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  Le chiese medievali di Roma dedicate a Maria - 3 
Medioevo

Dallo studio di Fabrizio Alessio Angeli ∙ Elisabetta Berti, Chiese medioevali di Roma, I. Le chiese dentro le mura, Associazione Culturale SestoAcuto, Roma 2007.




S. Maria in Trastevere (Piazza S. Maria in Trastevere)
Secondo un'antica tradizione la basilica di S. Maria in Trastevere sorgerebbe in una zona ove si trovava, in epoca classica, una taberna meritoria in cui si riunivano i soldati andati in pensione dopo una lunga ferma. In essa, nell'anno 38 a.C., sarebbe scaturito l'olio dalla terra, olio che continuò a scorrere per tutto un giorno senza interruzione. Il fenomeno, certamente di origine vulcanica ] una breve eruzione di petrolio ] è ora spiegabile scientificamente; infatti anche recentemente, poco prima e durante la costruzione dei lungotevere, lungo le sponde del fiume sono state notate fughe di gas dal caratteristico odore di petrolio; ma gli Ebrei, che numerosissimi allora abitavano in Trastevere, interpretarono l'accaduto come un segno premonitore della venuta del Messia, e questa credenza è poi passata ai Cristiani che vi hanno visto anche la grazia del Cristo che avrebbe salvato le genti. L'iscrizione fons olei che si legge sotto il presbiterio della basilica sta ad indicare appunto il luogo ove sarebbe avvenuta l'improvvisa eruzione di petrolio. Oltre che all'avvenimento miracoloso, la chiesa trasteverina è legata anche alla memoria di Callisto (217]222), il santo pontefice che, secondo la tradizione, avrebbe qui raccolto la comunità cristiana per celebrare il culto in una chiesa domestica (domus ecclesiae), poi trasformata da papa Giulio I (337]352) in una grande basilica, forse la prima chiesa di Roma dedicata alla Vergine. Adriano I (772]795) restaurò e ingrandì la chiesa aggiungendovi le navate laterali e Leone III (795]816) l'arricchì di doni. Gregorio IV (827]844) vi apportò profondi mutamenti: sopraelevò il presbiterio di circa un metro e mezzo rispetto al piano della navata, sistemando i banchi del clero lungo il muro dell'abside davanti alla quale pose l'altare maggiore (che prima stava non nel presbiterio ma allo stesso livello della navata, più avanti verso la porta, quasi in mezzo al popolo); vi costruì davanti una recinzione presbiteriale aperta al centro per consentire ai fedeli la vista del celebrante. L'altare fu coperto da un ciborio e sotto di esso fu scavata la confessione ove furono riposti i corpi dei martiri Callisto, Calepodio e Cornelio (qui traslati già nel sec. VIII), venerati dai fedeli attraverso la fenestella confessionis aperta al centro fra le due rampe di scale che permettevano l'accesso al presbiterio. Il papa fece costruire inoltre la schola cantorum, la cappella del Presepio e un monastero per il clero addetto al culto della basilica. Benedetto III (855]858) ricostruì l'abside rovinata dal terremoto dell'847 e rinnovò il portico, il battistero e la sacrestia. Innocenzo II (1130]1143), della famiglia trasteverina dei Papareschi, riedificò la chiesa dalle fondamenta (o, quanto meno, ne completò la riedificazione avviata dal suo avversario, l'antipapa Anacleto II): vi aggiunse il transetto, rinnovò l'abside, che fece ornare con splendidi mosaici, e la cappella del Presepio con lo stesso materiale del sec. IX, dedicandone l'altare. Completata forse nel 1148, la ricostruzione si giovò di materiali provenienti dalle terme di Caracalla (o forse dall'Iseo Campense), come per esempio i capitelli, le colonne di granito e le basi di alcune colonne della navata. Innocenzo II morì prima che l'edificio venisse completato, ma lasciò i denari per portare a compimento la chiesa. Ulteriori lavori furono eseguiti da Eugenio III (1145]1153) che fece innalzare la torre