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 Maria, modello dei modelli
Chiesa

Dal libro di Antonio Fallico, L'irresistibile fascino dell'educatrice di Nazaret. Note di antropologia mariana, San Paolo, Cinisello Balsamo 2012, pp.240-245.



Occorre fare come soleva quotidianamente fare lei, la madre di Gesù: magnificando Dio col cuore (preghiera) e servendo i figli di Dio con la vita (pastorale). Occorre mettersi alla sua sequela e alla sua scuola: amare agendo e agire amando. In fondo avviene così anche in ogni autentico rapporto di amore umano. Nella relazione tra due sposi che si amano, i rapporti affettivi, infatti, si concretizzano e si esprimono in maniera forte nel momento privato dell'intimità di coppia, così come si concretizzano e si esprimono in maniera altrettanto forte nelle difficoltà della vita quotidiana, nella fatica del lavoro manuale o mentale, nella formulazione e programmazione dei progetti familiari, nella condivisione delle sofferenze, delle ansie, delle gioie, delle speranze, degli ideali vissuti insieme dentro e fuori casa: in un reciproco, ininterrotto, progressivo atto di amore. Dev'essere altrettanto vero nella vita di chi fa della caritas pastoralis una scelta di autentico amore da vivere in chiave sempre più intima e intensa con Gesù capo (caritas), e nel rapporto di amore ugualmente vivo, forte e intenso da vivere con Gesù corpo ossia nel cuore della Chiesa e del mondo (pastoralis).

Così del resto è avvenuto nella vita del buon pastore di Nazaret: ogni giorno andava al tempio a pregare e ad ascoltare le Sacre Scritture (rapporto d'amore personale col Padre) e ogni giorno se ne stava instancabilmente a svolgere la sua azione missionaria da un punto all'altro della Giudea, della Samaria e della Galilea (rapporto d'amore personale con gli uomini). Così Maria pregando a Nazaret e servendo ad Ain-Karim. Amore l'uno, amore l'altro. Ciò che conta è vivere col cuore innamorato. Occorre evitare di reputare le pratiche di culto come pratiche di prima categoria e la pratica dell'evangelizzazione e quindi della pastorale come pratiche di seconda categoria. Nella prassi del nostro popolo, purtroppo, questa dualità comportamentale religiosa spesso è talmente accentuata da essere vissuta come una sorta di dislivello tra l'uno (il culto) e l'altra (la pastorale) se non addirittura di separazione e di stacco netto. Nell'immaginario collettivo della nostra gente per secoli, purtroppo, la pastorale, e di conseguenza l'evangelizzazione, e stata infatti ritenuta secondaria o comunque aggiuntiva alla celebrazione del culto sacro e degli stessi sacramenti. Questo il motivo per cui la religione cristiana ha rischiato, e in gran parte continua a rischiare, di esaurirsi o comunque di perdersi in un labirinto di pratiche devozionistiche. In questo i presbiteri hanno da accusarsi di qualche responsabilità, perché si sono attardati a parlare più di norme e precetti festivi, di obblighi morali incalcolabili, spesso di tipo volontaristico e razionalistico, fino a scadere e a perderci nella casistica; e meno, molto meno invece si sono impegnati a battere il versante dell'evangelizzazione, da sviluppare nel suo duplice aspetto di ascolto e di annuncio della Parola di Dio e nel conseguente impegno di conversione e di ascesi continua e progressiva. In certi ambienti ecclesiali si è arrivati persino a imbottire il popolo di tridui, di novene, di quindicine, di processioni, di pellegrinaggi, di iniziative devozionistiche spesso carenti di approfondimenti teologici, di conoscenze bibliche, di catechesi e di itinerari ascetici.

