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Con Maria accanto alla Croce
ChiesaLettera del Priore dei Servi di Maria del 9 agosto 1992

Introduzione

A voi, fratelli e sorelle dell'Ordine, consolazione e pace da parte del Signore e della Vergine Santa, Nostra Signora!

1.  I 760 anni di vita della nostra famiglia offrono sovente l'occasione di ricordare eventi che hanno marcato profondamente la fisionomia dell'Ordine. La nostra fede è davvero ricca di memoria! Ne sono testimonianza persuasiva le quattro date celebrate coralmente e gioiosamente in quest'ultimo decennio: il 750° anni­versario della fondazione dell'Ordine (1233-1983), i 700 anni del transito di s. Filippo Benizi (1285-1985), il primo centenario della canonizzazione dei Sette Santi (1888-1988) e quello ─ attualmente in corso ─  della nascita al cielo di s. Antonio M. Pucci (1892-­1992).

Verso un ulteriore appuntamento: il 9 agosto 1992
2.  Come priore generale, con la presente lettera vorrei invitarvi a ricordare un'altra data memorabile del nostro cammino seco­lare. Mi riferisco al 9 agosto 1692Esattamente tre secoli orsono, in quel giorno, papa Innocenzo XII, ratificando un Decreto emesso il 2 agosto precedente dalla s. Congre­gazione dei Riti, concedeva ai frati e alle suore dell'Ordine dei Servi la facoltà di celebrare la festa dei Sette Dolori della Beata Vergine la terza domenica di settembre, con l'ufficio e la messa. Nel medesimo decreto si affermava che in passato la s. Congregazione dei Riti aveva approvato ad uso dell'Ordine dei Servi l'ufficio proprio nella commemorazione dei Sette Dolori della Beata Vergine, sua Titolare e Patrona, «... uti devotionem proprie et principaliter ad dictum Ordinem spectantem», ossia «... quale devozione che appartiene all'Ordine suddetto come sua principale caratteristica». La Sede Aposto­lica esaudiva così un desiderio unanime dell'Ordine nostro, espresso mediante il priore generale fra Giovanni Francesco M. Poggi e il procu­ratore generale fra Pietro Antonio M. Rossi.[1] Questa concessione di Innocenzo XII da una parte coronava una serie di iniziative intraprese dall'Ordine specialmente tra gli anni 1668-1690; dall'altra avrebbe poi sollecitato altri progetti che rifluirono a bene­ficio sia della nostra famiglia, sia dell'intera Chiesa latina. Per cogliere la portata storica di quel decreto, ritengo opportuno in primo luogo dare uno sguardo panoramico sugli anni che lo precedet­tero di poco e sugli influssi che esercitò poi gradualmente fino al nostro secolo. In secondo luogo ci soffermeremo a considerare l'attualità permanente dei valori connessi all'evento che vogliamo commemorare.

Parte Prima 
I SERVI E LA FESTA DELL'ADDOLORATA DAL SEICENTO AL NOVECENTO

3.  E' a tutti noto che presso l'Ordine dei Servi la devozione all'Addolorata conobbe sviluppi impressionanti tra il secolo XVII e il secolo XX. In proposito basterà richiamare alcune tappe miliari di questi quattro secoli, in ciò che attiene propriamente alla cele­brazione liturgica del dolore della Vergine.

Gli anni 1668-1690
4.  L'anno 1668 aveva registrato due ricorrenze significative. Il 9 giugno la s. Congregazione dei Riti permetteva all'Ordine nostro di celebrare la messa votiva dei Sette Dolori della Beata Vergine e di stamparne il formulario ad uso interno. Nel relativo decreto si faceva menzione del fatto che i Frati dei Servi portavano l'abito nero in me­moria della vedovanza di Maria e dei dolori che essa sostenne nella passione del Figlio. Il 15 settembre seguente, la medesima s. Congregazione autorizzava i frati dell'Ordine a recitare anche l'ufficio mariano dei Sette Do­lori, già concesso da Alessandro VII agli Agostiniani Scalzi di Francia. In pari tempo consentiva loro di celebrare la festa omonima la terza domenica di settembre, con rito doppio di festa principale.[2] Due anni dopo, il 9 agosto 1670, la suddetta s. Congregazione esten­deva ad ogni venerdì liturgicamente non impedito la facoltà di celebra­re l'ufficio dei Sette Dolori della Beata Vergine, «... uti devotionem proprie et principaliter ad dictum Ordinem spectantem».[3] Il testo del predetto ufficio fu composto nel 1672 da fra Prospero M. Bernardi, per incarico del priore generale fra Giovanni Vincenzo M. Lucchesini.[4] La s. Congregazione l'approvava il 6 maggio 1673, e papa Clemente X il 17 dello stesso mese.[5] 
Gli anni 1689-1690 segnarono ulteriori avanzamenti su questa linea. Nel 1689, in tutti i capitoli provinciali delle provincie italiane, il priore generale fra Giulio M. Arrighetti proponeva che la terza domenica di settembre, ormai dedicata ai Sette Dolori della Beata Vergine per in­dulto apostolico, fosse dichiarata festa principale solenne, propria dell'Ordine nostro. La proposta dell'Arrighetti raccolse il consenso di tutti, prima a viva voce, poi a scrutinio segreto. Nel 1690, il ca­pitolo generale convocato a s. Marcello (Roma) elesse come successore dell'Arrighetti il suo segretario, fra Giovanni Francesco M. Poggi, e nel primo dei decreti ivi emanati il 30 aprile si ratificava la volontà espressa l'anno precedente dalle provincie italiane.[6]