campanaria, e da Alessandro III (1159]1181) che finalmente consacrò il tempio. In seguito la chiesa subì ulteriori restauri e numerose modifiche, specie alla fine del '500 durante i lavori fatti fare dal card. Marco Sittico Altemps. Tuttavia, nonostante tutte queste modifiche, l'edificio attuale è sostanzialmente ancora quello eretto da Innocenzo II. È certamente la più riuscita ed armoniosa opera dell'architettura romana dei secoli XI]XIII, tanto profondamente permeata da un sentito, rinascente classicismo, che aveva come primarie fonti d'ispirazione religiosa ed artistica l'antico S. Pietro e S. Maria Maggiore. Sopra al portico si alza la facciata della basilica sormontata da un frontone decorato nei restauri del sec. XIX dal pittore Silverio Capparoni con affreschi, ora in gran parte svaniti. Sotto al frontone, lo sguscio di protezione è decorato con un grande mosaico raffigurante la Madonna in trono con il Bambino, ai piedi della quale sono inginocchiati i due donatori; ai lati, due teorie di sante con una lampada in mano. Il mosaico è stato eseguito da varie mani in epoche diverse. Le otto figure centrali (Madonna con il Bambino, i due donatori e le quattro vergini più vicine a destra e a sinistra) sono le più antiche, eseguite nel sec. XIII; più tarde sono le tre ultime sante a destra, l'ultima delle quali e più recente e di mano diversa dalle altre due. Le rimanenti tre a sinistra sono state eseguite per ultime, ma comunque non più tardi dell'inizio del sec. XIV. La facciata aveva in origine tre finestre centinate che furono fatte chiudere nel sec.XVII, sostituite con una grande, quadrata, al centro, ed una circolare nel timpano. La forma attuale della facciata si deve al Vespignani che, distrutte tutte le finestre, sia quelle esistenti che quelle riemerse durante i restauri, vi aprì le tre attuali centinate, tra le quali vi furono affrescate, sempre dal Capparoni quattro palme e le pecore pascenti e ai lati, sui muri inclinati che coprono i tetti delle navate laterali, le città di Gerusalemme e Betlemme. Il campanile a destra della facciata è della prima metà del sec. XII e fu rimaneggiato nel '600. Il portico è a cinque arcate chiuse da cancelli disegnati da Carlo Fontana; nell'atrio si conservano resti pittorici di una più antica decorazione, una raccolta di epigrafi pagane e cristiane, di marmi e sculture che rendono l'ambiente simile ad un piccolo museo costituito nel sec. XVIII dal canonico Marcantonio Boldetti, che recuperò molto materiale anche dai cimiteri sotterranei. Tra i frammenti scultorei infissi nel portico e nell'ingresso di destra alla chiesa si ricordano resti di plutei dell'antica basilica, transenne ad incroci rettilinei e borchie centrali (fra la porta centrale e quella di sinistra), un'altra con paraste reggenti una trabeazione ed arcature negli spazi intermedi del sec. IV (parete sinistra del portico), un pluteo ad annodature circolari e cornici, ed altri con foglie d'acanto, viticci e bacche di papavero dei sec. VII]VIII, uno con gigli centrali e altri con pavoni che bevono in un vaso, del sec. IX (fra la porta di sinistra e quella centrale). Fra i frammenti di sarcofagi cristiani ce n'è uno (sec. XI]XII) con un leone passante (parete sinistra), simbolo usato per indicare un sepolcro di un personaggio illustre, forse un progenitore della famiglia Papareschi o Stefaneschi. Addossato al quarto pilastro del portico, da destra, si trova il cippo che conteneva le ceneri di Innocenzo II e l'epigrafe tombale in caratteri gotici con la data 1148 anziché 1143 (anno in cui morì il papa). La data 1148 si riferisce probabilmente al trasferimento delle spoglie del papa da questa chiesa a S. Giovanni. Quando nel 1308 avvenne la seconda traslazione della sepoltura a S. Maria in Trastevere, l'epigrafe