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  I 177 anni della ''Madonna del Miracolo'' a Roma 
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Il 20 gennaio 1842 la Vergine appariva nella Chiesa di Sant'Andrea delle Fratte a Roma da Alfonso Ratisbonne. Dal libro di Antonino Grasso E la Vergine distese le mani, Editrice Ancilla, Conegliano 2011, pp. 159-184.



1 - ALFONSO RATISBONNE

        Una ricca famiglia di banchieri
        Alfonso Ratisbonne nacque il 1 maggio 1814 a Strasburgo da una ricca famiglia ebrea di banchieri, penultimo di 8 figli, 5 maschi e 3 femmine. I genitori Augusto Ratisbonne e Adelaide Cerfbeer, educarono i figli al senso religioso della vita ed anche a quello della libertà, del rispetto degli altri, della responsabilità. A soli quattro anni d'età, Alfonso provò il primo grande dolore della sua vita: perse la madre. Da allora in poi, si sarebbero prese cura di lui le sorelle maggiori. Trascorse i primi anni di scuola in due collegi di Strasburgo riservati ai rampolli delle famiglie nobili e ricche: il Collegio Reale e un Istituto Protestante. Alfonso ricordando quegli anni dirà: «Più che allo studio, venivamo educati all'arte di come doverci comportare nei salotti di Parigi!». Da questi collegi, passò all'Università della Sorbona di Parigi dove si laureò in Giurisprudenza e divenne avvocato, esperto in scienze bancarie e commerciali. Non aveva ancora raggiunto il 16° anno di età che gli mori anche il padre. Alfonso, che l'eredità paterna aveva lasciato ancora più ricco, venne accolto come un figlio nella casa dello zio Luigi. Questi non aveva figli e si dedicava con grande affetto ad Alfonso, lo fece suo socio negli affari, lo impiegô nella sua banca, lo colmò di attenzioni, regali e soldi e lo abituò ad una vita di piacere. Alfonso dirà più tardi: «Quella vita mi affascinava, ma non mi rendeva felice, anzi mi lasciava un vuoto nel cuore!». Con il passare degli anni, i sentimenti religiosi di Alfonso divennero sempre più vaghi e rari. Egli si trasformò in un libero pensatore, critico di ogni manifestazione religiosa. Diventò un uomo seducente, un uomo di mondo, amante della cultura, dei viaggi, dell'arte, e capace di stare bene in società dove stringeva fruttuose amicizie. Era però una persona caritatevole, aveva un senso profondo della famiglia e coltivava una sincera onestà intellettuale. Si interessava alla pietosa condizione sociale in cui si trovavano molti ebrei e studiava la martoriata storia del suo popolo. Già dai primi anni aveva imparato a disprezzare la religione cristiana: riteneva i cristiani 1'origine di tutti i mali del popolo ebraico. Del cattolicesimo conosceva tutte le manifestazioni di culto e di religione popolare che criticava aspramente. Chiamava i Cattolici idolatri e li derideva soprattutto nelle loro manifestazioni di culto e devozione verso la Vergine Maria: non riusciva a capire il motivo per cui essi la venerassero tanto! Rideva incredulo al racconto di miracoli e apparizioni. A chi lo spingeva ad una vita più religiosa o addirittura alla conversione, rispondeva con sarcasmo: «Per convertire me, Dio dovrebbe fare due miracoli: il primo per farmi credere; il secondo, più grande, per farmi diventare praticante, dopo avermi fatto credere!».

