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  Le chiese medievali di Roma dedicate a Maria - 1 
Medioevo

Dallo studio di Fabrizio Alessio Angeli ∙ Elisabetta Berti, Chiese medioevali di Roma, I. Le chiese dentro le mura, Associazione Culturale SestoAcuto, Roma 2007.



S. Maria in Trivio (Via dei Crociferi)
La chiesa di S. Maria in Trivio, eretta secondo la tradizione nel sec. VI come oratorio annesso allo xenodochio (ospedale) costruito dal generale bizantino Belisario, fu completamente rifatta nel 1575. Nel lato destro della chiesa è murata un'epigrafe, su lastra marmorea che, sia per la scrittura sia per la metrica (il testo è in distici leonini), è datata agli inizi del XII secolo: + Hanc vir patricius Vilisarius Urbis amicus / ob culpe veniam condidit ecclesiam / hanc hic circopedem sacram qui ponis in edem / ut miseretur eum sepe precare deum / ianua haec est templi domino defensa potenti.

S. Maria in Via (Via di S. Maria in Via)
Menzionata già nel 955, la chiesa di S. Maria in Via fu riedificata nel 1491. la chiesa è famosa per la Cappella del Pozzo eretta per ospitare l'immagine della Madonna rinvenuta nel 1256 ] secondo la tradizione ] tra le acque sgorganti di un pozzo ancora visibile a destra dell'altare. L'immagine sacra è un frammento di un dipinto su tegola del XIII]XIV secolo.

Madonna del Divino Amore (Vicolo del Divino Amore)
La chiesa della Madonna del Divino Amore, nel Campo Marzio, ha un'origine medioevale. In origine fu dedicata a S. Cecilia poiché fu eretta, secondo la tradizione, sulla casa paterna della santa. Un piccolo cippo attualmente conservato in sacrestia e ritrovato nel 1604 sotto l'altare, reca la scritta Hec est domus in qua orabat Sancta Cecilia e sul retro MCXXXI consacravit. Si tratta del documento più antico della chiesa, che risulta pertanto consacrata nel 1131, epoca che può corrispondere a quella dell'adiacente campanile romanico. Il cippo posa su un basamento che ricorda Hic olim B. Caeciliae Caemeterium cuius pavimenti frustum vermiculatus lapis, quem vides est: purtroppo nulla resta del mosaico pavimentale. Nel XVIII secolo l'edificio, ormai fatiscente, fu abbattuto e riedificato da Filippo Raguzzini. Nel 1802 la chiesa venne poi affidata alla confraternita della Compagnia del Divino Amore, devota all'immagine del santuario di Castel di Leva. L'aspetto esterno della chiesa è quello settecentesco del Raguzzini, con semplice facciata a capanna divisa in due ordini. Unica sopravvivenza della costruzione primitiva, mimetizzata dai vari rimaneggiamenti, è costituita dal campanile posto sulla destra e datato alla metà del XII secolo. Nel Catalogo di Cencio Camerario (1192) la chiesa è chiamata S. Cecilia in Campi Martis, mentre in quello di Parigi (1230) risulta come S. Cecilia de pusterulis; in quello del Signorili (1425) de Posterula. Queste indicazioni toponomastiche sono molto importanti: infatti si riferiscono alla la linea delle posterule che si aprivano lungo le Mura di Aureliano lungo il fiume. Le Mura in questo tratto sono completamente scomparse, per lasciare spazio ai famosi (o famigerati) muraglioni. Pertanto quando si trova, associato a una chiesa, il toponimo de posterula, esso ci indica sia che da quelle parti dovevano correre le Mura, sia che in quel punto doveva aprirsi un varco che si affacciava sul Tevere e sui moli attestati sulle sue rive. Abbiamo dunque S. Maria de Posterula (già ricordata nel sec. XI e indicata prope montem Augustum, cioè presso il Mausoleo d'Augusto), che stava sull'area dell'attuale S. Girolamo degli Schiavoni; S. Biagio de Posterula, ricordata ai tempi di Onorio III e Innocenzo III; un'altra S. Maria de Posterla (citata nel sec. XII; rimase in piedi presso la riva del Tevere ] quasi dirimpetto all'albergo dell'Orso ] fino al principio del sec. XX). E poi S. Lucia quattuor portarum, fortunatamente ancora esistente e oggi meglio conosciuta come S. Lucia della Tinta.

S. Maria della Concezione (Piazza di Campo Marzio)
Già annessa a un monastero di benedettine fondato intorno al 750 da papa Zaccaria, la chiesa di S. Maria della Concezione fu ricostruita nel sec. XVI e poi trasformata in forme barocche nel 1668]1685. Sull'altare della chiesa è posta l'icona della Madonna avvocata (sec. XII]XIII). Vedi anche la voce S. Gregorio Nazianzeno in questa stessa sezione.

