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Settimane mariane
Interventi di Mons. Carlo Cafarra dal 1998al 2002



ARCIDIOCESI FERRARA - COMACCHIO


Settimana Mariana 2000
Giornata Sacerdotale


1. "Donna, ecco il tuo figlio!/ Ecco la tua madre". Grande è il Mistero che celebriamo; non meno grande è il Mistero che viviamo. Celebriamo il Mistero della morte redentiva di Cristo; viviamo il Mistero della redenzione dell’uomo, frutto del sacrificio della Croce. L’esercizio del nostro ministero pastorale, la nostra missione, la nostra intera esistenza sono configurati e determinati dal Mistero della redenzione dell’uomo. E’ questo Mistero il nostro "ethos", la nostra dimora abituale e la chiave interpretativa della nostra vita.

La pagina evangelica appena letta pone davanti ai nostri occhi tre persone: il Cristo sulla Croce, la sua Madre santissima, il discepolo Giovanni. Volendo entrare anche noi dentro alla narrazione evangelica, non c’è dubbio che ci sentiamo subito "rappresentati" in e da Giovanni. E’ questa una convinzione presente nella Tradizione della Chiesa: in Giovanni il Crocefisso si rivolge ad ogni uomo. "Mentre egli [= Gesù] era sul punto di affrontare per noi la morte sulla Croce, disse a Giovanni, cioè ad un uomo nella cui umana condizione noi tutti eravamo inclusi: "ecco tua madre" [Eadmero di Canterbury in Testi Mariani del Secondo Millennio, 3, CN ed. Roma 1996, pag. 118]. "Ciò che è stato detto ad uno poteva essere detto a tutti gli apostoli, padri della nuova Chiesa. E siccome Cristo ha pregato per coloro i quali, per mezzo della loro parola, avrebbero creduto, "affinché tutti siano una cosa sola" (Gv 17,21), a tutti i fedeli che amano Cristo con tutto il cuore si addice ciò che è stato detto a colui che amava Cristo" [Gerhod di Reichersberg, ivi, pag. 339].

E’ necessario dunque, venerati fratelli, che meditiamo su questo mirabile e profondo legame che esiste fra ciascuno di noi e Maria, la Madre del Redentore: fra ciascuno di noi come battezzati; fra ciascuno di noi come ministri della redenzione. E’ questo legame infatti che fonda ultimamente l’atto di affidamento che faremo del nostro Presbiterio a Maria.

Dalle parole dette da Gesù a Maria e a Giovanni risulta chiaramente che è un rapporto di maternità [Donna, ecco tuo figlio] – figliazione [Figlio, ecco tua Madre]. Come insegna il Concilio Vaticano II: Maria "è diventata per noi madre nell’ordine della grazia" [Cost. Dogm. Lumen gentium 61; EV 1/436]. "Questa maternità nell’ordine della grazia" spiega Giovanni Paolo II "è emersa dalla stessa sua maternità divina: perché essendo, per disposizione della divina provvidenza, madre-autrice del redentore, è diventata "una compagna generosa [generosa socia] del tutto singolare… del Signore"" [Lett. Enc. Redemptoris mater 22,2; EE 8/677].

La Chiesa dunque ha insegnato che in ragione della sua divina maternità, Maria ha cooperato in modo del tutto singolare all’opera della redenzione compiuta dal suo Figlio, e pertanto "è diventata per noi madre nell’ordine della grazia". Cerchiamo, venerati fratelli, di avere una sia pure piccola intelligenza di questo grande mistero della cooperazione di Maria all’opera della redenzione.

Commentando il testo paolino Col. 1,24, S. Tommaso scrive: " questo era ciò che mancava: come Cristo aveva patito nella sua propria carne, così doveva patire in Paolo suo membro, e ugualmente negli altri; per il suo corpo che è la Chiesa, la quale doveva essere redenta da Cristo" [Lectio VI, 61; Super Ep. S. Pauli Lectura, II, ed. Marietti, pag. 138 A]. Tocchiamo qui una delle dimensioni più commoventi del Mistero della redenzione ed una delle chiavi interpretative della visione cattolica. L’opera di Cristo manifesta la sua grandezza ed efficacia non rendendo inutile ed insignificante l’opera dell’uomo: Dio non glorifica mai Se stesso sulle ceneri dell’uomo. Ma l’atto redentivo di Cristo suscita l’atto cor-redentivo degli eletti: "non alla maniera di un’addizione, ma al modo di una partecipazione; non alla maniera di una giustapposizione, ma alla maniera di una compenetrazione: come l’Essere di Dio suscita l’essere dell’universo" [Ch. Journet, L’Eglise du Verbe Incarné II, ed. Saint Augustin, s.l. 1999, pag. 680-681].

