E da quell'ora il discepolo l'accolse... (Gv 19,27b)
Data: Mercoledi 22 Febbraio 2012, alle ore 11:13:45
Argomento: Bibbia


Dal libro di Aristide Serra, Dimensioni mariane del mistero pasquale. Con Maria dalla Pasqua all'Assunta, Edizioni Paoline, Milano 1995, pp.13-37.





Accogliere Maria come dono di Cristo

Sulla croce, mentre stava per concludere la sua giornata lavorativa terrena, Gesù disse alla Madre: « Donna, ecco il tuo figlio! » (Gv 19,26). Poi disse al discepolo: « Ecco la tua madre! » (Gv 19,27a). Da un quarantennio circa - a partire cioè dall'Anno Mariano 1953-1954 - gli studi biblici hanno approfondito sempre meglio il senso di questa volontà espressa da Gesù poco prima di morire. Quelle parole contengono, per così dire, un duplice « testamento ». Uno è di natura « privata-domestica »: Gesù intende affidare sua madre, vedova e sola, alle cure del discepolo amato lì presente. L'altro è di natura « pubblica-ecclesiale »: Gesù vuole che sua madre divenga madre anche della Chiesa, cioè di tutti i suoi discepoli, rappresentati dal discepolo suddetto. In favore di questa lettura « ecclesiale » del testamento di Gesù, l'esegesi sta ponendo in evidenza diversi argomenti desunti dal tenore immediato-letterale del brano stesso1. Uno, per esempio, è il cosiddetto « schema di rivelazione » insito nei vv. 26-27a. Si tratta di un modulo letterario impiegato dai profeti, quando vogliono trasmettere una « rivelazione », ossia un messaggio di grande importanza nei disegni di Dio. L'evangelista Giovanni recepisce in proprio questo schema, e lo articola in tre momenti scanditi dai termini: « vedere »-« dire »-« ecco »2.
In termini più comprensibili:
a) un profeta, cioè un uomo inviato da Dio e illuminato dal suo Spirito, «vede» un'altra persona;
b) alla persona incontrata egli « dice », ossia indirizza un messaggio, una parola di rivelazione inerente al ruolo che Dio le ha assegnato nel piano salvifico;
c) il profeta specifica questo ruolo con l'avverbio « ecco » seguito da un titolo, relativo appunto alla funzione per la quale Dio sceglie quella persona. Rimesso in simile contesto rivelatorio, il « vedere » del profeta implica certo la visione fisica degli occhi, ma è soprattutto un « intravedere », voglio dire un'introspezione concessa dallo Spirito del Signore.
Nel vangelo di Giovanni questa formula letteraria ricorre quattro volte (Gv 1,29; 1,35-36; 1,47; 19,26-27a). Accenniamo in breve al primo e all'ultimo dei passi qui citati.
Il primo ha come attore Giovanni Battista. Egli vede venire Gesù verso di sé, e dice a suo riguardo: « Ecco l'Agnello di Dio » (Gv 1,29). Teniamo presente che Giovanni Battista è il profeta mandato da Dio perché, in virtù dello Spirito santo, possa rivelare il Messia a Israele (Gv 1,6.31.33). Come tale, egli posa lo sguardo su Gesù di Nazaret e svela ai circostanti che lui è l'Agnello di Dio, vale a dire il Messia che dovrà soffrire per togliere il peccato del mondo.
L'ultimo è precisamente la scena di Gv 19,26-27a. Gesù vede la madre, e dice a lei: « Donna, ecco il tuo figlio! ». Poi Gesù vede il discepolo, e dice a lui: « Ecco la tua madre! ». Sappiamo che anche secondo il quarto vangelo Gesù è il profeta del Padre (Gv 4,19.44; 6,14; 7,40; 9,17), ripieno dello Spirito di Dio senza misura (Gv 1,32.33; 3,34). In forza del suo ufficio profetico, Gesù rivela a sua madre che tutti i credenti in lui, figurati dal discepolo presente sul Calvario, sono anch'essi suoi figli. Al discepolo, viceversa, manifesta che Maria è anche sua madre. Pertanto la maternità di Maria dalla persona di Gesù si estende a tutti i suoi discepoli. Stavolta, si direbbe, è il Figlio che crea la madre! Infatti le parole di Gesù « sono spirito e vita » (Gv 6,63). Piene, come sono, dell'energia divina che è lo Spirito santo, esse « creano » ciò che « dicono ». Di conseguenza, Maria è costituita « madre » (spirituale) del discepolo, e il discepolo è costituito « figlio » (spirituale) di Maria. Insegna Giovanni Paolo II: « Gesù fonda con quelle sue parole il culto mariano della Chiesa, alla quale fa capire, attraverso Giovanni, la sua volontà che Maria riceva da parte di ogni discepolo, di cui ella è madre per istituzione di Gesù stesso, un sincero amore filiale. L'importanza del culto mariano sempre voluto dalla Chiesa, si deduce dalle parole pronunciate da Gesù nell'ora stessa della sua morte »3. Dopo aver compiuto quel reciproco affidamento tra madre e discepolo, Gesù è consapevole - commenta subito appresso l'evangelista - che ormai tutto è compiuto perché si adempisse la Scrittura (Gv 19,28). Quel gesto era dunque necessario affinché il « tutto » della missione redentrice di Cristo fosse condotto a termine. Se, per ipotesi, Gesù non vi avesse pensato, qualcosa di molto importante sarebbe mancato alla completezza del progetto salvifico, contemplato dalle Scritture. Come rispose il discepolo amato al testamento del Maestro morente? L'evangelista scrive: « E da quell'ora il discepolo l'accolse [= la madre di Gesù] éis tà ìdia », ossia « fra le sue cose proprie », recita il testo originale greco di Gv 19,27b. Siamo in presenza di una locuzione che, debitamente chiarita, conferisce non poco alla portata ecclesiale della volontà espressa da Gesù, sul punto di passare da questo mondo al Padre (Gv 19,25-27).

