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  Maria nel Triduo e nel Tempo Pasquale - I PARTE 
CultoDa Sergio Gaspari, Maria nell'anno liturgico e pietà popolare: Tempo pasquale e Ordinario, in in AA. VV., La Vergine Maria nel cammino orante della Chiesa. Liturgia e pietà popolare, Centro di Cultura Mariana "Madre della Chiesa", Roma 2003, pp. 10-34.

Il sussidio per le celebrazioni per l’Anno mariano 1987/88 (= IPCM) recita: «Conclusa la Quaresima, nel Triduo pasquale la beata Vergine diventa agli occhi della Chiesa la nuova Eva o la ‘donna nuova’ che, rimanendo sotto il legno della vita (Gv 19,25) è unita a Cristo, l’’uomo nuovo’; oppure si rivela quale madre spirituale, alla cui materna sollecitudine il Signore stesso affidò tutti i suoi discepoli (cfr Gv 19,26)» (p. 74). «Socia» generosa del Signore (LG 56), Maria è venerata nella celebrazione del mistero pasquale, centro unico della fede cristiana: «La Chiesa celebra in primo luogo l’opera di Dio nel mistero pasquale di Cristo, e in esso trova la Madre intimamente congiunta con il Figlio: nella passione del Figlio, infatti, la beata Vergine ‘soffrì profondamente con il suo Unigenito e si associò con animo materno al sacrificio di lui, consentendo amorosamente all’immolazione della vittima da lei generata’ (LG 58); nella sua risurrezione fu ricolma di gioia ineffabile;18 dopo la sua ascensione al cielo, unita in preghiera con gli Apostoli ed i primi discepoli nel Cenacolo, implorò ‘il dono dello Spirito, che l’aveva già adombrata nell’annunciazione’» (PCM 10). La Madre accompagna e condivide il sacrificio del Figlio per «il riscatto dell’umana famiglia» (Prefazio, Collectio, n.12).