Ciò che è vero di ogni cristiano, lo è "in modo del tutto singolare" di Maria, in quanto la partecipazione di Maria all’opera redentiva di Cristo si configura come co-operazione corredentiva universale. Essa si estende a tutti gli uomini; ottiene per essi tutte le grazie che derivano unicamente dal sacrifico di Cristo. Al riguardo l’insegnamento della Chiesa è limpido: "La beata Vergine fu su questa terra… generosamente associata alla sua [=il Redentore] opera a un titolo assolutamente unico… per restaurare la vita soprannaturale delle anime" [Lumen Gentium 61]. Per essere madre del Redentore in senso interamente vero, Maria doveva essere associata all’atto della redenzione del mondo. "Maria" scrive S. Agostino "è stata l’unica donna ad essere insieme madre e vergine, tanto nello spirito come nel corpo. Spiritualmente però non fu madre del nostro capo, cioè del nostro Salvatore, dal quale piuttosto ebbe la vita, come l’hanno tutti coloro che credono in Lui (anche lei è uno di questi!) … E’ invece senza alcun dubbio madre delle sue membra, che siamo noi, nel senso che ha cooperato a generare alla Chiesa dei fedeli, che formano le membra di quel capo" [De sancta virginitate 6,6; NBA VII/1, pag. 81: cooperata est caritate ut fideles in Ecclesia nascerentur].

Se ora ritorniamo al testo evangelico, lo sentiamo risuonare nel nostro cuore con una nuova profondità. La parola che Gesù dice a Maria dalla Croce le chiedono di vedere Giovanni e in Giovanni ogni uomo il figlio che il Padre ha adottato, il fratello del Primogenito. E Maria acconsente a questa parola e da quel momento Giovanni ed ogni uomo diviene suo figlio. Quale profondo mistero!

All’annuncio dell’Angelo, il Verbo è venuto a dimorare in Lei: ha concepito nella carne e nella fede il Figlio unigenito del Padre. Alla parola dettale da Cristo sulla croce, Maria apre il suo cuore a ciascuno di noi; concepisce nella sua carità ciascuno di noi: "come leggiamo che la prima Eva è stata donata al primo Adamo come aiuto per la generazione secondo la carne, con questa contemplazione noi sappiamo che siamo suoi figli secondo lo spirito" [ . Salmeron, cit. da M.D. Philippe, Mystère de Marie, ed Fayard, Paris 1999, pag. 254, n. 1].

2. La contemplazione della maternità di Maria, la sua cooperazione all’opera della redenzione pone noi sacerdoti in un rapporto singolare con la Madre del Redentore. Fermiamoci un momento, venerati fratelli, a contemplare questa connessione: è da questa contemplazione che deve nascere l’atto con cui affidiamo il nostro presbiterio a Maria.

La connessione fra il nostro ministero e la cooperazione di Maria alla redenzione del mondo può essere pensata da due punti di vista.

Il Concilio Vaticano II insegna che la maternità di Maria nell’ordine della grazia "perdura senza soste dal momento del consenso fedelmente prestato nell’Annunciazione … fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti". Ella infatti "colla sua molteplice intercessione continua ad ottenerci i doni che ci assicurano la nostra salvezza eterna" [Lumen Gentium 62,1]. Ma la persona umana incontra Cristo e si salva nei santi sacramenti e nell’accoglienza della predicazione evangelica: servizio alla redenzione affidato al nostro sacerdozio. E’ la Vergine che colla sua intercessione spinge l’uomo a ricevere quei doni di salvezza che gli sono donati dal nostro ministero: "l’unica mediazione del redentore" insegna ancora il Concilio "non esclude, bensì suscita nelle creature una varia cooperazione partecipata da un’unica fonte" [ibid. 62,2]. Varia cooperazione: quella di Maria e quella nostra; da un’unica fonte: il mistero pasquale di Cristo. Senza dimenticare quanto scrive S. Tommaso, "non est distinctum quod est ex causa secunda et ex causa prima" [1,q,23,a,5]: è sempre la stessa mediazione di Cristo.

Ma il nostro rapporto con Maria può essere contemplato anche da un altro punto di vista. Se ella continua ininterrottamente la sua maternità, a Lei dobbiamo ricorrere perché il nostro ministero sia fecondo.

Se questa è l’economia redentiva nella sua obiettività, dobbiamo assimilare soggettivamente questo rapporto del nostro ministero sacerdotale con Maria: bisogna che si approfondisca costantemente il nostro legame spirituale con la Madre di Dio "che cooperò in modo tutto speciale all’opera del Salvatore… per restaurare la vita soprannaturale delle anime".

Ritorniamo instancabilmente alle parole del Vangelo: "la prese nella sua casa". Prendendo nella casa della propria esistenza la madre che stava sotto la croce, Giovanni prese in se stesso tutto ciò che in quel momento stava nel cuore di Maria: il fatto che ella "soffrendo col Figlio suo morente sulla Croce, cooperò in modo tutto speciale all’opera del Salvatore". Tutto questo profondo mistero, l’esperienza che Maria fece del sacrificio della Croce, è stato affidato in Giovanni a ciascuno di noi, a cui coll’imposizione delle mani è stato dato il potere di rendere presente quel sacrifico stesso. "Cerchiamo di essere vicini a questa Madre, nel cui cuore è inscritto in modo unico ed incomparabile il mistero della redenzione del mondo" [Giovanni Paolo II, Lettera ai sacerdoti, 25 marzo 1988; EV 11/263].

3. Noi vogliamo che questa vicinanza, questo ingresso di Maria nella casa del nostro presbiterio sia compiuto con un atto pubblico di affidamento. Che cosa significa "affidarsi ad una persona"?