I. Apporti recenti dell'esegesi biblica

A proposito di Gv 19,27b, che abbiamo or ora citato, nasce un interrogativo: di quale genere sono « le cose proprie » (tà ìdia) entro le quali il discepolo amato prestò accoglienza alla Madre di Gesù? Su tale questione, il padre Ignazio de la Potterie (professore al Pontificio Istituto Biblico di Roma e uno dei massimi esperti di studi giovannei) pubblicò nel 1974 un lungo e interessante articolo4. La sua argomentazione veniva parzialmente controbattuta dal noto esegeta di Lovanio, Frans Neirynck (1979)5. A lui rispondeva De la Potterie con un secondo articolo, esteso quanto il primo (1980)6. Replicava immediatamente Neirynck (1981), ribattendo minutamente le posizioni di De la Potterie7. Il dibattito intercorso fra i suddetti studiosi, entrambi di chiara fama, ha dato luogo a una serie di approfondimenti su Gv 19,27b, che hanno suscitato adesioni e riserve da parte di altri esegeti e teologi. Nonostante alcune punte polemiche, mi sembra che De la Potterie e Neirynck raggiungano un accordo sostanziale. Il nucleo della tesi di De la Potterie, maturato poi a seguito anche delle obiezioni sollevate da Neirynck, può essere sintetizzato così8. Egli prende come punto di avvio i passi del quarto vangelo, ove ricorre il plurale neutro tà ìdia (« le cose proprie »). In questi brani, avverte egli, il tà ìdia giovanneo indica una «appartenenza-proprietà» di carattere morale-religioso-spirituale, con una forte connotazione personalistica. Ciò vale nei confronti sia del Maligno, sia di Cristo, sia dei discepoli.
1. Il Maligno ha « le sue cose proprie » (tà ìdia), dalle quali attinge quando parla (Gv 8,44). Ciò che lo costituisce in proprio è la menzogna (ivi), mentre all'opposto Cristo è la Verità (Gv 14,6). E così pure « il mondo » (nei passi in cui significa l'opposizione a Cristo), rendendosi gregario di Satana, ama « ciò che è suo » (Gv 15,19).
2. Cristo ha « le sue cose proprie » (tà ìdia). Tali sono: il popolo d'Israele (Gv 1,11), da lui creato (Gv 1,10) e divenuto poi « popolo di Dio » a seguito dell'Alleanza sinaitica (Es 19,5; Sal 135,4; Eccli 24,6-13); quindi i suoi discepoli, che sono « tutta la sua proprietà » (Gv 10,4: tà ìdia panta; 13,1).
3. Infine Giovanni menziona « le cose proprie » (tà ìdia) dei discepoli (Gv 16,32 e 19,27b). Quanto a Gv 16,32, « le cose proprie » in cui i discepoli si disperdono sono in primo luogo i differenti posti ove cercano riparo dopo aver abbandonato Gesù; lì si nascondono per paura dei Giudei (cfr. Gv 20,19). Ma a un livello più profondo, scrive De la Potterie, «...quelle parole... indicano il crollo della loro fede, la disgregazione della loro unità in Cristo, il ripiegamento di ciascuno sui "propri interessi"; essi non saranno più discepoli di Gesù, quanto piuttosto di se stessi »9. Questa è la proprietà che rimane a chi si separa da Cristo per volgersi altrove: « Chi non raccoglie con me, disperde », aveva detto Gesù (Lc 11,23).
Premessa questa disamina, eccoci a Gv 19,27b. Le « cose proprie » (tà ìdia) entro le quali il discepolo accolse la Madre di Gesù non possono essere identificate soltanto con « la casa », con « l'alloggio materiale » che egli offrì alla Vergine, per esaudire il testamento del Maestro. Questo primo senso logistico, inerente alla casa vera e propria in cui abitava il discepolo, non è escluso dal tenore letterale del testo giovanneo. Anzi, lo suppone e lo implica. Tuttavia il versetto in questione ha una pregnanza e una densità teologico-spirituale che va ben al di là della semplice casa materiale, entro la quale il discepolo introdusse la Madre di Gesù. Oltre a questo primo senso ovvio di base, l'evangelista ci fa capire che il discepolo accolse Maria in una sorta di casa « mistico-spirituale », che sarebbe « la sua fede e la sua unione col Cristo ». Era questo lo spazio interiore e spirituale, l'ambiente vitale che caratterizzava la sua esistenza come discepolo del Signore. Ai suoi occhi, ormai, la Madre di Gesù costituiva uno dei tanti beni morali-spirituali, che egli riceveva in eredità da Gesù, suo Maestro e Signore (cfr. Gv 13,13). Se fino a quel momento Maria era soltanto « la Madre di Gesù », da quell'Ora (a partire cioè dal mistero pasquale) ella diviene anche « Madre del discepolo », il quale rappresenta tutti i discepoli. In quanto tale, cioè come « sua madre », il discepolo l'accoglie e la riconosce, in ossequio alla volontà di Gesù. Pertanto, conclude De la Potterie, non colgono l'esatta portata del versetto giovanneo i commentatori moderni quando, in grande maggioranza, traducono Gv 19,27b: « E da quel momento il discepolo la prese in casa sua ». Troppo poco! Una versione del genere appiattisce il testo evangelico. Da parte sua, De la Potterie propone una versione di questo tipo: « ...l'accolse fra i suoi beni »10. Successivamente, volendo maggiormente sottolineare che si tratta di « beni spirituali » e non soltanto di una « casa materiale », preferisce tradurre: « . ..l'accolse nella sua intimità »11. F. Neirynck, da parte sua, non esclude in Gv 19,27b la possibilità di un senso profondo-simbolico. Questo, però, suppone ed esige primariamente l'esistenza di una casa materiale, ove il discepolo ospitò di fatto la Madre di Gesù12.