S. Maria in Monticelli (Via di S. Maria in Monticelli)
S. Maria in Monticelli è l'antica chiesa parrocchiale del rione Regola (sembra che fosse appellata anche S. Maria in Arenula). Di origine altomedioevale (le notizie più antiche risalgono a Eugenio I: 654]657), prende il nome, probabilmente, dalla collocazione o su una collinetta o su un piccolo rialzo formatosi su ruderi di edifici antichi: rialzo che si è più volte dimostrato un grande vantaggio nel caso di inondazioni (per esempio quella del 1598). Nel Medioevo la chiesa era assai più monumentale che non adesso: si presentava come una basilica con portico, a tre navate suddivise da archi a tutto sesto poggianti su colonne di granito, di pavonazzetto e di bigio (oggi tutte inglobate nei pilastri moderni), con decorazioni in marmi pregiati, pavimento cosmatesco (del 1227) e mosaico absidale. Gli interventi medioevali più importanti si ebbero sotto papa Pasquale II (1101, testimoniato dal Liber Pontificalis che già la appella in Monticelli), e sotto Innocenzo II che la riconsacrò il 6 maggio 1143. Di questo episodio rimane la seguente epigrafe oggi presso l'ingresso della sagrestia: Santificans aulam pater Innocentius istam / ne cui servisset sic libera iussit ut esset / quod tunc praesentis laudarunt pontificis tres / Conradus Stephanus Albricus cum foret annus / ternus millenys deciesq. quaterque decenus / et quartus decimus patris huius pontificatus / et sextum solem maius revocaret in orbem. Presso la porta si vede dipinta la testa di un pontefice la cui tiara ha due corone (fu Bonifacio VIII a mettere il doppio serto, triplicato poi da Clemente V). I restauri di Francesco Azzurri (1860) diedero alla chiesa l'aspetto attuale (la facciata è di Matteo Sassi). Nella seconda cappella a sinistra si conserva un bel Crocifisso trecentesco, mentre nell'abside un frammento del mosaico del sec. XIII (Il Salvatore in trono fiancheggiato da figure di Santi) mostra la testa del Redentore dal nimbo cruciforme. L'immagine è molto rimaneggiata e presenta un'accentuata schematizzazione lineare ] per esempio nella capigliatura ] e una espressione fredda e stanca: l'opera, di modesta qualità, dimostra il perpetuarsi, sotto Pasquale II o Innocenzo II di una forte tradizione bizantineggiante.

S. Maria in Monterone (Via di Torre Argentina)
Sconosciute sono le origini della chiesa di S. Maria in Monterone, sorta ] sembra ] sulle rovine di un tempio pagano del I secolo a.C. La prima citazione certa della chiesa è contenuta in una bolla di papa Urbano III datata 1186. La denominazione Monterone deriva probabilmente dalla famiglia senese Monteroni, la quale, nel secolo XIII, costruì un ospizio attiguo alla chiesa per offrire vitto e alloggio ai pellegrini e ai viaggiatori provenienti da Siena. Nel 1245, durante il pontificato di Innocenzo IV (1243]1254), la chiesa fu restaurata; altri restauri furono eseguiti da Clemente VIII (1592]1605), durante i quali la chiesa fu sopraelevata per evitare i continui allagamenti dovuti alle piene del Tevere. Lavori di restauro di una certa importanza furono eseguiti da Innocenzo XI (1676]1689); è di quel periodo anche la semplice facciata, realizzata nel 1682. L'interno è a pianta basilicale; le otto colonne antiche con capitello ionico, uno diverso dall'altro (probabilmente materiale di spoglio), che dividono le tre navate, non sono state per nulla toccate dai rifacimenti del periodo barocco e risalgono alla fondazione medioevale.

S. Maria in via Lata (Via del Corso 306)
La chiesa di S. Maria in via Lata deve il suo nome alla strada che costituiva, in epoca classica, il primo tratto urbano della via Flaminia; essa si sviluppa sopra i resti di un grande edificio pubblico (probabilmente una porticus) risalente alla prima età imperiale. Al principio del III secolo in questo edificio furono ricavati una serie di magazzini (horrea), sei dei quali, a loro volta, furono poi trasformati in diaconia; l'epoca di questa trasformazione si fa risalire per tradizione a papa Sergio I (687]701). Per adattare gli horrea alla nuova funzione, fu tuttavia necessario effettuare alcune modifiche strutturali dei sei vani. Furono dapprima eliminati i mezzanini lignei (di cui restano abbondanti tracce); si misero in comunicazione i sei vani, creando tre 'navate' disposte lungo l'asse ovest]est (vani I]IV; II]V; III]VI); si dotò il vano II, disposto sulla 'navata' centrale, di un'abside del diametro di m. 1,40. Il Liber Pontificalis ricorda che Leone III (795]816) e Gregorio IV (827]844) elargirono molti doni alla chiesa e riferisce pure che sotto i pontificati di Sergio II (844]847), Benedetto III (855]858) e Niccolò III (858]867) il Tevere si alzò così tanto che a volte l'accesso alla chiesa finì completamente sommerso. Fu forse proprio per far fronte ai continui allagamenti che nel 1049 papa Leone IX (1049]1054) volle che la chiesa fosse completamente ricostruita, sopraelevandola. Il nuovo edificio aveva l'orientamento opposto a quello attuale e si appoggiava a un arco romano (l'Arcus Novus) che scavalcava la via Lata. Nel consacrare il nuovo edificio, Leone IX collocò nell'altare maggiore alcune reliquie. La chiesa inferiore venne in parte murata e in parte trasformata in cripta: una Testa di santa raffigurata nell'abside del vano II sembra doversi datare proprio al sec. XI. La chiesa dovette avere notevole importanza nel Basso Medioevo: Cencio Camerario (al n°46della nostra numerazione) ci informa che alla fine del XII secolo le erano attribuite generose