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  Maria al centro della mia vita 
Spiritualità

Di Ermanno Maria Toniolo in Raggi di Luce, Centro di Cultura Mariana "Madre della Chiesa", Roma 2013.



Maria è necessariamente “al centro” della mia vita, non perché io lo sappia o lo voglia, ma perché l’ha posta “al centro” lo stesso Dio Padre e ce l’ha donata Gesù, come Madre. Ogni madre è sempre al centro della vita di un figlio, specialmente quando ha pressante bisogno della sua presenza e del suo aiuto materno. È alla sorgente di ogni dono che scende su noi da Dio, essendo Madre del Verbo incarnato dalla cui pienezza ognuno ha ricevuto e riceve; ed è anche alla radice di ogni nostra scelta di Dio e per Dio. Il suo sì di accoglienza del Verbo, fonte di ogni grazia, fu e rimane il sì costitutivo di ogni scelta umana: perché non per sé, ma a nome di tutti pronunciò il suo fiat e si aprì ad accogliere Dio, perché si vestisse in lei della nostra carne umana, per salvarci. Dal suo sì, e non da altra radice, fiorisce ogni sì dell’uomo alla grazia di Dio. Così volle il Padre: perciò tutti siamo per divino volere radicati in lei e chiamati ad esprimere come lei e con lei la nostra personale risposta alla chiamata e al dono di Dio. Tanto più, che Gesù morendo, quale suo testamento per ogni discepolo e per ogni uomo, la costituì madre di tutti i redenti, madre nostra, da accogliere come il discepolo e da amare come l’ama lo stesso Figlio di Dio: «Ecco la tua Madre!». Il nostro dovere è quello di prendere coscienza di ciò che siamo, per volontà del Padre, per testamento del Figlio, con la grazia dello Spirito Santo; e di farne la nostra norma di vita.

a) Amare Maria come figli

È l’amore che unisce: unisce a Dio che è Amore; unisce Cristo Capo al suo mistico Corpo nello Spirito che è Amore; unisce tra loro le membra del Corpo di Cristo, e le vivifica e le guida a compiere ciascuna il proprio servizio a vantaggio di tutto il Corpo, che è la Chiesa. È l’amore che unisce la Madre ai fratelli del suo Gesù, per farne di tutti il suo Figlio, Capo e membra. È l’amore che ci unisce alla Madre come figli, per condividerne i pensieri, i progetti, le ansie e le speranze: per essere noi in lei e lei in noi, e prolungarne l’amore materno e l’azione nella nostra vita e nel nostro agire. È l’amore che ce la rende vicina, tanto da essere la nostra interlocutrice, la nostra ispiratrice, il nostro aiuto e il nostro conforto. Mai ameremo abbastanza Colei che Gesù vuole sia da tutti noi amata come lui stesso l’ama: è questa l’eredità che ci ha lasciato morendo: «Ecco il tuo Figlio – Ecco la tua Madre». Con queste parole, dice la liturgia, «Gesù dal patibolo della croce affidò alla Vergine Maria nella persona di Giovanni tutti i suoi discepoli, e li fece eredi del suo amore verso la Madre». Amare la Madre col suo amore di Figlio: come Figlio-Dio, che eternamente l’ha amata e l’ha scelta per Madre, colmandola di tutti i suoi doni e delle sue grazie; come Figlio-uomo, formato dalle sue carni immacolate e dal suo sangue purissimo, che con tutte le capacità anche umane, oltre che divine, l’ha amata e l’ama in modo ineguagliabile e sommo, trovando in lei aiuto perfetto e materno conforto, fin sotto la croce, e associandola oggi a sé nell’estendere a tutti la sua redenzione. Dunque, non ameremo mai abbastanza la Madre di Dio! Mai la penseremo abbastanza, e ci porremo con assoluta fiducia nelle sue mani misericordiose e materne, mai la onoreremo come l’ha onorata e la onora il Figlio di Dio! Eppure, ella è davvero la Madre nostra, di ciascuno di noi, dall’inizio della nostra esistenza sulla terra e per tutta l’eternità: la Madre che divinamente ci ama col Cuore stesso di Dio, del suo Gesù. Per questo ha detto sì all’annunciazione, per darci il Salvatore; per questo l’ha offerto al Padre sul Calvario e con lui si è offerta, per il perdono delle nostre colpe e l’infusione in noi della grazia dello Spirito Santo; per questo vive accanto a lui glorificata nei cieli, per essere sempre la nostra avvocata e la mediatrice di ogni grazia di cui abbiamo continuamente bisogno. Per questo Gesù morendo l’ha costituita nostra Madre, nostra propria Madre. Lei certo non verrà mai meno alla consegna del Figlio suo Dio, dopo averci accolti per suo testamento come figli, e ci amerà sempre, con tutta se stessa in Dio, fino alla nostra ultima felicità in paradiso. Per questo, ubbidendo al comando del Signore, anche noi come il discepolo amato la dobbiamo introdurre in tutto lo spazio umano e cristiano della nostra vita, e amarla perdutamente, perdendoci nel suo amore: paghi di amarla con tutte le nostre forze – e in questo non facciamo che ubbidire a Dio e prolungare Gesù! –, felici di esserne amati in modo superiore ad ogni immaginazione umana.