II. La posizione assunta dalla Redemptoris Mater

L'enciclica mariana Redemptoris Mater (25.3. 1987) di Giovanni Paolo II mostra che il papa era al corrente dei contributi su Gv 19,27b apparsi nel decennio precedente, e ne recepisce le istanze più equilibrate. In sostanza, egli riconosce nel tà ìdia giovanneo - diciamo così - una « casa materiale » e una « casa spirituale ». Afferma infatti nel paragrafo 45: « Affidandosi filialmente a Maria, il cristiano, come l'apostolo Giovanni, accoglie "fra le sue cose proprie" la Madre di Cristo e la introduce in tutto lo spazio della propria vita interiore, cioè nel suo "io" umano e cristiano: La prese con sé »13. E nella rispettiva nota 130 aggiunge: « Come è noto, nel testo greco l'espressione "eis tà ìdia'' va oltre il limite di un'accoglienza di Maria da parte del discepolo nel senso del solo alloggio materiale e dell'ospitalità presso la sua casa, designando piuttosto una comunione di vita che si stabilisce fra i due in forza delle parole del Cristo morente: cfr. S. Agostino, In Ioan. Evang. tract. 119,3: CCL 36,659: "Egli la prese con sé non nei suoi poderi, perché non possedeva nulla di proprio, ma fra i suoi doveri, ai quali attendeva con dedizione" »14. Questa nota in calce al testo è assai preziosa, Essa ammette che il senso pregnante del tà ìdia di Gv 19,27b postula, dicevamo, una duplice casa, materiale e spirituale. Una casa materiale. Il Papa scrive infatti che «...l'espressione eis tà ìdia va oltre il limite di un'accoglienza di Maria da parte del discepolo nel senso del solo alloggio materiale e dell'ospitalità presso la sua casa... ». Esprimendosi così, il Santo Padre non esclude che nel testo di Gv 19,27b sia inclusa una dimora concreta, un ambiente logistico. Difatti all'interno dello stesso documento l'apostolo Giovanni è presentato come colui che «...si assunse la cura della Madre dell'amato Maestro»15. Inoltre nell'omelia dettata il 13 maggio 1982 a Fatima, Giovanni Paolo II faceva riferimento al suddetto apostolo definendolo «il custode terreno della Madre del suo Maestro... nella sua abitazione »16Una casa spirituale. Il Papa coglie questa seconda dimensione - importantissima - ricorrendo a parafrasi di vario genere per tradurre l'eis tà ìdiadi Gv 19,27b. Ma la più comprensiva e più densa di tutto il magistero di Giovanni Paolo II sembra essere quella già citata della Redemptoris Mater, n. 45, nota 130: « ...una comunione di vita... in tutto lo spazio della propria vita interiore, cioè nel suo "io" umano e cristiano ». Accanto a questa decodificazione, tuttavia, ve ne sono altre più brevi e concise, ma non meno istruttive. Esse appaiono in esortazioni anteriori o posteriori alla Redemptoris Mater, nelle quali il Santo Padre incoraggia varie categorie di fedeli ad accogliere Maria - dice egli - « nella Propria vita »17, « nel vostro cuore »18, « nel vostro cuore e nella vostra vita »19, « nella casa della nostra vita, della nostra fede, dei nostri affetti, dei nostri impegni »20, « dentro ...i problemi, a volte difficili, ...propri e altrui. Problemi delle famiglie, delle società, delle nazioni, dell'intera umanità »21, « "nella casa" del proprio sacerdozio sacramentale... nella "casa" interiore del nostro sacerdozio»22. La fatica convergente degli studiosi ha trovato un'adesione davvero cordiale nell'insegnamento di Giovanni Paolo II. Giova ricordare quanto leggiamo nella costituzione dogmatica Dei Verbum, emessa dal concilio Vaticano II il 18 novembre 1965: «È compito degli esegeti contribuire... alla più profonda intelligenza ed esposizione del senso della sacra Scrittura, fornendo i dati previi, dai quali si maturi il giudizio della Chiesa» (n. 12)23.

