Madre della Chiesa, corredentrice, madre nostra. Carlo ha lasciato ogni cosa, ma ha trovato il tutto di Dio e la materna protezione di una Madre. Non poteva farne senza, egli, che tanto intensamente, nonostante le ripulse, avrebbe amato la mamma sua. Era frequente il pianto e il filiale lamento: “Ha potuto una madre convertire un figlio e non potrà un figlio convertire sua madre?” Nel periodo di intensa preparazione all’abiura, egli ha studiato tutto su Maria, ha ben compreso il significato della festa dell'Annunciazione che lo ha accolto al suo arrivo. L'incontro dell’Angelo con Maria segna, come dice Paolo VI, il momento culminante del dialogo tra Dio e l'uomo. Maria diviene il tempio dello Spirito Santo che in lei dà esistenza umana al Figlio di Dio. Carlo è così entrato pienamente nella tradizione cristiana cattolica rifiutata dal luteranesimo e crede che l'Annunciazione non è un avvenimento privato tra Dio e la fanciulla di Nazareth, bensì un evento storico-salvifico importante e decisivo per tutta l'umanità. Dio fatto uomo può dire a Colei che lo ha generato: “Mamma”. E Maria può rispondergli in tutta verità, in tutta dignità, in tutta gioia: “Figlio mio!” Ma Maria non risponde solo per sé: Ella rappresenta l'umanità intera. Nel suo sì ogni uomo dice sì a Dio e a lui si apre con piena disponibilità: Si faccia di me secondo la tua parola. Dal momento della conversione, la devozione di Carlo alla Madonna fu veramente quella di un consacrato totale. Nulla fa senza di lei di cui si sente proprietà “Totus tuus”, come soleva dire San Giovanni Paolo Il. Uno dei punti più controversi tra cattolici e protestanti era ed è tuttora la teologia mariana. Nei mesi precedenti l'abiura, Carlo dovette approfondire la dottrina della Chiesa cattolica su Maria, sotto la guida dei Padri Filippini che erano ormai i suoi maestri. Non si spiega altrimenti il primo gesto del convertito: la decisa e radicale consacrazione a Maria. Si legge nella sua biografia: «Oppresso da un'angoscia mortale, cercava invano il riposo, quand’ecco i suoi occhi, stanchi e velati di pianto, si posarono su un piccolo quadro appeso alla parete. Una dolce Madonna lo guardava materna e pareva dicesse: “Ho atteso con ansia quest'ora di lotta suprema, vieni, sei mio”». Carlo balzò dal letto, si prostrò davanti a quell'immagine, trovò le più ingenue voci di preghiera e disse: «Io, dunque, lascio tutto, Padre, madre, sorella, sostanze, e mi affido a voi, voglio essere cattolico, voi mi provvederete!». All'intensità degli affetti perduti, Carlo oppone un amore più grande e più puro: l’amore alla Madonna. Abbandonando una confessione cristiana incurante del culto a Maria, Carlo, con fine intuito, invoca Lei, la benedetta fra tutte le donne e nel nome di questa Madre vuole iniziare la nuova vita di grazia. Ripudiato dalla madre terrena, offre a quella celeste il suo bisogno di amore e di essere amato. Da quel momento, l'anima fondamentalmente cavalleresca di Carlo, arde di crescente amore per Maria, Madre di Dio e Madre nostra. Si lascia conquistare dal suo fascino di purezza; la sua sensibilità viene purificata e accresciuta, fiorisce nella carità che si esprime verso Dio e verso il prossimo, con tutti i tesori di tenerezza, di fortezza e di perseveranza che sono costitutivi della sua personalità.

