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  La figura di Maria in alcune omelie di Benedetto XVI - Parte I 
Magistero

Adattamento di un intervento di P. Luca M. Di Girolamo osm, della Pontificia Facoltà Teologica Marianum di Roma.



I. INTRODUZIONE: LO STILE OMILETICO DI BENEDETTO XVI

Iniziamo con una considerazione di carattere generale: ogni persona nel portare avanti un proprio progetto di vita o nell’accingersi ad agire non fa materialmente soltanto un’azione, ma trasfonde, inserisce in ciò che fa molti aspetti della propria personalità prodotto di molteplici fattori: storici, geografici, culturali. Non è allora soltanto una questione di comportamento, ma di sensibilità che traspare e che si rende evidente quando si viene a contatto con un’opera. A maggior ragione, tale apporto di sensibilità compare a proposito dell’opera d’arte o di quella letteraria. Tutto questo emergere di personalità è quanto noi definiamo stile. Di qui troviamo la frase (o le frasi) del tipo “ha stile”, oppure il suo contrario “manca di stile” riferendosi all’eleganza o alla sciatteria di una persona. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, pur nella perfetta comprensione ed esplicitazione del proprio ruolo di pastore e maestro della comunità ecclesiale universale, rappresentano due stili molto differenti, negli atteggiamenti esteriori e soprattutto nel trattare – attraverso i loro documenti – determinate questioni dottrinali ed ecclesiali. Perché potremmo chiederci e, soprattutto, a cosa è dovuto ciò? Se Giovanni Paolo II è stata una persona nella quale sono venuti a confluire diverse esperienze di vita (lavoro manuale, insegnamento, drammaturgia), più lineare – ma non meno profonda – appare la vicenda di Bendetto XVI(teologo, insegnante, Cardinale Prefetto della Congregazione che è attenta al depositum) Questo rifluisce anche nei loro scritti: con Giovanni Paolo II abbiamo documenti numericamente molto alti e di notevole estensione resa anche tale dalla riflessione/ripetizione continua dei temi cardine di un determinato argomento. Proprio sul tema mariano possiamo pensare alla Redemptoris mater e alle volte in cui viene ripetuto il versetto di Lc 1,45 (“Beata colei che ha creduto”). È quella struttura a cerchi concentrici che caratterizza gli scritti di questo papa e che non è immune, a volte, da certa insistenza e pesantezza. Al contrario, la sigla di Benedetto XVI è la sobrietà: egli non abbonda in parole quanto piuttosto descrive plasticamente una situazione alla quale accosta quella che è la consistenza della Verità che proviene dalla Rivelazione a diversi livelli e sfumature. Tale stile davvero personale di papa Ratzinger è un po’ la sigla del suo pontificato che non appare populista, quanto piuttosto di contraddistinto da umanissima aristocraticità ed eleganza. Per certi aspetti ricorda Pio XII e forse anche Paolo VI. È chiaro che gli scritti di Benedetto XVI assumono la funzione di cassa di risonanza ed analogamente le sue omelie nelle quali la Vergine Maria appare in tutta la sua discrezione e, al contempo, incidenza tale però da non farla scadere mai in un ritratto evanescente. A ciò bisogna aggiungere che Bendetto XVI – pur non qualificandosi come papa dichiaratamente mariano – ha tuttavia sempre mostrato un vivo interesse per la Madre del Signore per cui le sue omelie ci offrono materiale di riflessione anche in riferimento ad altri scritti che il card. J. Ratzinger ha curato prima della sua elezione.

II. INTERVENTI MARIANI PRIMA DELL'ELEZIONE A PONTEFICE

Parlando di Benedetto XVI, molto materiale sulla Madre del Signore lo troviamo in alcuni scritti che precedono la sua elezione. Tali scritti sono a volte conferenze o commenti particolari. Possiamo prenderne perciò in considerazione tre tra loro diversissimi:
a) Tre conferenze a Puchberg (Linz) risalenti al 1975 raccolte nel celebre volume La Figlia di Sion. La devozione a Maria nella Chiesa.1
b) L’Introduzione all’Enciclica Redemptoris mater. Tale Introduzione intitolata Il segno della donna è stata pubblicata nel 1987;2
Per queste due pubblicazioni Ratzinger si è valso della collaborazione del grande H. Urs von Balthasar a lui legato da profonda amicizia;
c) L’omelia funebre per Giovanni Paolo II.3
Possiamo perciò spendere qualche riga per ognuna di queste tre pubblicazioni e ciò ci servirà da un lato a individuare alcuni temi della teologia mariana dell’attuale papa e, per altro verso, illustra il rapporto stretto con il suo predecessore. Rapporto non necessariamente di stretta continuità, ma anche di diversità circa questo o quell’aspetto.