III. Un'ulteriore elaborazione

Volendo proseguire il discorso avviato da I. de la Potterie e F. Neirynck, potremmo impostare l'argomentazione nella maniera seguente. Il vangelo di Giovanni concede speciale rilievo ai « doni » che Gesù trasmette ai suoi discepoli, come espressione tangibile del suo amore per loro. Anche in Gv 19,27b è di scena « il discepolo che Gesù amava »; e questi, a sua volta, è figura di tutti gli altri discepoli « amati » da Gesù, perché accolgono i suoi comandamenti (cfr. Gv 13,1; 14,21; 15,12-14). Ebbene: la serie dei doni che Gesù offre a quanti fanno spazio a lui nella fede comprende, per esempio:
- il potere di diventare figli di Dio (Gv 1,12);
- l'acqua viva, simbolo della parola di Gesù (Gv 4,10) e dello Spirito santo che la interiorizza nel cuore dei credenti (Gv 4,14; cfr. 7,37-39);
- il pane, che è la Parola di Gesù (Gv 6,32-35), e il pane eucaristico, che è la sua carne per la vita del mondo (Gv 6,51b);
- il comandamento nuovo: « Come io vi ho amati, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34);
- la pace (Gv 14,27; 20,19.21);
- la gioia (Gv 15,11; 17,13);
- la vita eterna, che consiste nel conoscere il Padre come l'unico vero Dio e colui che ha mandato, Gesù Cristo (Gv 17,2-3; cfr. 10,10.28); le parole di Gesù (il suo insegnamento), che egli ci ha rivelato come portavoce del Padre (Gv 17,8);
- lo Spirito santo (Gv 20,22)...
Da notare che nei testi or ora segnalati Giovanni usa sette volte il verbo dìdômi (donare), e tre volte una espressione equivalente (Gv 15,11.13; 20,22) per designare appunto i doni partecipati da Cristo ai discepoli, quali segno e frutto del suo amore verso di loro. Ed ecco, pertanto: anche Maria è uno di questi doni. Sul punto di morire, Gesù volle dimostrare la misura piena del suo amore verso i discepoli, donando loro anche sua Madre. Commenta Giovanni Paolo II: « Gesù nella sua Passione, si è visto spogliato di tutto. Sul Calvario gli rimane la madre; e con gesto di supremo distacco dona anche lei al mondo intero, prima di portare a termine la sua missione col sacrificio della vita. Gesù è cosciente che è giunto il momento della consumazione, come dice l'evangelista: "Dopo questo, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta... " (Gv 19,28). E vuole che fra le cose "compiute" ci sia anche questo dono della Madre alla Chiesa e al mondo »24. Sommando il tutto, « le cose proprie » entro le quali il discepolo ricevette la Madre di Gesù sono da identificare anzitutto con la casa vera e propria in cui egli viveva. Fra le pareti della sua abitazione, per quanto modesta, egli introdusse Maria, già vedova di Giuseppe e ora privata anche dell'unico figlio. In ossequio affettuoso e riverente al testamento di Gesù, il discepolo offrì a lei asilo e conforto, circondandola di cure premurose e filiali. Poi, a un livello più profondo, il significato spirituale. Le « cose proprie » del discepolo sarebbero i doni molteplici che egli ereditò dall'amore di Gesù, e che divennero pertanto « le sue cose proprie », cioè « la sua proprietà spirituale ». «Da quell'ora» così solenne nella storia della nostra salvezza (è « l'ora di Cristo »!), Maria diveniva per il discepolo uno dei suoi tesori spirituali, uno dei beni costitutivi della sua fede. Oltre a ricevere la madre del Signore in una casa materiale, egli la ospitò soprattutto entro una casa spirituale25, ossia nel mistico tabernacolo della sua fede in Cristo, Figlio di Maria. Insegna ancora Giovanni Paolo II nell'enciclica Redemptoris Mater, al n. 45 nella nota 130: «Il cristiano, come l'apostolo Giovanni, accoglie "fra le sue cose proprie" la Madre di Cristo e la introduce in tutto lo spazio della propria vita interiore, cioè nel suo "io" umano e cristiano ».

IV. Un dono fra i doni

Maria, in quanto « Madre nostra », è dunque uno dei molteplici doni conferiti da Gesù stesso alla sua Chiesa. Alcune forme imperfette di culto mariano all'interno del cattolicesimo, hanno favorito talvolta l'impressione che Maria goda di una specie di primato rispetto agli altri doni di Cristo. Per esempio: si rimprovera ai cattolici di aver posto la Madonna in luogo dello Spirito santo, oppure di aver attenuato le esigenze radicali della Parola evangelica con devozioni pietistiche di comodo che sconfinano di fatto nella magia. Non è il caso di nascondersi dietro a un dito. Deviazioni del genere possono accadere, e non soltanto in materia di pietà mariana. Quel che importa, semmai, è procedere con rigore a una revisione costante dei nostri schemi cultuali, prendendo sempre come norma la Parola di Dio, la sola che ci libera e ci purifica (Gv 8,32.36; 15,3). Veniamo, adesso, al caso nostro e chiediamoci: In che senso Maria è « Madre » della Chiesa? In che cosa consiste il suo ruolo materno? Tocchiamo qui uno dei punti nevralgici della dottrina mariana, anche per ciò che riguarda il dialogo ecumenico. Il testo di Gv 19,25-27 dichiara il « fatto » della maternità universale di Maria verso i discepoli del Figlio suo; ma nulla è detto, in quel brano, circa la « natura » di tale maternità. Se Maria è « Madre » nostra, è da supporre che ella intervenga in qualche modo nel « generare » in noi l'uomo nuovo, nel farci « rinascere » come persone del tutto conformi a Cristo, e quindi pienamente riscattati dall'egoismo, per dare vita a un mondo rinnovato dall'amore. Ma in quale maniera? E per quali vie? In risposta va detto che Giovanni, nel complesso dei suoi scritti (vangelo e lettere), offre alcuni elementi preziosi, anche se germinali, che ci consentono di situare correttamente la funzione materna di Maria in rapporto agli altri doni di Cristo. Ecco, pertanto, alcune puntualizzazioni26.

1. Fede in Cristo e filiazione divina
a) La fede in Cristo, Verbo incarnato, è la condizione per diventare « figli di Dio ». Lo afferma Gv 1,12: «A quanti... lo hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome». E poi la lGv 5,1: «Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio ».
b) Se l'accoglienza alla persona di Cristo è il requisito per diventare « figli di Dio », la Madre di Gesù si rende attiva nel suscitare l'obbedienza alla parola del Figlio: « Quanto egli vi dirà, fatelo » (Gv 2,5). Così ella disse ai servi delle nozze di Cana, « il terzo giorno ». Lo stesso avviso salutare ella continua a ripetere a noi, servi della nuova Alleanza, che viviamo « il terzo giorno » inaugurato dalla risurrezione del Signore. È, questa, l'era della Chiesa, nata dalla Pasqua (cfr. Gv 2,19-22; 14,20). In ogni momento di quest'era, Maria esorta i suoi figli e figlie ad accogliere i comandamenti di Gesù (Gv 14,21). Qui possiamo riconoscere una delle dimensioni più esplicite della sua missione materna verso i credenti.

