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 Il mistero di una maternità
Dogmi

Dal libro di Ermanno Maria Toniolo, La chiamiamo Madonna, Centro di Cultura Mariana "Madre della Chiesa", Roma 1982, pp. 48-66.



Il dogma dl Efeso

Calava la notte del 22 giugno 431. Ad Efeso, una folla impaziente gremiva fin dal mattino gli spazi antistanti la grande chiesa di Santa Maria, dove erano riuniti più di duecento vescovi, convenuti da ogni parte dell'impero cristiano. Li aveva convocati l'imperatore Teodosio II, per dirimere una spinosa questione dommatica e definire un punto centrale di fede: «Se Dio è veramente nato, morto e risorto; o se è nato solo l'uomo, in cui Dio abitava. Se, di conseguenza, Maria poteva essere chiamata in senso proprio Madre di Dio, o solo Madre dell'uomo assunto da Dio»1. La riunione si protraeva, accesa. Quando finalmente si aprirono le porte della Chiesa e ne uscirono i Vescovi, annunciando il verdetto della fede: «Maria è Theotokos, è Madre di Dio!», un'ondata di emozione pervase il popolo, e tutti, a una sola voce, esplosero in canti e grida di giubilo. Annota Cirillo di Alessandria, il protagonista del Concilio di Efeso: «Al nostro uscire dalla Chiesa fummo ricondotti con fiaccole fino alle nostre dimore. Era sera. La gioia era generale. La città era tutta illuminata. Alcune donne ci precedevano con gli incensieri... »2.

Divina maternità: dato di fede

Maria è Madre di Dio! Questo da allora professa, senza ombra di dubbio, tutta la Chiesa, contemplando estasiata in Maria la vertiginosa ascesa della nostra natura umana, fino ad essere imparentata per sempre con Dio. Maria è Madre di Dio! Verità così alta, da essere incomprensibile all'uomo, e persino agli angeli. Canta un antico inno mariano:  «Ave, Tu vetta impervia a umano intelletto; Ave, abisso profondo agli occhi degli angeli. Ave, la scienza dei dotti trascendi; Ave, al cuor dei credenti risplendi»3. Eppure è verità: anzi è verità fondata sulla stessa infallibilità di Dio: è verità di fede. La ragione dell'uomo vacilla: «Può mai Dio, l'eterno immutabile Dio, avere una Madre? Può nascere Dio?»4. L'uomo è tentato di rispondere. No!, per mille e più ragioni. La fede risponde: Sì!, per una sola fondamentale ragione, che coinvolge Dio nella storia dell'uomo: «propter nos homines et propter nostram salutem»5: per noi uomini - per tutti noi, senza distinzione, uomini di tutti i tempi, di tutti i luoghi, di tutte le condizioni e situazioni -; e per la nostra salvezza: quella vera e permanente, di tutto l'uomo e di tutti gli uomini, di oggi e di domani, del presente e dell'eterno. Per salvarci Dio nasce uomo: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi»6. Per questo ha bisogno di una Madre, che gli dia modo di farsi uno di noi, di iscriversi nell'albo umano, di essere registrato nella nostra storia, per farla sua. Madre vera più d'ogni Madre, che gli trasmetta da sola tutta la realtà dell'uomo; ma Vergine-Madre, perché è Dio che nasce uomo7. Canta la Liturgia bizantina: «Che ti possiamo offrire, o Cristo, mentre per noi appari uomo sulla terra? Ognuna delle tue creature ti porge il suo grazie: gli angeli, un inno di lode; i cieli, un astro; i magi, i loro doni; i pastori, l'adorazione; la terra, una grotta; il deserto, un antro. Ma noi ti offriamo una Madre-Vergine! Eterno Iddio, pietà di noi!»8. Così il Verbo, nato dal solo Padre nell'eternità senza confini - «Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero dal Dio vero»9 - nasce incarnato da una Madre nel tempo. All'ascesa della nostra debole natura, per diventare in Maria portatrice di Dio, si contrappone la discesa abissale di Dio verso di noi, per farsi debole con i deboli, passibile con i condannati al dolore; e redimerci. «Cristo, pensoso palpito, - Astro incarnato nelle umane tenebre, - Fratello che ti immoli - Perennemente per riedificare - Umanamente l'uomo, - Santo, Santo che soffri, - Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli, - Santo, Santo che soffri, - Per liberare dalla morte i morti - E sorreggere noi infelici vivi, - D'un pianto solo mio non piango più, - Ecco ti chiamo, Santo Santo, Santo che soffri»10.