L’affidamento è la risposta all’amore di una persona; è la risposta all’amore materno di Maria. Abbiamo già contemplato la maternità di Maria nei confronti di ogni uomo; abbiamo già contemplato come la materna mediazione di Maria si intrecci colla nostra mediazione ministeriale: coll’atto di affidamento del nostro presbiterio noi vogliamo introdurre la Madre di Cristo in tutto lo spazio del nostro ministero apostolico. Commentando il testo evangelico, S. Agostino scrive: "Egli se la prese con sé, non nei suoi poderi, perché non possedeva nulla di proprio, ma tra i suoi impegni, ai quali attendeva con dedizione" [Comm. al Vangelo di Giovanni 119,3; NBA XXIV, pag. 1557].

Suscepit eam … in sua officia, scrive il santo dottore. Noi vogliamo "suscipere eam … in nostra officia": prendere consapevolmente Maria dentro all’esercizio del nostro ministero. In questo modo esso si pone più intimamente dentro all’azione di quella materna carità colla quale Maria "si prende cura dei fratelli del Figlio suo", "alla cui rigenerazione e formazione ella coopera".

Ciascuno poi vivrà questo atto nel modo con cui la grazia lo muoverà a farlo.

Affidato alla Madre di Cristo, sia il nostro presbiterio segno efficace della redenzione dell’uomo alla quale Maria coopera: perché venga nel nostro popolo il Regno di Cristo.


Settimana Mariana 1998
Omelia nella Cattedrale di Ferrara dell'11 ottobre 1998


La parola di Dio oggi ci presenta due figure femminili: la regina Ester e la madre di Gesù, Maria. Ambedue sono descritte nello stesso atteggiamento, quello della preghiera. Ambedue si trovano ad intervenite in una situazione di gravi difficoltà: Ester prega per la salvezza del suo popolo; Maria prega per liberare due giovani sposi dall’umiliazione e dallo scherno.
Come voi sapete, noi cristiani dobbiamo nutrire la stessa venerazione verso i libri del V. Testamento e verso i libri del N. Testamento: i primi intatti anticipano profeticamente i secondi e ne sono quindi la necessaria introduzione. La figura di Ester che prega ed ottiene la salvezza del suo popolo anticipa profeticamente, per così dire, la figura di Maria che prega per la nostra salvezza. Il titolo di «Madre delle grazie»con cui la nostra santa Chiesa ama venerare la Madre di Dio, richiama oggi la nostra spirituale attenzione su questa dimensione particolare del rapporto che Maria ha con ciascuno di noi: ogni grazia donataci dal Padre per mezzo di Cristo nello Spirito Santo, viene invocata dalla preghiera di Maria. In questo senso la chiamiamo, «Madre delle grazie».
1. La pagina del Vangelo richiama la nostra attenzione sul fatto che, durante la sua vita terrena, Maria intervenne in varie situazioni, perché all’uomo fosse donata la grazia celeste.
Il precursore deve a Lei la propria santificazione, dato che fu Maria a porlo in presenza del Signore già incarnato nel suo grembo. Nella medesima circostanza, la visita di Maria ad Elisabetta mediò a questa una particolare effusione dello Spirito Santo. A Cana, come avete sentito nel Vangelo, fu la sua preghiera a sollecitare da Cristo il suo primo miracolo: anticipazione profetica del dono dello Spirito Santo nel mistico matrimonio fra il Signore e l’umanità redenta. Sul Calvario, Maria venne costituita madre di ogni discepolo di Cristo: atto, questo, che implica nel cuore di Maria un costante interessamento a ciascuno di noi, maternamente.
E’ impensabile che Maria abbia cessato, ora che si trova nella gloria dell’eternità divina, di compiere quest’attività di intercessione che Ella compiva durante la vita terrena. La nostra fede ci insegna infatti che tutti coloro che in paradiso godono della visione del Volto di Dio, pregano per noi che siamo ancora nei pericoli del cammino (cfr. DS 1821; 1867 e 675). Essi infatti vedono in Dio tutto ciò che ci riguarda; sanno quali sono i desideri del Padre nei nostri confronti: pregano perciò secondo le nostre necessità che essi in Dio conoscono perfettamente.
Tutto questo è vero in un modo assolutamente unico di Maria. L’atto di pregare per un altro infatti nasce dalla carità, dall’amore verso l’altro medesimo. Quanto più uno è perfetto nella carità di Cristo, tanto più sente l’esigenza di pregare per gli altri. Orbene, nessuna persona umana ha raggiunto la perfezione di carità di Maria: nessuna persona intercede per gli altri come Lei.
L’efficacia delle preghiere che rivolgiamo al Signore per gli altri, dipende dal grado di unione che ci congiunge a Lui: quale efficacia avrà la preghiera di Maria, dal momento che Ella vive, in un rapporto unico con ogni persona della Ss. Trinità! Non dobbiamo temere di dire con una tradizione antichissima: Maria è «l’onnipotenza orante».
Ella può tutto, perché ottiene tutto attraverso la sua preghiera: è “l’Onnipotente a mani giunte” (B. Gherardini, La Madre, ed. Casa Mariana, Frigento (AV) 1989, pag. 319). Ella è madre di ciascuno di noi; è vicina a ciascuno di noi. Ama di vero amore materno ogni uomo, e vive questa sua maternità ordinando tutta se stessa, nella preghiera alla salvezza di ciascuno.
Non solo. Connessa alla certezza di fede che Maria è l’onnipotenza orante, la tradizione e il magistero della Chiesa ci insegnano che Maria, la preghiera di Maria, è all’origine di ogni grazia. Tutte le grazie di cui abbiamo bisogno, soprattutto in ordine alla nostra salvezza eterna, ci vengono attraverso la sua preghiera. In questo senso, Ella è «Madre e mediatrice di ogni grazia». Nessuna grazia ci viene se non attraverso Maria.
Tutto ci viene da Cristo e per mezzo di Cristo, ma non senza Maria. Così tutti viviamo nel suo cuore materno.
Un grande maestro del pensiero cristiano, il francescano S. Bonaventura, scrive: “Nessuno entra in cielo, se non per mezzo suo (di Maria). Infatti, senza la fede nel Figlio di Dio fatto uomo dalla Vergine Maria mai nessuno è entrato o entrerà in cielo, come pure nessun dono di grazia è mai uscito dal cielo. Ne consegue che il Signore non accoglie chicchessia se non tramite Lei” (cit. da Testi mariani del secondo millennio, 4 Autori medioevali dell’Occidente sec. XIII-XV, ed. Città Nuova, Roma 1996. pag. 286).