Dal 1692 al 1972
5.  Delle tappe successive al decreto del 9 agosto 1692, ricorderemo alcune fra le più salienti. Esse vanno dagli inizi del secolo XVIII ai nostri giorni, e riguardano le due feste dell'Addolorata: quella del venerdì di Passione e quella del mese di settembre. Il 18 agosto 1714 la s. Congregazione dei Riti, su richiesta del priore generale fra Antonio M. Castelli, concede a tutto l'Ordine dei Servi di po­ter celebrare la messa e l'ufficio dei Sette Dolori, con rito doppio mag­giore, il venerdì dopo la domenica di Passione.[7] Tredici anni più tardi, il 22 agosto 1727, dietro supplica del priore generale fra Pietro M. Pieri e del procuratore generale fra Giuseppe M. Curti, papa Benedetto XIII col Decreto «Urbis et Orbis» allargava il medesimo per­messo a tutti i fedeli, sia secoIari che regolari, uomini e donne, tenuti alla recita delle ore canoniche.[8] Il 18 settembre 1814, Pio VII col Decreto «Cum in publicis Ecclesiae calamitatibus» estendeva a tutta la Chiesa latina la festa dei Sette Dolori della Beata Vergine, per la terza domenica di settembre, con i formulari dell'ufficio divino e della messa già in vigore presso l'Ordine dei Servi.[9] Con la riforma avviata da Pio X (1° novembre 1911), che intendeva fra l'altro conferire il massimo risalto alla Domenica,[10] la festa dei Sette Dolori fu anticipata al 15 settembre.[11] Tuttavia, dietro petizione del vicario generale fra Agostino M. Sartori, il 1° settembre 1915 la s. Congrega­zione dei Riti permetteva al nostro Ordine di mantenere la data ormai tradizionale della terza domenica di settembre.[12] Questo privilegio è decaduto a seguito della «Istruzione» edita dalla medesima s. Congregazione il 14 febbraio 1961.[13] Il Calendario Romano promulgato da Paolo VI il 14 febbraio 1969 a norma del Concilio Vaticano II, conserva solo la ricorrenza del 15 settembre, sot­to il grado di «memoria» e col titolo di «Beata Vergine Maria Addolorata».[14] Con tale denominazione rinnovata, si vuole contemplare tutto il mistero del dolore di Maria e la glorificazione che ella ha conseguito per la sua soffe­renza. 
Il Calendario proprio dell'Ordine nostro, approvato dalla s. Congregazione per il Culto Divino il 6 febbraio 1971, prevede sia la «festa» del venerdì dopo la quinta domenica di quaresima, chiamata «Beata Maria Vergine presso la croce», sia la «solennità» del 15 settembre, dal titolo «Beata Vergine Maria Addolorata, Patrona principale del nostro Ordine».[15] A titolo del tutto speciale, dobbiamo tener presente che il Messale Proprio dei Servi di Maria, confermato dalla s. Congregazione il 1° otto­bre 1971, nella solenne azione liturgica del Venerdì Santo, dopo l'ado­razione della Croce inserisce la «Memoria della compassione della Beata Vergine».[16] A tutt'oggi soltanto la nostra famiglia ha chiesto e ottenuto questa eccezionale concessione. Tuttavia, come rileva il no­stro documento mariano «Fate quello che vi dirà» (1983), alcuni vescovi e vari studiosi hanno avanzato la proposta «... che in modo discreto e sapiente sia esplicitato nella liturgia romana del Triduo pasquale un elemento che le è intrinseco: la partecipazione della Madre alla passione del Figlio» (n. 56).[17]