1. TRIDUO PASQUALE

        1.1. Giovedì santo: Messa «In Coena Domini»
       
I testi biblici della Messa «In Coena Domini» non parlano della partecipazione di Maria all’istituzione dell’Eucaristia, ma l’eucologia, sia quella liturgica sia quella facoltativa di carattere mariano, mostra come il sacrificio eucaristico di Cristo sia frutto del «» verginale, obbediente e generoso della Madre. Per la Messa «In Coena Domini», IPCM propone: «Dopo la comunione e prima dell’orazione si potrebbe, opportunamente introdotto, cantare il ‘Magnificat’ nello spirito richiamato nella ‘Redemptoris Mater’, n. 35-37» (p. 76). Maria è la prima testimone di questa mirabile verità: Dio si dona ai suoi figli nel Figlio (cf. RM 37). Con lei che canta la misericordia dell’Onnipotente, la Chiesa celebrante ringrazia la misericordia del Signore che sfama i suoi figli (cf. IPCM, p. 76). Il «Pange lingua» – inno che accompagna la reposizione del pane consacrato al termine della Messa – fa menzione dell’intimo nesso fra l’Eucaristia e Maria: «Fructus ventris generosi ... nobis natus ex intacta Virgine». Verità evidenziata anche dal Prefazio II d’Avvento: «Dal grembo verginale della Figlia di Sion è germinato colui che ci nutre col pane degli angeli».19 Nel rito etiopico esiste un’anafora, detta di Ciriaco, interamente dedicata alla Madre di Dio. La sua struttura può sembrare poco chiara a prima vista; in realtà, con mirabile ingegnosità si accomuna la lode della Semprevergine Maria con la glorificazione di Dio. Insieme all’Altissimo, la Madre divina costituisce l’oggetto della lode eucaristica: ella è il ponte e la scala che conduce al Signore, avendo intessuto la carne del Figlio di Dio. Il motivo mariano che viene sviluppato è il mistero della maternità divina e attraverso lo sviluppo di questo tema si giunge alla lode dossologica di Dio stesso. Nella consacrazione il presidente dell’assemblea così si rivolge direttamente alla Vergine per ringraziarla: «O Vergine, che hai fatto maturare ciò che stiamo per mangiare, e sgorgare ciò che stiamo per bere!». Guardando allora il pane e la coppa che sta per benedire, esclama: «O pane, che viene da te: pane che dà la vita e la salvezza a chi ne mangia con fede... O calice, che viene da te: che fa zampillare la sapienza e la vita per coloro che ne bevono con fede!».20 Con queste parole semplici ma trasparenti di immagini bibliche, la maternità di Maria acquista il suo senso eucaristico. Come in una polifonia sinfonica, riti liturgici, Padri, tradizione, arte e fede popolare si intrecciano armonicamente nel rilevare che l’Eucaristia perpetua nel rito sacramentale la maternità divina di Maria. Già nel II secolo – ricorda I. A. Schuster – «il vescovo Abercio di Gerapoli congiungeva questi due amori: l’Eucaristia e Maria». L’Eucaristia ci «imparenta» con Maria; in essa la Madre del Signore – continua Schuster – «riconosce in noi qualche cosa che è sua e che le appartiene».21 Anche s. Efrem Siro († 373) evoca i profondi legami tra la Vergine e l’Eucaristia quando afferma: «Maria ci ha dato il pane che conforta, al posto del pane che affatica datoci da Eva».22 Al contrario di Eva disobbediente che porge all’uomo il frutto mortifero, Maria sorgente della vita (cf. Sal 35,10) elargisce ai fedeli il frutto del suo grembo immacolato: Cristo, pane della vita e farmaco d’immortalità. Difatti Gesù Cristo «è il pane che, seminato nella Vergine, – dichiara s. Pietro Crisologo (ca. † 450) – lievitato nella carne, impastato nella Passione, cotto nel forno del sepolcro, conservato nella Chiesa, portato sugli altari, somministra ogni giorno ai fedeli un alimento celeste».23 Si spiega perché Fozio, patriarca di Costantinopoli (ca.† 897), scrive che «la celebrazione del sacrificio volontario del Figlio è certamente un onore reso alla Madre».24 E s. Bernardo di Chiaravalle (†1153) in una mirabile espressione, estasiato dichiara alla Vergine: «Filius tecum, qui ad condendum in te mirabile sacramentum».25 Nella caro Christi i fedeli ritrovano la caro Mariae. Si comprende la nota equazione: «Caro Christi caro Mariae»: la carne di Cristo è la carne di Maria.26 Questo nesso è presente nei vari riti liturgici. Nell’ufficio della primitiva festa del «Corpus Domini», composto nel 1246, si afferma che questa vera carne che noi mangiamo è la stessa che Gesù ha preso dalla Vergine.27 Il medesimo rapporto tra Eucaristia e Maria ricorre costantemente nella pietà cristiana che lo intuisce e lo vive.28 I Congressi eucaristici e mariologici, i movimenti di spiritualità, l’arte cristiana ne portano il segno. Nella tradizione iconografica la Vergine Maria, Madre del pane, è rappresentata nei tabernacoli, nei conopei, nei calici, negli ostensori..., anzi ella stessa è salutata e venerata come tempio, tabernacolo e ostensorio del Signore. Il pittore beato Angelico (†1455), più contemplativo che storico, nel convento di S. Marco a Firenze, rappresenta la Vergine inginocchiata in un angolo del Cenacolo. Nei dipinti e nelle sculture, ove si ritrae ai piedi della Croce una donna con il calice che accoglie il sangue di Cristo, si allude a Maria e alla Chiesa. Il pittore Miguel de Santiago (sec. XVII) ha creato il tema dell’Immacolata eucaristica: la Vergine, raffigurata con una tunica bianca e un mantello azzurro, sostiene sul suo cuore un ostensorio e guarda in alto, dove sono rappresentate le tre Persone divine, unite nell’amore. Si spiega l’affermazione di Giovanni Paolo II del 5/6/1983: «Quel Corpo e quel Sangue divino conserva la sua originaria matrice da Maria. Ogni Messa ci pone in comunione intima con lei, la Madre, il cui sacrificio ‘ritorna presente’, come ‘ritorna presente’ il sacrificio del Figlio».29 La maternità divina di Maria «è particolarmente avvertita e vissuta» nell’Eucaristia, dove «si fa presente Cristo, il suo vero corpo nato da Maria Vergine» (RM 44). In effetti – continua Giovanni Paolo II – «anche se nella liturgia del Giovedì Santo non si parla di Maria..è difficile non avvertirne la presenza nell’istituzione dell’Eucaristia».30 Secondo un’ininterrotta tradizione patristica e liturgica, l’Oriente greco-bizantino ritiene Maria presente nell’ultima Cena di Cristo: rifacendosi alla liturgia ebraica del venerdì sera – precisamente nel ricevimento del Sabato – venera la Madre di Dio come colei che nell’ultima Cena del Figlio, entra nella sala del Cenacolo portando due candele accese, simbolo della luce del Messia salvatore e del suo Spirito. La pietà popolare in quanto tale non ha colto abbastanza il legame tra Eucaristia e Maria, tra l’istituzione del sacerdozio e Maria. Ciò potrebbe dimostrare che le devozioni mariane non si sono nutrite abbastanza del pane eucaristico e che non si sono sviluppate direttamente attorno all’Eucaristia?

