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  Maria ''cooperatrice'' di Salvezza 
Mariologia

Dal libro di Antonino Grasso, Maria, Madre di misericordia. "Sotto il tuo manto c'è posto per tutti". Meditazioni, Edizioni Segno, Tavagnacco 2016, pp. 17-30.



 

1. Una vita di amore e sofferenza accanto al Figlio

Maria, nostra Madre, ha sofferto per noi; ha sofferto più di quanto una madre ha mai sofferto per i suoi figli e per questo è la “Madre dei dolori”, la “Mater dolorosa”. Se ogni madre partorisce nel dolore per dare al figlio la vita umana, molto più grandi furono le sofferenze con cui Maria, nostra Madre soprannaturale, collaborò con Gesù alla nostra nascita spirituale. Le sue angustie furono già preannunciate quaranta giorni dopo la nascita di Gesù, quando lo presentò al tempio, facendone sin d'allora un’offerta al Padre per il riscatto dell'umanità. Da quel momento, l'ombra della croce si posò su quel Figlio tanto amato e la spada del dolore, annunziata dalla profezia del vecchio Simeone, cominciò ad affondare nel cuore della Madre: «Egli è qui per la rovina e la resurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l'anima» (Lc 2,34-35). Appena nato, Erode cercò già il suo Bambino per farlo morire. Per salvarlo, sua Madre dovrà fuggire in Egitto e, al ritorno, lo custodirà nella solitudine di Nazareth. Quando Gesù inizia il suo ministero, Maria vede suo Figlio diventare segno di contraddizione, dato che i più severi custodi della Legge, credendo di servire Dio, entreranno in lotta contro di Lui e, questo, avrà una fatale conclusione: Gesù sarà preso, legato come un malfattore e condotto al tribunale di Pilato, davanti al quale, il clamore dei suoi nemici, ne chiederà la condanna a morte. Vedrà, quindi, suo Figlio coronato di spine, condannato alla flagellazione e sentirà, forse presente alla terribile scena, le corde dai nodi di ferro strappargli la carne, quella carne della sua carne, quella carne del suo Dio! Ma non basta ancora! Il suo unico Figlio, sarà condannato a morte, alla morte ignominiosa della croce, sulla quale venivano giustiziati i malfattori. Lo incontrerà sulla Via del Calvario trascinare il suo patibolo e scambierà con Lui il suo sguardo pieno di amore e partecipazione, nel muto silenzio del dolore estremo. Romano il Melode, descrive così la materna angoscia della Madre in questo incontro: «Tu cammini, o Figlio, verso una morte ingiusta e nessuno soffre con te. Non è venuto con te Pietro che ti aveva detto: "Non ti rinnegherò mai, dovessi anche morire". Ti ha lasciato Tommaso che gridava: “Moriamo tutti con lui”. E così gli altri, familiari e figli, che giudicheranno le dodici tribù, dove sono ora? Nessuno tra tutti, ma tu solo muori per tutti, Figlio, per aver salvato tutti, per aver amato tutti, Figlio mio e Dio mio! Queste cose Maria gridava, piangendo per il profondo dolore e la grande tribolazione».
Giunti sul Calvario, sentirà, impotente, il lugubre rumore dei martelli che conficcano i chiodi nelle mani e nei piedi dell’adorato Figlio. Poi, infine, vedrà la croce che s'innalza, con il suo Gesù sospeso a quel legno d'infamia. Quel corpo ansante, quella carne della sua carne contratta dal dolore; il sangue che cola in abbondanza dalle cinque piaghe squarciate e dalle altre innumerevoli piaghe della flagella-zione, le fanno giustamente esclamare, in profonda unione col Figlio, le profetiche parole della Scrittura: «Voi tutti che passate per la via, considerate e osservate se c’è un dolore simile al mio dolore!» (Lam 1,12). Ritta ai piedi della croce, al colmo della sofferenza, nel silenzio di un dolore muto e inesprimibile, assiste alla lenta agonia di suo Figlio e ne ascolta il terribile grido: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,45). Accanto a Lui, a Lui unita nell’immenso dolore, Maria si offre misticamente sull’altare del suo cuore infinitamente trafitto, unendosi al sacrificio del Figlio per la salvezza del mondo. Scrive