        Il fratello Teodoro
        Nel 1827 un brivido di terrore investi tutta la famiglia Ratisbonne: uno dei fratelli più grandi di Alfonso, Teodoro, dopo un lungo periodo di meditazione, decise non solo di diventare cattolico, ma addirittura di farsi sacerdote! Il Sabato Santo 14 aprile 1827, infatti, Teodoro si fece battezzare e solo tre anni dopo, il 18 dicembre 1830 venne ordinato sacerdote. Questo avvenimento fece aumentare nel cuore di Alfonso l'odio per la Religione Cattolica e il rancore verso il fratello. La situazione divenne per Alfonso così insopportabile che ruppe ogni contatto con Teodoro. Nelle rare occasioni di incontro, approfittava per deriderlo e rinfacciargli il tradimento. Teodoro ricambiava le escandescenze di Alfonso con il silenzio, la pazienza, l'amore e soprattutto la preghiera. Ogni giorno sostava a lungo davanti all'altare della Vergine, nella Chiesa della Vittoria a Parigi dove era cappellano, per chiedere alla misericordiosa Madre di Dio di aiutare il fratello a cambiare vita ed a convertirsi. La conversione non solo di Alfonso, ma quella degli Ebrei, divenne lo scopo dominante della missione sacerdotale di Teodoro Ratisbonne. Nel 1843 fondò una scuola catecumenale per le figlie degli emigranti provenienti dall'Africa del Nord e dall'Europa dell'Est. Più tardi, sempre a Parigi, diede vita alla Congregazione delle Figlie di Nostra Signora di Sion per la conversione degli Ebrei. Padre Teodoro si dedicò anche alla guida spirituale di molte anime, diresse un'attiva Fraternità che portava il nome del Cuore Immacolato di Maria, si sacrificava sempre di più per la conversione dei peccatori. Si adoperò anche attivamente perché la Medaglia Miracolosa, da non molto coniata, avesse la più grande diffusione possibile. Concluse La sua vita a Parigi il 10 gennaio 1884, dopo aver speso 54 anni ininterrottamente al servizio della fede cattolica.

      Un lungo viaggio verso il Sud
      Nel novembre del 1841, Alfonso decise di intraprendere un lungo viaggio verso il Sud, consigliato anche dai medici, dato che in quel periodo la sua salute era malferma e il sole e l'aria del Mediterraneo gli avrebbero fatto molto bene. Aveva progettato un viaggio lungo e interessante. Il battello a vapore, salpando da Marsiglia, lo avrebbe portato a Napoli. Da qui avrebbe proseguito per la Sicilia e quindi verso Malta. Nella primavera del 1842 avrebbe finalmente raggiunto le lontane terre d'Oriente e Costantinopoli. Il 9 dicembre 1841 il battello toccò il porto di Napoli ed Alfonso trovò ad aspettarlo un conoscente che gli avrebbe fatto da guida nei giorni di permanenza nella città partenopea, il barone di Rothschild. Napoli lo affascinava per la sua stupenda bellezza e per quelle meravigliose albe e quei tranquilli tramonti sul mare. Alfonso tuttavia si scandalizzava nel vedere, con intimo orrore, le forme di religiosità dei napoletani ed era ancora dentro di sé pieno di sdegno al ricordo di quei colpi di cannone che, qualche giorno prima, mentre il battello entrava nel porto di Civitavecchia, avevano salutato l'alba dell'otto dicembre, festa dell'Immacolata Concezione! Durante il viaggio da Marsiglia a Napoli, Alfonso si era convinto ancor di più che il Cattolicesimo era una forma di paganesimo! Il giorno di Capodanno il ricordo dei parenti lontani e della fidanzata Flora gli tormentavano il cuore e sentendosi tremendamente solo, vagava per le vie di Napoli, fino a quando non giunse davanti alla Chiesa di San Francesco di Paola. Era un ebreo convinto, disprezzava il Cristianesimo, ma amava l'arte e sentiva un'infinita nostalgia dentro di sé. Entrò allora nella Chiesa, il cui maestoso interno lo affascinò. Quindi, appoggiato ad una colonna del Tempio cristiano, ricordò al Dio dei suoi Padri la solitudine che lo tormentava e pregò per i suoi cari lontani e desiderati, fino a quando una strana e profonda pace invase il suo spirito. C'era stato anche un contrattempo che gli aveva recato molto dispiacere: la nave Mongibello che avrebbe dovuto salpare da Napoli alla volta di Palermo proprio il giorno di Capodanno, aveva avuto un'avaria e non poteva più alzare le ancore. Era già il 5 gennaio e Alfonso decise di rimandare la partenza per la Sicilia al 20 dello stesso mese e partì quindi per Roma, volendo farvi una visita di qualche giorno. Partiva malvolentieri. Non aveva simpatia per Roma, capitale del mondo cristiano, ed anche i medici e i familiari lo avevano sconsigliato a causa dello stato di abbandono della città e del possibile contagio di malattie d'ogni tipo che vi circolavano. Più tardi Alfonso dirà: «Feci tutto controvoglia, ma una forza interiore mi spingeva a recarmi in quella città non amata».