        I. Le tre conferenze a Puchberg
(Linz), cioè il volume La Figlia di Sion.
        L’intero volumetto è diviso in due parti.
Nella prima Ratzinger parla del luogo biblico della mariologia di cui pone in evidenza almeno quattro aspetti:
1. L’importanza di esaminare e valutare il mistero di Maria nell’ambito dell’unità dei testamenti;
2. L’aiuto notevole che viene offerto alla riflessione mariologia dalla categoria “Figlia di Sion” adatta a mostrare il particolare favore di Dio verso Israele e di qui osservare l’importanza e la centralità della donna nell’AT con tutto il carico di ambivalenza;
3. Proprio in tale ambiguità e duplicità di figura femminile si cala l’iniziativa di Dio rivolta soprattutto verso le sterili/anziane o comunque donne in stato di inferiorità. Tutto questo trova la sua massima espressione nella teologia matrimoniale;
4. A conclusione Ratzinger arriva ad affermare che «omettere la donna nell’insieme della teologia significa negare la creazione e l’elezione e quindi sopprimere la rivelazione»4 e ciò tanto nell’AT come nel NT.
La seconda parte del volumetto è costituita da tre interventi sui tre misteri/eventi caratteristici di Maria: Maternità/verginità, Immacolata Concezione e, infine, Assunzione.
1. Maternità-Verginità: il binomio ha come punto di partenza l’aspetto cristologico in cui si vede saldato Cristo con la genealogia che appare in Luca, tale da istituire una relazione con Adamo e perciò figlio di Dio. La novità di Gesù – reso evidente anche dalla localizzazione dell’annuncio a Maria (la stanzetta invece del tempio), assume il carattere di gioia e di cambiamento radicale contraddistinto proprio dalla potenza creatrice di Dio che, quale nube, si pone sopra la tenda che è Maria. Tutto questo è essenzialmente dono: «In Gesù – scrive Ratzinger – Dio ha posto in mezzo all’umanità sterile e disperata un inizio nuovo, il quale non è risultato della sua storia, ma dono che viene dall’alto. Incomincia con lui una nuova incarnazione (…) Così Maria, la sterile-benedetta, diviene il segno della grazia, il segno di ciò che è veramente fecondo e che salva: la disponibile apertura che si consenta alla volontà di Dio».5 Ma tale novità intesa come dono mostra anche un altro versante che è quello per il quale la nascita di Gesù dalla Vergine rinvia al Padre, ossia agli albori della Creazione e questo, per il nostro autore, agli occhi di Cristo è ancor più essenziale della sua messianicità. Anzi è tale nascita ad alimentarla e a conferirle reale significato. Questo ha conseguenze decisive per Maria e per la Chiesa: «generare il «Figlio» comporta la rinuncia di sé stessi; si comprende ora perché la sterilità sia condizione della fecondità – il mistero delle madri del Vecchio Testamento diviene trasparente in Maria. Esso ottiene il suo senso nella verginità cristiana, che incomincia da Maria».6
2. Immacolata Concezione: annotate inizialmente le diffidenze e le divergenze di opinione sulla questione antecedentemente al dogma, Ratzinger illustra 3 punti relativi a tal verità di fede:
a) Collegamento tra Maria ed il resto santo di Israele, laddove resto significa «che la parola di Dio porta realmente frutto, che Dio non è l’unico attore della storia, la quale sarebbe solo un monologo di Dio. Ma significa che egli trova una risposta che è veramente risposta. Maria, come resto santo, significa che in lei antica e nuova alleanza sono realmente una sola cosa».7
b) La presenza nella Scrittura e nei Padri di un concetto di immacolatezza esteso però alla comunità per cui la dottrina dell’Immacolata sarebbe «anticipata in primo luogo come ecclesiologia. L’immagine della chiesa vergine-madre è stata riferita a Maria secondariamente, non viceversa».8 Ciò porta alla conclusione per cui «Maria viene presentata come l’inizio e la concretezza personale della Chiesa».9
c) Sul piano propriamente esistenziale ed esperienziale riguardante la persona di Maria, Ratzinger osserva tale esenzione riecheggiando il tema dell’esistenza espropriata che von Balthasar utilizza per parlare dei rapporti del Figlio con il Padre.10 Scrive Ratzinger: «preservazione dal peccato originale (…) significa che Maria non riserva come adatto solamente a sé nessun settore dell’essere, della vita, della volontà, ma si appropria veramente di sé stessa nella totale espropriazione per Dio: la grazia in quanto espropriazione, diviene risposta che assume la forma di un trasferimento» e, ricollegandosi con l’aspetto più ampio della mariologia biblica, aggiunge «partendo da un altro punto di vista, qui si rendono nuovamente comprensibili il mistero della fertilità sterile, il paradosso delle madri sterili, il mistero della verginità: espropriazione come appropriazione, come sede della nuova vita».11
3. Assunzione: per quanto concerne quest’ultimo mistero, Ratzinger avverte subito l’importanza del culto attraverso 3 accezioni:
a) Culto tributato nel mondo cristiano: in Oriente con il rito liturgico, in Occidente con la proclamazione dogmatica;
b) Culto tributato da Maria a Dio con il Magnificat;
c) Culto al quale la Scrittura invita la Chiesa soprattutto con Lc 1,48: «Tutte le genti mi chiameranno beata» di cui già prima si è notata la concretezza con il «Beata colei che ha creduto» (Lc 1,45). Sulla base di questo culto – memori della lezione di Gesù in Mc 12,26ss (in cui si parla del Dio dei vivi e non dei morti) – si può ritenere con certezza la vittoria sulla morte, ossia la resurrezione. A questo primo aspetto di natura cultuale se ne aggiunge un altro che è relativo alla maternità di Maria. L’essere Madre di Dio – osserva Ratzinger – proprio nel dare al mondo l’Autore della vita, rappresenta una nuova nascita intendendo con ciò un trapasso verso la nuova Alleanza. Perciò «il titolo di «genitrice di Dio» da una parte rimanda all’indietro, alla Vergine: questa vita non è stata concepita nel morire e divenire quotidiani, ma è puro inizio; esso rimanda in avanti, all’Assunta: da questa nuova nascita non viene alcuna morte, deriva solamente vita».12 Ma l’Assunzione di Maria getta la sua luce anche sulla situazione dell’uomo che alla vera glorificazione in Dio nel vivere in modo espropriato si curva su sé stesso e si ripiega in modo autarchico. Restare nel Signore è un evento che inizia con il Battesimo che innesta nel Cristo totale: in questo sta la canonizzazione dell’uomo che è da misurare sulla base offertaci dalla Madonna, fedele alla Parola di Dio e come tale può vivere già della vittoria di Cristo e permettere ad altri di godere di questo dono della gioia. Significativa in merito l’esultanza del Battista in seno alla Madre Elisabetta nell’episodio della Visitazione dove Luca – fa notare ancora il futuro Benedetto XVI – utilizza il verbo skirton tipico delle beatitudini (cf. Lc 6, 23).13
       