        1.2. Venerdì santo
        Per antichissima tradizione, nella celebrazione della Passione del Signore, la liturgia proclama la pericope giovannea, nella quale si narra che presso la Croce di Gesù stavano la Madre e il discepolo che egli amava (Gv 19,25-27). «Nel decorso dei secoli la Chiesa, nel suo magistero guidato dallo Spirito e nell’esperienza di fede dei discepoli, ha compreso il valore salvifico della presenza della Madre e del discepolo presso la Croce» (IPCM, p. 77). «Per la sua importanza dottrinale e pastorale, si raccomanda di non trascurare la ‘memoria dei dolori della beata Vergine Maria’» (Dir 145).
31 Difatti IPCM suggerisce che, terminata l’adorazione della Croce, davanti all’icona mariana «può aver luogo nella stessa ‘Celebrazione della Passione del Signore’ una sobria memoria della presenza della Vergine e del discepolo presso la Croce: in tal modo apparirà con maggiore evidenza come la Madre di Gesù sia ‘congiunta indissolubilmente con l’opera della salvezza del Figlio suo’ (SC 103)» (p. 77).32 Ivi la Vergine è mostrata come la donna nuova che ripara il danno causato da Eva. Regina dei martiri e associata alla Passione del Figlio, ella è divenuta così nostra madre. Questa memoria mariana, suggerita all’interno della celebrazione, esplicita ciò che la liturgia romana non pone abbastanza in rilievo, ma che dovrebbe fare, perché il rito liturgico (risposta alla Parola proclamata) dovrebbe sempre risultare eco orante al dato biblico.33 Al contrario «la pietà popolare, seguendo il racconto evangelico, ha rilevato l’associazione della Madre alla Passione del Figlio (cf. Gv 19,25-27; Lc 2,34s)» (Dir 145). In questo modo presso la Croce si evidenzia meglio come in Maria matura la nuova maternità: quella pasquale. «Come l’incarnazione del Verbo è ordinata alla passione salvifica (cf. Gv 12,27-28), così la maternità divina di Maria è ordinata alla sua maternità pasquale». Anche per lei «il punto culminante della sua cooperazione all’opera salvifica del Figlio è costituito dalla sua partecipazione alla Pasqua di Cristo (cf. Gv 16,21; 19,25-27; At 1,14)».34 «La sua maternità, iniziata a Nazaret e vissuta sommamente a Gerusalemme sotto la Croce» (TMA 54), «si dilatò assumendo sul Calvario dimensioni universali» (MC 37). «La maternità di Maria nei riguardi degli uomini – annota Giovanni Paolo II – emerge dalla definitiva maturazione del mistero pasquale del Redentore». Essa «è frutto del ‘nuovo’ amore, che maturò in lei definitivamente ai piedi della Croce, mediante la sua partecipazione all’amore redentivo del Figlio» (RM 23). La maternità della Vergine verso Cristo-capo a Betlemme, si estende ora alle membra del corpo ecclesiale e all’umanità intera sul Calvario, si prolungherà nella Chiesa nascente riunita nel Cenacolo (At 1,14). La memoria dei dolori della beata Vergine Maria ben rileva anche l’affidamento del discepolo alla Madre: accogliere Maria come madre nella vita di discepoli di Cristo è espressione della «obbedienza della fede», risposta a una scena di rivelazione, riguarda un aspetto essenziale della condizione discepolare del credente: la vita della grazia» (cf. PAMI 75). Dalla comprensione della nuova maternità di Maria presso la Croce, «la pietà popolare...ha dato vita a vari esercizi verso la Madre addolorata, tra cui sono da ricordare» (Dir 145):
    1. «il Planctus Mariae, intensa espressione di dolore, talora avvalorata da alti pregi letterari e musicali, in cui la Vergine piange non solo la morte del Figlio, innocente e santo, il sommo suo bene, ma anche lo smarrimento del suo popolo e il peccato dell’umanità» (Dir 145);
    2. «L’Ora della Desolata, nella quale i fedeli, con espressioni di commossa devozione, ‘fanno compagnia’ alla Madre del Signore, rimasta sola, immersa in un profondo dolore, dopo la morte del suo unico Figlio; essi, contemplando la Vergine con il Figlio sul grembo, – la Pietà –, comprendono che in Maria si concentra il dolore dell’universo per la morte di Cristo; in lei essi vedono la personificazione di tutte le madri che, lungo la storia, hanno pianto la morte di un figlio. Tale pio esercizio. non dovrà limitarsi tuttavia ad esprimere il sentimento umano davanti a una madre desolata, ma nella fede della risurrezione, saprà aiutare a comprendere la grandezza dell’amore redentore di Cristo e la partecipazione ad esso della sua Madre» (Dir 145). La devozione all’esercizio de La Desolata, sorto in Sicilia nel XVIII sec., presenta la Madre che