        Per le vie di Roma
        Trascorse i primi giorni romani girando per le vie, visitando i musei e i monumenti antichi, entrando in qualcuna delle chiese più famose, tra cui quella dell'Ara Coeli e la Chiesa del Gesù. Qualche giorno dopo, l'otto gennaio, mentre appunto era in giro per le strade della capitale, una carrozza si fermò vicino a lui e si senti chiamare per nome. Meravigliato, Alfonso si girò e vide un suo vecchio compagno di studi alla Sorbona di Parigi, il barone Gustavo de Bussière. Alfonso non aveva molta simpatia per lui, ma quell'incontro a Roma gli fece piacere. Gustavo lo invitò subito a casa per presentarlo alla famiglia. Proprio nel salone di questa casa avvenne l'incontro che avrebbe cambiato il destino di Alfonso. Fece conoscenza, infatti, con il fratello di Gustavo, il barone Teodoro de Bussière che proprio l'altro Teodoro, il fratello di Alfonso, aveva convertito dal Protestantesimo alla Religione Cattolica. Nel cuore di Alfonso, che conosceva il barone Teodoro solo per averne sentita la storia, ci fu, al vederlo, un primo sentimento di ripulsa che gli rinnovò anche il rancore che già nutriva per suo fratello Teodoro. Conversando con gli ospiti, Alfonso venne a sapere che il barone Teodoro aveva una grande biblioteca, ricca anche di volumi sull'Oriente. Nel cuore di Alfonso vi era una grande attrazione per l'Oriente, meta finale del viaggio che, pensava, avrebbe presto proseguito, finita questa non prevista e non desiderata sosta romana. Accettô perciò volentieri l'invito di andare a trovare il barone a casa sua, un palazzetto seminascosto di Piazza Nicosia, con l'unico desiderio di poter consultare proprio quei libri sull'Oriente. Gustavo de Bussière e Alfonso ripresero nei giorni seguenti i loro giri attraverso Roma. Un comune sentimento univa il primo, protestante, e il secondo, ebreo: il sentito disprezzo per la Chiesa Cattolica e il Papa che in Alfonso aumentò dopo la visita al miserevole quartiere ebraico, fatta nella giornata del 14 gennaio. Il giorno dopo Alfonso, già stanco di Roma, si recò a prenotare un posto per il viaggio di ritorno verso Napoli che doveva iniziare alle tre del mattino del 17 gennaio. Gli ultimi due giorni li volle perciò dedicare alle visite di saluto e di addio. Tra queste visite c'era quella promessa e ancora non fatta al barone Teodoro de Bussière. Programmata all'inizio con la curiosità della biblioteca, nel pensiero di Alfonso si era trasformata in un peso, soprattutto per il fatto che Teodoro e i suoi familiari erano cattolici e, secondo lui, bigotti.