Evento storico

Eppure fu così semplice - e quanto umano! - il modo in cui si compì sulla terra questo mistero divino! Un angelo da parte di Dio reca il lieto annuncio ad una povera umile fanciulla di Galilea, ma vergine: «L'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te »11. E le propone una inaudita maternità. La vergine ascolta, pondera, domanda: «Come avverrà? perché io non conosco uomo!»12. L'angelo spiega il modo del concepimento, delinea la realtà del nascituro: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio»13. La vergine china umile il capo e acconsente: «Eccomi, - dice - sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto, E l'angelo partì da Lei»14. Tutto è compiuto. In quanti pochi momenti, non si sa. Mai come in questo caso il tempo scandisce l'eterno. L'angelo parte da Lei, lasciando sulla terra, in Lei, Colui che l'aveva mandato15. E Dio fu uomo.

Compimento delle figure antiche
 
In quel momento d'eterno, su quest'ignota fanciulla ebrea davvero s'aprirono i cieli: «ne discese lo Spirito Santo, l'Amore sostanziale del Padre e del Figlio; e la Virtù dell'Altissimo la coprì con la sua ombra misteriosa e potente»16.  Maria divenne incarnata presenza di Dio. Tutte le più belle figure dell'Antico Testamento, i simboli sacri mediante i quali si manifestava visibilmente l'invisibile Presenza e la Gloria del Signore, divennero in lei realtà. Arca, Tempio, Santo dei Santi, ove Dio solo dimora, ove l'uomo non può penetrare. San Luca contempla e descrive la Vergine-Madre come il punto di confluenza e il compendio di tutte le luci dell'Antica Alleanza. É Lei la vera arca di Dio, su cui posa perenne la Gloria del Signore. Un giorno Jahve guidava il suo popolo con la colonna di nube, e con la nuvola copriva l'arca di Mosè e la tenda del convegno, così come coprì di nubi folgoranti il Sinai e riempì di nube e di caligine il tempio edificato da Salomone. «Allora la nube coprì la tenda del convegno e la Gloria del Signore riempì la Dimora. Mosè non poté entrare nella tenda del convegno, perché la nube dimorava su di essa e la Gloria del Signore riempiva la Dimora»17. Ma ora su di Lei, come nube, stende la sua ombra l'Altissimo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo»18. Nel Tempio del cielo Isaia contemplava tremante la Gloria di Dio, del Santo di Israele: «Io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. Attorno a lui stavano dei serafini... Proclamavano l'uno all'altro: "Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria". Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo»19. E Gabriele, riverente, annunciava a Maria, Tempio vivo del Dio vivo: «Colui che nascerà sarà dunque Santo e chiamato Figlio di Dio»20. Arca è Maria, santificata dai fulgori dello Spirito Santo, protetta dalla potenza del Signore, che la illumina e la costituisce nel mondo portatrice di Dio. Il racconto evangelico della Visitazione ricalca negli elementi essenziali il racconto del trasporto dell'arca fatto da Davide, e ne mostra l'attuazione in Maria. «Davide si alzò e parti con tutta la sua gente... per trasportare di là l'arca di Dio, sulla quale è invocato il Nome, il Nome del Signore degli eserciti, che siede in essa sui cherubini... »21. Maria si alza anch'essa e - come l'arca - sale sui monti: «In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda... »22. L'arca, segno della presenza e della potenza di Dio, riempie di gioia il popolo: «Davide danzava con tutte le forze davanti al Signore... Così Davide e tutta la casa d'Israele trasportarono l'arca del Signore con tripudi e a suon di tromba»23. Maria, che porta Dio presente nell'uomo, effonde gioia, compie prodigi di grazia: «Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo»24. David si sente indegno di accogliere l'arca del Signore presso di sé: «Davide in quel giorno ebbe paura del Signore e disse: Come potrà venire da me l'arca del Signore?»25. Elisabetta si sente indegna della visita di Maria, Madre ed arca del Signore: «Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: ...A che debbo che la Madre del mio Signore venga a me?»26. L'arca rimase tre mesi nella casa di Obed-Edom, portatrice di benedizione, prima di essere trasportata da Davide nella città di Sion: «L'arca del Signore rimase tre mesi in casa di Obed-Edom di Gat e il Signore benedisse Obed-Èdom e tutta la sua casa»27. Maria rimane tre mesi con Elisabetta, irradiando il dono della divina Presenza28, prima di ritornare a casa: «Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua»29. Arca e Tempio, Maria è ancora la Città santa di Dio, non solo per Israele, ma per tutti i popoli della terra, città a cui salgono le genti per camminare nella luce del Signore, per ritrovarsi fratelli nel Figlio di Dio: immagine, primizia e personificazione della Chiesa di Cristo, aperta al mondo, portatrice di pace e di speranza all'umanità: «Di te si dicono cose stupende, città di Dio! Ricorderò Raab e Babilonia fra quelli che mi conoscono; ecco, Palestina, Tiro ed Etiopia: tutti là sono nati. Si dirà di Sion: "L'uno e l'altro è nato in essa e l'Altissimo la tiene salda". Il Signore scriverà nel libro dei popoli: " Là costui è nato". E danzando canteranno: Sono in te tutte le mie sorgenti»30.