2. Spirito santo e fede in Cristo
a) Lo Spirito santo è l'energia divina del Cristo risorto, che consente a ogni persona di aprire il cuore alla fede. Vi è il momento sorgivo-iniziale di questa rigenerazione: « Se uno non nasce da acqua e Spirito santo, non può entrare nel regno di Dio » (Gv 3,5). E vi è, poi, la crescita e la perseveranza nella nuova condizione di « figli di Dio ». Ed è precisamente qui che lo Spirito santo continua a esplicare il suo dinamismo finalizzato alla nostra maturazione nella parola di Cristo. Egli ammaestra i credenti, facendo loro ricordare ciò che Gesù ha detto: se Gesù dice, lo Spirito ridice (cfr. Gv 14,26). Il Pneuma del Risorto guida i discepoli alla conoscenza della Verità evangelica tutta quanta; ne svela le virtualità potenziali per il corso della storia, via via che i segni dei tempi incalzano (Gv 16,13-15). Insomma: se Gesù è la Verità (Gv 14,6), anche lo Spirito è la Verità (lGv 5,6). La confessione di fede professata dalla Chiesa assume quindi la nota trinitaria: adorare il Padre, accogliendo la Verità del Cristo-Figlio, sotto l'impulso dello Spirito santo (Gv 4, 23-24).
b) Ma anche la funzione materna di Maria verso i discepoli di Cristo sta in relazione con lo Spirito santo. Essa è suscitata dallo Spirito, effuso da Gesù morente sulla comunità presente ai piedi della croce, che rappresenta il resto santo dell'Israele fedele (Maria, le altre donne e il discepolo). E noto che Gv 19,30 può essere letto a un duplice livello. Un primo significato attiene alla morte fisica di Gesù. « Chinato il capo, spirò ». Ma ve n'è un secondo che allude allo Spirito santo, quale dono trasmesso all'umanità in conseguenza della passione glorificante di Cristo: « Chinato il capo effuse lo Spirito » (cfr. Gv 7,39)27. La forza creativa di questo Spirito fa di Maria la Madre del discepolo e fa del discepolo il figlio di Maria. Precisa con perfetta lucidità Giovanni Paolo II: « Maria tutti abbraccia con una sollecitudine particolare nello Spirito santo. È infatti lui, come professiamo nel nostro Credo, colui che "dà la vita". E lui che dà la pienezza della vita aperta verso l'eternità. La maternità spirituale di Maria è dunque partecipazione alla potenza dello Spirito santo, di colui che "dà la vita" »28. Si vede, in definitiva, come l'unico e medesimo Spirito rende Maria « Madre » di Gesù e « Madre » della Chiesa. In forza dello Spirito santo ella concepì nel grembo il Figlio di Dio (Lc 1,35 e Gv 1,13 al singolare), e in forza dello stesso Pneuma divino ella è costituita Madre di tutti i discepoli di Cristo (Gv 19,25-27.30).

3. Maternità della Chiesa e maternità di Maria
a) La Chiesa intera è « Madre ». Infatti ella annuncia a tutti la Parola di Dio (lGv 1,1.3), la quale trasforma gli uomini in « figli di Dio ». La Chiesa, perciò, esercita una funzione materna nell'ambito della fede. Afferma san Cipriano (+ 258): «Non si può avere Dio come Padre, se non si ha la Chiesa come Madre »29. Questo sembra essere il motivo per cui l'apostolo Giovanni si rivolge a una comunità cristiana col nome simbolico di « Signora Eletta », scrivendole: « Io il presbitero, alla Signora Eletta e ai suoi figli che amo nella verità » (2Gv 1; cfr. anche il v. 13: « I figli della Eletta, tua sorella »). E per la stessa ragione, Giovanni considera « figli » i discepoli da lui evangelizzati. Li chiama « figliolini miei » (lGv 2,1); « figliolini » (lGv 2,12.28; 3,7.18; 4,4; 5,21), « i miei figli » (3Gv 4: tale è il presbitero Gaio).
b) La maternità spirituale di Maria, allora, non si sostituisce alla maternità della Chiesa, né tanto meno entra in concorrenza con essa. Semplicemente si esplica nella Chiesa e con la Chiesa. Potremmo richiamare a questo proposito il prezioso principio stilato dal Primo Canone, quello Romano: «In comunione con tutta la Chiesa, ricordiamo anzitutto la gloriosa e sempre vergine Maria, Madre del nostro Dio e Signore Gesù Cristo ». A ben riflettere, la maternità spirituale di Maria si armonizza con la paternità o maternità spirituale esercitata da ogni credente, uomo o donna, quando sparge il seme della Parola evangelica nel cuore dei propri figli e figlie spirituali. La differenza tra Maria e noi consiste nel tipo di carisma o vocazione ricevuta. Maria ebbe in sorte la chiamata - unica e irripetibile - di diventare Madre del Figlio di Dio. Ciascuno di noi, invece, realizza la propria paternità o maternità nello Spirito secondo i vari doni o carismi suscitati dal medesimo Spirito in ogni persona, secondo la sua particolare vocazione (matrimonio, celibato per il Regno, professione sociale nella comunità ecclesiale o civile...)