La pietà mariana alle origini dell'Ordine
6.  Fratelli e sorelle carissimi, a ragion veduta ci siamo intratte­nuti alquanto diffusamente sugli antecedenti che sfociarono nel decreto del 9 agosto 1692 e sugli effetti che da esso derivarono nei secoli successivi. L'argomento, come sapete, è stato di capitale importanza nell'evoluzione della nostra spiritualità. Ai suoi inizi, infatti, l'Ordine guardava alla Vergine nel suo mi­stero complessivo, in perfetta sintonia col senso universale della Chiesa di allora. Santa Maria splendeva allo sguardo dei suoi Servi come la Madre di Gesù, sempre intatta nella sua verginità; assunta sì alla gloria celeste, ma presente senza soste ─ con misericordia vigile ─ alle necessità dei suoi figli peregrinanti sulla terra. E questo in os­sequio alla volontà di Gesù stesso, quando dalla Croce disse alla Ma­dre: «Donna, ecco il tuo figlio», e al discepolo: «Ecco la tua Madre» (Gv 19, 26-27a). Facendo memoria assidua di quel testamento ecclesiale del Cristo morente, la Chiesa era indotta a ricordare anche il dolore di Maria accanto alla Croce. Secondo la nostra «Legenda de Origine» (1318 circa), la Vergine stessa, apparendo a s. Pietro Martire, fece sapere che i frati dell'Ordine avrebbero dovuto indossare l'abito nero «... per manifestare la [sua] umiltà e per chiaramente significare il dolore che essa soffrì nell'amarissima passione del Figlio suo».[18] Il medesimo simbolismo è dichiarato anche per bocca di s. Filippo Benizi, quand'era in viaggio verso Siena in compagnia di fra Vittore. Per via incontrarono due religiosi dei Predicatori, i quali chiesero loro di quale Ordine portassero l'abito. Fu allora che Filippo rispose: «Ci chiamiamo Servi della Vergine gloriosa, di cui portiamo l'abito di vedovanza».[19] E per «vedovanza» si intendeva la solitudine della Vergine dopo la morte del Figlio. Resta comunque il fatto che la pietà mariana delle nostre origini non privilegiava alcun aspetto della figura della Vergine come caratte­ristica propria dell'Ordine. Piuttosto, tutti li assumeva in un aureo equilibrio ancora saldamente ancorato alla Sacra Scrittura.

Accentuazione prioritaria dell'Addolorata
7.  A partire specialmente dal Seicento, fino a metà circa del nostro secolo, la devozione alla Vergine dei Dolori prevalse nettamente, al punto da essere considerata come la nota distintiva, specifica e primitiva della nostra vocazione di Servi in seno alla Chiesa. Proprio sul cadere del secolo XIX, nel Capitolo Generale tenuto a Monte Senario dal 18 al 20 giugno 1895 il neo-eletto priore generale fra Giovanni Angelo M. Pagliai, con il suo definitorio, stabiliva che «... lo spirito dell'Ordine Nostro ... è il culto della Vergine Addolorata».[20] Questa riduzione unilaterale del mistero della Vergine, da una parte restringeva l'orizzonte teologico della nostra tradizione mariana; dal­l'altra, però, seppe dare vita ad alcuni movimenti che contribuirono a diffondere l'Ordine in misura sicuramente impressionante. Tale è il caso, ad esempio, della «Confraternita dei Sette Dolori» e delle numerose Con­gregazioni religiose femminili affiliate all'Ordine dei Servi.

8.  La «Confraternita dei Sette Dolori» (chiamata «Societas Habitus» fino al 1645) trovò incremento efficace fra i Servi, particolarmente dal secolo XVII. Senza timore di cadere in esagerazioni, si può affermare che attraverso di essa l'Ordine dei Servi «... estese il suo influsso e la sua presenza indiretta in tutte le parti del mondo: da Vilna a Lisbona, da Pechino a Buenos Aires ... In molti casi queste pie associa­zioni esistono e prosperano ancora ... particolarmente nell'America Latina».[21] Tra gli anni 1852-1992, oltre una cinquantina di Istituti religiosi femminili si sono aggregati all'Ordine, in ragione precisamente della sua spiccata devozione all'Addolorata. Alcuni dei suddetti istituti nacquero all'interno dell'Ordine, spesso da precedenti gruppi di terzia­rie secolari; altri, già esistenti, chiesero di farne parte, e in qualche caso a pochi anni dalla fondazione. Tra le finalità da essi perseguite, emergeva indubbiamente il servizio ai poveri e ai sofferenti.