originaria dovette essere riscritta in forma più sintetica e affrettata ma riportando la data del primo trasferimento al Laterano invece di quella della morte di Innocenzo II. Fra le altre memorie funebri si ricordano le pietre tombali di Giovanni da Lucca vescovo di Adria (+1444), di Giovan Battista Miccinelli (+1408, nel pavimento). Particolare interesse rivestono pure le porte della basilica composte nel sec. XII con splendide cornici di età imperiale. Originariamente le tre porte erano tutte aperte sulla navata maggiore. L'Altemps fece murare le due porte laterali e aprire le due nuove tuttora in situ. Sui timpani di queste ultime sono collocate delle statuine del sec. XIV, provenienti dal Monumento Alençon che si trova nell'interno. L'interno basilicale è a tre navate con transetto. Il pavimento cosmatesco è stato completamente rifatto dal Vespignani che, negli scavi effettuati per questi lavori, scoprì i resti della basilica che precedette l'attuale. Ma poiché gli scavi non furono continuati né allargati alle altre parti della chiesa e non ne fu redatta una relazione ma soltanto una pianta molto sommaria, è impossibile dire quanto ancora resti delle chiese di Giulio I e di Gregorio IV. Da essa si può tuttavia rilevare con certezza che prima della ricostruzione di Innocenzo II, in un'epoca imprecisata, la chiesa ebbe tre absidi. Le due file di undici colonne ciascuna sono di granito egizio, di differenti altezze e ineguali nel diametro, con basi molto restaurate. I capitelli sono ionici (ad eccezione del nono e dell'undicesimo a destra e a sinistra, corinzi), alcuni con insegne, emblemi e figure del culto isiaco nelle volute, o con testine di Iside, Serapide o Arpocrate sull'abaco, alcune rotte o abrase. Le due enormi colonne di granito rosso che sostengono l'arco trionfale hanno capitelli corinzi ed una trabeazione a girali d'acanto nel fregio, quasi uguale a quelli delle porte, provenienti forse dallo stesso monumento, mentre la trabeazione sopra le colonne ha nel fregio una decorazione a falso mosaico, eseguita nel sec. XIX. La cornice è sorretta da mensole ricavate da modanature classiche con differenti decorazioni. Le pareti della navata avevano delle finestre alte e strette, con una forte strombatura verso l'interno. Nel sec. XVII furono chiuse e sostituite da altre, tre a destra e quattro a sinistra, quadrate, riccamente ornate, mentre il muro rimase soltanto intonacato. Durante i restauri di Pio IX queste pareti assunsero l'aspetto che ancora conservano. I primi due intercolumni della navata destra sono tamponati dal muro del campanile. Lla chiesa conserva molte opere di età medioevale. Il presbiterio rialzato è delimitato nella parte centrale in basso da transenne e plutei in parte rifatti nel sec. XIX. I plutei cosmateschi alle estremità sembrerebbero originali. Sotto il presbiterio si trova la confessione (non accessibile). Il ciborio è stato ricomposto con resti antichi (le colonne in porfido e la trabeazione) e moderni (il tegurio). La cassa dell'altare in pavonazzetto è forse anteriore al sec. IX. Sulla destra è collocato il candelabro pasquale cosmatesco. Ai lati dell'abside sono raffigurati, a mosaico, i profeti Isaia e Geremia, i quattro simboli degli Evangelisti, i sette candelabri dell'Apocalisse, e la croce con l'alfa e l'omega. Lo schema iconografico deriva da quello della chiesa dei Ss. Cosma e Damiano. Un preciso legame ideologico lega questa figurazione a quella del catino. Infatti nei versetti, iscritti sui rotuli spiegati dai due profeti c'è una allusione chiara all'incarnazione e alla nascita di Cristo, e alla sua duplice natura, che costituiscono la premessa della Incoronazione raffigurata nell'abside. Il mistero della Divinità, che si è incarnata nella natura corporea che la tiene