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Maria nelle arti visive e nella musica
Musica

Dal libro di Luciano Folpini, Maria nella grande storia. La Vergine raccontata dai testimoni, Kairòs, Centro Culturale del Decanato di Besozzo, pp. 47-48 e pp. 53-54



Maria nelle arti visive

L’iconografia della Madre di Dio fa parte di: storia; vita e pensiero della Chiesa. E come dice Giovanni Paolo II: «man mano che si assimilano i contenuti del linguaggio figurativo, si accede alla rivelazione di una realtà interiore per tutti i credenti». Ora, la figura di Maria, è al centro della produzione iconografica, fin dai primi secoli del cristianesimo, nelle catacombe, con la Vergine col Bambino tra le braccia e con Maria orante. Dopo il Concilio di Efeso (431) si afferma l’arte trionfale con la proclamazione di Maria Madre di Dio che dà origine a tutta la produzione artistica e alle chiese consacrate alla Madonna. Poi c’è la grande stagione del ritratto bizantino da venerare dall’XI secolo. Da Bisanzio si diffondono i suoi canoni nel mondo slavo, ai Paesi dell’Est e in Occidente. Nascono intanto i capolavori dei codici miniati. Nel Medioevo dal XII secolo si assiste a uno sviluppo del culto alla Vergine senza precedenti per opera degli Ordini religiosi con l’arte che illustra la gloria della Santa Vergine: con cattedrali, dipinti e statue. Nel Rinascimento, la cultura figurativa si evolve per l’improvvisa e appassionata ricerca del bello, dovuta alla riscoperta della bellezza classica. La Vergine, una donna piena di grazia anche in senso fisico, è in primo piano. Gli episodi e i titoli o verità mariane sono narrati liberamente, almeno fino alla Riforma e alla Controriforma del sec. XVI. Dalla metà del ’700, l’epoca moderna e contemporanea si caratterizza come una ricerca di conservatorismo estetico e sentimentale, più che di qualità creativa, mostrando un’estrema cautela nel accogliere le novità figurative. Sono, comunque, secoli di produzione feconda di grandi opere pittoriche, di statue maestose, di riproduzioni in serie di opere d’arte figurativa.

I santini
Uno dei modi più popolari per la diffusione della venerazione di Gesù, Maria e i santi è certamente quella dell’uso dei santini che affiancano: candele, medaglie, statue, crocifissi, rosari, scapolari che dal 1862 sono prodotti in modo industriale in grandi quantità. I primi santini furono realizzati già prima dei caratteri mobili di Gutenberg del 1454 mediante la xilografia. Gli artisti disegnavano i soggetti mentre i loro collaboratori avevano il compito di incidere il legno o il rame per realizzare le matrici con cui imprimere fogli che erano poi colorati a mano. Sono in particolare i Gesuiti a diffonderli soprattutto quelli provenienti da Anversa, allora parte dell’impero spagnolo, dove Jacques Caillot con la tecnica dell’acquaforte riuscì a realizzare immagini particolarmente suggestive. All’inizio del XVII secolo Parigi supera Anversa nella produzione d’incisioni artistiche e mantiene il primato per tutto in novecento, anche se non mancarono produzioni importanti di altre paesi come quelle degli editori Rudl e Hoffmann di Praga. Alla fine del '700 il santino, diventa anche mezzo di augurio, ricordo, premio o annuncio di festa, battesimo, cresima, comunione, ordinazione o ricordo di una persona cara (Luttino), e la Chiesa si appropria del diritto di diffusione delle immaginette sacre con l’indicazione dell’Imprimatur. La bella produzione dei santini in pizzo traforato, si ebbe verso la metà dell'800, quando l'immagine sacra veniva applicata su una cornicetta di carta traforata o veniva stampata più economicamente direttamente su cartoncino. Dalla seconda metà dell'800, si afferma la produzione industriale di tipo fotografico, d’immaginette merlettate e di quelle colorate (cromolitografie) e di immagini merlettate e intagliate a mano su carta e pergamena, chiamate canivet dal nome del canif, lo strumento utilizzato simile a un temperino. Durante le guerre si affermano i santini di guerra, doni della mamma, fidanzata o sposa. Poi le comunità religiose cominciano la divulgazione di immagini dalle dimensioni ridotte, per essere conservate nei portafogli e nei messali, la pergamena viene definitivamente sostituita dalla carta e le miniature dipinte a mano lasciano il posto ad immaginette ritagliate da acqueforti o litografie. Anche i protestanti ne fanno uso per raffigurare scene bibliche, con armoniosi paesaggi e bambini, accompagnati da brani di salmi o frasi virtuose. Nel secondo dopoguerra la qualità dei santini diminuisce e si affermano quelli monocromatici, di color seppia o castano o ardesia per poi negli anni ‘60 iniziare un periodo di decadenza. Attualmente si nota un risveglio culturale delle arti religiose con un crescente interesse delle immaginette soprattutto di quelle con le icone bizantine, ritenute ricche di spiritualità.