2. Di fronte a questa stupenda verità della nostra fede, dobbiamo suscitare nel nostro cuore profonda confidenza in Maria, serena certezza nel suo affetto materno, dolce tranquillità di spirito al pensiero che Ella conosce le nostre necessità e prega per noi. A Lei diciamo: Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso, sempre, nell’ora della nostra morte. Amen 


Settimana Mariana 1998
Giornata Sacerdotale dell'8 ottobre 1998
Cattedrale di Ferrara

1. “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio nato da donna”. E’ con singolare venerazione e stupore che abbiamo ascoltato questo testo biblico: esso è la più antica testimonianza neo-testamentaria su Maria. In esso Maria viene vista dentro al Mistero dell’economia della salvezza, come vero contesto che ci fa capire il significato della sua esistenza.
Come sempre l’Apostolo pone il principio di tutta l’economia salvifica nel Padre: nella sua decisione imperscrutabile (“chi mai è stato suo consigliere?”, Rom 11,34b) di mandare il suo Figlio. La redenzione dell’uomo è una decisione che coinvolge ogni Persona divina. Ignazio di Loyola ci consiglia di contemplare
“come le tre Persone osservano tutta la superficie o rotondità di tutto il mondo piena di uomini, e come vedendo che tutti scendevano all’inferno, viene stabilito da tutta l’eternità che la seconda Persona si faccia uomo, per salvare il genere umano; e così, giunta la pienezza dei tempi inviano l’angelo san Gabriele a Nostra Signora” (Esercizi Spirituali 102).
Ma c’è un testo di singolare suggestione che in un qualche modo è l’eco del dialogo intratrinitario durante il quale è stata decisa la nostra Redenzione: mi riferisco all’inno cristologico conservatoci nella lettera ai Filippesi (2,6-11).
L’iniziativa è del Padre “che prima della creazione del mondo ci ha scelti in Cristo … predestinandoci ad essere suoi figli … nel suo Figlio diletto, nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue” (Ef 1,4-7). La decisione del Padre avrebbe dovuto compiersi unicamente nel «sangue» del Figlio. Infatti “era ben giusto che Colui, per il quale e dal quale sono tutte le cose, volendo portare molti figli alla gloria, rendesse perfetto mediante la sofferenza il capo” (Eb 2,10) che li avrebbe guidati alla salvezza. Il Verbo «doveva» pertanto essere disponibile a spogliare se stesso ed ad assumere la condizione di servo. Egli non ritenne di opporre a questa decisione del Padre le prerogative, i diritti che gli provenivano dal suo trovarsi in una condizione divina: “non ritenne l’uguaglianza al Padre come un possesso da custodire gelosamente”. Rinunciò, in accordo colla decisione del Padre, ai tratti della gloria, alle prerogative e alle manifestazioni della sua condizione divina: “umiliò se stesso”. Quest’accordo, questo consenso del Verbo ad essere mandato è siglato nello Spirito Santo; il Verbo viene umanamente concepito “per opera dello Spirito Santo”.
Questo disegno concepito dal Padre prima dei secoli, ed accolto dal Verbo nello Spirito Santo, si compie nella pienezza dei tempo, quando “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14).
E’ in questo istante che Maria viene introdotta nel mistero redentivo: nato da donna. Ella viene così posta in una relazione unica con ciascuna Persona divina. Madre in senso vero e proprio del Verbo incarnato, Maria è l’unica creatura che può dire al Verbo col Padre: “figlio mio sei tu, io ti ho generato”. Scrive Agostino:
“Si sa che in Cristo vi sono due natività: quella divina e quella umana. … l’una e l’altra sono meravigliose: la prima è senza madre, la seconda senza padre” (In Joan. Ev. 12,8,10; NBA XXIV, pag. 287).