prigioniera, è sottolineato inoltre dalla delicata immagine dei due uccellini entro la gabbia. Nel catino absidale sono raffigurati: Cristo al centro della composizione e alla sua destra Maria incoronata, seduta sullo stesso trono; a sinistra i santi Callisto e Lorenzo e il papa Innocenzo II con il modello della chiesa, a destra i santi Pietro, Cornelio, Giulio e Calepodio. Alla sommità del catino l'Empireo, e nella parte bassa della composizione due teorie di agnelli uscenti dalle città di Gerusalemme e Betlemme, che si dirigono verso l'Agnello di Dio al centro. Questi mosaici sono della metà del sec. XII. Nella fascia sottostante Pietro Cavallini raffigurò nel 1291, in sei riquadri, altrettanti episodi della Vita della Vergine. Ognuno di questi episodi è commentato da un'iscrizione metrica dettata forse dal committente Bertoldo Stefaneschi, o da suo fratello, il card. Jacopo Stefaneschi. Sull'altare della Cappella Altemps (fatta costruire a sinistra dell'abside dal card. Marco Sittico Altemps nel 1584]1585) è collocata l'icona raffigurante la Madonna della Clemenza, forse la più venerata e celebre immagine della Vergine (attualmente conservata all'Istituto Centrale del Restauro e sostituita da una copia), la cui datazione oscilla fra il VI e I'VIII secolo. Essa fu qui trasferita il 17 marzo 1593 dalla Cappella Ferrata, nella quale si trovava in precedenza. Addossati alla parete di sinistra del transetto si trovano: il Monumento del card. Pietro Stefaneschi (+ 1417) opera di Magister Paulus, un artista romano attivo a Roma a cavallo fra il sec. XIV e il XV, il cui nome è ricordato nella epigrafe in lettere gotiche collocata sotto la statua giacente del defunto, e il Monumento del card. Filippo d'Alençon (+ 1397). Il sepolcro scomposto in due parti, fu fatto spostare per ordine del card. Altemps perché non ingombrasse il transetto, come ricorda la lapide che ora funge da dossale all'edicola gotica che copre l'altare, posta a ridosso del muro. Sotto all'edicola, nella lunetta, è scolpito il card. Alençon e S. Filippo in preghiera davanti all'Assunta. La seconda parte del monumento è costituita dal sarcofago con la figura giacente del defunto; sopra è raffigurata la Dormitio Virginis. Il complesso è stato attribuito ad un seguace dell'Orcagna e poi al Magister Paulus autore della tomba Stefaneschi. L'ingresso laterale alla chiesa è costituito da una porta romanica del sec. XII, decorata con avvolgimenti floreali entro i quali sono animali e figure fantastiche. L'architrave, con la Vergine fra due angeli, che riprende l'iconografia della Madonna della Clemenza, è stato datato agli inizi del sec. XI.

S. Maria in Cappella (Vicolo di S. Maria in Cappella)
La chiesa di S. Maria in Cappella è ricordata per la prima volta in un'epigrafe (conservata a destra della porta d'ingresso, insieme ad altre iscrizioni) in cui si ricorda che essa fu consacrata il 25 marzo 1090, durante il pontificato di papa Urbano II (1088]1099): +Ann Dni Mill XC, ind XIII, men mar, d XXV, dedicata e / hec æccla sce Marie que appell ad pinea per epos Ubaldu / Savin et Iohm Tusculans tem dmi Urbani II papae / in qua sunt reliqe ex vestimentis sce Marie virg rel pet / apli Cornelii pp Calisti pp Felicis pp Yppoliti mar Ynas / tasii mar Melix marmeniae martiris / da Damaso vitam post morte XP e redemptor. Interessante è la dedica originaria a S. Maria ad Pineam, che precede l'attuale denominazione in Cappella, con la quale la chiesa è ricordata già dal Catalogo di Cencio Camerario. L'odierno appellativo deriverebbe da un'erronea lettura delle parole Eccl(esi)a S(an)c(te) Marie que appell(atur) ad Pinea(m) della seconda riga della sopra citata epigrafe: da ...que appell ad... sarebbe derivato cappella. Non sono ovviamente da escludere altre ipotesi: o che