Maria nella musica

Già al tempo dell’Antica Alleanza, la liturgia ebraica cantava la Figlia di Sion l’attesa della Donna della Genesi la cui discendenza doveva schiacciare l’antico serpente, ripresi dalla Liturgia della Nuova Alleanza. Tutti i grandi momenti (Annunciazione, Visitazione, Natività, Assunzione, …), come tutte le sue feste liturgiche, sono sempre stati oggetto di composizioni come: l’Ave Maris Stella, Salve Regina, Regina Coeli, Magnificat e l’Ave Maria. All’epoca di san Gregorio Magno, nel VI secolo, la Chiesa latina espande gli inni mentre la Chiesa bizantina canta celebri realizzazioni polifoniche e inni, tra i quali il famoso Acàtisto a Maria (VI secolo). Alla fine dell’XI secolo nella Chiesa latina si ha una grande fioritura del canto gregoriano. Con antifone e cantiche dedicate a Maria. Alla fine del XIII secolo è stato composto in latino il famosissimo inno Stabat Mater (dal latino per Stava la madre), attribuito a Jacopone da Todi che parla delle sofferenze della madre di Gesù, durante la crocifissione e la Passione di Cristo. Un canto amatissimo dai fedeli, che che ha visto generazioni di musicisti musicarlo: Scarlatti, Vivaldi, Pergolesi, Rossini, Liszt ed altri. È cantato in modo particolare nella la messa dell'Addolorata del 15 settembre, durante la Via Crucis e la processione del Venerdì Santo. Inizia con queste parole:
Stabat Mater dolorósa
iuxta crucem lacrimósa,
dum pendébat Fílius.
Cuius ánimam geméntem,
contristátam et doléntem
pertransívit gládius.
La Madre addolorata stava
in lacrime presso la Croce
su cui pendeva il Figlio.
E il suo animo gemente,
contristato e dolente
una spada trafiggeva.
Parole che hanno ispirato il culto della Beata Vergine Addolorata. Nel XIV secolo principalmente ad opera di Guglielmo di Machaut ci sono le prime Messe polifoniche in onore della Vergine. Nei secoli XV e XVI, grandi compositori composero Messe e altri pezzi polifonici su temi mariani. Nel XVIII secolo, la musica sacra si secolarizza in Occidente. Perciò, fin dalla fine del XVII secolo, una certa desacralizzazione dei temi appare nell’ispirazione musicale, anche se la Vergine continua a essere fonte di capolavori. Ma è nel XVIII secolo si ha una vera secolarizzazione della musica sacra con i maggiori musicisti dell’epoca: Bach, Mozart, Rossini, Haydn, Schubert, Gounod, Brahms... Nel XX secolo si rinnova il canto a Maria per esprimere in modo più sentito ed immediato l’affetto per la Madre secondo la sensibilità musicale dei tempi.

 

Inserito Giovedi 17 Luglio 2014, alle ore 8:31:52 da latheotokos
 
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DOTTORE IN S. TEOLOGIA CON SPECIALIZZAZIONE IN MARIOLOGIA
DOCENTE ALL'ISSR "SAN LUCA" DI CATANIA

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