b) Consacrarci nella Chiesa alla sua persona e alla sua opera

Consacrarsi a Maria, in fondo, non è altro che rendere cosciente e personalmente sottoscrivere ciò che il Padre ha disposto e il Figlio ha realizzato, incarnandosi da lei per ricapitolarci in sé attraverso di lei, e immolandosi sulla croce per tutti, consacrandosi cioè come Vittima al Padre per tutti, non senza il suo consenso e la sua materna partecipazione, voluta da Dio. Giustamente il grande teologo Karl Rahner poteva scrivere: «Noi ci consacriamo a te, Vergine Santa e Madre, perché ti siamo già consacrati. Come non siamo edificati soltanto sulla pietra angolare che è Gesù Cristo, ma anche sul fondamento degli apostoli e dei profeti, così la nostra vita e la nostra salvezza dipendono in modo permanente dal tuo “sì”, dalla tua fede e dal frutto del tuo seno. Se dunque diciamo che vogliamo essere consacrati a te, confessiamo solo la nostra volontà di essere ciò che siamo, confessiamo che vogliamo accogliere ciò che siamo nel nostro spirito e nel nostro cuore e in tutta la realtà dell’uomo interiore ed esteriore». Come la consacrazione della Vergine il giorno dell’annunciazione, proprio abbracciando la volontà salvifica del Padre, è stata una consacrazione totale e perenne alla persona e all’opera salvatrice del Figlio – non solo alla persona, ma anche e specialmente all’opera del Figlio –, per cooperare sotto di lui e con lui all’umana redenzione (LG 56); così la nostra consacrazione a Maria non si limita alla sua persona, ma a tutta l’opera che come Madre del Redentore e dei redenti deve svolgere, come ieri sulla terra, così oggi in cielo, fino a che tutto non sia compiuto, e tutti i redenti siano introdotti nella patria beata. Se pensiamo alla sua persona, dovremmo dirle con san Giovanni Damasceno: «Anche noi oggi ti restiamo vicini, o Sovrana; sì, lo ripeto, Sovrana, Madre di Dio e Vergine, legando le nostre anime alla tua speranza, come ad un’áncora saldissima e del tutto infrangibile, consacrandoti mente, anima, corpo e tutto il nostro essere e onorandoti, per quanto è a noi possibile, “con salmi, inni e cantici spirituali” (Ef 5, 19). È impossibile una maniera adeguata... È sufficiente, in realtà, per quelli che serbano piamente la tua memoria, il dono preziosissimo del tuo ricordo: è questo il culmine di una gioia che non può essere sottratta. Di quale letizia, di quali beni non è ricolmo colui che ha fatto del suo intelletto lo scrigno del tuo santissimo ricordo? Questa è la nostra offerta di ringraziamento a te, il saggio del nostro umile pensiero che, mosso dall’amore per te, ha dimenticato la propria debolezza. Accetta comunque con benevolenza questo desiderio appassionato, sapendo che va al di là delle nostre forze» (Omelia I sulla Dormizione, 14). Se pensiamo all’opera che Dio le ha affidato, e Gesù ha convalidato col suo testamento, entriamo con lei nell’eterno progetto divino e con lei e in lei ci consacriamo al dono della misericordia che si stende di generazione in generazione, e che il Salvatore ha aperto come fonte col suo sacrificio. Perciò Giovanni Paolo II, nell’omelia tenuta a Fatima il 13 maggio 1982, poteva affermare: «Consacrarsi a Maria significa farsi aiutare da lei ad offrire noi stessi e l’umanità a “Colui che è Santo”, infinitamente Santo; farsi aiutare da lei – ricorrendo al suo Cuore di Madre, aperto sotto la croce all’amore verso ogni uomo, verso il mondo intero – per offrire il mondo, e l’uomo, e l’umanità, e tutte le nazioni, a Colui che è infinitamente Santo». Una consacrazione dunque al Cuore immacolato della Madre, anch’esso trafitto sotto la croce, e non solo di noi e delle nostre insignificanti persone, ma di tutto il mondo, nazioni e popoli, perché in Cristo immolato lo consacri all’Eterno Amore. La nostra consacrazione a Maria allora non è solo un affidamento di figli alla più tenera di tutte le madri, per averne aiuto e conforto, ma è una responsabile partecipazione di figli e di amici al suo amore verso ogni uomo e verso il mondo intero, e un impegno a viverlo – per quanto ci è concesso per grazia – nell’ambito della nostra vita quotidiana e delle nostre umili azioni umane. E tale consacrazione si compie con la Chiesa, nella Chiesa, e ammaestrati dalla Chiesa: per esprimere individualmente in noi ciò che la Chiesa ha compiuto e compie universalmente per tutti.