l'appellativo ricordi che in origine la chiesa era semplicemente una cappellina; o che cappella derivi da cupella, il barilotto costruito dai barilai alla cui confraternita fu affidata la chiesa nel sec. XVI. La seconda fonte conosciuta sulla chiesa è costituita da un documento che ricorda la consacrazione di un altare, avvenuta l'8 marzo 1113, da parte dei vescovi di Sabina, Palestrina, Ascoli e Tivoli. Nei secoli successivi le notizie che la riguardano diventano sempre più rare; essa cadde in abbandono e motivi statici consigliarono la chiusura delle navate laterali. In particolare, nella navata di destra Andreozzo Ponziani (suocero di S. Francesca Romana) fondò nel 1391 l'ospedale del SS. Salvatore; alla morte di Andreozzo (1401), si prese cura dell'ospedale s. Francesca Romana, dalla quale il complesso passò in eredità alle Oblate di Tor de Specchi. Ma già nel secolo successivo l'ospedale decadde finché venne chiuso. Nel 1653 Innocenzo X diede il giuspatronato della chiesa ai Pamphilj. Nel 1797 fu concessa in uso al Sodalizio dei Marinari di Ripa e Ripetta, i quali la restaurarono. Verso la metà del XIX secolo furono intrapresi grossi lavori di restauro, sia alla facciata che all'interno, che conferirono alla chiesa l'aspetto attuale. L'interno, dipinto a fasce policrome nel secolo scorso, è a tre navate trabeate, con cinque colonne di spoglio per lato, che si divaricano verso la profonda abside. Le cinque colonne della navata destra poggiano su basi antiche di forma diversa; i capitelli sono corinzi. Le navate laterali sono coperte da volte a crociera ribassata (quelle originarie erano coperte a tetto). Delle finestre originarie ne rimane solo una, murata, visibile dall'esterno, posta più in basso delle attuali. Vicino all'altare, nel muro perimetrale (che nella prima parte è leggermente obliquo rispetto all'asse centrale) è incassata una colonna. La navata di sinistra, nella quale si aprono tre grandi finestre, fu interamente riedificata nel secolo scorso. Nulla è rimasto della decorazione medioevale, anche se le antiche descrizioni della chiesa ricordano un dipinto attribuito alla scuola del Cavallini ora scomparso. Sulla destra della facciata si erge il campanile a due piani.

S. Maria in Tempulo (Via Valle delle Camene)
La chiesa di S. Maria in Tempulo, oggi sconsacrata e di proprietà del Comune di Roma, si trova alle pendici del Celio, lungo il tracciato del tratto urbano dell'antica via Appia (odierna via Valle delle Camene); qui in antico era l'Area Apollinis, una piazza con un grande monumento quadrato (probabilmente una fontana) che probabilmente sorgeva proprio sul luogo dell'attuale chiesa. Benché il primo documento che ci attesti con certezza l'esistenza di un Monasterium Tempuli sin dell'806, le origini della chiesa di S. Maria in Tempulo devono probabilmente risalire alla fine del VI secolo, quando una comunità religiosa greca edificò sui ruderi dell'Area Apollinis un primo oratorio dedicato a S. Agata; in effetti l'analisi muraria dell'edificio conferma tale ipotesi. Il primitivo oratorio svolgeva probabilmente funzione di diaconia: trovandosi infatti giusto a ridosso della via Appia, ben si prestava all'accoglienza dei pellegrini provenienti da sud e dall'Oriente. Nell' 846 l'oratorio fu coinvolto nel saccheggio dei saraceni, ma ciò non fermò la fortuna del monastero: nel 905 papa Sergio III emanò una bolla in cui conferma al conferma al Monasterium Tempuli delle proprietà sulla via Laurentina, a patto che le monache recitassero cento volte al giorno il Kyrie Eleison e il Kristi Eleison. Questa bolla è molto importante perché per la prima volta è citata la ancora oggi famosa icona acheropita di S. Maria in Tempulo. Su essa circolò una leggenda, formatasi intorno all'XI]XII secolo, secondo cui l'icona