4. Paternità-maternità spirituale ed esemplarità
a) L'insegnamento biblico-giudaico stabilisce che un padre o una madre spirituale diviene « modello » di vita per i suoi figli. Giovanni recepisce in germe questa dottrina. Infatti - racconta egli ai Giudei che reclamavano: « Noi abbiamo Abramo come padre », Gesù ribatteva: « Se siete figli di Abramo, fate le opere di Abramo » (Gv 8,39). Fuori dalla tradizione giovannea, vi è quella Paolina. L'apostolo attribuisce a se stesso il titolo di « padre » delle comunità di Tessalonica e Corinto, in quanto ne è stato il fondatore quando vi predicò il vangelo per primo (1Ts 2,11; 1Cor 4,15). Verso quei neofiti, dice egli, si è comportato con la tenerezza affettuosa di una madre che nutre i suoi figli e ne ha cura (1Ts 2,7): un paragone, questo, che lascia intendere come le categorie della paternità spirituale siano trasferibili a quelle della maternità spirituale. E come conseguenza, Paolo afferma: « Siate miei imitatori, come io lo sono di Cristo » (1Cor 4,16, più le varianti). Ma per Paolo « imitare » Cristo comporta che Cristo « viva» in lui: « Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Anche Pietro, dal canto suo, esortava così le spose cristiane: « Sara obbediva ad Abramo, chiamandolo signore. Di essa siete diventate figlie, se operate per il bene e non vi lasciate sgomentare da alcuna minaccia» (1Pt 3,6). A percorrere poi la letteratura giudaica contemporanea o quasi al Nuovo Testamento, si incontrano splendide figure di donne venerate quali « madri » del popolo eletto e prototipo di fedeltà alla legge del Signore30.
b) Volendo ora applicare questa dottrina a Maria, una conclusione dovremmo accreditare. Se Gesù indica nella madre sua la « Donna-Madre » (di tutti i suoi discepoli, ciò vuoi dire che egli intende proporla alla sua Chiesa come esempio-tipo-norma di vita evangelica. È Cristo medesimo che ci invita a « guardarla » come tale: « Vedi [in greco ìde] la tua Madre! » (Gv 19,26). Come tale l'accolse il discepolo amato. E così dovrà accoglierla ognuno che voglia acquisire le sembianze di compiuto discepolo del Signore. « La pietà verso santa Maria consiste soprattutto nell'assumere il suo stile evangelico di vita »31. Effettivamente, sia le virtù di Maria (fede, obbedienza, preghiera, povertà, sapienza, dolore...), sia i suoi cosiddetti « privilegi » (Immacolata, Madre di Dio, sempre Vergine e Assunta) si convertono in altrettante proposte di vita per la Chiesa intera: sia nella fase terrena, sia in quella escatologico-gloriosa del cielo. Si noti bene, però. Non si tratta di « copiare », bensì di « rivivere » i comportamenti della santa Vergine, sotto l'azione dello Spirito. E lo Spirito non fa mai copie, ma crea incessantemente realtà nuove. Egli va disegnando in noi la icona di Maria, in armonia con la nostra personalità, la quale è simile ad altre, mai però uguale!

5. Paternità-maternità spirituale e intercessione
a) I Padri e le Madri del popolo di Dio, sia dell'antica che della nuova Alleanza, possono « intercedere » per i propri figli e figlie, in virtù dei meriti che acquisirono con la loro santa vita. Questa fede ha la sua intuizione embrionale nelle sacre Scritture, ed è assai viva nel Giudaismo prima e nel Cristianesimo poi32. Essa conferisce il dovuto rilievo alla dimensione comunitaria ed ecclesiale della salvezza. In effetti i Padri e le Madri, benché defunti, continuano a vivere nella grande famiglia dei figli di Dio. La ricchezza delle loro virtù è un potenziale di energia benefica, che rifluisce su tutti; come cellule cariche di vitalità, essi esercitano un influsso sull'intero organismo. Nell'era del Testamento Antico, dopo la vita presente entrano in comunione col Dio dei viventi (cfr. Mc 12,26-27; Mt 22,31 -32; Lc 20,36-38). Con l'avvento dell'Alleanza nuova, la loro sopravvivenza dopo la morte forma una sola realtà col Cristo risorto e col Padre (Gv 11,25-26; Ap 7,4-17; 21,2-5). Perciò i Padri e le Madri pregano e si adoperano attivamente affinché sia comunicata a noi pure la pienezza di Spirito santo che emana dal Signore e circola in ogni membro del corpo che è la Chiesa33.
b) Maria, nella sua prerogativa di « Madre della Chiesa », è compartecipe di questa economia. Ella non è una forma lontana, statica, che noi dovremmo ricopiare come farebbe un artista di fronte ai suoi modelli. La categoria dell'intercessione ci aiuta a intendere in maniera assai vivida e personale il rapporto materno di Maria con noi. A Cana, « il terzo giorno », la Madre di Gesù mostrò la sua squisita sollecitudine verso i commensali di quel convito nuziale, che prefigurava le nozze del Cristo-sposo con la Chiesa-sposa (cfr. Gv 3,20 e Ap 19,7.9; 21,2). E anche oggi, nel « terzo giorno » della Chiesa che vive e cammina alla luce di Cristo risorto, la Vergine si rende attenta e vigile su ognuno dei figli e figlie che Gesù le ha affidato dalla croce. « Con questo carattere di "intercessione", che si manifestò per la prima volta a Cana di Galilea - conclude l'enciclica Redemptoris Mater (n. 40) - la mediazione di Maria continua nella storia della Chiesa e del mondo »34.

Conclusione

La dottrina giovannea sull'accoglienza da prestare alla Madre di Gesù, nell'ambito della fede, è di somma importanza sia per la testimonianza personale di ciascun credente, sia per il dialogo ecumenico fra le confessioni cristiane. La persona di Cristo rimane al centro della nostra fede: « Io sono la Porta » (Gv 10,12) 35. Tuttavia per accogliere Cristo con assenso pieno (cfr. Gv 1,12), dovremmo accogliere anche tutti i doni - compresa Maria! - coi quali egli ha voluto arricchire la sua Chiesa, e stabilire fra di essi la corretta e feconda armonia già delineata anche dagli scritti giovannei. Alla luce di quanto esposto, sarà bene ripensare il noto aforisma pronunciato da Paolo VI, pellegrino al Santuario di Bonaria (Cagliari) il 24 aprile 1970: « Se vogliamo essere cristiani, dobbiamo essere mariani, cioè dobbiamo riconoscere il rapporto essenziale, vitale, provvidenziale che unisce la Madonna a Gesù, e che apre a noi la via che a lui ci conduce »36.