Ritorno alla «marianità» integrale delle origini
9.  Attorno alla metà del secolo XX, andava delineandosi una tendenza nuova in casa nostra, ad opera soprattutto di quei frati che dedicavano le proprie energie allo studio della storia servitana e della teologia mariana. Questa duplice linea di interessi (occorre riconoscerlo) ri­ceveva impulsi determinanti dalla fondazione della Pontificia Facoltà Teologica «Marianum», eretta dalla Santa Sede il 30 novembre 1950. Le istanze migliori della nuova corrente di pensiero miravano a restituire la nostra spiritualità mariana all'equilibrio ammirevole da cui era contrassegnata alle origini dell'Ordine. Il problema, per­tanto, era quello di integrare i tesori immensi enucleati dalla nostra famiglia sull'Addolorata con l'insieme degli altri aspetti concernenti la persona e la missione della Santa Vergine. Quest'opera di sapiente restauro, non esente talvolta da tensioni vivaci ma costruttive, è stata fissata autorevolmente dal nuovo testo costituzionale, frutto di un ventennio di lavoro postconciliare. Esso otteneva la ratifica definitiva dalla Sede Apostolica il 25 marzo 1987: solennità dell'Annunciazione del Signore e data in cui Giovanni Paolo II firmava l'enciclica «Redemptoris Mater», da lui inviata alla Chiesa per l'Anno Mariano 7 giugno 1987 - 15 agosto 1988.


Parte Seconda
RIFLESSIONI E SUGGERIMENTI DI ATTUALITA'

10.  Fin qui, sorelle e fratelli miei, l'anamnesi del nostro passa­to. Essa non è vernice decorativa. Al contrario, a norma della Parola del Signore, la memoria-ricordo è dinamica, è attualizzante. Bisogna rivivere al presente i fatti antichi commemorati e ripensati nel cuore. Che diremo, dunque, dell'«Addolorata» per l'oggi che stiamo vivendo? Non è mia intenzione sostituirmi alla vostra capacità inventiva. Solo permettetemi, come fratello chiamato a presiedere l'intera famiglia nella carità, di tracciare alcune linee di riflessione. Sono piste in­dicative, che voi dovrete proseguire e perfezionare.

La sapienza della Croce
11.  Volendo meditare su una dimensione tanto accentuata del nostro Ordine ─ qual'è stata appunto il culto all'Addolorata ─ una conclu­sione esce immediatamente in chiaro. La Vergine Nostra Signora, chia­mandoci a stare con Lei accanto alla Croce (cf Gv 19, 25), ci ha intro­dotti alla contemplazione di «... Colui che hanno trafitto» (Gv 19, 37). Per tale sentiero, quasi prendendoci per mano, la Madre di Gesù ha educato noi, suoi servi e serve, a raggiungere la maturità dell'e­sperienza evangelica. Essa, come sappiamo, consiste nell'accogliere «... Cristo Crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani... Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1 Cor 1, 23.25).

I nostri Santi
12.  Questa sapienza della Croce rifulse mirabilmente nei nostri Santi. Fra i tanti esempi che potremmo citare, mi sia consentito sof­fermarmi su due figure che si collocano agli estremi del nostro santo­rale: s. Pellegrino Laziosi (1265 circa - 1345 circa) e s. Antonio M. Pucci (1819-1892). Già nel nostro primo secolo di vita, la testimonianza luminosa di s. Pellegrino preludeva esemplarmente la nostra vocazione di «servi». L'antica «legenda» del Santo, composta attorno al 1350, racconta che Pel­legrino, ancor giovane, si recò alla chiesa di s. Maria della Croce esi­stente a Forlì, sua città natale, e lì supplicava la Vergine che si de­gnasse mostrargli la via della salvezza. Maria così gli parlò: «Non te­mere, figlio: io sono ... la Madre di Colui che adori crocifisso, e da Lui sono stata mandata per indicarti la strada della beatitudine».[22] Sotto la guida di Maria, costituita nostra Madre sul Calvario, il gio­vane («Pellegrino» ormai di nome e di fatto) iniziò a percorrere quella strada, bramando di rivivere gli esempi di Cristo con tutte le sue for­ze. Alla sommità del suo itinerario, quando la cancrena minacciava l'am­putazione della gamba, egli «parla» col Crocifisso; legge, cioè, la propria croce alla luce della Croce di Cristo, persuaso com'era che Lui è «il Principe della medicina e l'Autore dell'umana salvezza».[23] Ecco a quali vertici conduce la Vergine, Madre del Crocifisso, chi a Lei si affida! S. Antonio M. Pucci, come ricordavo nella lettera inviata all'Ordine per il primo centenario della sua morte (1892-1992), fu «il Servo della Madre del Servo sofferente... La venerazione di S. Antonio Maria per l'Addolorata è a tutti ben nota. La Basilica di Sant'Andrea in Viareggio è diventata, ad opera del Curatino, un santuario locale dell'Addolorata e l'Addolorata è stata per il Curatino, come diremmo oggi, vera immagine conduttrice».[24] Fin dal 1849 egli si era iscritto alla «Venerabile Confraternita della Misericordia, eretta sotto i divini e gloriosi auspici del ss. Redentore e di Maria ss. Addolorata». Il Curatino era solito ripetere al suo popolo: «Siamo devoti di questa Gran Madre, poiché non possiamo essere buoni cristiani senza professare divozione a Maria... Riponete tutta la vostra famiglia nel bel cuore, addolorato e tra­fitto, di questa Gran Regina... Sappiate, miei figli, che l'essere de­voti dei dolori di Maria è segno di eterna salute...».[25] Sul letto di morte raccomandava: «Non dimenticate mai la Madonna dei dolori, pre­gatela».[26] Per S. Antonio Maria, pregare la Madonna «Addolorata» signi­ficava poi soccorrere i «doloranti» di ogni categoria. Fin negli ultimi istanti, le sue preoccupazioni furono rivolte alle necessità di alcune famiglie povere, alle quali aveva promesso aiuto. Dalla testimonianza dei nostri fratelli e sorelle santi, e da innu­merevoli altre attinte dallo scrigno della nostra famiglia, possiamo rettamente concludere, come fanno le nostre Costituzioni, che «... i Servi ... dalla partecipazione della Madre alla missione redentrice del Figlio, Servo sofferente di Yahveh, sono stati indotti a comprendere e sollevare le umane sofferenze» (art. 6).