        Metta al collo questa medaglia!
        Anche se a malincuore, andò a fare dunque la sua visita al barone Teodoro. La moglie e le figlie lo accolsero nei salotto con una gentilezza squisita e qualche istante dopo anche Teodoro lo abbracciò con trasporto ed affetto, come se fosse un vecchio amico. Egli coltivava in verità nel suo cuore la segreta speranza di portare alla fede cattolica Alfonso e arrecare così anche una grande gioia all'altro Teodoro, il fratello di Alfonso, al quale era legato da profonda, spirituale amicizia. Dopo le frasi di circostanza e qualche battuta su Roma e sulle impressioni di Alfonso, il discorso cadde sulla religione e divenne subito animato. Teodoro parlava della bellezza della fede cristiana e voleva convincerlo. Alfonso ribatté: «Sono nato ebreo ed ebreo morirò». Non sopportava in cuor suo quel bigotto che oltre ad essere ridicolo con tutte le sue pratiche religiose, voleva ad ogni costo convertirlo proprio al Cattolicesimo! Alla fine di un lungo, animato dialogare tra sordi, il barone Teodoro ebbe l'ardire di fare ad Alfonso una proposta inaudita: «Vorrei chiederLe, caro Alfonso, un favore!» - «Se posso farlo!» rispose Alfonso che prevedeva qualcosa di inquietante. «Vorrei proporLe, solo a titolo di favore personale, di prendere questa Medaglia, che noi cattolici chiamiamo la Medaglia Miracolosa, e di portarla qualche giorno al collo!». Il volto di Alfonso divenne rosso per l'ira: un ebreo che disprezzava i Cattolici, portare al collo una Medaglia proprio dell'Immacolata! Il barone intanto, porgendo un foglio ad Alfonso, continuava con un coraggio a lui stesso sconosciuto: «In più vorrei consigliarLe di recitare la sera questa preghiera che San Bernardo di Chiaravalle ha composto e che noi conosciamo con il nome di "Memorare"!». Alfonso non sapeva più come reagire. Un misto di inquietudine, di ira, di curiosità, di derisione, di incredulità invase la sua anima. Avrebbe voluto dire di no e andare via, ma non ci riuscì: «Bene! - rispose - Se crede che serva a qualcosa mi dia questa Medaglia e questa sua preghiera! Lei sa quanto profonda e la mia ripulsa per queste assurde forme di superstizione di cui la vostra religione è cosi piena!». Alfonso in fondo pensava: «Potrò raccontare questa stupida avventura e far ridere. Si capirà quanto testardi, faciloni e creduloni siano questi Cattolici!».

        Una preghiera nella notte
        Lasciata la casa del barone Teodoro de Bussière, Alfonso decise di andare a teatro per dimenticare quanto gli era successo. Ritornò quindi finalmente in albergo. Nella sua camera si ritrovò solo con quella Medaglia e quella preghiera tra le mani. Avrebbe voluto buttarle, ma il senso profondo di rettitudine e di fedeltà alla parola data di cui era dotato, prevalsero: aveva promesso e perciò mantenne la parola! Con un brivido prese la Medaglia e la pose al collo, poi si inginocchiô e con uno sforzo sovrumano recitò lentamente, sempre più lentamente, la famosa preghiera: «Ricordati, o piissima Vergine Maria che non si è mai inteso al mondo che alcuno sia ricorso alla tua protezione, abbia implorato il tuo aiuto, abbia chiesto il tuo patrocinio e sia stato da Te abbandonato! Animato da una tale fiducia, a Te ricorro, o Madre, Vergine delle Vergini, a Te vengo e, peccatore qual sono, mi prostro ai tuoi piedi e domando pietà. Non disprezzare, o Madre del Verbo Divino, questa mia preghiera, ma ascoltala benigna ed esaudiscila!». Da quel momento la preghiera si impresse profondamente nel cuore di Alfonso e nei giorni e nelle notti seguenti gli tornò sempre sulle labbra. Intanto Gustavo e il fratello, per motivi diversi, lo avevano convinto a rimandare di una settimana la partenza per Napoli. Teodoro aveva l'intima convinzione che stesse per succedere qualcosa di straordinario, Gustavo voleva trascorrere il Carnevale insieme ad Alfonso.