3. La sua devozione all'Immacolata e al Cuore Immacolato di Maria
a)
Un amore tutto particolare nutriva don Carlo per l'Immacolata; alla sua protezione affidò l'Istituto e volle che le suore a lei si consacrassero nel giorno della professione e ogni anno riconfermassero tale consacrazione nella festa dell'Immacolata. All'Immacolata 'concepita senza peccato' offriva tutto quanto faceva. Ultimo dono all'Immacolata fu l'erezione in suo nome della prima Cappella dell'Istituto. La fabbrica ebbe inizio nel 1855 mentre fervevano i festeggiamenti per la proclamazione del dogma dell'Immacolata fatta da Pio IX l’8 dicembre dell'anno precedente. In Verona le celebrazioni avevano assunto anche un carattere di ringraziamento per la cessazione del colera che aveva infierito nella primavera e nell'estate di quell'anno. Anche la Madre Fondatrice aveva sperato di poter vedere compiuta la tanto sospirata chiesa dell'Immacolata; dalla sua stanza vedeva già la Croce spuntare dal culmine del tetto: fu tutto. Morì 1’11 novembre e il beato, anziano e quasi sfinito dagli acciacchi, si trovò ancora solo a portare avanti i lavori. Giorni di febbrile attesa e di gioiosa speranza. Aveva la certezza che sarebbe stato lui a celebrare la prima S. Messa nella nuova chiesa. In attesa della rifinitura dei lavori, andava ripetendo: «A quali cari momenti m'hai riservato o Dio? Affrettati a concedermi un altro dono e come il vecchio Simeone accetterò in pace l'ultimo mio giorno. Accordami ancora tanto spazio di vita che io veda sorgere un santuario a queste figlie, indi morrò in pace e andrò in cielo a raggiungere Vincenza mia!». Pregò ed ottenne. Con le parole e la presenza sollecitò i lavori e poté colle sue mani aprire la porta della nuova chiesa che, per la morte che sentiva vicina, gli sembrò il vestibolo dei Tabernacoli eterni. Ritto sulla porta appena aperta e sfavillante di gioia esclamava: «Lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace!... In questo tabernacolo riposerò per sempre». Scrisse di suo pugno e spedì gli inviti alle autorità e agli intimi: «Amico, il giorno dell'Immacolata Concezione si aprirà l'Oratorio pubblico delle nostre Sorelle. La mattina della festa vi saranno celebrate alcune messe. L'Istituto invita la S.V., come suo benevolo, di voler onorare questa solennità di sua presenza». Si verificò quanto aveva predetto e sperato: all'alba dell'8 dicembre, solo con le sue figlie spirituali, celebrò in onore dell'Immacolata, la prima Messa nella nuova chiesa. In quell'intima comunione di gioia e di speranze cantò il suo inno alla Vergine tutta luce: «Tu gloria di questa mia piccola Gerusalemme, tu letizia di questa castissima Israele, tu onorificenza di questa nostra Congregazione». La vita di grazia del beato dischiusasi con un gesto di totale dedizione alla Piena di grazia, dopo aver sperimentato la tenerezza, l'efficacia e la potenza della Madre di Dio, si eterna con la morte di lui nella gioiosa contemplazione dello splendore dell'Immacolata.
b) Il beato Carlo nel suo culto alla Madonna amava onorare anche il Cuore Immacolato di Maria. Conviene chiarire innanzitutto che nella Bibbia la parola 'cuore' non è una espressione poetica per descrivere degli stati d'animo sentimentali; significa invece il compendio della vita interiore dell'uomo, il centro delle sue energie spirituali, volitive e affettive a cui Dio stesso si rivolge e, partendo dal quale, l'uomo si determina e si realizza. S. Agostino vede nel cuore il centro della persona, il punto che racchiude nella propria profondità abissale la vita spirituale e in cui si verifica l'esperienza di Dio e la conoscenza della verità. Nella Messa del Cuore di Maria la liturgia ci invita a riflettere sulle parole di Luca: “Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (Lc 2). É un invito a riflettere sulla profondità abissale dell’esistenza di Maria, sulla sua accoglienza docile alla Parola di Dio (Marialis Cultus, 57). Il suo è un atteggiamento di ricettività, che sa stare in ascolto, riflettere e introdurre gli avvenimenti nel centro della propria esistenza. Il beato Carlo viveva quotidianamente questa interiorità che lo poneva a contatto, cuore a cuore, con la Vergine la quale lo portava all'amore appassionato a Cristo di cui è pieno il suo Cuore di Madre. Né poteva essere diversamente.

Bibliografia
CASETTA R., La devozione mariana nell'Istituto, Istituto Sorelle della Misericordia, Verona 1984; CASETTA G., Il servo di Dio don Carlo Steeb, Editrice Poliglotta Vaticana, Città del Vaticano 1964; AA.VV., Il Culto di Maria oggi, Ed. Paoline, Roma 1978; HORVATH N., Beatus Carlo Steeb natus est Tubingae. L'infanzia e la giovinezza di Carlo Steeb a Tubinga dal 1773 al 1792, Marcianum Press, Venezia 2014.






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