c) Immergerci nel suo mistero e imitarla

Vivere “in Maria” è una delle componenti della vera devozione propagata da san Luigi Maria da Montfort. Ma il modello a cui ispirarsi per “vivere in Maria” è lo stesso mistero trinitario e la presenza di Gesù Cristo nei suoi discepoli. Disse Gesù, nell’ultima Cena: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14, 15); e ancora: «Rimanete in me e io in voi... Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore» (Gv 15, 4.10). C’è una reciproca immanenza tra il Padre e il Figlio, tra Gesù e i suoi discepoli. Il punto di incontro però di questa reciproca immanenza – lui in noi, noi in lui – è dato dall’osservanza dei suoi comandamenti: anzi, questa osservanza dei comandamenti è la sola prova del vero amore, e dell’amicizia con lui: «Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando» (Gv 15, 14). Vivere dunque “in Maria” – e Maria in noi – vuol dire osservare i suoi comandamenti, che non sono parole pronunciate (una sola ne disse per noi, e rimane come suo monito perenne: «Qualsiasi cosa vi dica Gesù, fatela!»: Gv 2, 5). Sono piuttosto i suoi esempi, che ce la mostrano, e quando li viviamo imitandoli, portano Maria in noi e noi in Maria. Scrisse Paolo VI, nell’esortazione apostolica Signum magnum, n. 3: «Non si esaurisce nel patrocinio presso il Figlio la cooperazione della Madre della Chiesa allo sviluppo della vita divina nelle anime. Ella esercita sugli uomini redenti un altro influsso: quello dell’esempio. Influsso, invero, importantissimo, secondo il noto effato: Le parole muovono, gli esempi trascinano. Come, infatti, gli insegnamenti dei genitori acquistano un’efficacia ben più grande se sono convalidati dall’esempio di una vita conforme alle norme della prudenza umana e cristiana, così la soavità e l’incanto emananti dalle eccelse virtù dell’Immacolata Madre di Dio attraggono in modo irresistibile gli animi all’imitazione del divino modello, Gesù Cristo, di cui ella è stata la più fedele immagine»... Ancora Paolo VI, nell’esortazione apostolica Marialis cultus, n. 57: «La santità esemplare della Vergine muove i fedeli ad innalzare gli occhi a Maria, la quale rifulge come modello di virtù davanti a tutta la comunità degli eletti. Si tratta di virtù solide, evangeliche: la fede e l’accoglienza docile della Parola di Dio (cfr. Lc 1, 26-38; 1, 45; 11, 27-28; Gv 2, 5); l’obbedienza generosa (cfr. Lc 1, 38); l’umiltà schietta (cfr. Lc 1, 48); la carità sollecita (cfr. Lc 1, 39-56); la sapienza riflessiva (cfr. Lc 1, 29-34; 2, 19.33.51); la pietà verso Dio, alacre nell’adempimento dei doveri religiosi (cfr. Lc 2, 21. 22-40. 41), riconoscente dei doni ricevuti (cfr. Lc 1, 46-49), offerente nel tempio (cfr. Lc 1, 22- 24), orante nella comunità apostolica (cfr. At 1, 12-14); la fortezza nell’esilio (cfr. Mt 2, 13-23), nel dolore (cfr. Lc 2, 34-35.49; Gv 19, 25); la povertà dignitosa e fidente in Dio (cfr, Lc 1, 48; 2, 24); la vigile premura verso il Figlio, dall’umiliazione della culla fino all’ignominia della croce (cfr. Lc 2, 1-7; Gv 19, 25-27), la delicatezza previdente (cfr, Gv 2, 1-11); la purezza verginale (cfr. Mt 1, 18-25; Lc 1, 26- 38); il forte e casto amore sponsale. Di queste virtù della Madre si orneranno i figli, che con tenace proposito guardano i suoi esempi, per riprodurli nella propria vita».