Un bel testo liturgico bizantino dice:

“Vergine pura, noi ti esaltiamo con cantici, quale castissima dimora del Verbo, ricettacolo della Spirito Santo e oggetto della compiacenza del Padre: per tuo mezzo infatti avvenne il contratto della nostra salvezza” (cit. da Preghiere bizantine alla Madre di Dio, ed. Morcelliana, Brescia 1976, pag. 31).


2. “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. La pagina del Vangelo ci rivela l’animo con cui Maria è entrata nel compimento del mistero redentivo e con cui vi dimorerà sino alla fine. Esso può essere denotato con una sola parola: il consenso. Ella ha consentito ad essere nella «forma» in cui era stata pensata dal Padre in rapporto a Cristo: in Lei l’esercizio della sua libertà coincise perfettamente colla verità del suo essere, definita dalla sua vocazione. Perfettamente libera nella sua verità; interamente vera nella sua libertà. Questo è il consenso mariano espresso da Maria per la prima volta, colle parole evangeliche: “eccomi, sono la serva del Signore, avvenga in me quello che hai detto”.

“Come un covone è legato nel centro e si allarga alle estremità, così la vita di Maria è concentrata nel suo consenso; da esso assume un senso e una forma che si prolunga nel passato e nel futuro. Quest’unico punto centrale è insieme ciò che accompagna ogni momento della sua esistenza, che illumina ogni svolta della sua vita, che dà senso particolare ad ogni situazione e dona direttamente a lei una grazia di comprensione sempre nuova in ogni momento. (A. von Speyr, Mistica oggettiva, ed. Jaca Book, Milano 1975, pag. 111).

Chiniamoci amorosamente sulle parole dette da Maria al fine di coglierne le più profonde risonanza esistenziali! Che cosa chiede ed a che cosa acconsente Maria nel momento in cui entra come attore nel dramma della Redenzione? Che accada nella sua persona (avvenga in me) il contenuto della Parola di Dio (quello che hai detto). Acconsente e desidera che la sua esistenza sia perfettamente coincidente colla vocazione-elezione divina. Poiché questa coincidenza è un evento personale, essa è possibile solo nella e attraverso la libertà. La disponibilità della libertà a far coincidere perfettamente l’esistenza colla vocazione-elezione si chiama obbedienza: “sono la serva del Signore”. In questo modo Maria riceve in dono la libertà divina, lo Spirito Santo, dentro alla propria libertà: “lo Spirito Santo scenderà su di te”. Consenso, obbedienza, libertà: connotano lo stesso mistero, il mistero del cuore di Maria nel mettere la propria persona a disposizione del Padre che manda il suo Figlio “perché ricevessimo l’adozione a figli”. “Nato da donna”: questa nascita ha potuto accadere perché Maria si è messa a disposizione della Potenza dell’altissimo. La nostra salvezza è passata attraverso questa disponibilità di Maria.

3. Dopo aver contemplato il Mistero della redenzione nella Vita trinitaria; dopo aver meditato sulla persona nella quale il progetto trinitario incrociò definitivamente l’attesa umana, la persona di Maria, fermiamoci a meditare sul mistero della nostra persona: mistero grande e degno di ogni venerazione! Esso infatti si mostra a noi solo nel contesto del progetto trinitario e quindi anche straordinariamente in relazione alla persona di Maria. La grandezza della nostra persona nel suo servizio alla redenzione dell’uomo è davvero incommensurabile. Grandezza che Paolo, scrivendo a Tito, così descrive: “apostolo di Gesù Cristo per chiamare alla fede gli eletti di Dio e per far conoscere la verità che conduce alla pietà ed è fondata sulla speranza della vita eterna” (1,1-2).
Consentitemi, venerati fratelli, di riflettere oggi brevemente con voi sulle modalità esistenziali con cui ciascuno di noi deve “stare dentro” al mistero “nascosto da secoli nella mente di Dio” (Ef 3,9), ora manifestato e a noi affidato: il mistero della redenzione umana. Lo facciamo nello splendore che emana dal consenso dato da Maria al compimento di questo mistero.
La domanda, profonda e grande, che ogni cuore sacerdotale ben consapevole delle miserie della propria persona, si pone: “come è possibile?” (domanda mariana), equivale alla domanda, profonda e grande, che ogni cuore umano si pone: “che cosa significa essere liberi?” Rimanere dentro al mistero della Redenzione: in che modo? In sostanza, rimettendo totalmente la propria persona alla Volontà del Padre, ponendoci completamente a disposizione di Cristo, lasciando alla guida dello Spirito la nostra esistenza. Dimorare quotidianamente nel Mistero della Redenzione significa rimanere quotidianamente nello stato di colui che si offre totalmente ed è preso definitivamente. Non appena si apre il libro dei conti col Padre per verificare il “dare e l’avere”, si esce dal Mistero della Redenzione.
Tutto ciò implica un non-voler-poter disporre di se stessi in nessuna maniera, un non-appartenersi-minimamente, il ritenere che il male più grande sia ciò che i Padri chiamavano la «volontà propria». Per noi posti al servizio della Redenzione dell’uomo, essere liberi significa non appartenersi più: “in verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani … e ti porterà dove tu non vuoi”. L’ingresso esistenziale nel ministero apostolico è il passaggio da una condizione nella quale Pietro «andava dove voleva» ad una condizione nella quale Pietro sarà portato «dove non vuole». Ed il Vangelo aggiunge: “questo gli disse per indicare con quale morte avrebbe glorificato Dio, e detto questo aggiunse: seguimi” (Gv 21,18-19). La morte a noi stessi glorifica il Padre, poiché nella nostra passione e morte è Cristo stesso che muore (“seguimi”) per il nostro popolo. In questo noi realizziamo la nostra verità intera di persone, poiché, come insegna il Conc. Vaticano II, “l’uomo non può ritrovare pienamente se stesso se non attraverso il dono di sé” (Gaudium et Spes 24,4).
La vera radice della tristezza del cuore è quella di voler custodire una volontà propria, dentro ad un ministero sacerdotale che implica la totale spogliazione di sé. Volendo custodire la propria volontà, comincia a crearsi come una crepa fra il ministero e la nostra persona: questa si ritira in se stessa invece di coincidere sempre più perfettamente colla missione. La persona intristisce ed il ministero si burocratizza. Scrive S. Ireneo:
“Presentagli il tuo cuore morbido e malleabile e conserva la forma che ti ha dato l’Artista, avendo in te l’Acqua che viene da Lui per non rifiutare, diventando duro, l’impronta delle sue dita.
La sua mano, che ha creato la tua sostanza, ti rivestirà d’oro puro o d’argento di dentro e di fuori e ti adornerà così bene che il Re si lascerà prendere dalla bellezza”. (Adversus haereses IV, 39,2; ed. Jaca Book, Milano 1981, pag. 401).