L
a diaconia della misericordia
13.  Questo esercizio di compassione misericordiosa comincia all'in­terno delle nostre comunità. La lettera indirizzata a tutto l'Ordine da me e dal consiglio gene­rale il 24 maggio 1990, solennità dell'Ascensione, riaffermava che «... la comunità, come è concepita dalle nostre Costituzioni, è in se stessa una sfida, sia per la nostra vita interiore, sia per il nostro servizio apostolico. In essa già incontriamo il fratello che ha fame e sete, che è malato o prigioniero, che non è riconosciuto nella sua dignità, che soffre sulla croce, che ha bisogno di essere amato, che lungo la strada di Gerico ci chiede di scendere da cavallo e farci a lui vicino. La co­munità è il primo laboratorio della com-passione per l'uomo, il primo banco di prova della nostra fede e della nostra carità. Come, infatti, potremmo dire di amare il fratello lontano, che i nostri occhi non vedono, se non amiamo il fratello che ci sta accanto, vive sotto il nostro stesso tetto e siede alla stessa mensa, che è veramente "prossimo"?».[27]

14.  Educati a questa prima scuola che è la vita ordinaria delle no­stre famiglie, usciremo all'esterno come fratelli e sorelle che condi­vidono i travagli di quanti ci sono compagni di viaggio, ma con la luce e la speranza che emanano dalla Pasqua del Signore. Povertà multiformi si distendono al nostro sguardo. Dinanzi ad esse, si rivela quanto mai attuale il monito delle nostre Costituzioni: «Poiché il Figlio dell'uomo è ancora crocifisso nei suoi fra­telli, noi, Servi della Madre, vogliamo essere con Lei ai piedi delle infinite croci, per recarvi conforto e cooperazione redentrice» (art. 319). Ricordiamo altresì quanto scrive il nostro Documento Mariano del 1983: «L'icone della Vergine addolorata ci è di stimolo e guida per avvicinare il mistero del dolore e della morte con una visione di fede, che proietta su di esso una luce di vita... La pietà mariana ci apre alla speranza e ci spinge ad adottare "soluzioni di vita", anche là dove il dolore imperversa e la morte apre i suoi varchi» (n. 92).[28] Volgendo al termine, il documento qui citato ribadisce la medesima convinzione, dicendo: «Non concepiamo una pietà mariana che non si risolva in lode a Dio e non si chini con attenzione e misericordia sui fratelli bisognosi» (n. 115).[29] Ma già le nostre Costituzioni, fin dal capitolo generale di Madrid (1968), avevano asserito con intuito singolarmente felice: «La misericordia è riconosciuta come una delle caratteristiche dei Servi, che continuano nella loro vita l'esempio della Madre di Dio» (art. 52). 