        II. L’introduzione all’enciclica Redemptoris mater
        Anche questo scritto è distinto in due parti: una più generale e la seconda, invece, più analitica in quanto va a toccare alcune chiavi di lettura presenti nell’enciclica.
Nella prima parte – significativamente intitolata Aspetti metodologici – Ratzinger passa in rassegna alcuni presupposti basilari ed ineliminabili per una corretta lettura del documento papale e, più in generale, per affrontare la questione mariana, ossia la necessità di un’esegesi globale della Scrittura, la presenza di una linea femminile nella Scrittura, il carattere dinamico della mariologia così come viene fuori dalla Redemptoris mater e, da ultimo ma non meno importante, il rapporto tra il tempo e Cristo, Signore della storia in vista del grande Giubileo del 2000.
Nella seconda parte – dal titolo Quattro punti focali – compaiono quattro elementi legati all’Enciclica e all’anno mariano nel quale il documento veniva ad inserirsi:
1. Maria come credente: il «Beata colei che ha creduto» ripetuto frequentemente da Giovanni Paolo II, osserva Ratzinger, è utile ad instaurare il legame Maria-Abramo in ottica della fede che resta, comunque, aspetto prioritario. Fede come un confidare in Dio, obbedire, lasciarsi cadere, un affidarsi alla verità di Dio.14 Questa è la piattaforma comune sulla quale – tanto per Abramo quanto per Maria – si impiantano le situazioni di difficoltà/sofferenza, di Croce legate a questo affidarsi ad un Dio che, pur buono, mette alla prova. Chiaramente tutto questo – conclude l’illustre commentatore dell’enciclica – raggiunge il suo culmine per Maria nell’essere presso la Croce.
2. Il segno della donna: qui abbiamo a confronto l’immagine della donna gloriosa di Ap 12 e il testo del protovangelo di Gen 3,15. Specialmente su questo secondo passo, nota Ratzinger, molto è stato scritto in ordine alla vittoria di Cristo sul male. Comuni ad entrambe le scene sono i tre personaggi: la donna, la discendenza, il serpente che segnano l’essenza più profonda del decorso storico. Benedizione e maledizione quindi si fronteggiano, una benedizione che, pur trovando la sua valenza universalistica in Ef 1,3-6 ha come suo esordio la scena dell’Annunciazione con il “piena di grazia” in cui Maria diviene segno per la storia. «Dal saluto dell’angelo – nota Ratzinger – risulta chiaro: la benedizione è più forte della maledizione. Il segno della donna è divenuto segno della speranza, ella è la guida della speranza».15 In tale ottica si comprende il significato dell’anno mariano posto sotto il segno della donna che è segno essenziale dei tempi orientato verso Cristo che dirige la storia servendosi di esso.
3. La mediazione di Maria: si tratta qui di una questione molto dibattuta sulla quale il Concilio si è pronunciato ribadendo l’unica mediazione di Cristo. Giovanni Paolo II, osserva Ratzinger, non va oltre il dettato conciliare per cui mediazione assume la forma dell’intercessione che è una funzione estesa a tutto il popolo cristiano. Tuttavia, ciò non impoverisce la straordinarietà di tale ufficio di Maria la cui specificità «sta nel fatto che essa è una mediazione materna, ordinata alla continua nascita di Cristo nel mondo».16 Questo nascere continuo è legato all’osservanza attiva della Parola di cui Maria è discepola esemplare. A questo aspettava ricollegato quello della maternità spirituale universale come proviene da Gv 19,25-27 in cui emerge la dimensione mariana dei discepoli e, in extenso, di ogni cristiano. Prendere la madre tra le cose proprie (come suggerisce il testo evangelico) significa affidarsi in modo continuo e reciproco a Maria, tale da mantenere sempre viva ed attiva la nascita di Cristo. In tal senso è possibile recuperare tutta la luce sulla figura della donna.
4. Senso dell’anno mariano: è l’ultimo aspetto che conclude l’introduzione all’enciclica e che si collega inizialmente ad alcuni fatti storici menzionati dal documento stesso: la conversione della Russia e il Giubileo del 2000. Soprattutto questa seconda data deve far riflettere anche in ordine al mistero della Pentecoste che segna l’inizio dell’anno mariano. Da questa icona – nota Ratzinger – la Chiesa deve di nuovo apprendere da Maria la sua ecclesialità. Solo in considerazione e in una adesione al segno della donna, alla dimensione femminile, rettamente intesa, della Chiesa, si verifica la nuova apertura alla forza creatrice dello Spirito e quindi la formazione di Cristo, la cui presenza può dare alla storia un centro e una speranza.17 Ed analogamente la chiusura di questo anno mariano la troviamo nella solennità dell’Assunta: luogo dove si rende visibile la salvezza. Tenendo conto di quanto descritto fin qui Ratzinger conclude che la caduta e la resurrezione appaiono le costanti dell’umanità e l’anno mariano, lungi dall’essere una devozione a sé stante, è un appello accorato lanciato alla nostra generazione, affinché riconosca il compito di quest’ora storica e intraprenda la via del non-cadere in mezzo a tutti i pericoli.18
Fin qui abbiamo dei testi di natura espositiva ed argomentativi nei quali appaiono alcuni elementi che torneranno successivamente nelle omelie. Da notare che Ratzinger, ancora cardinale mostra una forte comunanza di idee e posizioni con Giovanni Paolo II soprattutto sul tema mariano. Non meraviglia allora che il futuro Benedetto XVI trovandosi a presiedere le esequie del suo predecessore (8 aprile 2005) abbia operato questa sottolineatura mariana.