Venerati fratelli: la vera chiave interpretativa della intera nostra esistenza è la celebrazione dell’Eucarestia. Questa ci spiega il significato intero della nostra vita: factus obbediens usque ad mortem. Infatti “Cristo crocefisso rivela il senso autentico della libertà, lo vive in pienezza nel dono totale di sé e chiama i discepoli a prendere parte alla sua stessa libertà” (Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Veritatis Splendor 85 in fine). Bramiamo di morire al peccato, a noi stessi, al mondo, affinché con una vita sempre più conforme al mistero eucaristico, la nostra persona assuma lo stampo e la forma – come la cera della scultura – della donazione (eucaristica) di Cristo.
Ecco l’ancella del Signore: avvenga in me quello che hai detto. – E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.


Settimana Mariana 2000
Affidamento della Diocesi a Maria del 15 ottobre 2000


(Est 8,3 – 8,16-17/ Ef 1,3-6.11-12/Gv 2,1-11)

1. "In Lui ci ha scelti prima della creazione del mondo… predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo". Le parole dell’apostolo sciolgono l’enigma della nostra esistenza, del nostro esserci. Esse infatti ci rivelano che cosa sta all’origine della nostra vita: siamo stati scelti; ciascuno di noi è stato scelto, pensato cioè e personalmente voluto già prima della creazione del mondo. In vista di che cosa? "predestinandoci a essere suoi figli adottivi". Ciascuno di noi è stato pensato e voluto perché partecipasse della stessa vita divina, "per opera di Gesù Cristo", in quanto figli. Carissimi fratelli e sorelle, in queste parole dell’apostolo è svelato interamente il significato della nostra vita: il nostro esserci non è una pura casualità, ma siamo "predestinati ad essere suoi figli adottivi".

Questa grazia ci è stata data, continua l’Apostolo, "nel suo Figlio diletto, nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia". L’apostolo cioè ci dice che al centro di tutto il progetto di Dio sta la persona di Gesù. Siamo stati creati per essere in Lui e come Lui figli del Padre celeste; siamo stati redenti dal suo sacrificio; siamo stati rigenerati per una speranza incorruttibile, fatti in Lui eredi di una vita eterna.

Carissimi fratelli e sorelle, mai come durante questo Anno santo dobbiamo posare il nostro sguardo su Cristo: a Lui volgere tutta la nostra attenzione: di Lui custodire interamente memoria; Lui solo seguire. Dobbiamo tendere a Lui "che è il Capo" [Ef 4,25]; a Lui "in virtù del quale esistono tutte le cose" [1Cor 8,6]; a Lui che è "la via, la verità, la vita" [Gv 14,6; a Lui perché vedendolo vediamo il Padre [cfr. 14,9]. Lui, Cristo: Lui, il nostro Redentore. E’ per mezzo di Cristo che Dio "ha dato alla vita umana quella dimensione che intendeva dare all’uomo sin dal suo primo inizio, e l’ha data in maniera definitiva … e insieme con quella munificenza" [Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Redemptor hominis 1, EE 8/3] di cui parla l’Apostolo, quando parla della ricchezza della grazia, riversata abbondantemente su di noi. E’ il grande mistero della redenzione dell’uomo, di tutto l’uomo e di ogni uomo, che stiamo celebrando in questo Anno giubilare.