elargizioni in denaro, segno della considerazione di cui godeva. Nel 1491 Innocenzo VIII avviò a una profonda modificazione dell'edificio, che, pur conservando la pianta basilicale della chiesa medioevale, con le tre navate divise da dodici colonne antiche in marmo cipollino, fu ampliato e rialzato di circa un metro. L'abside andò a occupare l'area di una chiesa confinante (S. Ciriaco) e si demolì perfino l'adiacente arco romano. La nuova chiesa fu consacrata nel 1506, anche se soltanto con il XVII secolo assunse il suo aspetto definitivo. Poco nella chiesa superiore sembra rimandare alla sua storia medioevale: nella Cappella del Sacramento, in fondo alla navata destra, sopravvivono resti del pavimento cosmatesco, mentre sull'altare maggiore si conserva la venerata icona della Madonna Advocata, opera di un non meglio documentato Petrus pictor; variamente datata tra l'XI e il XIII secolo, l'icona presenta una volumetria e una saldezza che consente di datarla alla seconda metà del XII secolo. Da una porta a sinistra dell'atrio si accede alla chiesa sotterranea (corrispondente alla chiesa paleocristiana), assai difficile da visitare. Il ripristino dei sei ambienti si deve a Pietro da Cortona, che tra il 1658 e il 1662 recuperò i vani restaurandoli e decorandoli. La sistemazione secentesca (purtroppo irrimediabilmente guastata dagli scavi del 1905 e del 1964) salvaguardò una serie di affreschi di straordinaria importanza per lo studio dell'arte romana altomedioevale; tuttavia, a causa della grande umidità degli ambienti, nel 1960 l'Istituto Centrale del Restauro procedette al definitivo distacco degli affreschi, oggi finalmente esposti ] dopo un lungo restauro ] nel Museo Nazionale Romano Crypta Balbi (via delle Botteghe Oscure). Nel vano I è ancora visibile la colonna di granito (alta metri 2.30) con base e capitello corinzio, connessa alla memoria della prigionia di S. Paolo che secondo una leggenda avrebbe dimorato proprio qui; verso l'angolo nord sta il pozzo ottagonale da cui sarebbe scaturita l'acqua prodigiosa in seguito alle preghiere di S. Paolo. Il vano II conserva ancora un altare in muratura collocato al centro della parete nord. Alto circa un metro e di forma cubica, presenta un'apertura collocata sul piano della mensa (per contenere le reliquie) e la fenestella confessionis al centro della superficie anteriore. Alcune pitture decorano le facce visibili: l'anteriore presenta piccole croci bianche su fondo scuro, le laterali una croce rossa dai cui angoli nascono palmette. Dal confronto con altari analoghi (come quello di S. Nicola de' Cesarini), può essere attribuito alla fase originaria della diaconia paleocristiana. Una Testa di santa appartenente alla decorazione absidale è stata invece datata al 1049, al tempo dei lavori intrapresi nella chiesa da Leone IX: essa mostra una scioltezza compositiva che lo accomuna agli affreschi della chiesa dell'Immacolata Concezione di Ceri. Dal vano III provengono gli affreschi (variamente datati al VII]VIII secolo), raffiguranti l'Orazione nell'Orto, opera di un pittore forse non romano dotato di notevoli capacità espressive, e Tre teste di santi, dalla decisa impostazione plastica e una vigorosa espressività che li collega agli affreschi più antichi di S. Crisogono. Il vano IV mostra un antico accesso a ovest occluso da strutture di fondazione della chiesa del secolo XI. Qui, nell'arco che divide questo ambiente dal vano I era raffigurata una ghirlanda di rose e ai lati, scendendo lungo i pilastri, un tempietto e figure di santi. Anche le altre pareti del vano erano interessate da pitture: sul lato sud è stato identificato un Mosè, mentre sul lato nord fu ritrovata una pittura raffigurante una porta in prospettiva; lungo il muro ovest vi erano invece altre figure, che dovevano far parte di un Giudizio di Salomone: quando furono realizzate le fondazioni della superiore chiesa medioevale, queste pitture furono rovinate. Erano infine collocate a est le Storie di S. Erasmo (metà del sec. VIII), notevoli per il loro intento narrativo, dove le immagini, in parte sproporzionate, sembrano seguire un filone di arte popolare che si riscontra in analoghi affreschi contemporanei. Nella fascia subito al di sotto delle Storie di S.Erasmo, sono state individuate tracce di affreschi raffiguranti scene tratte dalle Storie dei Sette Dormienti e le figure di due committenti (indicati dalle scritte Benedicta mulier ed Ego Silbester mon[achus]). Anche il vano V ha conservato notevoli tracce di pitture. Particolarmente interessanti sono le figure monumentali di due santi, alte m. 1,25, poste a ornamento degli stipiti interni del passaggio aperto tra il vano IV e il V. Identificate con i due santi celimontani Giovanni e Paolo (sono infatti accompagnate rispettivamente dalle scritte Paulus e [Johan]nes), le due figure mostrano un segno nero di contorno molto rigido che sembra datarle alla fine dell'VIII secolo. Il vano VI infine mostra una porta colmata da un poderoso muro di fondazione relativo alla ricostruzione della chiesa ad un livello più alto avvenuta nel secolo XI. Al centro del vano è posto un'altare, datato al XII secolo; esso fu realizzato riutilizzando un antico cippo nelle cui facce a vista fu inserita una decorazione cosmatesca formata da frammenti di marmi antichi (porfido, serpentino, basalto). In un locale annesso alla chiesa si conservano alcuni arredi sacri, tra cui un cero pasquale cosmatesco e una cassetta reliquiaria con smalti, di fabbrica limosina (XIII secolo).