fu donata al monastero da un certo Tempulus, esule costantinopolitano e residente nei pressi dell'oratorio; essa sarebbe stata poi trafugata da papa Sergio III per collocarla in Laterano, ma miracolosamente sarebbe tornata da sola nel monastero, con conseguente pentimento del papa. Tale leggenda è stata utilizzata da alcuni studiosi per giustificare il toponimo Tempulo, che deriverebbe dunque dal nome del proprietario delle terre della zona, anche se non è mancato chi abbia fatto derivare il toponimo da templum, ipotizzando che il monastero sorgerebbe su resti di un piccolo tempio, forse collegato all'Area Apollinis. Nel 977 è documentata per la prima volta la denominazione di monasterium Sanctae Mariae qui vocatur Tempuli, mentre bisogna attendere sino al 1155 perché compaia ufficialmente anche una ecclesia S. Mariae in Tempuli; il titolo di chiesa pubblica, in sostituzione di oratorio (che comunemente indica una chiesa privata), è sintomo di un rinnovamento non solo edilizio ma anche del ruolo svolto dall'insediamento religioso nella zona. Tale rinnovamento si data tra il 1035 e il 1155, sulla base dei documenti e delle murature. Nel campanile, di cui sopravvivono soltanto due lati inglobati nella muratura dell'edificio, mostra resti di muratura stilata a falsa cortina, che si data alla fine dell'XI secolo. Il monastero in questo periodo risulta avere molte proprietà; tra XI e XII secolo dobbiamo collocare il periodo di massimo splendore del monastero. Nel 1216, su incarico di papa Onorio III, s. Domenico fondò il primo ordine monastico di clausura (le suore Domenicane). Per formare la comunità, scelse le suore del monastero di S. Maria in Tempulo, ove ancora si conservava la celebre icona, quelle di S. Bibiana e di altri monasteri: queste si dovettero trasferire nel vicino monastero di S. Sisto abbracciando la regola domenicana. Il 25 aprile del 1221 Onorio III con una bolla soppresse definitivamente la comunità di S. Maria in Tempulo. Tale atto portò a S. Sisto ingenti ricchezze nonché la fama rappresentata dalla sua icona: premesse queste necessarie affinché l'impresa avviata da s. Domenico avesse successo. Le Tempoline trasferirono a S. Sisto anche la loro storia, gli usi liturgici greci seguiti dalla comunità fin dalle sue origini, come la recita per cento volte al giorno per tutto l'anno del Kirie elison e del Kristi eleison, tradizione che proseguì fino al 1793. Da questo momento la storia delle suore di S. Maria in Tempulo segue di pari passo la storia del convento di S. Sisto sull'Appia: l'icona continuò ad essere venerata in questo nuovo monastero, e vi rimase per 356 anni: oggi si trova in S. Maria del Rosario a Monte Mario. Con l'allontanamento delle monache dal monastero di S. Maria in Tempulo termina la fase religiosa di questo complesso che subì l'ultimo colpo di grazia nel 1310]12, quando le truppe dell'imperatore Enrico IV lo saccheggiarono: non a caso, nel Catalogo di Torino del 1320 (al n° 279 della nostra numerazione) la chiesa di S. Maria in Tempulo è infatti ricordata come distrutta e senza più occupanti. Nella seconda metà del sec. XVI, Filippo Buocompagni, cardinale di S. Sisto, progetta di elevare sulle rovine di S. Maria in Tempulo una grande chiesa sui cui muri dovevano essere dipinti i miracoli attribuiti all'icona della Madonna; ma tale progetto non andò in porto. Nella pianta del Tempesta del 1593 sul sito del monastero compare una costruzione con logge nascosta tra gli alberi, che potrebbe identificarsi con il nostro edificio già nella sua trasformazione tardo]cinquecentesca. L'analisi muraria dei fronti Sud]Ovest, e Nord]Ovest ha rilevato infatti la presenza di una muratura irregolare del XVI]XVII secolo, composta di laterizi di recupero, pietra arenaria, scaglie lapidee, tubi fittili