Sant’Ambrogio: «Contemplava con uno sguardo pieno di pietà le piaghe del Figlio, per mezzo del quale essa sapeva che sarebbe venuta la redenzione del mondo. Assisteva al generoso martirio del Figlio, Lei che non temeva gli uccisori di Lui. Il Figlio pendeva dalla croce; la madre si offriva ai persecutori… se voleva morire con il Figlio, era perché sapeva che la morte del Figlio sarebbe avvenuta per il bene di tutti. Così Essa aspettava di poter aggiungere, con la sua morte, qualche contributo al bene comune» E, quando la lancia trapasserà il cuore di Gesù, anche il suo sarà trafitto da parte a parte. Quale strazio per il suo cuore, vedere e sentire il capo di Gesù morto e de-posto dalla Croce, abbandonarsi inanime sulla sua spalla di Madre, proprio come un tempo quando Bambino, vi si addormentava carico di sonno e felice! Ma come è diverso quel volto! Ella, che aveva tanta familiarità con i dolcissimi lineamenti di Gesù, «il più bello tra i figli dell'uomo» (Sal 44,3), ora ne valutava con indicibile sofferenza, l'umiliante deformazione. Infine, la tristezza amara della sua sepoltura che Giacomo di Sarug in un suo “Sermone sul Transito della Madre di Dio” così descrive, rivolgendosi a Gesù: «Tua Madre, per amor tuo, ha sopportato tante sofferenze e nel momento della tua crocifissione è stata colta da ogni tipo di afflizione. Quanti gemiti e quante lacrime di dolore hanno versato i suoi occhi allorché ti hanno portato alla sepoltura, ti hanno adagiato nella tomba e ti hanno chiuso dentro. Quanti timori sperimentò la Madre della misericordia quando le guardie del sepolcro l’hanno costretta ad allontanarsi, cosicché non poté stare vicino a te. Sofferse grandi pene quando…i Giudei sigillarono la tomba in cui deposero il tuo corpo vivo, datore di vita e che rimette i peccati». La spada del dolore, ha veramente trapassato la sua anima, facendo di Maria la “Regina dei Martiri”. Per questo la Liturgia della Chiesa applica alla Vergine i versetti biblici: «Con che cosa ti metterò a confronto? A che cosa ti paragonerò, Figlia di Gerusalemme? Che cosa eguaglierò a te, per consolarti, vergine Figlia di Sion? Perché grande come il mare è la tua rovina» (Lam 2,13).
Questo suo essere per il Figlio e con il Figlio, questa sua vocazione al servizio della realizzazione del piano di salvezza del Padre, tutto la preparava a diventare la vera “Madre di Misericordia” della povera umanità sconvolta dal male e bisognosa d’amore e comprensione. Giovanni Geometra in una sua “Omelia sulla Dormizione”, rivolgendosi a Cristo, scriveva a questo proposito: «Tu hai molto sofferto per noi e hai disposto che anche tua Madre patisse tali cose per te e per noi, perché l’onore di essere partecipe della tua passione le preparasse la comunione nella gloria e anche perché, ricordando le sofferenze patite per noi, si dedicasse con ancor più sollecitudine alla nostra salvezza e mantenesse integro il suo amore verso di noi, non solo a motivo della sua partecipazione alla nostra natura, ma anche a ricordo di tutto quello che nella sua vita ha fatto per noi». E Papa Francesco nella sua Bolla “Misericordiae vultus” precisa: «Scelta per essere la Madre del Figlio di Dio, Maria è stata da sempre preparata dall’amore del Padre per essere Arca dell’Alleanza tra Dio e gli uomini. Ha custodito nel suo cuore la divina misericordia in perfetta sintonia con il suo Figlio Gesù. Il suo canto di lode, sulla soglia della casa di Elisabetta, fu dedicato alla misericordia che si estende “ di generazione in generazione” (Lc 1,50). Anche noi eravamo presenti in quelle parole profetiche della Vergine Maria… Presso la croce, Maria insieme a Giovanni, il discepolo dell’amore, è testimone delle parole di perdono che escono dalle labbra di Gesù. Il perdono supremo offerto a chi lo ha crocifisso, ci mostra fin dove può arrivare la misericordia di Dio. Maria attesta che la misericordia del Figlio di Dio non conosce confini e raggiunge tutti senza escludere nessuno».