S. Maria sopra Minerva (Piazza della Minerva)
Secondo la tradizione, un primitivo oratorio dedicato alla Vergine già esisteva al tempo di papa Zaccaria (741]752), che lo concesse alle suore basiliane provenienti da Costantinopoli. Già a questa epoca è attestato il particolare cognomen: l'appellativo Minervium compare infatti già nell'Itinerario di Einsiedeln (sec. VIII) e deriva dal fatto che l'oratorio fu eretto sulle rovine dell'antico Tempio di Minerva Chalcidica. Nel 1266 l'oratorio altomedioevale fu concesso ai Domenicani di S. Sabina, che vi si trasferirono qui nel 1275; nel 1276 la chiesa divenne parrocchia e fu distaccata dalla giurisdizione della vicina chiesa di S. Marco. Nel 1280, durante il pontificato di Niccolò III, si intraprese alfine la ricostruzione della chiesa; a dirigere i lavori sembra che furono chiamati fra Sisto Fiorentino (+1289) e fra Ristoro da Campi, gli stessi domenicani ai quali è attribuita la fabbrica di S. Maria Novella a Firenze e che in quel periodo si trovavano sicuramente a Roma. Alla fine del XIII secolo il coro e il transetto erano compiuti e la chiesa poteva essere utilizzata per il culto; ma lo spostamento della corte papale ad Avignone all'inizio del Trecento causò un rallentamento dei lavori, tanto che soltanto alla metà del XV secolofu eretta (a spese di Francesco Orsini, conte di Gravina e Conversano e prefetto di Roma) la facciata a guscio del tipo di quella dell'Aracoeli, che sarà poi modificata nel corso del XVII secolo dal cardinale Antonio Barberini. La chiesa si presentava con la navata centrale coperta da un tetto a capriate (sostituito poi da una copertura a volte nel sec. XV) e da due navate laterali coperte a volta. Tramite alcune aperture fatte sul fianco su via di s. Caterina da Siena, si può ancora oggi intravvedere la tipica muratura medioevale con cornice a denti di sega. La chiesa è spesso definita l'unico esempio in Roma di architettura gotica. In realtà il suo aspetto interno è in gran parte il risultato dei radicali restauri in stile neogotico, diretti a cavallo della metà del XIX secolo dal domenicano Girolamo Bianchedi. Il restauro, terminato il 25 ottobre del 1855, modificò fortemente l'aspetto austero della chiesa medioevale, a causa di un eccessivo impiego di marmi colorati e di decorazioni policrome. Inoltre i restauri comportarono anche cambiamenti strutturali: nel coro furono aperte nuove finestre, mentre le sei finestre quadrangolari della navata maggiore furono sostituite con dodici aperture circolari; furono rifatte le volte della tribuna e del coro; furono realizzate le fasce trasversali in corrispondenza delle campate della navata centrale, impostate sui capitelli delle semicolonne addossate ai pilastri; furono messi in opera i costoloni lungo le nervature delle crociere. Furono infine inserite vetrate dipinte nelle navate, nella controfacciata e nell'abside, raffiguranti i santi dell'Ordine Domenicano. Nella chiesa sono rimaste poche testimonianze medioevali. Nel transetto destro è la Cappella del Crocifisso, il cui accesso è inquadrato da un elegante portale ogivale, che si crede possa essere formato con il materiale del distrutto ciborio gotico dell'altare maggiore). All'interno è un Crocifisso ligneo del sec. XIV]XV, erroneamente attribuito a Giotto. Sorpassata la Cappella Carafa (fine sec. XV), si incontra il sepolcro di Guglielmo Durand, vescovo di Mende (+ 1296), opera firmata di Giovanni di Cosma; la tomba, in origine collocata lungo il lato orientale del transetto (all'interno della Cappella Altieri), fu qui trasferita nel 1670. Nella lastra si legge la seguente iscrizione: +Hoc est sepulcrum domini Guilielmi Duranti episcop. Mimeten. ord. praed.+Johan. filius magistri Cosmati feit hoc opus. Nel 1857 l'antico altare maggiore fu sostituito da una mensa in stile neogotico che conserva, all'interno, il sarcofago di S. Caterina da Siena (+ 1380), completamente ridipinto e databile al 1430; esso è stato erroneamente attribuito a Isaia da Pisa, mentre è opera di un ignoto marmoraro romano del sec. XV. Nel vestibolo creato nel XVII secolo per accedere alla chiesa da via Beato Angelico (sopprimendo la Cappella di S. Tommaso), è posta sulla destra la tomba del cardinale Matteo Orsini (+ 1340, incompleta), opera di Angelo di Ventura da Siena e di Paolo da Siena; nel sec. XVI la statua fu riunita a quella del cardinale Latino Malabranca Orsini (+ 1294). Dalla sacrestia si accede a un piccolo ambiente: qui nel 1637 il card. Antonio Barberini fece ricostruire la camera ove morì la s. Caterina da Siena, utilizzando frammenti dell'originaria decorazione parietale e il pavimento dalla stanza in Via S. Chiara. Fuori della camera è stato murato un Angelo con il cartiglio, proveniente dall'originario monumento funebre di s. Caterina, opera del marmoraro Paolo commissionata da Raimondo da Capua (c. 1380). Dal chiostro si accede al piccolo Museo della Basilica, inaugurato nel 1974, in cui si conserva un affresco del sec. XIII con la Madonna e il Bambino distaccato da una parete dalla antica sacrestia.