Anche in campo religioso è significativo e valido quel proverbio popolare il quale sostiene che non bisogna vivere per mangiare ma bisogna mangiare per vivere. In altre parole, cioè, bisogna cibarsi quotidianamente, se occorre e se si vuole anche più volte al giorno, di devozioni e di azioni cultuali, ma sempre in funzione dell'ascolto e dell'annuncio del vangelo di Gesù. Gli stessi sacramenti, infatti, non sono lo scopo ultimo del credo cristiano, non sono fine a sé stessi, ma sono segno e strumento di un Altro, sono in funzione di un Altro, sono stati istituiti da Cristo allo scopo di metterci in grado di annunciare il messaggio d'amore del totalmente Altro che è il Creatore e il Padre di tutti. Bisogna cibarsi dei sacramenti per essere in grado di vivere, annunciare, diffondere il Signore Gesù e con lui contagiare tutti gli uomini; far conoscere, di conseguenza, lo scopo per cui egli è venuto come Pastore in questo mondo e cioè comunicarci e inviarci a comunicare a tutti che c'è un Padre che ci ama, ci perdona, ci colma di grazia, ci aiuta a diventare santi. I sacramenti sono in funzione della vita nuova inaugurata da Gesù col suo vangelo: ci danno vitalità e forza, impregnandoci di grazia, fino a che diveniamo vangelo vivente per le strade del mondo. Tutto questo, nel suo insieme, costituisce per così dire la carta di identità della pastorale ecclesiale. Parafrasando l'affermazione del santo padre Paolo VI nella sua Evangelii nuntiandi al n. 14: «la Chiesa esiste per evangelizzare», possiamo affermare che la pastorale ecclesiale esiste e vive nel, con e per la missione evangelizzatrice dei cristiani nel mondo. E a sua volta, come nel pensiero e nella prassi di Cristo buon pastore, essa - la pastorale - diviene espressione, segno, strumento e itinerario di amore senza limiti.

Attraverso l'imitazione progressiva di Cristo buon pastore, nella quotidianità della vita, pertanto, il cristiano, in quanto fedele operatore pastorale, è in grado di arrivare addirittura alla conformazione a Cristo. Esattamente quanto e come si è verificato in Maria nel suo continuo convivere con, in , e per il figlio suo: da Nazaret alla universale azione missionaria nelle comunità ecclesiali, nelle case dei primi cristiani, per le strade di Palestina, e poi, col tempo, in ogni luogo della terra. In sintesi possiamo affermare, alla luce delle virtù tipiche di Maria madre del buon pastore, che Lei è operatrice ed educatrice pastorale in quanto maestra e pastora essa stessa della Chiesa di Dio, impegnata a tempo pieno sulla scia di suo figlio nella realizzazione della caritas pastoralis. Non ci resta che passare dalla venerazione a Maria alla imitazione di Maria modello di caritas pastoralis, perché a sua volta modellata su Gesù buon pastore. In tal modo la devozione a Maria diventa imitazione di Maria e l'imitazione di Maria conformazione a Cristo. In altre parole, conformazione a Maria e conformazione a Cristo diventano complementari, in quanto l'imitatio Mariae genera, alimenta e incentiva sempre più l'imitatio Christi, e l'imitatio Christi genera, alimenta e incentiva l'imitatio Mariae. Prima o poi si finisce per trovarsi sulla stessa lunghezza d'onda dell'uno o dell'altra - il figlio e la madre - impegnati insieme nella realizzazione dello stesso amore senza limiti. Ben a ragione scrive in merito il grande devoto della Vergine santa, Luigi Maria Grignion de Montfort nel suo Trattato della vera devozione a Maria: «Consistendo tutta la nostra perfezione nell'essere conformi, uniti e consacrati a Gesù Cristo, la più perfetta di tutte le devozioni è senza dubbio quella che più perfettamente ci conforma, ci unisce e ci consacra a Gesù Cristo. Ora, essendo Maria la più conforme di tutte le creature a Gesù Cristo, ne segue che di tutte le devozioni quella che consacra e conforma di più un'anima a Nostro Signore è la devozione alla santissima Vergine, sua santa Madre. E più un'anima sarà consacrata a Maria, più lo sarà a Gesù Cristo. Perciò la perfetta consacrazione a Gesù Cristo non è altro che una perfetta e totale consacrazione di se stesso alla santissima Vergine: devozione appunto che io insegno. O in altre parole una perfetta rinnovazione dei voti e delle promesse del santo battesimo». Pertanto l'imitazione di Cristo e l'imitazione di Maria sono sinonimi, capaci di generare insieme la conformazione a Cristo buon pastore e la conformazione a Maria, madre del buon pastore.


 

Inserito Mercoledi 5 Aprile 2017, alle ore 10:26:56 da latheotokos
 
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DOTTORE IN S. TEOLOGIA CON SPECIALIZZAZIONE IN MARIOLOGIA
PROFESSORE STABILE STRAORDINARIO DI MARIOLOGIA
ALL'ISSR "SAN LUCA" DI CATANIA

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