d) Venerarla e servirla

La venerazione, come l’amore verso Maria e l’imitazione delle sue virtù, sono le tre componenti comuni per tutti – pastori e fedeli – della vera devozione verso la Vergine proposte dal Concilio: «I fedeli a loro volta si ricordino che la vera devozione non consiste né in uno sterile e passeggero sentimentalismo, né in una certa quale vana credulità, bensì procede dalla fede vera, dalla quale siamo portati a riconoscere la preminenza della Madre di Dio, e siamo spinti al filiale amore verso la Madre nostra e all’imitazione delle sue virtù» (LG 67). Il primo atto di onore alla Madre di Dio, della quale – dicono i Padri – non sono degne tutte le cose del mondo, è conoscerne il mistero: quindi, studiare la sua figura e la sua funzione nel mistero della Trinità Santissima, nel mistero di Cristo e della Chiesa, nel mistero dell’uomo e della storia. Con quali mezzi? Il Concilio li detta ai teologi e ai predicatori, a quanti cioè sono incaricati di approfondire e annunciare la verità cristiana; e dice:«Con lo studio della sacra Scrittura, dei santi Padri, dei dottori e delle liturgie della Chiesa, condotto sotto la guida del magistero, illustrino rettamente gli uffici e i privilegi della beata Vergine, i quali sempre sono orientati verso il Cristo, origine della verità totale, della santità e della pietà» (LG 67). Studiando la Madre di Dio attraverso questi canali conoscitivi, proposti dal Concilio alla Chiesa, scopriremo sempre più il suo volto e la sua singolare missione nel progetto di salvezza del Padre, attuato in Cristo mediante lo Spirito Santo. Infatti, Maria:
È l’immacolata Madre di Dio, che per noi ha accolto nel cuore e nel grembo il Verbo del Padre venuto a salvarci.
È l’umilissima ancella del Padre, interamente consacrata a compiere fino all’ultimo giorno della storia umana la sua volontà salvifica per noi.
È l’indissolubile cooperatrice del Salvatore, sua generosa ed eroica compagna in tutta la storia della nostra salvezza, dall’Annunciazione, alla Croce, e «fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti» (LG 62): ha vissuto con lui ogni sua azione, piccola o grande, con fede indubitata e ardente carità, «per restaurare la vita soprannaturale delle anime» (LG 61).
È il santuario vivente dello Spirito Santo, eterno Amore, che le ha talmente dilatato il cuore, da renderla Madre di tutti gli uomini, capace di accogliere tutti – per testamento del Figlio morente – come figli, e di amarli tutti con lo stesso amore con cui ama Gesù.
È la Madre della Chiesa, sacramento di salvezza, la sua più alta e perfetta realizzazione: sua radice e suo cuore, suo modello compiuto d’amore verginale allo Sposo divino e di tenerezza materna verso la famiglia umana, sua indissolubile cooperatrice nel donare a tutti la luce della Verità e la grazia della Vita.