Dai Sette Dolori di Maria a tutto il dolore del mondo
15.  La meditazione secolare sui Sette Dolori della Beata Vergine potrà convertirsi facilmente in termini di attualità, qualora si ponga a confronto con le sofferenze molteplici da cui è segnata la vita, oggi. Il numero sette, si sa, è simbolo di totalità. Potremmo quindi elaborare una specie di «settenario» contemplativo che, fa­cendo eco ai Sette Dolori di Santa Maria, comprenda ogni genere di tribolazione, nel corpo e nello spirito. Così, in virtù principalmente della nostra identità cristiana, accetteremo di essere noi stessi un'esistenza attraversata dalla spada del dolore. Al seguito di Gesù, prenderemo ogni giorno la no­stra croce (Lc 9, 23; cf Mc 8, 34; Mt 16, 24). Sensibili al dramma di innumerevoli persone e gruppi costretti a migrare da paesi poveri verso nazioni più ricche, in cerca di pane o di libertà, metteremo in salvo la vita da ogni forma di persecu­zione e offriremo il nostro contributo fattivo all'accoglienza degli emigrati. La Vergine, esperta di tale angustia assieme a Giuseppe e al Bambino, guidi il cuore e la mente di noi, suoi servi e serve, ad aprire anche la porta delle nostre case. In presenza di quanti, nell'incertezza del vivere, sospirano il volto del Signore o sono nell'angoscia per averlo smarrito, siano le nostre comunità luoghi che sostengano la loro faticosa ricerca. Diven­gano santuari di consolazione per i tanti papà e mamme che, desolati, piangono la perdita fisica o morale dei loro figli. Compartecipi di un medesimo itinerario di fede, accompagneremo i nostri fratelli e sorelle sulla via del loro Calvario: con gesti di delicatezza (come la Veronica), o portando il loro peso (come il Cire­neo). Venendo a contatto di coloro che vivono la propria ora di passare da questo mondo al Padre, vorremmo essere una presenza che infonde perseveranza nel dolore, affinché il chicco di grano caduto in terra e dissolto produca molto frutto (cf Gv 12, 24). Quando la luce della giornata terrena è assorbita dalle ombre della morte, ognuno di noi si faccia grembo della vita distrutta dalla malat­tia, dalla disgrazia, dall'odio... Quel corpo risorgerà, perché «... le misericordie del Signore non sono finite ... per questo in Lui vo­glio sperare» (Lam 3, 22.24). E dinanzi alla gelida realtà del sepolcro, ove tutto sembra irrime­diabilmente perduto, ravviveremo la fiamma della speranza. La tomba si configura come il grembo della terra-madre. Lì lo Spirito del Signore ─ come già nel seno di Maria, la Donna-Madre ─ susciterà la vita nuova. Col Cristo Risorto canteremo allora: «[Tu, Signore] non abban­donerai la mia vita nel sepolcro... Mi indicherai il sentiero della vita ... mi colmerai di gioia con la tua presenza» (At 2, 27.28; cf Sal 16, 10.11).

Chiesa e mondo verso l'unità
16.  Su due obiettivi, in particolare, vorrei attirare la vostra attenzione per dischiudere nuovi orientamenti alla nostra venerazione dell'Addolorata. Voglio dire: l'unità della Chiesa e l'unità del mondo. Per l'esattezza, questi due valori sono talmente congiunti fra loro da costituire quasi due facce di una medesima realtà. «La Chiesa ─ ci ha insegnato il Concilio ─ è in Cristo come un sacramento o segno e stru­mento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano» (Lumen Gentium, 1). La Chiesa, dunque, è nel mondo e per il mondo. E' cuore del mondo. E a ben riflettere, il loro rispettivo cammino verso l'unità mostra uno stretto rapporto col dolore della Vergine.

17.  La ricomposizione dell'unità fra i Cristiani si alimenta anche alla contemplazione della Madre accanto al Figlio Crocifisso. Sia di guida alla nostra riflessione il seguente appropriato commento di Giovanni Paolo II: «Sul Calvario [Maria] si unì al sacrificio del Figlio che mirava alla formazione della Chiesa; il suo cuore materno condivise fino in fondo la volontà di Cristo di "riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi" (Gv 11, 52). Avendo sofferto per la Chiesa, Maria meritò di diventare la madre di tutti i discepoli di suo Figlio, la madre della loro unità... Maria cerca di favorire il più possibile l'unità dei cristiani, perché una madre si sforza d'assicurare l'ac­cordo tra i suoi figli. Non c'è un cuore ecumenico più grande, né più ardente di quello di Maria».[30] Dall'insegnamento del Signore apprendiamo che l'accoglienza della sua Parola è la condizione per realizzare l'unità: «Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore» (Gv 10, 16). Proprio in relazione a queste parole possiamo comprendere quanto la missione materna di Maria conferisca a far sì che «... tutti siano una cosa sola», come pregava Gesù (Gv 17, 21.22). Al «terzo giorno» di Cana, ella diceva ai servi delle nozze: «Fate quello che vi dirà» (Gv 2, 5). Oggi ─ nel «terzo giorno» dell'era pasquale che la Chiesa sta vivendo fino al ritorno del suo Signore ─ la Madre di Gesù con­tinua a ripetere lo stesso avviso salutare a ciascuno di noi, suoi figli e figlie. Ci rende docili all'ascolto della voce del Figlio. E così Maria, in comunione con tutta la Chiesa, collabora alla pro­gressiva unificazione dei popoli in Cristo, «Salvatore del mondo» (Gv 4, 42; cf 1 Gv 2, 2). Lui raduna i dispersi nell'unità, attirando tutti a Sé (cf Gv 11, 52; 12, 32).