        Morte di un diplomatico
        Il barone Teodoro de Bussière aveva parlato di Alfonso e del dono fattogli della Medaglia Miracolosa anche con il suo amico, il Conte de la Ferronay che incontrò, per l'ultima volta ad una cena, la sera del 17 gennaio. Il Conte de la Ferronay era un diplomatico francese, ex ministro del re Carlo X che, dopo aver abbandonato tutto e rinunciato a tutto, si era spostato a Roma e si era dedicato ad una vita di preghiera, meditazione e devozione. Egli si era meravigliato dell'ardire di Teodoro, ma vi aveva visto un piano di Dio. Aveva quindi in cuor suo cominciato già a pregare anche lui per la conversione di Alfonso. Prima di lasciate Teodoro, a sera inoltrata, guardandolo negli occhi, aveva più volte ripetuto: «Dio voglia che si converta! Dio voglia che si converta!». Quella notte stessa il Conte de la Ferronay morirà, colpito da un male improvviso. Il barone Teodoro apprese la notizia il giorno dopo e pianse a lungo la morte di colui che riteneva un padre e con il quale aveva una cosi intensa affinità spirituale. Si recò subito a confortare la famiglia e a venerare la salma dell'amico amato e venne a sapere dal confessore che fino all'ultimo egli aveva pregato e sofferto per Alfonso. Teodoro si incaricò anche di organizzare i funerali del Conte che dovevano essere celebrati la mattina del 21 gennaio nella Chiesa di Sant'Andrea delle Fratte, a due passi da Piazza di Spagna. 


2. LA VERGINE DELLA MEDAGLIA MIRACOLOSA

        L'alba di un giorno stupendo
        Il 19 gennaio Alfonso lo trascorse tranquillo, ma girò a lungo e si ritrovò la sera molto stanco in albergo. La notte dal 19 al 20 gennaio, fu per Alfonso una notte piena di agitazione e la trascorse quasi insonne. Quella preghiera! Quella Medaglia! E adesso quella strana visione! Verso la mezzanotte, infatti, Alfonso si svegliò di soprassalto e vide ai piedi del letto, sul lato sinistro, una grande Croce nera. Quale profonda inquietudine! Cosa voleva dire? Alla fine riuscì a rasserenarsi e dormi fino a tarda mattinata. Quando si svegliô, il dolce sole di Roma batteva alla finestra della sua camera. Era il 20 gennaio 1842: era questo il giorno più straordinario della sua vita. Non lo sapeva, ma si stava svegliando ebreo e la sera si sarebbe riaddormentato cristiano, stringendo al cuore la Medaglia e il rosario di Maria, con gli occhi ancora intrisi di u dolce pianto di gioia! Più tardi Alfonso avrebbe detto: «Se qualcuno me lo avesse detto, lo avrei preso per pazzo!». Si alzò lentamente e, come sempre, senti il bisogno di scrivere, perché era una cosa che faceva molto volentieri e spesso. Poi uscì, portò le lettere alla posta e si diresse verso il bar preferito di Piazza di Spagna. Era una mattinata movimentata rivide Gustavo de Bussière con il quale ritornò a deridere il Papa e la religione; incontrò il figlio del ministro francese delle Finanze, il giovane Humann, con il quale discusse della politica di Parigi e, animatamente, di opere d'arte; rivide anche un terzo amico, Alfredo Lotzebek, che si informò del suo futuro matrimonio ma al quale interessava soprattutto come trascorrere il prossimo carnevale. Era da poco passato mezzogiorno quando Alfonso, lasciato il bar di Piazza di Spagna, si diresse verso casa de Bussière per salutare definitivamente il barone Teodoro e la famiglia, prima della partenza. Aveva fatto pochi passi lungo Via Condotti che il barone gli capitò proprio davanti con la sua carrozza. Teodoro, sempre gentile, invitò Alfonso a salire per un ultimo giro per le vie di Roma. Arrivarono davanti a Sant'Andrea delle Fratte e de Bussière fece fermare la carrozza: «Deve pazientare un attimo, caro Alfonso! Entro soltanto per pochi minuti in Sant'Andrea. Voglio vedere a che punto sono i preparativi per i funerali del Conte de la Ferronay, che avranno luogo proprio domani. Sarò quindi nuovamente con lei! Se vuole, può aspettare in carrozza!» Alfonso decise invece di scendere e, mentre Teodoro si recava in sacrestia per parlare con i frati, entrà per visitare l'interno della Chiesa.