La pagina del Vangelo parla del mistero della redenzione in un modo suggestivo attraverso il primo segno compiuto da Gesù: il miracolo di Cana. Il dono della redenzione è raffigurato dal dono del vino fatto durante un banchetto di nozze cui era venuto a mancare. L’uomo è chiamato alla gioia intesa come pienezza del proprio essere, possesso di un Bene che sia risposta al suo illimitato bisogno di beatitudine. Ma … viene a mancare il vino, dopo qualche ora di festa: nessuna realtà creata è in grado di soddisfare l’uomo. Ed ogni persona che sia leale con se stessa, leale con la propria natura, con la natura delle esigenze di cui è fatto, questo lo sa: conosce l’inadeguatezza di ogni bene creato a riempire i nostri desideri più veri. La più grande menzogna che l’uomo possa dire a se stesso: "qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?" [C. Pavese, Il mestiere di vivere, ed. Einaudi, Torino 1973, pag. 190]. La redenzione, la grazia "abbondantemente versata su di noi" è la Presenza di Cristo al banchetto della vita: è la sua Persona e la possibilità che ci è data di incontrarlo, poiché incontrandolo, noi possiamo realizzare in Lui ciò per cui siamo stati fatti. Il "vino nuovo" che Egli ci dona è la rivelazione e l’esperienza dell’Amore che Dio ha per ciascuno di noi.

2. "E c’era la Madre di Gesù". Nel mistero della redenzione la parola di Dio questa sera sottolinea la presenza di Maria. E’ una presenza attiva. E’ lei che dice a Cristo: "non hanno più vino". In un certo senso, il dono del vino nuovo è fatto da Cristo a causa di Maria. In che senso?

Il Verbo si è fatto carne prendendo corpo da Maria: la presenza di Dio nella nostra natura e condizione umana è stata mediata dal consenso dato da Maria all’angelo che le chiedeva di concepire nella nostra natura il figlio unigenito del Padre.

Ma la pagina evangelica sottolinea un altro tipo di presenza di Maria nel mistero della Redenzione dell’uomo. Ciò che è accaduto a Cana è il segno che prefigura ciò che accade ogni volta che una persona umana è ri-generata dalla grazia di Cristo: questa grazia è ottenuta dalla preghiera di Maria. Ella pertanto è all’origine, colla sua intercessione, della ricostruzione dell’umanità di ogni uomo che si chiama "salvezza", frutto del sacrificio di Cristo.

Ricostruzione dell’umanità dell’uomo ho detto. Sì: come nell’uomo-Adamo l’umanità era stata demolita, perché era stato spezzato il vincolo originario con la stessa divina sorgente della sapienza e dell’amore, così nell’uomo-Cristo esso è stato di nuovo riallacciato. Accanto all’uomo Adamo c’era Eva; accanto all’uomo Cristo c’è Maria.

Nella luce di questa pagina evangelica, comprendiamo allora il significato dell’atto che compiremo solennemente: l’atto di affidamento di questa Chiesa a Maria. Con questo atto noi chiediamo a Maria che questa Chiesa sia sempre il luogo in cui possa esercitare la sua maternità nei confronti di ogni uomo che vive in questo luogo e che vivrà nel prossimo millennio. "Di generazione in generazione la sua misericordia…", Maria ha cantato. Con questo solenne atto di affidamento noi poniamo ogni generazione che scriverà dentro a questa Chiesa la sua storia nel prossimo millennio sotto la sfera di azione materna di Maria. Perché a nessuna venga a mancare il "vino nuovo" di quella grazia che ci è stata data [dal Padre] nel suo Figlio diletto.


Settimana Mariana 1998
Benedizione Apostolica dell'11 ottobre 1998
Loggia della Cattedrale

O Madre di Dio, sei stata collocata al centro di questa facciata: la cornice più preziosa ti incorona. In questo momento tanto solenne, risuonano nel nostro cuore le parole che tu ci hai detto nel S. Vangelo di oggi: “Fate tutto quello che il mio Figlio vi dirà”. Noi desideriamo fare quanto il tuo Figlio ci dice, consapevoli che solo nel suo Vangelo la nostra città può rivivere in pienezza.
Nel suo Vangelo della vita: ottieni ai nostri sposi il dono del vero amore coniugale. L’amore fedele che dona la vita con generosità; che la rispetta fin dal suo concepimento. Facci capire che i mezzi cattivi non portano mai ad un fine buono: che ogni vita umana è sacra; che l’aborto è sempre un assassinio, poco importa quale ne sia il motivo o il fine.

Nel suo Vangelo della carità: ottienici di vedere in ogni persona umana qualcuno che merita sempre un rispetto assoluto. Fiorisca nella nostra città il senso pieno della dignità della persona umana, dei suoi beni intangibili.
Il bene del lavoro: ti raccomandiamo in modo speciale i lavoratori della Solvay e le loro famiglie, tormentati dalla prospettiva della disoccupazione.
Il bene dell’educazione: ti raccomandiamo i nostri bambini e i nostri giovani. Sono ciò che abbiamo di più caro, di più prezioso. Fa che la famiglia, la scuola, la Chiesa non siano sorde alla loro richiesta di educazione.
Il bene della salute: ti raccomandiamo ancora una volta i nostri ammalati e le persone anziane. Non si sentano mai disprezzati dalla nostra indifferenza ed estraneità.