18.  La crescita del mondo verso l'unità è il travaglio di parto dei nostri giorni. Ma è anche il luogo teologico ove prende carne la preghiera di Gesù: «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi una cosa sola in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17, 21). Un trapasso epocale è in atto, e tutti ne siamo artefici. Il mondo appare sempre più piccolo e interdipendente. Le conflittualità, pur­troppo, lacerano il tessuto comunitario. I paesi del Nord, industria­lizzati, sono afflitti da flagelli quali il degrado ambientale, l'urbanesimo selvaggio, la droga, la delinquenza, la violazione dei diritti umani perpetrata sui non nati, sui fanciulli, sugli adulti, sui mo­renti... I paesi del Sud, in via di sviluppo, lamentano fame, malattie endemiche, asservimento ai potenti di questo mondo, debito pubblico, proliferazione di guerre, di regimi politici inclini alla dittatura... Maria, profuga in Egitto, visse il trauma che accompagna ogni espatrio forzato. Come qualsiasi migrante, varca il confine fra la terra natía e quella straniera dei Faraoni. Vive l'impatto di due culture tanto diverse, il confronto con nuovi costumi e nuovi linguaggi. Il Bimbo inerme che portava in braccio era venuto non per separare, ma per congiungere mondi lontani fra loro. E sul Calvario quel Figlio la costituisce Madre di tutti i viventi, quasi donna pla­netaria. Se, dunque, il nudo legno della croce era simbolo di tutte le marginalità causate dalla violenza, Colui che vi muore sopra pregan­do e perdonando ─ il Crocifisso! ─ lo trasfigura in segno di ricon­ciliazione. Da quell'Ora Maria, in quanto Madre universale, è chiamata a servire questo disegno di riparazione dell'unità infranta. Ella è Madre e Serva dei dispersi figli di Dio! L'ispirarci pertanto a Santa Maria, Madre Addolorata per la sorte del Figlio e di tutti i figli, deve aiutarci a scoprire gli spazi più urgenti ove abbattere i muri che proteggono le nostre orgogliose sicurezze. Unica ambizione dell'Ordine ─ come esortano le nostre Costituzioni ─ sia quella di «... estendere la sua fraternità agli uomini d'oggi, divisi a causa dell'età, della nazione, della razza, della religione, della ricchezza, dell'educazione» (art. 74). Un pegno effettivo di questa volontà di comunione lo vedrei nello slancio col quale i Servi, frati e suore, dagli anni '70 in qua hanno assunto nuove presenze in Asia, Africa e America Latina. Nonostante la crisi numerica e l'invecchiamento, confidiamo serena­mente nella Parola del Signore: dando, si riceve; perdendoci, deponiamo i germi di una insperata primavera (cf Lc 6, 38; 9, 24; Mc 8, 35; Mt 10, 39).

I Santuari dell'Addolorata, convergenza di iniziative
19.  Pongo termine a questo colloquio prolungato con voi, sorelle e fratelli carissimi, affidando alla generosità delle vostre persone e delle vostre comunità la scelta dei programmi più idonei, che pongano in atto gli orientamenti suggeriti nella presente circolare. I Santuari dedicati all'Addolorata siano luoghi privilegiati, ove ─ mediante iniziative cultuali, culturali e caritative ─ si celebri e si approfondisca il mistero del dolore della Vergine e il suo significato per il mondo contemporaneo. Per l'anno che decorre dal 15 settembre 1992 al 15 settembre 1993, ogni provincia e vicariato potrebbe deputare uno di questi Santuari quale meta per un pellegrinaggio comunitario, da effettuare eventualmente il 15 settembre 1993, a chiusura ideale del centenario che ho inteso annunciare a tutto l'Ordine. 


Congedo


20.  A ciascuno di voi, insieme alle vostre comunità e famiglie ove vivete e operate, giunga il saluto più cordiale da parte mia e del Consiglio. 
Santa Maria, Madre del Crocifisso, sorregga la nostra fede nella notte della prova. Ci mostri Lei il Figlio suo Risorto, vera Stella del mattino. 

Dal nostro convento di s. Marcello (Roma), 9 agosto 1992, terzo cen­tenario del Decreto di Innocenzo XII per la terza domenica di settem­bre, quale festa dei Sette Dolori della Beata Vergine Maria.
Fra
Hubert Maria Moons,
P
riore generale dei frati Servi di Maria.