visse il culmine del suo dolore durante la sepoltura del Figlio. Per questo motivo egualmente in Sicilia le monache di Palma sostavano in preghiera davanti all’immagine della Vergine dal tramonto del venerdì s. fino all’alba della Domenica di Pasqua.35 L’iconografia rappresenta la Madre Addolorata come Pietà, mentre sostiene sulle sue ginocchia il Figlio staccato dalla Croce, oppure con il cuore trafitto da sette spade, simbolo dei suoi Sette Dolori. La devozione e la festa de «I Sette Dolori di Maria», sorta fra i Serviti di Colonia nel XIII sec., evolvendosi ha portato nel XVIII sec. al rito processionale della Via Matris Dolorosae, diffusissimo oggi in America Latina e ivi recitato nei venerdì di quaresima. La pietà popolare ha dato una grande importanza ai dolori della Vergine: si pensi alle Laudi medievali, alle Passioni e ai Lamenti, primo fra tutti Donna de Paradiso di Jacopone da Todi, e le pratiche devozionali, come la Corona dell’Addolorata o dei Sette dolori. Ma il liturgista A. Olivar osserva: «Nonostante tutti gli adattamenti (operati dalla riforma liturgica), non è facile trovare una giustificazione del dolore di Maria nella liturgia».
36 Secondo A. Cattabiani l’affermazione perentoria di Olivar cancella «secoli di storia liturgica, di teatro religioso e di arte sacra».37 Comunque la dimensione luttuosa della fede radicata nel popolo non proviene certo dalla mentalità biblica, ma dall’eredità culturale della civiltà greca e da quella mediterranea (specialmente spagnola).38  Qui sia la Parola biblica che la liturgia correggono i sentimenti spontanei della pietà popolare: Maria «stava presso la Croce»39 allo stesso modo con cui il Signore risorto, Agnello immolato (tamquam occisus), dimora permanentemente presso il Padre (Ap 5,6). Sacerdote eterno, Cristo «sta in piedi» alla destra del trono di Dio per intercedere a favore degli uomini (Eb 7,25; Rom 8,34). Facendo eco al IV vangelo, s. Ambrogio usa un’espressione mariana encomiabile: «Stantem illam lego, flentem non lego».40 Però ella «avendo amato più di tutti, aveva sofferto anche più di tutti», afferma Pascasio Radberto († 865).41 S. Bernardo, rivolto alla Vergine, esclama: «Ti possiamo chiamare più che martire», e poi rivolto ai fedeli, aggiunge: «Non meravigliatevi, o fratelli, quando si dice che Maria è stata martire nello spirito».42 «Ella sotto la Croce meritò la palma del martirio» (Antifona alla comunione, Collectio, n. 12). Tuttavia, pur essendo la Madre di tutti i dolori e soffrendo profondamente nel suo cuore, ella resta «intrepida» presso la Croce43 per offrire con animo materno all’eterno Padre «la vittima da lei generata» (MC 20).
    3.
Maria «risarcita». Un altro rito, ma che non trova accoglienza nella pietà popolare riconosciuta dalla Chiesa, è quello di Maria «risarcita» del sangue versato per noi da suo Figlio, rito di reintegrazione, forse anche rito di propiziazione, rito agrario (il sangue come materia fecondante e simbolo della pioggia).44
    4. Tra le varie processioni teatralizzate che si svolgono in Italia il venerdì s., e che vanno conosciute per la loro ricchezza simbolica e allegorica, citiamo quella di Riesi, in provincia di Caltanissetta, dove si evidenzia che la Madre segue il Figlio fin sul Calvario. Il venerdì s. mattina escono le statue di Gesù e di s. Giovanni apostolo per rappresentare il tradimento di Giuda e l’arresto di Gesù. Verso le due del pomeriggio le statue di Gesù e di sua Madre si incontrano, mentre i portatori si inginocchiano per permettere alla Madre di baciare la mano del Figlio con un inchino. Poi le due statue si incamminano su una collinetta, simbolo del Calvario, dove Cristo viene crocifisso.45 A San Marco in Lamis sul Gargano il venerdì s. avviene la processione della Vergine che, di prima mattina, cerca simbolicamente il Figlio nei sabbuleche (sepolcri), allestiti nelle varie chiese della cittadina. Lo cercherà invano per tutta la mattinata. Verso il tramonto, alle prime ombre della sera, la Madre torna a cercare il Figlio fino a che lo trova nella chiesa matrice dell’Annunziata. Allora le mille faville delle fracchie -enormi tronchi d’albero che ardono per illuminare il cammino della Vergine Addolorata in cerca del Figlio morto in Croce, e posti su carrelli trainati da giovani, fanno luce al passaggio della Madonna46 – salgono al cielo come le mille preghiere della gente assiepata ai lati della strade per vedere passare la Vergine e rivolgerle un pensiero, una richiesta.