L'esperienza di Madre-Vergine

Ma che cosa avrà lei provato, nel suo intimo, al tocco soave dello Spirito Santo, che scendendo su di Lei le fioriva non più soltanto l'anima, ma anche la carne di una Grazia divina, del Verbo di Dio Padre? Quale rapimento celeste, quale fuoco d'amore? É esperienza tutta sua, che l'uomo ignora. La liturgia etiopica la interpella: «O Vergine, o tu che hai portato nel grembo il Fuoco divorante, come non ti ha incendiata? E dove hai potuto stendere la sua tenda di fuoco, nel tuo piccolo seno?»31. La Parola del Padre, che già prima portava incarnata nell'anima, ora, diventata sua creatura, la porta impressa e operante nelle carni verginali: e mentre il Figlio, crescendo nel grembo, si configura nel corpo e nella psiche alla Madre, lei - per una mirabile ed unica osmosi - ne assume profondamente incisi i tratti divini32 icona, immagine, somiglianza perfetta del Verbo di Dio: « ...la faccia che a Cristo più si somiglia»33.

Il vissuto della verginale maternità
 
In Maria il cuore si doppia. O meglio, tutto l'amore si unisce. Nessuno ha amato come Maria. É impossibile distinguere in Lei lo spazio ove cessa l'umano e si inserisce il divino, ove la tenerezza di madre lascia il posto all'adorante servizio della creatura. Poeti e mistici hanno tentato di inoltrarsi nell'oceano del suo cuore verginale. Due momenti, come poli, l'uno di gioia, l'altro di tremendo dolore, racchiudono un arco di inesprimibili esperienze materne: il Natale e la Croce. La scena umile e soave del Natale vede sbocciare una maternità tutta umana e tutta divina: una Madre Vergine che, china con indicibile tenerezza sul neonato suo Figlio, l'adora come suo Dio. Così canta Romano il Melode in un celebre inno: «Inneggiavano intanto gli Angeli Colui che ama gli uomini, e Maria procedeva portandolo nelle braccia, e pensava come era divenuta madre pur rimanendo vergine; e conoscendo che soprannaturale era il suo parto, temeva e tremava; e fra se stessa meditando diceva così: "Quale nome, o mio figlio, io troverò per te? Se infatti, quale ti vedo, uomo ti chiamo, tu sei superiore all'uomo, tu, che la mia verginità serbasti intatta tu che, solo, ami gli uomini. Dirò te uomo perfetto? ma io so la divina tua concezione: perché mai nessun uomo senza connubio e germe è stato concepito come te, o senza peccato. Che se ti chiamo Dio, mi meraviglio vedendoti in tutto a me eguale; poiché tu non hai trascurato nulla delle cose umane, anche se senza peccato fosti concepito e partorito. Ti nutrirò con latte o ti dirò inni di gloria? Poiché tutte le cose te Dio eterno proclamano, anche se ti sei fatto uomo tu che, solo, ami gli uomini"»34. E Jacopone da Todi: «O Maria, co' facivi, quanno tune 'l vidivi? Or co' non te morivi de l'amor affocata? Co' non te consumavi, quanno tu li sguardavi, che Deo ce contemplavi en quella carne velata? Quann'isso te sogìa, l'amor con' te facia, la smesuranza sia essar da te lattata? Quann'isso te clamava e 'mate' te vocava, co' nno te consumava, mate de Deo vocata?»35. Gli fa eco Giovanni Dominici: «Di', Maria dolce, con quanto disio miravi il tuo figliuol Cristo mio Dio. Quando tu il partoristi senza pena, la prima cosa, credo, che facesti, tu l'adorasti, o di grazia piena, poi sopra il fien nel presepio il ponesti... Quando figliuol, quando padre e Signore quando Iddio, quando Gesù il chiamavi; oh quanto dolce amor sentivi al core quando in gremio il tenevi e lattavi!... Quando tu ti sentivi chiamar mamma come non ti morivi di dolcezza? come d'amor non t'ardeva una fiamma che t'avessi scoppiata d'allegrezza?»36. Ai piedi della Croce questa maternità umana e divina prende tutto il suo rilievo: qui è la Madre che, straziata, contempla e conforta il Figlio: gli insulti, le beffe, i tormenti, le ferite, l'agonia, la morte, si ripercuotono nel suo cuore di Madre. Ma più ancora è la Madre di Dio che vede patire l'Impassibile, morire l'Immortale, e concentrando in sé la fede e l'amore di tutta l'umanità, glieli dona. Così il più grande degli antichi innografi greci, Romano il Melode, apre il suo inno sulla Passione: « Cristo per noi crocifisso, venite, cantiamo! Lo vide Maria inchiodato al patibolo, e disse: Anche se in Croce confitto tu sei il mio Figlio e mio Dio!»37.

Maria figura alla Chiesa
 
Un'esperienza amorosa e sofferta di Madre, che la Chiesa prolunga. Cristo infatti perpetua mediante la Chiesa il suo mistero d'amore e di redenzione. Maria, la vergine fedele, la Madre eroica, splende come modello perfetto e tersissimo specchio alla Chiesa. La quale continuamente rivive la donazione verginale e la missione materna di Maria, donandosi a Cristo con indissolubile amore di Sposa e con incorrotta adesione di fede, generandolo nei cuori, offrendolo al mondo. Vergine e Madre, feconda ad opera dello Spirito di numerosa prole, madre dei popoli, Chiesa dei santi38. «Gerusalemme nuova, immagine di pace, costruita per sempre nell'amore del Padre. Tu discendi dal cielo come vergine sposa per congiungerti a Cristo nelle nozze eterne. Dentro le tue mura risplendenti di luce si radunano in festa gli amici del Signore: Pietre vive e preziose, scolpite dallo Spirito con la croce e il martirio per la città dei Santi»39.