NOTE
(1)     Annales OSM III, p. 359.
(2)     op. cit., p. 265, 286.
(3)     op. cit., p. 275, 286.
(4)     op. cit., p. 331; Monumenta OSM XVII, p. 87-89.
(5)     Annales OSM III, p. 286-287.
(6)     op. cit., p. 345, 352.
(
7)     op. cit., p. 571.
(8)     Monumenta OSM XVIII, p. 119.
(9)     Decreta authentica Congregationis Sacrorum Rituum ..., III, Romae, ex Typographia Polyglotta Sacrae Congregationis de Pro­paganda Fide, 1900, p. 281-282.
(10)   Acta Apostolicae Sedis 53 (1913), p. 458.
(11)   Missale Romanum ... a Pio X reformatum ..., Editio Typica, Romae, Typis Polyglottis Vaticanis, 1920, p. 644-646.
(
12)   Acta OSM 1 (1916), p. 15.
(13)   Acta Apostolicae Sedis 53 (1961), p. 172, n. 21.
(14)   Calendarium Romanum ex decreto Sacrosancti Oecumenici Concilii Vaticani II instauratum, auctoritate Pauli Papae VI promulga­tum. Editio Typica, Typis Polyglottis Vaticanis, 1969, p. 29.
(15)   Acta OSM 31 (1971), p. 15-17.
(16)   Proprium Missarum Ordinis Fratrum Servorum Beatae Mariae Virginis. Editio Typica, Romae, Curia Generalis OSM, 1972, p. 28-29.
(17)   208° Capitolo Generale dell'Ordine dei Servi di Maria (1983), Fate quello che vi dirà. Riflessioni e proposte per la promozione della pietà mariana, Elle Di Ci, Leumann (Torino), 1985, p. 56.
(18)   Monumenta OSM I, p. 98, n. 52: «... ad ipsius Beatae Virginis Ma­riae humilitatis ostensionem et pene quam passa est in Filii sui amarissima Passione...». Versione italiana di Dino Pieraccioni, in La «Legenda de Origine Ordinis» dei Servi di Maria, testo la­tino e traduzione italiana, a cura del p. Ermanno M. Toniolo, ed. Centro di Cultura Mariana «Mater Ecclesiae», Roma 1982, p. 116.
(
19)   Legenda beati Philippi, in Monumenta OSM II, p. 71, n.8: «Servi vocamur Virginis gloriose, cuius viduitatis habitum deportamus». Versione italiana di p. Gabriele M. Rocca, in San Filippo Benizi da Firenze (1233-1285), a cura di p. Pacifico M. Branchesi, ed. Centro di Studi OSM, Bologna 1985, p. 8.
(20)   Registro del priore generale fra Giovanni Angelo M. Pagliai (1895-­1901), in «Archivio Generale OSM, Reg. PP. Gen. Rom. 46», p. 9, n. 18: «... spiritus Ordinis Nostri qui est cultus Virginis Per­dolentis».
(21)   GIUSEPPE M. BESUTTI, Gli sviluppi della pietà verso la Verqine dei dolori nel '700 Servitano, in I Servi di Maria nel Settecento (da fra G. F. Poggi alle soppressioni napoleoniche), «Quaderni di Monte Senario», n° 7, Edizioni Monte Senario 1986, p. 148-150.
(22)   Monumenta OSM IV, p. 58, n. 2: «Ne timeas, fili; siquidem ego mater eius sum, quem tu adoras in cruce fixum, ad eoque missa sum, ut futurae tibi felicitatis iter ostendam». Versione italiana del p. Pacifico M. Branchesi, in ARISTIDE M. SERRA, Santorale antico dei Servi della provincia di Romagna, ed. Centro di Studi OSM, Bologna 1967, p. 111.
(
23)   Monumenta OSM IV, p. 61, n. 8: «... medicinae Princeps et humanae salutis Auctor».
(24)   Lettera «Il cammino verso il terzo millennio...», del 1° novembre 1991, prot. 892/91, p. 3.
(25)   Parole di un Pastore e Padre. Prediche scelte del Curatino di Via­reggio, a cura del p. Pietro M. Suárez, Roma [pro manuscripto], viale 30 aprile 6 [«Studia Historica Minora», IV], 1962, p. 65-66.
(26)   UBALDO M. FORCONI, Piccola Storia di un Buon Pastore, Tip. Grafiche A. Bertolozzi e Figli, Viareggio 1978, p. 174.
(27)   Lettera «All'inizio del nostro sessennio», del 24 maggio 1990, prot. 370/90, p. 11.
(28)   Fate quello che vi dirà..., ed. cit., p. 82.
(29)   ib., p. 99.
(30)   Omelia all'udienza generale del 18 gennaio 1984. Cf Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VII/l (gennaio-giugno 1984), Libreria Editrice Vaticana 1984, p. 110

Inserito Giovedi 17 Settembre 2009, alle ore 10:20:03 da latheotokos
 
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