2. Tutti chiamati a cooperare con Gesù

Creato ad immagine di Dio e chiamato all’unione trasformante con Lui, l’uomo ha infranto il legame d’amore che gli veniva offerto. É stato il peccato, infatti, a separare definitivamente l’uomo da Dio, dato che esso non è altro che un mettersi contro Dio e un rigettare i suoi doni. Rifiutandosi di obbedirgli, l’uomo ha disprezzato l'amore, l'immenso amore che lo avrebbe potuto rendere infinitamente felice per tutta l'eternità, e si è messo alla ricerca di ciò che lo separava dal suo Creatore. Da quel momento, con il peccato, anche la sofferenza e la morte, fisica e spirituale, sono entrate nella storia umana. Il dolore, perciò, non è stato voluto da Dio, ma dall'uomo e, come conseguenza del peccato, esso è diventato il triste compagno di viaggio della nostra travagliata esistenza. Tuttavia Dio non ha cambiato il suo atteggiamento nei confronti delle sue creature, dato che Egli è immutabilmente anche e sempre Amore infinito. Ma, poiché il peccato ha comportato un'offesa infinita a Dio, era necessaria una riparazione infinita per ristabilire l'armonia spezzata dell’amore. Per questo, il Figlio di Dio si è incarnato nel grembo di Maria e, per riportare l'uomo a Dio, offrirà al Padre la sua vita e le sue sofferenze, come riparazione infinita, richiesta dalla sua infinita giustizia. Nella sua “Omelia sulla Pasqua”, Melitone di Sardi sintetizza così la missione del Figlio di Dio Incarnato per la nostra salvezza: «Egli venne dai cieli sulla terra per amore di colui che soffriva: si rivestì proprio di quest'uomo nel seno di una Vergine, ne uscì uomo e prese su di sé le sofferenze di colui che soffriva mediante un corpo capace di soffrire e distrusse le sofferenze della carne e uccise la morte omicida con il suo spirito che non può morire…. É Lui l'Agnello muto, è Lui l'Agnello sgozzato, è Lui che nacque da Maria, l'Agnella pura, è Lui che fu preso dal gregge e all'immolazione fu trascinato e di sera fu ucciso e nella notte fu sepolto; che sul legno non fu spezzato, in terra non fu corrotto, dai morti risorse e risuscitò l'uomo dal fondo della tomba».
Quanti accolgono la salvezza operata da Cristo, aderiscono a Lui e credono in Lui, vengono a Lui incorporati, formano il suo “Corpo Mistico”, un Corpo, di cui Egli è il principio vitale e il Capo. Ma affinché si realizzi la piena incorporazione a Cristo, la passione riparatrice cominciata nel Capo, deve compiersi in tutte le membra, perché il Corpo è uno. Ecco perché la Redenzione, deve effettuarsi anche, ancora e sempre nelle membra del Cristo totale. L’opera di Redenzione che prende tutto il suo valore dalla passione del Figlio di Dio - Capo, richiede anche la partecipazione di tutte le membra, le cui sofferenze e i cui meriti sono, in Lui, una partecipazione alla sua opera di salvezza: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9, 23). Ed è in questo senso che S. Paolo, il quale conosceva bene il mistero dell'unità del Corpo mistico, poteva affermare: «Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24).
Questo è il senso della “cooperazione alla salvezza” di tutta l'umanità. Ciascuno può e deve, con la propria sofferenza, accettata in unione a quella di Cristo ed offerta in un medesimo sacrificio di riparazione, collaborare non solo alla propria ma anche alla salvezza dei suoi fratelli, trasformando di fatto la propria sofferenza in amore salvifico. Tutti i credenti, quindi, sono “cooperatori di salvezza”: unendo le loro sofferenze a quelle di Gesù e trasformandole in Lui in offerta d’amore e sacrificio, contribuiscono con Lui alla salvezza del mondo. In ciò sta il segreto, il merito e la bellezza della sofferenza sopportata con amore in Cristo: essa salva anche i fratelli e santifica la Chiesa, Corpo mistico di Cristo, Popolo santo di Dio.