        1.3. Sabato santo
       
Un’invocazione delle lodi mattutine presenta la Vergine vicino alla Croce e al sepolcro.
47 Tra il venerdì di Passione e la Domenica di risurrezione, il sabato santo è il giorno dell’attesa. Maria – che ha atteso «intrepida la vittoria pasquale» (Prefazio, Collectio n. 15) – lo colma della sua presenza: in quel giorno tutta la fede e la carità della Chiesa è come raccolta in lei, che nel triduum mortis è presentata quale unica fedele. Nella tensione dell’assenza fatale di Cristo sposo, la Vergine si presenta quale figura luminosa, che con fede certa preannuncia ai credenti la vita nuova, vita senza più tramonto né oscurità. Il Dir puntualizza: «Mentre il corpo del Figlio riposa nel sepolcro e la sua anima è scesa negli inferi per annunciare ai suoi antenati l’imminente liberazione dalla regione dell’ombra, la Vergine, anticipando e impersonando la Chiesa, attende piena di fede la vittoria del Figlio sulla morte» (n. 147). La Vergine, che sosta presso il sepolcro del Figlio, è icona della Chiesa che veglia presso la tomba del suo Sposo in attesa di celebrarne la risurrezione (Dir 147). Alcuni pii esercizi completano i riti liturgici. La lettera PCFP contempla per il sabato s. la «venerazione dell’immagine della beata Maria Vergine Addolorata» (n. 74). La celebrazione de L’«Ora della Madre» al sabato mattino, quale preludio della Veglia pasquale, si ispira ai «lamenti » di Maria al sabato s. bizantino.48 Nella Presentazione si legge: «Il Venerdì Santo è l’’Ora’ di Cristo...il Sabato Santo è l’’Ora’ della Madre: Ora tutta sua nella quale lei, la Donna, la Figlia di Sion, la Madre della Chiesa, visse la prova suprema della fede dell’unione al Dio Redentore... Credette contro ogni evidenza, sperò contro ogni speranza».49 A Trapani, nella processione dei Misteri, che si protrae dal venerdì pomeriggio al sabato s. mattina, quando le varie statue dei Misteri tornano in città e rientrano nella chiesa di San Michele, la statua dell’Addolorata invece esce di nuovo per ricevere una pioggia di petali che cadono dai balconi, segno di una particolare riconoscenza verso la Madre Addolorata.