Maria modello ai fedeli
 
Pure per noi, per ciascuno e per tutti gli uomini del mondo, la verginale fecondità di Maria ha aperto una strada, ha segnato un cammino. Dichiara il Concilio Vaticano II: «Poiché appunto per questo Cristo fu concepito da Spirito Santo e nacque dalla Vergine, per nascere e crescere anche nel cuore dei fedeli, per mezzo della Chiesa»40. É un parto che costa: perché costa all'uomo vecchio che noi siamo, rivestire il nuovo, incarnare Cristo Uomo-nuovo nella sua povertà, nel suo annientamento, nel suo sofferto amore, nella sua umana e divina passione. Eppure «cristiano» vuoi dire un «altro Cristo»! Eppure, incontrando un cristiano, l'uomo del mondo dovrebbe trasalire di stupita gioia, come all'incontro di Cristo, come quando si incontrava Maria sulle strade del mondo, che da lei traspariva l'immagine incarnata del suo Gesù. «Anche noi (uno gridò), anche noi, noi gli improvvidi, i perplessi, i gelidi, dobbiamo nei nostri pensieri formare a nuovo l'Eterno carezzarlo, possederlo, abbracciarlo. Tu soavemente; noi, nella lotta; é la nostra passione a farcelo concepire così nell'anima, nel senso, nella nostra dimora di vita; quel Seme sta in angustia dentro di noi. Noi dobbiamo affermare il nostro Figlio dal difficile discorso dell'ambigua natura, raccogliere dall'oscurità quell'Uno splendente, più stretto che possiamo stringere. Né noi riposiamo mai da questo nostro compito: un'ora bastò per te, Tu innocente! Egli si 'attarda nel seno della nostra umanità»41. Così, mentre lo sguardo si fissa estasiato sull'immagine soave della Madre di Dio, irradiata di luce, immersa nel mistero del Verbo suo Figlio, un grido d'anima l'accompagna e si tramuta in voce: Madre di Dio, prega per noi!