3. “Cooperatrice di salvezza” perché Mater Dolorosa

Maria, la Madre “associata” intimamente al Figlio e alla sua opera, è la sua prima “Cooperatrice di salvezza”, nel senso più completo e pieno della parola. La sua sofferenza, prende valore “salvifico” soprattutto dalla sua associazione materna alla passione del Figlio di Dio e, in unità con questa, è pienamente complementare al suo ministero di salvezza. Questa cooperazione di Maria ha un valore tutto speciale ed unico, giacché Ella, a differenza delle altre creature, è tutta pura, tutta santa, tutta dedita a Lui ed anche perché essendo la Madre dalla quale ci viene il Redentore, è alla sorgente stessa della Redenzione, per il consenso liberamente prestato all'Incarnazione del Figlio. La cooperazione di Maria alla salvezza, ha perciò un valore unico a motivo del suo profondo legame con Cristo e della sua posizione unica nel Corpo mistico, di cui è eletta Madre. La sua sofferenza è la sofferenza della “Madre del Redentore” ed ha così per noi un valore di sorgente, un valore di maternità. Maria è nostra Ma-dre non soltanto perché ci dà la vita dandoci Gesù nell'Incarnazione fisica e mistica, ma anche perché ci ha meritato la vita con le sue sofferenze materne. Come scrive Laurentin: «La cooperazione di Maria alla salvezza ha un valore speciale ed unico perché è una cooperazione materna». È come Madre che Maria soffre durante tutta la passione. La sua sofferenza è la sofferenza di suo Figlio, nell'unità di una sola sofferenza infinita. Non chiusa in se stessa, ma unita misticamente al Figlio suo, Maria ha sofferto come Madre di tutto il Corpo mistico. Con le sue sofferenze di Madre ha veramente partorito una seconda volta nel dolore coloro che aveva già generato, generando lietamente il Figlio. “Cooperatrice di salvezza” perché Madre, ma anche Madre, perché “Cooperatrice di salvezza”, ecco perché, nella suprema Ora della salvezza, Gesù ha proclamato sua Madre, Madre di tutti gli uomini: «Ecco la tua madre» (Gv 19,27).
La Madre ai piedi del Figlio sofferente, forma un solo Crocifisso con Lui. Tutte le spade dei peccati del mondo che feriscono il Redentore morente, si radicano nel suo cuore che però sa solo irradiare comprensione e misericordia. San Bernardino da Siena, compenetrato dal dolore materno di Maria per i suoi figli sul Golgota accanto a Gesù, avrebbe voluto sostituire l’espressione evangelica «stava presso la Croce» con «pendeva dalla Croce», per sottolineare che «tutte le piaghe che solcavano il corpo di Gesù si univano a quelle che straziavano il cuore di Maria come in una piaga sola, e tutti i suoi dolori, uniti a quelli del Salvatore, formavano un solo oceano di amore e di misericordia in cui venivano accolti tutti coloro che da quell’immane sacrificio venivano salvati». Questa angoscia misericordiosa a favore degli uomini, animava contemporaneamente i due cuori intercomunicanti per la prodigiosa affinità e per l'immensità del reciproco amore, per cui le sofferenze di Maria si associavano a quelle di Gesù, e quelle di Gesù si rifrangevano e si moltiplicavano sul cuore della Madre. L’amore misericordioso della Vergine nei nostri riguardi, fu pari al suo immane dolore, quindi così grande da renderla proprio “Madre di misericordia”, perché “Donna dei dolori”, “Mater Dolorosa”.

4. Una cooperazione pienamente attiva

Tutto questo ci fa comprendere che la presenza di Maria sotto la Croce, non è una presenza meramente passiva ma che Ella, in pienezza di azione, rinnova un’offerta cosciente di se stessa al Figlio a favore dell’umanità. Scrive Padre Kentenich: «Quel tormento lancinante del suo cuore che spasima nel vedere Gesù soffrire e morire, non è semplicemente subito o tollerato: è accettato, voluto, in uniformità con la volontà di Dio, perché la Redenzione si compia». Consapevole che il proprio corpo non potrà essere crocifisso insieme con quello di Cristo, Ella offre la sua anima, il suo amore di Madre, accettando di venir privata di quel suo Figlio divino, di non aver più la gioia di parlargli, di stare insieme con Lui: «accetta tutto la Vergine Addolorata, senza rimpianto, anche se con dolore senza nome e ciò, unicamente perché la salvezza del mondo si compia, il regno sia riconquistato».
Nell'unione con Gesù, la “Madre di Misericordia”, ebbe la forza non soltanto di stare «presso la Croce» (Gv 19,25), come scrivono i Vangeli, ma anche di seguire con la più viva partecipazione tutti gli strazianti avvenimenti. Si rinnova, quindi sul Calvario, il fatidico “Fiat” del giorno lontano dell’Annunciazione, quando fu chiesto a Maria di partecipare alla conquista del regno di Cristo. Per tale conquista, l'unico mezzo a disposizione era quello di soffrire: meglio, di con-soffrire, cosa che Maria ha fatto durante tutta la vita, specialmente con l'immolazione totale di sé sul Calvario. «Il contrasto tra l'amore materno che vuole la salute del Figlio e l'amore soprannaturale che vuole l'immolazione di Gesù, si risolve nella perfetta uniformità alla volontà divina, da cui sgorga la sua attiva con-partecipazione alla sua opera di salvezza, una piena consapevolezza che la cinge con una aureola di pace e di profonda misericordiosa umanità, anche tra gli strazi più atroci». La “Madre di Misericordia”, quindi, beve in mistico silenzio il suo calice dell'amarezza, perché comprende che Gesù con il suo soffrire ci ripulisce dell’iniquità, risana le nostre piaghe, guarisce le lacerazioni delle nostre anime di peccatori: «Ella è pienamente consapevole che con la morte del Figlio e la sua con-partecipazione ai misteri della sua sofferenza, otterrà la vita ai figli e, perciò, tutto diventa in Lei uno slancio misericordioso, attivo e consapevole, verso di noi». Per questo, le parole del Crocifisso: «Donna, ecco tuo figlio» (Gv 19,27), destarono nell'animo suo sentimenti di profonda unione e identificazione con quelli manifestati dal Sommo Sacerdote che stava sacrificandosi. «Se la preghiera affinché il Padre perdonasse i crocifissori deve averle rivelato la divina magnanimità di suo Figlio in misura tale da far sì che anch'Ella vi si unisse, nell’affidamento del discepolo amato, le si rivelarono l'infinita misericordia del Salvatore e la pienezza di grazia e di significato della sua vita e della sua maternità».