e tegole. la confusione dei materiali per la loro natura e per le loro dimensioni, messi in opera senza regolarità suggerisce tuttavia la buona qualità del conglomerato cementizio. Dai primi anni del '600 il destino dell'edificio si lega poi a quello della Villa Mattei (oggi più nota come Villa Celimontana): tra il 1581 e il 1586 Ciriaco Mattei aveva deciso di rinnovare la vigna sul Celio venuta in dote alla moglie, servendosi di Giacomo del Duca, allievo del Michelangelo, e di altri architetti. Il progetto comportò la costruzione di un edificio e la sistemazione di un parco dotato di ricchissimi arredi, secondo il gusto dell'epoca. E fu probabilmente proprio all'inizio del Seicento, nel quadro dei lavori promossi dai Mattei, che la chiesa (o, per meglio dire, l'abitazione sorta sui suoi ruderi) fu annessa nelle loro proprietà e trasformata in un ninfeo. Nel 1736]48 G. B. Nolli nel libro di appunti per la stesura della sua Pianta di Roma riporta la descrizione dell'edificio, che ormai risulta però già diventato un fienile. Soltanto nel 1927 lo Hülsen vi riconobbe quanto rimaneva dell'antico e glorioso monastero. Fu forse questo il motivo per cui nel 1935 (quando iniziarono i lavori per l'apertura della Passeggiata Archeologica) l'edificio si salvò, invece di essere demolito come altre preesistenze medievali della zona. Anzi, in tale occasione l'edificio fu consolidato con contrafforti murari sui lati sul fronte nord]ovest; furono inoltre chiuse le aperture del fienile, furono eretti due muri interni con arcata ogivale e fu aperto un lucernario sul tetto. Attualmente l'edificio, nuovamente restaurato, è utilizzato dal Comune di Roma come sede di rappresentanza e come luogo di celebrazione dei matrimoni civili.

S. Maria in Domnica (Via della Navicella)
La chiesa di S. Maria in Domnica è un'antica diaconia sorta intorno al sec. VII in una zona scarsamente popolata, sfruttando un edificio pubblico di età romana: la caserma della V Coorte dei Vigili, allora inutilizzata, che sorgeva in quei pressi, e i cui resti sono tornati in luce anche recentemente. Le prime notizie sulla diaconia compaiono nell'Itinerario di Einsiedeln e poi nel Liber Pontificalis nella vita di Leone III (795]816) che elargì ricchi doni alla ecclesia sanctae Dei genitricis quae appellatur dominica. La primitiva basilica giunse in cattive condizioni ai tempi di papa Pasquale I (817]824), il quale volle restaurarla dalle fondamenta, ampliandola e arricchendola di decorazioni. Il nuovo edificio, con un portico a quattro colonne antistante la facciata, con l'abside e l'arco trionfale preziosamente decorati di mosaici, è giunto quasi intatto fino ai nostri giorni. Dopo alcuni interventi del tempo di Innocenzo VIII (1484] 1492), nuovi e importanti restauri furono eseguiti tra il 1513 e il 1514 dal cardinale titolare Giovanni de' Medici, il futuro Leone X. Sul fianco destro è il campanile a vela del sec. XVIII, con una campana del 1288. L'interno della chiesa è a pianta basilicale, diviso in tre navate da diciotto colonne di granito di spoglio con capitelli corinzi antichi (I]V secolo); il pavimento è moderno. Tramite cinque gradini si accede al presbiterio: qui si individuano avanzi di opera cosmatesca nel pavimento. Il presbiterio è adorno del mosaico voluto da Pasquale I. Nell'arco absidale è raffigurato al centro Cristo tra due angeli e gli Apostoli; sotto, Mosè ed Elia. nel catino è raffigurata la Madonna con il Bambino fra due schiere di angeli e Pasquale I. Le due colonne di porfido ai lati dell'abside appartengono alla fase del IX secolo.

Inserito Domenica 25 Maggio 2014, alle ore 16:57:30 da latheotokos
 
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DOCENTE ALL'ISSR "SAN LUCA" DI CATANIA

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