NOTE
1 Il Concilio di Efeso, terzo ecumenico, fu convocato dall'imperatore Teodosio H nell'anno 430 per la Pentecoste del 431, come ne fa fede una lettera dello stesso imperatore a Cirillo, che ci è conservata sia in greco che in latino (vedi: E. SCHWARTZ, Acta Conciliorum Oecumenicorum, I/1, p. 114-116). Ne diede occasione la violenta diatriba teologica iniziata nel 428, e poi diffusa per tutto l'impero, tra il Vescovo di Contantinopoli Nestorio e il Patriarca di Alessandria, Cirillo. Fulcro ne era l'Incarnazione del Verbo e il modo di intendere l'unione delle due distinte nature - l'umana e la divina - nell'unico Cristo. Conseguentemente, era in causa la divina Maternità di Maria. Anzi, il termine «Theotokos» fungeva proprio da discriminante. Per un'ampia visione della situazione storica, si legga: P. Tx. CAMELOT, Ephèse et Chalcédoine, (Histoire des Conciles Oecuméniques, 2), Paris, 1962, p. 13-75.
2 E. SCHWARTZ, op. cit., pp. 117-118.
3 Inno « Akathistos », stanza 1, v. 10-11; 3, v. 16-17. Edizione italiana: E. TONIOLO, op. cit., p. 19,23.
4 Nel suo primo discorso, che Mario Mercatore ci ha conservato in traduzione latina, Nestorio scese in lotta contro il «Theotokos» e la dottrina della divina Maternità professata dagli alessandrini: «Può Dio avere una madre? No, mio caro, Maria non generò Dio: ciò infatti che nasce dalla carne, è carne. La creatura non generò Colui che è increabile.., ma un uomo, strumento della divinità» (cfr. E. SCHWARTZ, ACO, I, 5, p. 30). Queste idee esasperate furono più tardi attenuate da Nestorio, che però mantenne la sua linea di pensiero anche dopo il Concilio di Efeso.
5 Vedi il Simbolo di fede in H. DENZINGER-A. SCHÓNMETZER, Enchiridion Symbolorum..., Herder, 34. ed., 1967, n. 125.
Giovanni 1,14.
7 Tra i più antichi e quotati assertori di questa dottrina cattolica, son da ricordare Ireneo, che vede in Maria Vergine-Madre lo strumento e la condizione indispensabile perché Cristo sia Uomo-Dio, portatore di salvezza alla umanità (cfr. Adv. Haer., III, 16,19. PG 7, 919-926, 938-941); e Proclo di Costantinopoli, che al tempo del Concilio di Efeso compendia la fede della Chiesa con frasi incisive: «Nacque pertanto da donna un Dio, ma non puro Dio; e un uomo, ma non semplice uomo... Egli stesso con la Vergine e dalla Vergine: con la Vergine, adombrandola; dalla Vergine, prendendo carne da lei» (Omelia I sulla S. Madre di Dio. PG 65,679-692. Traduzione in E. TONIOLO, Omelie mariane bizantine del V secolo, Roma, Edizioni Marianum, 1961, pp. 23-31).
8 Testo che la Liturgia bizantina attribuisce ad Anatolio (sec. VII?), e che si ripete più volte nelle festività del Natale (vedi Anthologion, t. I, Roma, 1967, p. 1256).
9 Simbolo Niceno. Vedi testo in H. DENZINGER-A. SCHUMETZER, op. cit., n. 125.
10 GIUSEPPE UNGARETTI, Mio fiume anche tu, 3. In: Giuseppe Ungaretti. Vita d'un uomo. Tutte le poesie, a cura di Leone Piccioni, Milano, Mondadori, 1969, pp. 229-230. Poesia scritta tra il 1943 e il 1944, a Roma, nelle tristi giornate dell'ultima guerra. Fa parte de «Il Dolore».