        Era Lei, la Vergine della Medaglia!
        Erano le 12.45 quando Alfonso varcò la soglia di Sant'Andrea delle Fratte. La chiesa era buia e poco interessante per lui che cominciava ad annoiarsi, dato che non vi trovava alcuna opera d'arte degna dei suoi gusti. Improvvisamente gli sembrò di vedere un grosso cane nero che abbaiava e che voleva aggredirlo. Poi lentamente, mentre un profondo turbamento lo invadeva, gli sembrò che la chiesa cominciasse a scomparire e tutta la luce del giorno sembrava concentrarsi in una cappella di sinistra, quella dedicata all'Arcangelo San Michele. Alfonso rivolse i suoi occhi verso la cappella e in mezzo ad una luce folgorante vide sull'altare, in piedi, viva, grande, maestosa e bellissima la Vergine Maria, quale è raffigurata nella Medaglia Miracolosa. Una forza straordinaria lo attirò verso la cappella e, al segno della Vergine, cadde in ginocchio. Cercò per tre volte di alzare gli occhi verso di Lei, ma la riverenza e lo splendore glieli fecero abbassare. Guardò allora le sue mani e vi lesse come l'espressione del perdono e della misericordia. La Vergine non parlò, ma Alfonso comprese in un istante 1'errore dello stato in cui si trovava, capi la bruttura del peccato e vide i pregiudizi, l'odio, le prevenzioni contro la religione cattolica cadere e risplendergli davanti la fede in tutta la sua bellezza. Un desiderio immenso di credere, di diventare cattolico, lo invase profondamente. Erano da poco passate le ore 13.00. Teodoro, dopo circa dieci minuti, ritornò in chiesa e vide Alfonso inginocchiato nella cappella, con il capo appoggiato alla balaustra, le mani giunte, che piangeva a dirotto senza potersi fermare e non riusciva a capire che cosa fosse successo. Alfonso, alzandosi, gli disse ancora sussultando: «La prego! Mi porti subito da un confessore!». Risalirono sulla carrozza e si avviarono verso la Chiesa del Gesù. Alfonso piangeva in continuazione e baciava e ribaciava la Medaglia Miracolosa che portava al collo. Teodoro cercò di confortarlo, un po' preoccupato di tanto pianto. Giunti alla chiesa del Gesù, il barone de Bussière fece chiamare Padre Filippo Willefort. Inginocchiato davanti a lui, Alfonso raccontò finalmente la visione avuta ed estraendo la Medaglia Miracolosa che aveva sul petto esclamò: «È Lei, l'ho vista come è qui, sulla Medaglia!». Chiese quindi di confessarsi, la prima volta nella sua vita. Finita la confessione, Teodoro ed Alfonso lasciarono la Chiesa del Gesù e dopo una visita a San Pietro, dove Alfonso ringraziò ancora la Madonna della grazia straordinaria che gli aveva concesso, si recarono a casa del Conte de la Ferronay. Alfonso volle far conoscere ai familiari del defunto la sua straordinaria esperienza e sostare in silenzio davanti alla salma di colui che tanto aveva pregato per la sua conversione. Era sera inoltrata quando, lasciata casa Ferronay, Teodoro e Alfonso ritornarono finalmente a casa.