Nel suo Vangelo della verità: il tuo Figlio è venuto al mondo per rendere testimonianza alla verità. In Lui si è manifestata fino al vertice la verità dell’uomo; ci è stato svelato il mistero di ogni uomo, la sua ultima e più alta vocazione. Che questa verità non sia mai tradita, negata, diminuita, compromessa nella nostra città: da chi amministra la cosa pubblica; da chi educa i nostri giovani; da noi sacerdoti, ai quali quella verità è in modo particolare affidata.

In questo momento in cui la lotta tra il bene ed il male si fa ogni giorno più esasperata, in cui in luogo non distante dalla nostra terra, nel Kosovo, si compiono efferati delitti contro donne e bambini indifesi, noi sospiriamo verso di te: “mostraci in questo esilio Gesù, il frutto benedetto del tuo seno, o clemente, o pia, o dolce vergine Maria”.


Settimana Mariana 2002
S. Messa per la Vita Consacrata del 5 ottobre 2002 
Cattedrale di Ferrara

1. "Canterò per il mio diletto il mio cantico di amore per la sua vigna". All’inizio di questa settimana di grazia, la settimana mariana, il Signore vuole narrarci ancora una volta la storia del suo amore per l’uomo: un amore che inizia a svelarsi nella sua alleanza con Israele. "Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva vangata …": è così riassunta tutta la provvidenza divina a favore di Israele: scelto, piantato, collocato nella terra donatagli. E’ un rapporto durante il quale Israele è continuamente visitato attraverso i profeti. Anzi: in mezzo a questo popolo è costruita una torre, cioè il Tempio, luogo della Presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Nel cantico di amore che il profeta canta è narrato tutto: la elezione, la cura amorevole, la fedeltà incrollabile.

C’è un testo del Vangelo di Giovanni che ci aiuta a capire il significato ultimo di questa pagina profetica e che la Chiesa ci ha fatto ascoltare come proclamazione al Vangelo. Gesù dice di se stesso: "Io sono la vite vera" [15,1]. Gesù dunque si identifica con Israele, perché è Lui l’eletto, ed è in Lui e per mezzo di Lui che il Padre realizza pienamente, veramente la sua opera di salvezza. "E’ per lui che il popolo d’Israele è stato scelto; è per lui che è stato collocato in quella terra; è per lui che è stato visitato con tanta premura da Dio; è per lui che ha ricevuto quella parola, il popolo: la rivelazione del Dio vivente, la conoscenza del nome di Dio; è per lui, in ordine a lui, che è stato costruito il tempio per preparare e significare lui, tempio vero" []U. Neri, L’addio di Gesù ai discepoli: il discorso della grande consolazione, ed. San Lorenzo, Bologna 2001, pag. 114].

Sempre nello stesso discorso Gesù aggiunge: "ogni tralcio in me, che non porta frutto lo toglie" [2a], così come anche il profeta aveva detto: "egli aspettò che producesse uva, ma essa fece uva selvatica". Oggetto dell’amore e della cura di Dio, chi è in Israele deve portare frutto: frutto di giustizia, di santità, di obbedienza, di fedeltà. E non di oppressione, di grida di angoscia, di corruzione. La cura amorevole di Dio aspetta la risposta della libertà umana.

2. Carissimi fratelli e sorelle consacrati, questa parola che abbiamo ascoltata è in modo singolare la narrazione della nostra storia personale.

Che cosa sta all’inizio della nostra esistenza se non l’atto di elezione con cui il Padre prima della creazione ci ha scelti in Cristo, perché fossimo santi ed immacolati al suo cospetto? [cfr. Ef 1,4]. Questa elezione si è realizzata quando, battezzati in Cristo, siamo stati inseriti in Lui, la vera vigna, perché rimanendo noi in Lui e Lui in noi portassimo molto frutto.

Questa "inserzione" della vostra persona in Cristo ha ricevuto una singolare e speciale conferma e configurazione mediante la vostra professione religiosa. Come insegna infatti il Concilio Vaticano II, la vostra professione dei consigli evangelici "ha le sue radici profonde nella consacrazione battesimale e [che] l’esprime con maggiore pienezza" [Decr. Perfectae charitatis 5,1; EV 1/719]. E’ questa appartenenza a Cristo, questo "dimorare in Cristo " nella forma dei consigli evangelici che definisce interamente il senso della vostra vita.

Che cosa significa rimanere in Cristo? Significa perseverare nella fedeltà a Cristo, prima di tutto custodendo la fede nuziale, e poi attuando l’esigenza fondamentale della fede, che è il precetto dell’amore.

Che cosa stupenda è questo "rimanere in Cristo"! Esso fa sì che Cristo stesso viva in noi, diventi per così dire il principio che ispira tutto il nostro pensiero e le nostre scelte: una presenza che pervade tutta la vostra persona fattasi pienamente consenziente perché povera, vergine, ubbidiente. "Porta molto frutto": è questo il risultato, una vita piena, l’infinita fecondità del Padre partecipata alle vostre persone.

Il Signore conclude la sua parabola nel modo seguente: "Vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare". Metto ognuno di voi sotto la protezione di Maria, perché non vi sia mai tolto il Regno di Dio e possiate essere lo splendente segno di Cristo in mezzo alla sua Chiesa.



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Autore: - Pubblicato il: 2009-09-11 (1020 letture)

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