2. DOMENICA DI PASQUA

La gioia di Maria all’annunciazione raggiunge il suo culmine nella gioia pasquale dei discepoli. Quale Madre del popolo redento, ella nei discepoli del Figlio riconosce la sua vera discendenza.

        2.1.
Veglia pasquale
        Nella notte santa di Pasqua Maria è invocata nelle Litanie dei santi, di lei si fa memoria nella professione di fede battesimale e nelle intercessioni della Preghiera eucaristica. Maria gloriosa che gioisce con i santi per la resurrezione del Figlio, è presente nel fonte battesimale della rinascita dei figli, e nel convito eucaristico come colei che svela loro le qualità divine del pane celeste. La liturgia bizantina durante la solennissima notte della «santa e grande domenica» di Pasqua, nei due tropari mariani associa la santa
Theotokos alle gioie della risurrezione. Il primo narra che, preceduta l’alba, le donne mirofore con Maria vanno al sepolcro e incontrano il Salvatore come «colui che sussiste nella Luce eterna».50 Il secondo, «L’Angelo gridò alla Piena-di-grazia», canta che la Vergine riceve dall’angelo l’annuncio del Figlio risorto.51 «La pietà popolare ha intuito che l’associazione del Figlio alla Madre è costante: nell’ora del dolore e della morte, nell’ora del gaudio e della risurrezione» (Dir 149). Da qui il pio esercizio «Il saluto pasquale alla Madre del Risorto» al termine della Veglia pasquale (Dir 151),52 che esplicita i dati biblico-liturgici: «È giusto che ci rallegriamo con la Madre per la risurrezione del Figlio: questo infatti fu l’evento che pienamente realizzò la sua attesa.E come noi, li abbiamo contemplati uniti nel dolore, li esaltiamo uniti nel gaudio pasquale» (IPCM, p. 80). Nel battesimo dei credenti Maria appare Madre del Cristo totale: si realizza il testamento del Figlio sulla Croce, che la chiama ad essere madre dei suoi discepoli. Secondo Ildefonso di Toledo († 667), «agnoscit Mater membra quae genuit»:53 nel corpo glorioso del Figlio, Maria nella notte di Pasqua riconosce le medesime membra che si erano formate nel suo grembo verginale. Le membra ora sono costituite dai rinati nel battesimo; per esse la Chiesa chiede per intercessione di Maria la gioia della vita senza fine, grazie al pane del cielo, farmaco di immortalità.