5. Preparata dal Figlio ad essere sua “Cooperatrice”

Tra l'Annunciazione e la morte di Gesù si svolgono due situazioni quasi in contrasto fra di loro: la vita nascosta e la vita pubblica del Salvatore. Nella prima, Maria vive nell'intimità del suo Figlio, nella seconda ne è quasi volutamente separata. Ma le parole di Gesù lasciano intravedere che questa separazione è intenzionale, preparatoria ed educativa per Lei: lo fa a dodici anni, allorché prelude nel Tempio alla sua missione di salvezza: «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Lc 2,49); una seconda volta a Cana, all'inizio della sua vita pubblica; vi insiste nel corso della sua predicazione: quando gli si parla di sua Madre e dei suoi fratelli, egli volge il suo sguardo verso i suoi discepoli e li indica come la nuova famiglia che ha adottato. La Madre così, via via, viene da Lui educata a diventare la prima discepola sulla via della fede, il vero modello dei credenti, la Madre della futura Chiesa e dell’umanità bisognosa di salvezza. Lei accettava gli insegnamenti del Figlio, li meditava e «serbava tutte queste cose nel suo cuore» (Lc 2,51), preparandosi così alla sua missione di “Collaboratrice” del Salvatore. Giustamente sottolineava Sant’Agostino: «Per questo anche Maria è beata, perché ascoltò la parola di Dio e la custodì: custodì più nella mente la Verità, che nel grembo la carne. Cristo è Verità, Cristo è carne: Cristo Verità nella mente di Maria, Cristo carne nel grembo di Maria. Vale più quel che si porta nella mente di quel che si porta nel ventre….Santa Maria fece la volontà del Padre e la fece interamente; e perciò vale di più per Maria essere stata discepola di Cristo anziché Madre di Cristo». E Origene, dal canto suo, sottolineava: «La Vergine non accoglieva superficialmente nulla di quel che si diceva o si compiva, ma conservava tutto dentro di sé; ne comprendeva spiritualmente una parte, cercava il senso del resto, poiché sapeva che sarebbe venuto un tempo nel quale ciò che era nascosto sarebbe stato manifestato».
La separazione che aveva diviso Madre e Figlio nella vita pubblica, finisce e la situazione si capovolge, nel momento supremo dell’Ora: tutta la sua vita era stata educata ed ordinata alla maternità spirituale dei redenti. Sul Calvario, rivelata “Madre dolorosa” dell’umanità redenta, Ella ritrova un ruolo analogo a quello che aveva avuto nel mistero nascosto dell'Incarnazione. In entrambi i misteri, e quindi in tutta la sua vita, la sua attività è un consenso sempre uguale, fondato sulla sua fede e il suo amore: nel mistero dell'Incarnazione consenso alla vita, quella vita umana che dona al Figlio; nel mistero della Redenzione, consenso alle immani sofferenze e alla morte, che «bisognava che il Cristo sopportasse» (Lc 24,25) per redimere il mondo. Come insegna il “Catechismo della Chiesa Cattolica”: «Questa unione della Madre col Figlio nell’opera della Redenzione, si manifesta dal momento della concezione verginale di Cristo, fino alla morte di Lui». Un consenso, quindi, incondizionato e irrevocabile, che si estendeva virtualmente a tutta l'opera della salvezza di cui l'Annunciazione era stata il principio. Chiamando la Madre alla sua sequela, fin sul Calvario, Gesù estende alle sue sofferenze e alla sua totale disponibilità, il nuovo dono della maternità spirituale. Come afferma San Massimiliano Kolbe: «Ai piedi della Croce Maria può continuare a dire a tutti noi, ciò che ogni madre può dire al proprio figlio: “Questo è la mia carne e il mio sangue” e può aggiungere ciò che ogni madre, se in comunione profonda con il proprio figlio, può anche affermare: “Ciò che è tuo è mio, e ciò che è mio è tuo”. Per grazia di Dio, queste affermazioni prendono la loro forza suprema a causa della sua piena associazione al Figlio nell’opera della salvezza». Come scrive Dionigi Certosino, rivolgendosi al Cristo: «Davvero tu hai voluto che ella fosse una Cooperatrice nell'opera della salvezza di tutti noi; l'hai costituita avvocata della Chiesa e hai decretato di salvare molti per mezzo di Lei».
L’esclusività di Cristo quale unico Redentore e Salvatore dell’uomo, non viene minimamente alterata da tutto questo, per il fatto che tutti i titoli che Maria ha a causa della sua cooperazione alla salvezza, le vengono totalmente e unicamente da Lui: «la sua qualità di prima dei redenti, d'Immacolata piena di grazia, di Madre di Dio e tutti gli atti coi quali Ella entra così intimamente nell'opera del Redentore divino, sono in Lei, secondo tutta la loro estensione, parte del progetto salvifico di Dio, opera della grazia di Cristo e da Lui voluti e sostenuti». Per questo, il P. Guglielmo Chaminade, nella sua opera “La conoscenza di Maria” scrive: «Associata a tutti i pensieri e sentimenti di Gesù, Maria ebbe coscienza di essere la “Nuova Eva” e, come tale, si abbandonò al divino intervento del Figlio suo che ci generò spiritualmente in Lei e con Lei. In ultima analisi, la nostra generazione alla vita spirituale è un mistero inesprimibile, come l’eterna generazione del Verbo dal Padre, come la sua generazione temporale dalla Vergine Santa. Meditando dei così grandi misteri, gustiamo la nostra felicità e ammiriamo con riconoscenza la profondità dei tesori della sapienza e della misericordia divina».