S. Maria Nova (Piazza di S. Francesca Romana)
Gli Atti di Pietro, apocrifi, narrano che Simon Mago sfidò gli apostoli Pietro e Paolo con la dimostrazione dei propri poteri soprannaturali volando al cielo dall'altura della Velia alla presenza dell'imperatore Nerone, ma la preghiera di Pietro vanificò la sua magia e Simon Mago precipitò, morendo. Sulla pietra sarebbero rimaste le impronte delle ginocchia dell'Apostolo in preghiera: i silices apostolici. In ricordo dell'evento miracoloso il papa Paolo I, attorno al 760, volle costruire un oratorio dedicato a Pietro e a Paolo, dove furono collocati i silices. L'oratorio sorgeva sulle gradinate verso il Foro del Tempio di Venere e Roma (sec. II d.C.). Verso la metà del IX secolo, su una cella del Tempio papa Leone IV eresse una nuova chiesa che incorporò l'antico oratorio e che, arricchita e ampliata, assunse la denominazione di S. Maria Nova, dopo che Gregorio V (996]999) vi ebbe trasferito il culto e il titolo di diaconia dalla sede di S. Maria Antiqua, ormai in abbandono. Allo stesso pontificato risale anche la traslazione dei corpi dei martiri Nemesio, Esuperia, Simpronio, Olimpio, Lucilla e Teodulo, e probabilmente la costruzione dell'edificio destinato al monastero dove, tra il 1061 e il 1119 risiedettero i Canonici Regolari di San Frediano di Lucca, poi fino al 1351 i Canonici Lateranensi. Un radicale restauro della chiesa si ebbe attorno alla metà del XII secolo con interventi riguardanti soprattutto la zona absidale che venne arricchita di mosaici, oltre all'edificazione della torre campanaria e del chiostro; promotore dei lavori fu papa Alessandro III che nel 1161 riconsacrò la chiesa. Il tetto fu ricostruito negli anni del pontificato di Onorio III (1216]1227). Nel 1352, per volontà del cardinale Pietro Roger de Beaufort, la chiesa fu affidata ai Benedettini della Congregazione di Monte Oliveto, che tuttora la officiano; e fu proprio Pietro Roger de Beaufort, una volta divenuto papa con il nome di Gregorio XI, a dotare il monastero di un nuovo chiostro nel 1371. Fin dagli inizi del XV secolo S. Maria Nova divenne il punto di riferimento dell'esperienza religiosa di s. Francesca Romana, sepolta nella cripta della chiesa. La completa trasformazione di Santa Maria Nova risale al XVII secolo; in quell'occasione la chiesa venne intitolata anche a s. Francesca Romana. Il prospetto precedente era costituito da un portico con sei colonne ioniche che sorreggevano un architrave con edicola centrale dedicata alla Vergine e dalla facciata rivestita di mosaici, con tre finestre ad arco e rosone nel timpano. Così compare in un episodio del ciclo di affreschi raffiguranti le Storie della vita di s. Francesca Romana (1468) nel monastero di Tor de' Specchi e in numerose vedute del Foro del XVI secolo. Gli Atti di Pietro, apocrifi, narrano che Simon Mago sfidò gli apostoli Pietro e Paolo con la dimostrazione dei propri poteri soprannaturali volando al cielo dall'altura della Velia alla presenza dell'imperatore Nerone, ma la preghiera di Pietro vanificò la sua magia e Simon Mago precipitò, morendo. Sulla pietra sarebbero rimaste le impronte delle ginocchia dell'Apostolo in preghiera: i silices apostolici. In ricordo dell'evento miracoloso il papa Paolo I, attorno al 760, volle costruire un oratorio dedicato a Pietro e a Paolo, dove furono collocati i silices. L'oratorio sorgeva sulle gradinate verso il Foro del Tempio di Venere e Roma (sec. II d.C.). Verso la metà del IX secolo, su una cella del Tempio papa Leone IV eresse una nuova chiesa che incorporò l'antico oratorio e che, arricchita e ampliata, assunse la denominazione di S. Maria Nova, dopo che Gregorio V (996]999) vi ebbe trasferito il culto e il titolo di diaconia dalla sede di S. Maria Antiqua, ormai in abbandono. Allo stesso pontificato risale anche la traslazione dei corpi dei martiri Nemesio, Esuperia, Simpronio, Olimpio, Lucilla e Teodulo, e probabilmente la costruzione dell'edificio destinato al monastero dove, tra il 1061 e il 1119 risiedettero i Canonici Regolari di San Frediano di Lucca, poi fino al 1351 i Canonici Lateranensi. Un radicale restauro della chiesa si ebbe attorno alla metà del XII secolo con interventi riguardanti soprattutto la zona absidale che venne arricchita di mosaici, oltre all'edificazione della torre campanaria e del chiostro; promotore dei lavori fu papa Alessandro III che nel 1161 riconsacrò la chiesa. Il tetto fu ricostruito negli anni del pontificato di Onorio III (1216]1227). Nel 1352, per volontà del cardinale Pietro Roger de Beaufort, la chiesa fu affidata ai Benedettini della Congregazione di Monte Oliveto, che tuttora la officiano; e fu proprio Pietro Roger de Beaufort, una volta divenuto papa con il nome di Gregorio XI, a dotare il monastero di un nuovo chiostro nel 1371. Fin dagli inizi del XV secolo S. Maria Nova divenne il punto di riferimento dell'esperienza religiosa di s. Francesca Romana, sepolta nella cripta della chiesa. La completa trasformazione di Santa Maria Nova risale