    2.1. Giorno di Pasqua
   
La Vergine è ricordata nella liturgia delle Ore: nel Magnificat e acclamata nel canto dell’antifona del Regina caeli nella Compieta. Nel rito bizantino, dove la Divina Liturgia è celebrata all’alba e non a mezzanotte, al posto dell’inno mariano «Axion estin», si canta il secondo megalinario pasquale «L’Angelo gridò alla Piena-di-grazia». In tutte le Ore dell’ufficio del giorno di Pasqua e dell’Ottava si ripetono gli Stikirà, cioè dei tropari intercalati ai versi dei salmi, inneggianti alla Theotokos e alle donne mirofore che vanno al sepolcro. «L’affermazione liturgica, secondo cui Dio, ha riempito di gioia la Vergine nella risurrezione del Figlio, è stata, per così dire, tradotta e quasi rappresentata dalla pietà popolare nel pio esercizio dell’“Incontro della Madre con il Figlio risorto”: la mattina di Pasqua due cortei, l’uno recante l’immagine della Madre Addolorata, l’altro quella del Cristo risorto, si incontrano per significare che la Vergine fu la prima e piena partecipe del mistero della risurrezione del Figlio» (Dir 149). Rito, questo, già previsto da IPCM che propone il saluto alla Madre del Risorto «con particolare solennità ... o ai vespri o dopo la Messa vespertina» (p. 77). Il Dir specifica: «Al termine della Veglia pasquale o dopo i II Vespri della Domenica di Pasqua, si compie un breve pio esercizio: si benedicono dei fiori, che saranno distribuiti ai fedeli in segno di gioia pasquale, e si rende omaggio all’immagine dell’Addolorata, che talora viene incoronata, mentre si canta il Regina caeli. I fedeli, che si erano associati al dolore della Vergine per la Passione del Figlio, vogliono così rallegrarsi con lei per l’evento della risurrezione» (n. 151). La stessa gioia pasquale si riscontra nelle processioni che hanno luogo in certe zone d’Italia. A Sulmona, in Abruzzo, la mattina del giorno di Pasqua avviene il rito de «La Madonna che scappa», che corre incontro a Cristo risorto. Quando la statua della Vergine viene alzata in alto, è il segno che la Madre ha visto il Figlio risorto e comincia a corrergli incontro. Nella corsa cadono i segni del lutto: il manto nero della Vergine Addolorata e il fazzoletto bianco che tiene in mano per asciugarsi le lacrime. Ora la statua della Vergine appare in una splendida veste verde, con una rosa rossa in mano, e nello stesso tempo si alzano in volo 12 colombi bianchi, simbolo dei 12 apostoli. Le campane suonano a festa e il corteo si compone con Cristo e la Madre in testa, e gli apostoli dietro. A Enna, nel cuore della Sicilia, il pomeriggio del giorno di Pasqua avviene il rito della riconciliazione, detto «a paci», la pace. In memoria della riconciliazione che avveniva un tempo fra nobili e plebe, proprio nel giorno di Pasqua. Dai quartieri poveri saliva la statua della Vergine, dai quartieri ricchi saliva la statua di Cristo risorto, e si incontravano nel quartiere alto, dove la plebe, nel resto dell’anno, non poteva entrare. La processione, presenziata dai membri delle Confraternite di San Salvatore e dell’Addolorata, procede a passo lento e cadenzato, fino a quando davanti alla porta santa del duomo della città, Gesù e sua Madre si vedono, e come un figlio e una madre che non speravano più di potersi riabbracciare, si corrono incontro. A Riesi, in provincia di Caltanissetta, il giorno di Pasqua la statua della Madonna ammantata di nero, gira per il paese alla ricerca del Figlio scomparso dal sepolcro, finché lo incontra tra l’esultanza della folla. Si tocca qui il fatto delle apparizioni di Cristo risorto alla Madre, evento non ricordato dai 4 vangeli, ma che la tradizione54 patristica, artistica
55 e la tradizione orientale compresa quella liturgica, ha sempre affermato: «È convinzione della Chiesa orientale che la Vergine non abbia dovuto essere esclusa dal privilegio delle pie Donne e sia stata forse la prima a vedere il Figlio risorto»..56 La Madre che, al terzo giorno dal suo smarrimento ritrova il Figlio nel tempio, e la donna del terzo giorno di Cana, è la Madre del terzo giorno di Pasqua, non solo la figlia primogenita della Pasqua.

Inserito Sabato 17 Marzo 2018, alle ore 21:21:00 da latheotokos
 
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DOTTORE IN S. TEOLOGIA CON SPECIALIZZAZIONE IN MARIOLOGIA
DOCENTE ALL'ISSR "SAN LUCA" DI CATANIA

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