Bibliografia per approfondire
- BERTACCHINI R. A. M., Maria. Un cammino di Fuoco. Una rilettura inedita del suo itinerario spirituale dall'infanzia alla Croce, San Paolo, Cinisello Balsamo 2009;
- CALABUIG I. M. – ESCUDERO CABELLO A. Dossier di una giornata teologica sulla richiesta di definizione dogmatica di "Maria Corredentri-ce Mediatrice Avvocata", Marianum, Roma 1999;
- GALOT J., Maria, la donna nell'opera della salvezza, Pontificia Università Gregoriana, Roma 1992;
- GHERARDINI B., La Corredentrice nel mistero di Cristo e della Chiesa, Monopoli, Roma 1998;
- GRASSO A., Maria di Nazareth. Saggi teologici, Editrice Istina, Siracusa 2012;
- GRECO A., “Madre dei viventi”. La cooperazione salvifica di Maria nella “Lumen gentium”: una sfida per oggi, Eupress, Lugano 2011;
- MIRAVALLE M., “Con Gesù”. La storia di Maria Corredentrice, Casa Mariana Editrice, Frigento 2003;
- MIRAVALLE J., Maria Coredemptrix, Mediatrix, Advocata. Theological Foundations, 3 voll. Santa Barbara 1995 e 1996;
- PERRELLA S. M., Icona della Compassione, in Madre di Dio, giugno 2014, pp. 6-7.
- VILLAFIORITA MONTELEONE A., Alma Redemptoris Socia. Maria e la Redenzione nella teologia contemporanea, Eupress, Lugano 2010.


 

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IDEATO E REALIZZATO DA ANTONINO GRASSO
DOTTORE IN S. TEOLOGIA CON SPECIALIZZAZIONE IN MARIOLOGIA
DOCENTE ALL'ISSR "SAN LUCA" DI CATANIA

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