al XVII secolo; in quell'occasione la chiesa venne intitolata anche a s. Francesca Romana. Il prospetto precedente era costituito da un portico con sei colonne ioniche che sorreggevano un architrave con edicola centrale dedicata alla Vergine e dalla facciata rivestita di mosaici, con tre finestre ad arco e rosone nel timpano. Così compare in un episodio del ciclo di affreschi raffiguranti le Storie della vita di s. Francesca Romana (1468) nel monastero di Tor de' Specchi e in numerose vedute del Foro del XVI secolo. Tra il 1816 e il 1829 fu demolita e riedificata in dimensioni diverse da Giuseppe Valadier la parte dell'edificio conventuale verso l'arco di Tito, che nel 1873, con l'applicazione delle leggi sull'alienazione dei beni ecclesiastici fu assegnata allo Stato italiano ed è oggi in parte sede della Soprintendenza archeologica di Roma e dell'Antiquarium del Foro: il chiostro è ricavato tra l'abside della chiesa e la cella del tempio di Adriano. Il pavimento è stato rifatto nel 1952, ma conserva frammenti di opera cosmatesca nell'area corrispondente all'antica schola cantorum e nel transetto. Nel vestibolo dell'ingresso laterale che occupa lo spazio di una cappella, è posto il monumento funebre del cardinale Martino Vulcani, titolare di S. Maria Nova (+ 1394), raro esempio di scultura tardogotica a Roma. Sulla parete destra del transetto, sotto la cantoria e dietro una grata, sono conservati i silices apostolici: originariamente erano un'unica pietra, infissa sopra un altare da dove, spezzatasi accidentalmente nel 1899, venne divisa e trasferita nel luogo attuale. Sul pavimento, entro una cornice marmorea lungo la quale corre l'iscrizione sepolcrale, è la lastra tombale del cardinale Francesco Uguccioni Brandi, urbinate, nominato titolare dei Ss. Quattro Coronati (+1412). Sull'altare maggiore del sec. XIX, è collocata l'icona della Madonna con il Bambino (sec. XIII). Il restauro del 1949 ha rivelato, sotto la pittura duecentesca, un più antico dipinto ad encausto raffigurante la Madonna Glycophilousa (sec. VII) che, staccato e trasferito su tavola, è oggi conservato nella sagrestia. Il mosaico absidale, la Madonna col Bambino e i santi Giacomo, Giovanni, Pietro e Andrea, è tradizionalmente assegnato al 1160 (sebbene non si escluda una datazione di poco più tarda) e rivela elementi comuni ai mosaici di S. Clemente e di S. Maria in Trastevere. Sul lato sinistro del transetto, si apre in basso una piccola nicchia con i resti di una Crocifissione, affresco del X] XI secolo. Dal transetto si accede alla sacrestia passando attraverso un breve corridoio con frammenti di marmi antichi e altomedievali, collocati lungo le pareti. Nella sacrestia, oltre la Madonna Glycophilousa, sono conservati frammenti staccati di affreschi duecenteschi raffiguranti la Madonna con Bambino e Santi, e Cristo e un angelo, forse proveniente dal transetto.

S. Maria in Aracoeli (Piazza del Campidoglio)
L'antica denominazione di questa chiesa é S. Maria in Capitolio; essa sorge sulla cima più alta del Campidoglio ] l'Arx ], sede del Tempio di Giunone Moneta e dell'Auguraculum (il luogo ove i sacerdoti romani traevano gli auspici mediante l'osservazione del volo degli uccelli). Si è ipotizzato che la chiesa sia in connessione con l'esistenza di un palazzo augusteo, situato appunto sul Campidoglio, la cui memoria sarebbe rimasta nella successiva stratificazione degli edifici medievali. Per tradizione si assegna la fondazione della chiesa o a s. Elena, madre dell'imperatore Costantino, o a Gregorio I Magno, che l'avrebbe consacrata nel 591; i primi dati certi tuttavia non sembrano risalire oltre il VII]VIII secolo, all'epoca cioè della fondazione del monastero detto della S. Madre di Dio che è chiamato Camellaria, di S. Giovanni Battista e di S. Giovanni Evangelista. Ai monaci greci (che per primi ] sembra ] si insediarono nel monastero capitolino) subentrarono intorno al X secolo i benedettini. È certo che la chiesa di s. Maria riunì in sé tutta la celebrità del Campidoglio medioevale, cosicché il monastero era comunemente detto Monasterium Capitolii (un suo abate nel 1015 si sottoscrive: Ego Dominicus Abbas Capitolii). La prima chiesa monumentale vera e propria fu costruita a metà del XII secolo, in stile romanico, sull'area dell'attuale transetto, guardando con la facciata verso piazza del Campidoglio. La chiesa primitiva doveva avere l'altare maggiore dove ora è la cappella di S. Elena e dove un tempo era venerata l'icona della Madonna Hagioritissa oggi sull'altare maggiore. A questa chiesa primitiva apparteneva anche l'ambone di Lorenzo e Jacopo Cosmati, della fine del XII secolo, poi riutilizzato nella chiesa odierna. All'esterno del muro settentrionale dell'attuale transetto di S. Maria in Aracoeli sono visibili tratti di muratura in tufo, chiaramente estranei alle strutture murarie della chiesa gotica. Anche le pareti esterne dell'attuale ottava cappella a destra, situata al posto del campanile del XII secolo, conservano tratti di muratura