        Prodigiosa conversione
        Il primo a cui Alfonso scrisse per far conoscere i'evento straordinario che lo aveva portato alla conversione, fu suo fratello, Padre Teodoro, al quale, prima di tutto, chiese perdono dei dispiaceri che gli aveva dato. Padre Teodoro fu l'unico dei Ratisbonne ad apprendere con intima gioia la notizia. Gli altri familiari compresa Flora la fidanzata, ai quali Alfonso aveva anche scritto, restarono freddi e reagirono indignati. Alfonso si rinchiuse quindi per una decina di giorni presso i Gesuiti per approfondire la sua preparazione al Battesimo che ricevette perle mani del Cardinale Patrizi, Vicario di Roma, in una delle cappelle della Chiesa del Gesù, il 31 gennaio 1842. Lo accompagnò all'altare il barone Teodoro de Bussière. Con il capo piegato e rivestito della veste catecumenale, Alfonso ricevette finalmente l'acqua che lo rigenerava e lo faceva nascere alla vita. In eterna riconoscenza verso Colei che si era degnata di apparirgli, cambio anche il suo nome e da quel momento egli volle essere chiamato Maria-Alfonso. Lo stesso giorno ricevette anche l'Eucaristia e la Cresima giurò eterna fedeltà e amore a Cristo, alla Vergine ed alla Chiesa. Dal pulpito della chiesa, gremita di gente venuta a vedere l'uomo di cui tutti parlavano a Roma, si diffuse sull'uditorio assorto, la voce possente e dotta del famoso predicatore Padre Dupanloup che poco dopo, da professore della Sorbona di Parigi, diventò Vescovo di Orleans. Egli esaltò - quale migliore occasione per farlo? - la potenza salvifica di Dio e la grande misericordia della Vergine. Il Vicariato dell'Urbe aprì anche un'inchiesta e il 17 febbraio istituì una Commissione di studio. Venne letta la relazione scritta da Maria-Alfonso già il 31 gennaio e vennero ascoltati molti testimoni: tutti confermarono il repentino cambiamento di Maria-Alfonso, il suo disprezzo profondo per la religione prima, il suo ardente fervore religioso dopo l'evento. Il 3 giugno 1842, la voce autorevole del Papa confermò che la conversione di Maria-Alfonso Ratisbonne era da ritenersi straordinaria e miracolosa. Gregorio XVI lo aveva già ricevuto il 3 febbraio in udienza privata, si era fatto raccontare 1'evento straordinario, aveva benedetto gli oggetti che Maria-Alfonso gli presentava, tra cui molte Medaglie Miracolose e, infine, lo aveva addirittura portato nella sua camera da letto per fargli vedere i'immagine dell'Immacolata della Medaglia che troneggiava alla parete.

        Una nuova vita
        Nel cuore di Alfonso andarono scomparendo lentamente, gli interessi per le cose del mondo: voleva cambiare completamente vita, voleva dedicarsi definitivamente a Dio e al Suo servizio. Riscrisse alla fidanzata per comunicarle che aveva deciso di lasciarla, ma che avrebbe continuato ad ammirarla e ad amarla come una sorella in Cristo. Non appena ritornato a Parigi si recò subito a trovare il fratello, Padre Teodoro. Un incontro segnato da profonda commozione e da un lungo, affettuoso abbraccio. Quanto aveva pregato e quanto aveva fatto pregare per lui! Ora quel fratello che sembrava perduto era davanti a lui, tra le sue braccia, pieno di Dio e d'amore per la Vergine Santa: Padre Teodoro non riusciva a trattenere le lacrime. Proprio a Saint-Germain, nel cortile dell'orfanotrofio dove Padre Teodoro era direttore, Maria-Alfonso fece poi erigere una piccola cappella all'Immacolata, in ricordo dell'evento romano. Il 12 aprile 1842, Maria-Alfonso comunicò ufficialmente che intendeva diventare sacerdote. Il 20 giugno entrò infatti nel noviziato dei Gesuiti di Tolosa, passò quindi a Laval per completare gli studi teologici e finalmente il 24 settembre del 1848, coronando il suo sogno, venne ordinato sacerdote. Svolse la sua prima missione sacerdotale a Brest e poi a Frontevraut al servizio dei carcerati.