NOTE
1 Per un panorama sintetico, mi sia consentito rinviare al mio opuscolo Maria a Cana e presso la croce. Saggio di Mariologia giovannea (Gv 2,1-12 e Gv 19,25-27), Centro di Cultura Mariana « Madre della Chiesa », Roma 1978: terza ristampa (con aggiornamento bibliografico dal 1979 al 1989), 1991, pp. 79-127. Più sinteticamente, cfr. la voce Bibbia, da me redatta per il Nuovo Dizionario di Mariologia, a cura di S. De Fiores e S. Meo, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1985, pp. 284-292.
2 M. De Goedt, Un schéma de révélation dans le Quatrième Evangile, In New Testament Studies 8 (1961-1962), pp. 142-150. Questo articolo, breve ma illuminante, è stato accolto con favore da studiosi di varie confessioni.
3 Udienza generale di mercoledì 23 novembre 1988, Le ultime parole di Cristo sulla Croce: « Ecco la tua Madre... ». Cfr. Insegnamenti di Giovanni Paolo  II, XI/4, novembre-dicembre 1988, Libreria Editrice Vaticana (LEV) 1991, pp. 1637-1638, n. 7.
4 I. de la Potterie, La parole de Jésus « Voici ta Mère » et l'accueil du Disciple (Jn 19,27b), in Marianum 36 (1974), pp. 1-39.
5 F. Neirynck, Eis tà ìdia. Jn 19,27 (et 16,32), in Ephemerides Theologicae Lovanienses 55 (1979), pp. 357-365.
6 I. de la Potterie, « Et à partir de sette heure, le Disciple l'accueillit dans son intimité » (Jn 19,27b). Réflexions méthodologiques sur l'interprétation d'un verset johannique, in Marianum 42 (1980), pp. 84-125.
7 F. Neirynck, La traduction d'un verset johannique. Jn 19,27b, in Ephemerides Theologicae Lovanienses 57 (1981), pp. 83-106.
8 Marianum 36 (1974), pp. 19-39; 42 (1980), pp. 99-125. In sintesi, A. Serra, Maria a Cana cit., pp. 107-112.
9 Marianum 36 (1974), p. 30.
10 Marianum 36 (1974), pp. 36-39; 42 (1980), p. 120.
11 Marianum 42 (1981), p. 124. I. de la Potterie fa presente che la tradizione patristica, dal canto suo, aveva già avvertito la polivalenza di significati racchiusi nell'eis tà idia giovanneo. Ecco alcune delle parafrasi con le quali i Padri si studiavano di tradurre la suddetta locuzione: « in suam curam » (sotto la sua protezione), « in sua officia » (fra i suoi doveri), « in suum ius » (sotto la propria giurisdizione), « in suam potestatem » (sotto la propria responsabilità), « inter spiritualia bona » (fra i suoi beni spirituali), « in suam matrem » (come sua propria madre), « in suam domum » (nella sua casa), « inter ea quae ipsius erant » (fra le sue cose proprie)... Cfr. Marianum 36 (1974), pp. 3-12 Sofronio di Gerusalemme (+ 638) abbinava cosi il senso logistico a quello spirituale: « L'insigne [discepolo] accolse in casa sua l'intemerata Madre di Dio come propria madre... Divenne figlio della Madre di Dio » (Anacreontica, Xl. In Joannem Theologum, vv. 77-78, in Patrologia Graeca (PG) 87/3, 3789).
12 Cfr. Ephemerides Theologicae Lovanienses 55 (1979), pp. 357-365, in particolare pp. 359 e 365.
13 Insegnamenti di Giovanni Paolo II, X/1 (gennaio-aprile 1987), LEV 1988, p. 795.
14 ibid.
15  ibid., 45.
16 Insegnamenti cit., V/2 (maggio-giugno 1982), LEV 1982, p. 1578, nn. 1 e 2.
17 Insegnamenti cit., XI/4 (novembre-dicembre 1988), LEV 1991, p. 1638, n. 8 (udienza generale di mercoledì 23 novembre 1988).
18 Insegnamenti cit., XI/3 (luglio-ottobre 1988), LEV 1991, p. 775 (omelia tenuta il 15 settembre 1988 a Maseru [Lesotho], per la beatificazione di Joseph Gérard, Oblato di Maria immacolata).
19 insegnamenti cit., VII/1 (gennaio-giugno 1984), LEV 1984, p. 1036, n. 2 (omelia pronunciata all'angelus della domenica delle Palme 15 aprile 1984, in piazza San Pietro, davanti a 200.000 giovani ivi convenuti da 45 paesi del mondo).
20 Insegnamenti cit., V/ I (gennaio-aprile 1982), LEV 1982, p. 1371, n. 5 (omelia tenuta nell'Aula Paolo VI, con oltre 6.000 sacerdoti aderenti al Movimento dei Focolari).
21 Insegnamenti cit., V/2 (maggio-giugno 1982), LEV 1982, p. 1578. n. 2 (omelia durante la Messa a Fatima [Portogallo], il 13 maggio 1982).
22 Insegnamenti cit., XI/1 (gennaio-aprile 1988), L,EV 1989, p. 738 n. 4, p. 740 n. 6 (lettera annuale indirizzata ai sacerdoti in occasione del giovedì santo). Ho ricavato questi elementi dottrinali dal saggio di G. Kwiecien, L'interpretazione di Gv 19,25-27 nel magistero di Giovanni Paolo II (anni 1978-1990), tesi inedita presentata nel 1992 alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum di Roma per la licenza in Teologia, moderatore A. Serra, vol. I (testo), pp. 35-90.