romanica. Nel 1249 Innocenzo IV cedette S. Maria in Capitolio ai francescani, che stabilirono qui la propria sede generalizia e intrapresero la ricostruzione monumentale dell'intero complesso. L'antica chiesa romanica divenne il transetto del nuovo edificio, che risultò così orientata non più verso il Campidoglio ma in direzione del nuovo centro d'attrazione costituito da S. Pietro. Sebbene la data di consacrazione dell'edificio sia fissata da un documento al 1268, il fondamentale sviluppo del complesso si ebbe nel ventennio 1280] 1300, con la rielaborazione del transetto finanziato dalla famiglia Savelli, che ne fece la propria cappella di famiglia, apponendovi all'esterno gli stemmi mosaicati: la testata del transetto si apriva verso il Campidoglio in un ampio finestrone a trifora sormontato da un rosone e affiancato da bifore più piccole. Ed è proprio al tempo dell'insediamento dei francescani che compare il nuovo appellativo di S. Maria in Aracoeli. Infatti, ancora alla fine del sec. XII la chiesa è ancora ricordata come S. Maria in Capitolio e come tale è citata per esempio nel catalogo di Cencio Camerario (al n° 61 della nostra numerazione). Il particolare toponimo Aracoeli ("Altare del cielo") trae origine dalla suggestiva leggenda, riportata anche dai Mirabilia Urbis Romae (cfr. anche Le miracole de Roma, al § 8), secondo cui in questo luogo l'imperatore Ottaviano, mentre consultava la Sibilla, avrebbe avuto la visione della Madonna in cielo seduta su un altare con il Bambino tra le braccia e avrebbe udito una voce che diceva Haec est Ara Primogeniti Dei; e pertanto avrebbe fatto erigere sul Campidoglio un altare. Tale leggenda, che sembra essere anche connessa con l'interpretazione medioevale della quarta Ecloga di Virgilio (che costò al poeta la fama di mago), potrebbe essere il frutto (secondo un'ipotesi suggestiva, ma non documentata) di una corruzione di un originario appellativo di S. Maria in Arce. Il tema della leggenda fu riportato nel grande affresco absidale opera di Pietro Cavallini; purtroppo l'ampliamento del coro voluto da papa Pio IV nel 1564 causò la perdita dell'intero affresco. Nella medesima campagna di lavori, fu spostato l'ingresso laterale in corrispondenza della cappella Felici, ove ora si trova. Nel 1689 la chiesa viene completamente restaurata con la decorazione della navata centrale e la parziale chiusura delle finestre gotiche. Nel 1880 circa l'intero complesso conventuale annesso alla chiesa fu raso al suolo per l'erezione del monumento a Vittorio Emanuele II, la cui mole oggi incombe sulla basilica capitolina. Si accede alla chiesa dalla ripida scalinata (restaurata l'ultima volta nel 1964), scandita da 125 gradini raggruppati in serie di otto, eseguita nel 1348 dal marmoraro Lorenzo di Simone di Andreozzo, come ricorda la lapide collocata sulla facciata della chiesa a sinistra del portale centrale: + Magister Laurentius Simeoni Andreotii Andrea Karoli fabricator de Roma de regione Columpne fundavit prosecutus est el consumavit ut principalis magister hoc opus scalarum inceptum anno domini ann. CCCXL VIII die XXV octobris. Una consolidata tradizione vuole che la scalinata sia stata eretta quale ex voto alla Madonna per aver liberato Roma dalla pestilenza. La facciata, a guscio di mattoni (di spoglio, di diverso formato e colore) del sec. XIII, è coronata da un timpano orizzontale segnato da due gole, stretto tra i due spioventi laterali ornati da une cornice marmorea a denti di sega; essa era ornata da un mosaico di cui rimangono ancora visibili nella gola di destra, alcuni frammenti raffiguranti il soggetto francescano del Sogno di Innocenzo III, riferibili all'ultimo decennio del XIII secolo e attribuiti ] senza certezza ] a Jacopo Torriti. In basso, si aprono i tre portali del sec. XIV, rimaneggiati nei secc. XV e XVI. Nelle lunette archiacute degli ingressi laterali, appartenenti all'originaria configurazione della facciata insieme ai soprastanti rosoncini a raggiera, sono inseriti due bassorilievi tardocinquecenteschi. Nel 1412 fu posto sulla facciata l'orologio pubblico, spostato nel 1728 al centro della facciata in alto e nel 1806 sulla torre capitolina. All'interno, la chiesa è divisa in tre navate da ventidue colonne antiche di spoglio (di granito bianco e rosso, cipollino, pavonazzetto, marmo bianco), con capitelli e basi antichi; sopra l' imoscapo di una di esse si legge l'epigrafe (forse in collegamento con la leggenda d'Augusto): A cubiculo Augustorum. La navata centrale, aperta da finestre a sesto acuto e priva di decorazioni, si concludeva in un'abside decorata dall'affresco di Pietro Cavallini. Molte della cappelle laterali, pur rivestite in età moderna, celano ancora l'architettura del sec. XIII. La splendida stesura del pavimento cosmatesco, caratterizzata da grandi lastre rettangolari in marmo bianco riquadrati da fasce mosaicate, è capolavoro duecentesco dei celebri marmorari romani; in esso alloggiano numerose lastre tombali dei secc. XIV e XV. All'altezza della