        III. L’omelia esequiale di Giovanni Paolo II
       
L’8 aprile 2005, il card. J. Ratzinger – in qualità di decano del sacro collegio cardinalizio – presiede la liturgia funebre di Giovanni Paolo II. In quell’occasione, nell’omelia, non manca di sottolineare la presenza di Maria nella vita del pontefice scomparso. In particolare abbiamo due citazioni poste verso la fine della riflessione. Nella prima, la Vergine Santa viene legata alla perdita da parte di K. Wojtyla della madre avvenuta in tenera età. Questa la citazione: il Santo Padre ha trovato il riflesso più puro della misericordia di Dio nella Madre di Dio. Lui, che aveva perso in tenera età la mamma tanto più ha amato la madre divina. Ha sentito le parole del Signore crocifisso come dette proprio a lui personalmente «Ecco tua madre !». E ha fatto come il discepolo prediletto: l’ha accolta nell’intimo del suo essere (eis ta idìa: Gv 19,27): Totus tuus. E dalla madre ha imparato a conformarsi a Cristo.19 In secondo luogo, la Vergine Madre compare quale destinataria dell’anima del papa defunto: Si, ci benedica, Santo Padre. Noi affidiamo la tua cara anima alla Madre di Dio, tua Madre che ti ha guidato ogni giorno e ti guiderà adesso alla gloria eterna del Suo Figlio, Gesù Cristo nostro Signore. Amen.20 Comune in questi due stralci di omelia il duplice volto della Madre del Signore come modello di conformazione a Cristo e come guida verso la gloria. Elementi che torneranno nelle omelie del Pontificato.

Inserito Venerdi 21 Giugno 2019, alle ore 18:01:46 da latheotokos
 
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