11 Luca 1,26-28.
12 Luca 1,34.
13 Luca 1,34-35.
14 Luca 1,38.
15 Così chiude la sua descrizione una splendida omelia anonima del IV secolo (PG 62, 763-770): «E l'angelo partì da lei, egli ch'era venuto dal cielo, aveva istruito e preparato la Vergine. Udì da lei quello che anch'egli desiderava ascolta-re; e di nuovo salì dond'era disceso, lasciando quaggiù Colui che l'aveva mandato, e ritrovandolo pure lassù, adorato nei cieli da tutte le schiere degli angeli».
16 Cfr. Luca 1,35.
17 Esodo 40,34-35.
18 Luca 1,35.
19 Isaia 6,1-4.
20 Luca 1,35.
21 2 Samuele 6,2.
22 Luca 1,39.
23 2 Samuele 6,14-15.
24 Luca 1,40-41.
25 2 Samuele 6,9.
26 Luca 1,41.43.
27 2 Samuele 6,11.
28 Scrive Origene: «Se in un momento, anzi in un istante, il fanciullo esultò e in un certo senso impazzì di gioia; se Elisabetta fu colmata di Spirito Santo; è davvero inconcepibile che per tre mesi né Giovanni né Elisabetta abbiano compiuto alcun progresso stando vicini alla Madre del Signore e in presenza del Salvatore stesso» (Omelia 9 su Luca, 2. Edizione critica più recente: H. CROUZEL-F. FOURNIER-P. PÉRICHON, Origène. Homélies sur S. Luc (SC 87), Paris, 1962, pp. 174-176. Traduzione italiana curata da S. ALIQUO, Origene. Commento al Vangelo di Luca, Roma, Città Nuova Editrice, 1969, p. 85). Questi concetti origeniani furono ripresi da S. Ambrogio nel suo Commento al Vangelo di Luca (CCL 14, p. 43).
29 Luca 1,56.
30 Salmo 86,3-7.
31 Anafora della Vergine Maria, figlia di Dio, composta per lei dall'Abba Heriacus, vescovo della città di Bahnasa, sanctus praeconium II Edizione etiopica: S. EURINGER, Die aethiopische Anaphora unserer Herrin Maria, in Oriens Christianus, 34 (1937), pp. 63-102. Traduzione latina: S. CONGREGAZIONE PER LA CHIESA ORIENTALE, Liturgia-Etiopi, Allegato II, Roma, 1944, pp. 10-21. Versione italiana in La Madonna, 13 (1965), pp. 30-43. (Il testo riportato con adattamenti ricorre a p. 36).
32 Si legga sull'argomento il celebre brano del teologo greco Teofane Niceno (sec. XIV), nel suo Discorso sulla santissima Madre di Dio (edizione greco-latina: M. JUGIE, Theophanes Nicaenus. Sermo in sanctissimam Deiparam, Romae, Lateranum, 1935, pp. 150-175), nel quale approfondisce i legami fisici, morali e divini tra Madre e Figlio. Si legga pure l'analisi e il riassunto che ne ha fatto M. CANDAL, El «Sermo in Deiparam» de Tedfanes Niceno, in Marianum, 27 (1965), pp. 72-103 (il nostro argomento alle pp. 94-97).
33 DANTE ALIGHIERI, La Divina Commedia. Paradiso, canto XXXII, v. 85-86. Edizione critica a cura di G. Petrocchi, Milano, Mondadori, vol. IV, 1967, pp. 536. 58 59