cappella di S. Diego e di S. Paolo il disegno cambia per la presenza della schola cantorum, distrutta nel corso dei lavori del sec. XVI. Particolarmente ricca è la pavimentazione del presbiterio, adorna di grandi dischi porfiretici. Nella navata sinistra, all'esterno della terza cappella (di S. Antonio da Padova) è collocata la pietra tombale di fra Mattia di S. Eustachio ministro della Provincia Romana dei Minori (+ 1300); nel pavimento della nona cappella è invece inserita la tomba del senatore Pietro Lante (+ 1403). Al centro del transetto sinistro è il tempietto circolare, distrutto nel 1798 e ricostruito nel 1833, che sorge sopra l'ara che, secondo la tradizione, venne fatta costruire da Augusto in seguito alla profezia della Sibilla. L'altare, rimasto semisepolto a causa del rialzamento del pavimento del presbiterio, è oggi posto sotto il livello di calpestio ed è visibile da una vetrata; si tratta di una raffinata opera del XII]XIII secolo, in marmo con inserzioni cosmatesche e la rappresentazione nei pennacchi dell'arco dell'Apparizione della Vergine ad Augusto. Il tempietto, dedicato a s. Elena, ne conserva le reliquie (qui traslate nel sec. XII) entro una cassetta in legno di sandalo intagliata e dipinta del XII, custodita nell'urna in porfido che funge da altare. Nel 1963 è stato effettuato un sondaggio che ha dato la certezza che dietro l'altare cosmatesco vi era un luogo di culto antichissimo, fondato su muri romani. Qui forse era l'Auguraculum e con esso è da ricollegare la colonna proveniente a cubiculo Augustorum. Nel transetto sinistro è collocato il monumento funebre del cardinale Matteo d'Acquasparta. Morto nel 1302, Matteo fu una delle figure centrali del francescanesimo medioevale e fu ricordato anche da Dante (Par. XII, 124). Il monumento presenta una bella edicola gotica nella quale è un affresco raffigurante la Madonna con il Bambino in trono tra s. Matteo e s. Francesco che presenta il cardinale defunto: l'opera è attribuita per la parte architettonica e scultorea a Giovanni di Cosma e per quella pittorica a Pietro Cavallini. Nella navata destra si apre un ingresso laterale, già vano del campanile della chiesa del XII secolo, nel quale sono conservati brani affrescati cavalliniani. Uscendo dal portale si può vedere la struttura del campanile conservata nei primi due piani, oltre ad una splendida lunetta a mosaico raffigurante una Madonna con il Bambino tra due angeli, variamente attribuito a Jacopo Torriti o a un pittore di scuola cavalliniana: il mosaico fu qui trasferito nel 1564 da Alessandro Mattei quando ottenne di costruire la sua cappella in luogo dell'ingresso laterale originario. L'ultima cappella della navata destra, intitolata a s. Pasquale Baylon, fu interamente decorata nel XVII secolo, nascondendo l'originaria struttura gotica; recentemente però, nel corso di restauri, sono tornati alla luce affreschi attribuiti a Pietro Cavallini. Il transetto destro termina nella cappella Savelli, su disegno settecentesco di Filippo Raguzzini. Alla parete sinistra è poggiata la Tomba di Luca Savelli (+ 1266) con Madonna e Bambino; sulla parete destra invece è la Tomba di Vana (Giovanna) Aldobrandeschi di S. Fiora, moglie di Luca Savelli. Nel XVI secolo sul sepolcro di Vana fu posta la statua giacente del figlio, papa Onorio IV (1285]1287), che era in S. Pietro. Originariamente sistemate sotto baldacchini gotici, le due tombe Savelli furono nel 1728 coperte dal baldacchino a foggia di camino. Entrambi i monumenti sono attribuiti alla bottega di Arnolfo di Cambio. Nella soffitta si conservano resti della decorazione a fresco della scuola di Pietro Cavallini. A destra dell'abside, nella cappella di S. Rosa, si trova il mosaico con la Madonna in trono con il Bambino tra S. Giovanni Battista e S. Francesco che presenta il commitente (forse il senatore Giacomo Capocci, morte nel 1254). Il mosaico è variamente attribuito sia a Pietro Cavallini sia a Jacopo Torriti. Alla congiunzione tra la navata mediana e il transetto sono collocati due amboni cosmateschi, databili circa al 1200. Ritenuti solitamente come il risultato dello smembramento di un unico ambone (forse della precedente chiesa benedettina), essi sembrano in realtà pezzi di diversa provenienza. Quello meridionale, firmato da Lorenzo di Tebaldo (Laurentius cum Jacobo filio suo [h]uius operis magister fuit), appare forse più antico dell'altro, che reca sulla fronte due colonnine tortili inquadranti al centro un'aquila. Rifacimenti e manomissioni sono comunque sicuramente avvenuti, tanto che oggi la lastra che in origine ornava la parte convessa del pulpito si trova nei Musei Capitolini. In essa, l'intarsio cosmatesco inquadra un rilievo circolare del sec. IV, raffigurante sette episodi della Vita di Achille, rilavorato nel Medioevo.

Inserito Domenica 25 Maggio 2014, alle ore 16:45:05 da latheotokos
 
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DOCENTE ALL'ISSR "SAN LUCA" DI CATANIA

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