23 Enchiridion Vaticanum, I, Documenti del Concilio Vaticano II, EDB, Bologna 1979, p.503.
24 Insegnamenti cit., XI/4 (novembre-dicembre 1988), LEV 1991, pp. 1636-1637 (udienza generale di mercoledì 23 dicembre 1988).
25 Piace riferire qui l'interpretazione cristologico-ecclesiale di Gv 19,27b espressa da U. Vanni, Dalla maternità di Maria alla maternità della chiesa. Un'ipotesi di evoluzione da Gv 2,3-4 e 19,26-27 ad Ap 12,1-6, in Idem, L'Apocalisse. Ermeneutica, esegesi, teologia, EDB, Bologna 1988 p. 341: « A partire... dall'ora di Gesù e in dipendenza da essa, il discepolo, compresa la rivelazione, accoglierà Maria come una madre che favorisca in lui e in tutti i suoi condiscepoli - nella sua Chiesa - la formazione ulteriore, la crescita di Cristo... Come altre ricorrenze di Giovanni ci mostrano chiaramente (cfr. Gv 1,11; 13,1; 16,32), l'espressione [eis tà ìdia] può significare il proprio ambiente umano, la propria gente. Ed è il senso che, con tutta probabilità, viene espresso anche qui. Al tempo in cui venne redatto il quarto Vangelo esisteva un ambiente umano tipico di Giovanni e della scuola giovannea. E in questo ambiente, in questa chiesa, che il discepolo accoglie Maria. Con ciò viene ancora di più evidenziata la dimensione ecclesiale e concreta della sua maternità ». L'articolo qui citato era stato edito in Rassegna di Teologia 26 (1985), pp. 28-47 (pp. 38-39 per i brani riferiti).
26 Da questo punto in avanti, riprendo (per utilità del lettore) quanto avevo suggerito sobriamente in Maria secondo il Vangelo, Queriniana, Brescia 1987, pp. 166-171.
27 G. Zevini, Vangelo secondo Giovanni, II, Città Nuova, Roma 1987, pp. 263-265.
28 Insegnamenti cit., V/2 (maggio-giugno 1982), LEV 1982, p. 1578 n. I (omelia tenuta a Fatima [Portogallo], il 13 maggio 1982).
29 De Catholicae Ecclesiae unitate, 7 (Corpus Christianorum Series Latina, III/1, pp. 254-255).
30 A. Serra, Le Madri d'Israele nell'antica letteratura giudaica e la Madre di Gesù. Prospettive di ricerca, in Idem, E c'era la Madre d. Gesù... Gv 2,1). Saggi di esegesi biblico-mariana (1978-1988), Cens-Marianum, Milano-Roma 1989, pp. 423-468. In particolare: Debora (pp. 452-456) e la madre dei Maccabei (pp. 456-460).
31 208° Capitolo Generale dell'Ordine dei Servi di Maria (1983), Fate quello che vi dirà. Riflessioni e proposte per la promozione della pietà mariana, LDC Torino-Leumann 1985, p. 99. n. 115.
32 Per qualche orientamento, cfr. A. Serra, art. cit. (alla nota 30 di questo capitolo), p. 460-467.
33 Il profeta Geremia, che ama i suoi fratelli, prega per il popolo e la Città Santa (2Mac 15,14). Il popolo d'Israele, assicura Paolo, è amato da Dio in grazia dei Padri (Rm 11,28-29). Lo stesso Paolo, « padre » della comunità di Tessalonica (1Ts 2,11), prega per i suoi figli, incessantemente (1Ts 1,2-3; 2,13; 2Ts 1,3.1 I). Nella gloria celeste descritta dall'Apocalisse, gli eletti regnano con Cristo (Ap 2,26-28; 3,21); le preghiere dei santi sono presentate a Dio dai 24 vegliardi (Ap 5,8; cfr. 11,16) e da un angelo (Ap 8,3-4); il grido dei martiri si eleva al Signore (Ap 6,9-10). Ed è tutta la Chiesa, sposa dell'Agnello, che sospira l'incontro dello Sposo. Animata dallo Spirito, ella esclama: « Vieni! » (Ap 22,17).
34 Insegnamenti cit., X/1 (gennaio-aprile 1987), LEV 1988, p. 789.
35 Ignazio di Antiochia (+ 107 d.C.) asseriva che Cristo è «...la porta del Padre per la quale entrano Abramo, Isacco, Giacobbe, i profeti gli apostoli e la Chiesa » (Ai Filippesi 9,1). In linea col pensiero di sant'Ignazio, potremmo progredire dicendo che Cristo è la porta attraverso la quale entra anche Maria. Cioè: Chi accoglie Cristo, in Cristo incontra pure sua Madre. Sarà il caso di applicare correttamente il noto aforisma: « A Gesù attraverso Maria » (Ad Jesum per Mariam)? in sede teologica, è più esatto l'inverso: « A Maria attraverso Gesù! ». È Cristo che ci mostra Maria: « Ecco la tua Madre! » (Gv 19,27a). E Maria, da parte sua, ci mostra Cristo: « Fate quello che egli vi dirà » (Gv 2.5).
36 Acta Apostolicae Sedis 62 (1970), pp. 300-301.







Questo Articolo proviene dal PORTALE DI MARIOLOGIA


L'URL per questa storia è:
/modules.php?name=News&file=article&sid=705