34 ROMANO IL MELODE, La Presentazione al tempio, strofa 3 e 4. Edizione critica a cura di J. GROSDIDIER DE MATONS, SC 110, Paris, 1965, p. 178. Edizione greca con traduzione italiana dell'inno: G. CAMMELLI, Romano il Melode. Inni, Firenze, 1930, pp. 128-155. Il testo di Romano il Melode, come spesso in altri suoi inni, non è originale, ma si ispira a celebri Omileti e Padri dei secoli IV-V. Qui ricalca la soave apostrofe della Vergine-Madre al Figlio neonato, che la famosa omelia di Basilio di Seleucia sulla Madre di Dio (PG 85, 425-452) mette in bocca alla Vergine davanti al presepio.
35 IACOPONE DA TODI, Laude, a cura di Franco Mancini, Bari, Laterza, 1974, p. 89 ( = Lauda 32, «O Vergen plu ca femena», v. 95-110).
36 GIOVANNI DOMINICI (1357-1419), Di', Maria dolce, con quanto disio, v. 1-6.15-18.45-48. Da: Lirica Italiana, a cura di Massimo Bontempelli, Milano, Bompiani, 1943, pp. 280-281.
37  ROMANO IL MELODE, Maria presso la Croce, proemio. Edizione greco-francese a cura di I. Grosdidier De Matons, SC 128, Paris, 1967, p. 160. Edizione greca (non critica) con testo italiano a fronte di alcuni Inni, tra cui quello di Maria presso la Croce: G. CAMMELLI, Romano il Melode. Inni, Firenze, Fussi, 1930. Di simili o ancor più spiccate professioni di fede della Vergine nel Figlio-Dio che muore traboccano i libri liturgici bizantini.
38 Così scrive S. Ambrogio: «La santa Chiesa, immacolata nelle sue nozze e feconda di parti, è vergine per la castità e madre di numerosi figli. Ci diede la vita non per opera d'uomo, ma per virtù dello Spirito Santo: perciò non con il dolore, ma con il gaudio degli angeli... Quale sposa ha più figli della santa Chiesa che, vergine nei Sacramenti, è madre dei popoli?» (Le Vergini, I, 6, 31. PL 16, 208).
39 Liturgia delle ore, Comune della Dedicazione di una chiesa, inno ai Vespri. Edizione a cura della Conferenza Episcopale Italiana, Tipografia Poliglotta Vaticana, 1975, vol. I, p. 1170.
40 CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Costituzione Dogmatica «Lumen Gentium», n. 65.
41 ALICE MEYNELL, Alla Madre di Cristo, Figlio dell'Uomo. Da The Poems, London, 1941. Traduzione di G. DE LUCA, Mater Dei, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1972, p. 23. Egli scrive in nota che «la grande e difficile poetessa inglese (1853-1922) in questa poesia commenta la frase di S. Paolo 'finché Cristo sia formato in voi' (Galati 4,19), dove intende 'figlio dell'Uomo' in modo simbolico, quasi che ciascuno debba, nella vita di grazia, generarlo in sé». Ma così la pensava S. Ambrogio: «Anche voi beati - scriveva - che avete udito e avete creduto: infatti, ogni anima che crede, concepisce e genera il Verbo di Dio, e ne comprende le operazioni... Se, secondo la carne, una sola è la madre di Cristo, secondo la fede tutte le anime generano Cristo; ognuna infatti accoglie in sé il Verbo di Dio...». (Esposizione del Vangelo secondo Luca, II, 26. CCL 14,42). Testo italiano in Opere di Sant'Ambrogio a cura di G. Coppa, Torino, UTET, 1969, p. 449. E così molte volte si espresse S. Agostino nelle sue opere.


 

Inserito Domenica 4 Dicembre 2016, alle ore 12:59:13 da latheotokos
 
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