        Per la conversione degli Ebrei
        Con il passare del tempo Maria-Alfonso, capì meglio quale fosse la sua missione: dedicarsi completamente alla conversione degli Ebrei. Volle perciò affiancarsi al fratello Padre Teodoro che aveva già fondato a tale scopo la Congregazione di Nostra Signora di Sion. Chiese ed ottenne allora da Papa Pio IX l'autorizzazione di lasciare l'ordine dei Gesuiti e spinto dal fratello, fondô con lui anche il ramo maschile della Congregazione. Ma mentre Padre Teodoro riteneva Parigi campo della sua attività, Maria-Alfonso credeva che il Signore lo chiamasse ad operare nella terra del Popolo Ebraico, terra anche di Cristo e Maria. Il 12 settembre 1855 parti perciò per la Terra Santa, diretto a Gerusalemme. Il suo primo pensiero erano gli orfani e proprio per loro fondò sul Pretorio di Pilato la Casa e la Chiesa dedicate all'Ecce Homo, per l'accoglienza e la formazione professionale di questi ragazzi. Superando enormi difficoltà riuscì ancora a fondare in tutta la Terra Santa altre cinque Case. La più cara gli sarà quella di Ain-Karim sul colle della Visitazione, pensata anche come Casa di riposo e di cura per le suore della Congregazione anziane e malate.

        Sereno tramonto
        L'evento di Sant'Andrea delle Fratte fu per Maria-Alfonso il punto focale di riferimento di tutta la sua vita e di tutta la sua opera sacerdotale e missionaria. Soprattutto Maria! Quel nome adorato lo faceva vibrare: «È l'unico nome che posso pronunciare - diceva - per ringraziare Dio del Suo amore e della Sua misericordia con me!». Nel 1878 intraprese il suo ultimo viaggio verso l'Europa: voleva recarsi a chiedere aiuti per le sue opere, per i suoi orfani. Andò in Francia, in Belgio, in Germania ed in Italia. A Roma fu anche ricevuto da Papa Pio IX che si informò sugli sviluppi positivi della Congregazione di Nostra Signora di Sion. Ma il luogo che gli premeva rivedere era l'altare dell'Apparizione a Sant'Andrea delle Fratte. Vi celebrò le sue messe durante il soggiorno nella Capitale. L'ultima, del 3 febbraio, fu la più lunga e la più penosa per lui: non riusciva a staccarsi da quel luogo che aveva visto inondato di luce come un trono della Madre piena di grazia e dove aveva già seppellito spiritualmente il suo cuore e ii suo amore. Ritornato in Terra Santa, non la lasciò più. Vi mori infatti serenamente il 6 maggio del 1884 pronunciando i nomi di Gesù e Maria, circondato dagli orfani per il cui bene aveva operato e sofferto. Aveva 70 anni e ne erano trascorsi 42 dall'apparizione che aveva cambiato la sua vita. La sua umile tomba nascosta tra gli alberi nel giardino della Casa di Ain-Karim in San Giovanni in Montana, porta solo il nome: Maria-Alfonso. La bianca Signora della Medaglia stende ancora nel silenzio le Sue braccia piene di pietà e misericordia verso di lui. Chi passa e sosta in meditazione e preghiera, può leggere, ai piedi della Vergine, queste parole: «O Maria, ricordati di quel figlio che divenne la dolce e gloriosa conquista del tuo amore!».
 

Inserito Mercoledi 16 Gennaio 2019, alle ore 10:09:16 da latheotokos
 
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IDEATO E REALIZZATO DA ANTONINO GRASSO
DOTTORE IN S. TEOLOGIA CON SPECIALIZZAZIONE IN MARIOLOGIA
DOCENTE ALL'ISSR "SAN LUCA" DI CATANIA

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