È la tua Madre dolcissima, che ti accompagna nel tuo cammino di realizzazione e ti vuole capace anche di condividere con lei le sue misericordie e le sue ansie, perché tutti gli uomini diventino un solo «uomo nuovo» in Cristo, nella loro esistenza terrena e nella loro vocazione eterna. Nasce allora spontaneo venerarla e onorarla, con tutta la Chiesa e anche privatamente, privilegiando il culto specialmente liturgico, e quelle pratiche ed esercizi di pietà verso di lei, raccomandati lungo i secoli dal magistero della Chiesa (LG 67): quindi, la celebrazione delle sue feste e delle memorie liturgiche, la recita del santo Rosario e di altre forme di pietà – come l’Inno Akathistos – raccomandati dal magistero, la celebrazione di novene, o tridui, o anche mesi dedicati a lei dalla pietà popolare, insieme con tante altre preghiere di lode e di impetrazione care al popolo di Dio... Ma il vero onore, che corrisponde al più profondo amore filiale, con cui venerare e onorare con tutta la Chiesa la Madre nostra amantissima (cfr. LG 53), è la vita. È questo l’insegnamento della Tradizione e del magistero: «Ben presto i fedeli cominciarono a guardare a Maria per fare, come lei, della propria vita un culto a Dio e del loro culto un impegno di vita. Già nel IV secolo, sant’Ambrogio, parlando ai fedeli, auspicava che in ognuno di essi fosse l’anima di Maria per glorificare Dio: “Dev’essere in ciascuno l’anima di Maria per magnificare il Signore, dev’essere in ciascuno il suo spirito per esultare in Dio”. Maria, però, è soprattutto modello di quel culto che consiste nel fare della propria vita un’offerta a Dio: dottrina antica, perenne, che ognuno può riascoltare, ponendo mente all’insegnamento della Chiesa, ma anche porgendo l’orecchio alla voce stessa della Vergine, allorché essa, anticipando in sé la stupenda domanda della preghiera del Signore: Sia fatta la tua volontà (Mt 6, 10), rispose al messaggero di Dio: Ecco la serva del Signore: sia fatto di me secondo la tua parola (Lc 1, 38). E il «sì» di Maria è per tutti i cristiani lezione ed esempio per fare dell’obbedienza alla volontà del Padre la via e il mezzo della propria santificazione» (MC 21).

e) Prolungare sulla terra come figli la maternità di amore e di grazia

 Maria si è definita ed è la «Serva del Signore»: tutta la sua vita sulla terra fu un continuato perfetto servizio al progetto divino per la salvezza; e «assunta in cielo, non ha deposto questa funzione di salvezza, ma con la sua molteplice intercessione continua a ottenerci le grazie della salute eterna. Con la sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni, fino a che non siano condotti nella patria beata» (LG 62). Come la Chiesa, quale vergine e quale madre dei fedeli, imita e prolunga la verginità e la maternità di Maria (LG 63-64), così ogni “figlio” e “amico” di Maria, facendo proprie per quanto gli è concesso le sue disposizioni, si impegna a prolungarne con la vita interiore e con l’azione esterna la presenza materna. Anzi, in certo modo, è ancora lei, la Madre, che agisce nei suoi figli, la Regina che opera per mezzo dei suoi servi. Per questo nel celebre atto di affidamento, che Giovanni Paolo II ha inciso nel suo stemma episcopale e pontificio: “Totus tuus”, alla fine si chiede alla Vergine il suo Cuore: Da mihi cor tuum

 

 

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Inserito Giovedi 28 Giugno 2018, alle ore 10:29:33 da latheotokos
 
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DOTTORE IN S. TEOLOGIA CON SPECIALIZZAZIONE IN MARIOLOGIA
DOCENTE ALL'ISSR "SAN LUCA" DI CATANIA

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