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  Contesto, testo e insegnamento della ''Marialis cultus'' di Paolo VI 
Magistero

Un approfondimento di Corradi Maggioni.



Indirizzata a tutti i Vescovi da Paolo VI il 2 febbraio 1974, fu avvertita come "la parola giusta, detta al momento giusto, nel modo giusto". Redatta con uno stile semplice, pur affrontando argomenti complessi, aveva attraversato cinque stesure, tre anni di lavoro, il parere di numerosi esperti coordinati da Ignazio M. Calabuig, e soprattutto il diretto coinvolgimento del Papa in ogni sua fase. Presentata alla stampa il 22 marzo 1974 da Jean Galot, apparve in latino e italiano su L’Osservatore Romano del 23 marzo, illustrata con opere da Cimabue ad artisti contemporanei, comprese immagini mariane dal Giappone, Cina, Vietnam, Corea, Nigeria. Una figura “concretissima” quella di Maria di Nazaret, eppure davvero “universale”, poiché non si può dire con integrità il mistero di Cristo, senza dire di Colei che lo ha generato per far fare Pasqua al mondo intero. In un momento storico difficile, tra opposte tendenze, la Marialis cultus fu come l'accensione di una lampada che aiutò tutti a vedere meglio il posto di Maria nella pietà liturgica e non: gli scettici trovarono convincenti indicazioni per una fondata pietà mariana; i sostenitori vi trovarono la sintesi di quanto avrebbero voluto dire sulla comunione orante con la Madre di Cristo e della Chiesa; i timidi vi trovarono validi motivi per una riscoperta della presenza viva di Maria nel mistero del culto cristiano; i nostalgici vi trovarono la spiegazione che col rinnovamento liturgico nulla si era inteso togliere all'alma Madre di Dio, ma solo purificare affinché risplendesse meglio ciò che doveva brillare; i fanatici vi trovarono indicati i limiti di una corretta e fruttuosa devozione alla Vergine Santissima; gli ostili, infine, vi trovarono il necessario richiamo a stimare, nella preghiera comune e personale, la compagnia e l'esempio di Maria.

1. IL CONTESTO

Un momento storico difficile per la pietà mariana! Perché? Il nodo principale era già stato sciolto dal Vaticano II che, superando l’idea di una trattazione autonoma su Maria, aveva optato per inserirla nella Costituzione sulla Chiesa (il noto capitolo VIII della Lumen gentium). Si trattava tuttavia, negli anni ’70, di recepire tale prospettiva nel tessuto vitale. Normale, dunque, sperimentare una “crisi” mariana, in vista di un rinnovato percorso.

        a) Il Vaticano II
      
Nessun Concilio ha riflettuto su Maria come il Vaticano II, toccando anche l’aspetto cultuale. Penso a Sacrosanctum Concilium 103 («Nella celebrazione del ciclo annuale dei misteri di Cristo, la santa Chiesa venera con speciale amore la beata Maria Madre di Dio, congiunta indissolubilmente con l’opera salvifica del Figlio suo; in Maria ammira ed esalta il frutto più eccelso della redenzione e contempla con gioia, come in un’immagine purissima, ciò che essa tutta desidera e spera di essere»), dove si esplicita il principio fondante il binomio Maria e liturgia: l’insistenza in passato cadeva piuttosto sul fatto del culto per la Madre di Dio, senza spiegarne tuttavia perché e come si innesti nella liturgia. Due sono i dati evidenziati: l’indissolubile vincolo di Maria con l’opera salvifica di Cristo, perennemente attualizzata nell’azione liturgica, e il risvolto ecclesiale della venerazione di Maria, giacché purissima immagine della Chiesa. Superando l’idea di un culto mariano parallelo a quello di Cristo, Sacrosanctum Concilium 103 lo riconduce nell’unica celebrazione del mistero di Cristo e della Chiesa. Si pensi poi al capitolo VIII di Lumen gentium: contemplare Maria nel mistero di Cristo e della Chiesa, dentro l’economia della salvezza, radicata nelle Scritture, ha permesso di ricomprendere anche il culto a lei riservato, distinto in liturgico e altre forme cultuali.

        b) La riforma liturgica
        Paolo VI aveva già promulgato il rivisto Calendario romano generale (1969) e a seguire il Missale Romanum (1970), con l’Ordo lectionum missae (1969) arricchito di testi biblici relativi a Maria, ed anche la rinnovata Liturgia Horarum (1971). Se non è mancato chi ha criticato come “antimariana” quella riforma liturgica “paolina”, si deve riconoscere che il riordino della memoria di Maria è stato conseguente ai principi conciliari. Serviva una lettura lucida e oggettiva della dimensione mariana della liturgia rinnovata. Proprio questo ha offerto la Marialis Cultus, alla luce dei rinnovati libri liturgici, andando ben al di là dell’iniziale progetto di un documento sul rosario (non solo rosario o non più solo rosario, si diceva), dopo due encicliche brevi di Paolo VI per incoraggiarne la recita in maggio (Mense maio 1965) e in ottobre (Christi Matri 1966) e dopo l’Esortazione apostolica Signum magnum (1967) sulla venerazione e imitazione della Vergine Maria, nel 25° della consacrazione della Chiesa e del genere umano al suo Cuore compiuta da Pio XII.

        c) L'intento di Paolo VI
        Il Papa stesso lo esprime così nell’Introduzione alla Marialis cultus: «Giudichiamo conforme al nostro servizio apostolico trattare, quasi dialogare con voi, venerabili Fratelli, alcuni temi relativi al posto che la beata Vergine occupa nel culto della Chiesa, già in parte toccati dal Concilio Vaticano II e da noi stessi, ma sui quali non è inutile ritornare, per dissipare dubbi e, soprattutto, favorire lo sviluppo di quella devozione alla Vergine che, nella Chiesa, trae le sue motivazioni dalla Parola di Dio e si esercita nello Spirito di Cristo». Il desiderio sotteso non è soltanto di contrapporsi al "gelo mariano" di quel periodo, quanto di promuovere l'incremento del culto mariano, indicandone le poste in gioco, la strada maestra della liturgia, le dimensioni irrinunciabili, gli orientamenti da potenziare, i sentieri da percorrere per un sincero rinnovamento della pastorale e della vita spirituale.

2. IL TESTO

Si compone di tre parti, con un’Introduzione e una Conclusione.

        a) Maria e liturgia
        La parte prima (1-23) è un'esposizione su “Il culto della Vergine Maria nella liturgia”, articolata in due punti:
- Il primo punto: La Vergine nella restaurata liturgia romana, presenta una lettura interpretativa del ricordo di Maria nell'anno liturgico. Sulla base del rivisto Calendario, che «ha permesso di inserire in modo più organico e con un legame più stretto la memoria della Madre nel ciclo annuale dei misteri del Figlio» (n. 2), sono passati in rassegna i tempi dell'Anno, le solennità, le feste e le memorie mariane. Sono poi considerati gli accenti mariani del Messale (nn. 10-11), Lezionario (n. 13), Liturgia delle Ore (n. 13), altri Rituali (n. 14). Il frequente ricorso a espressioni tratte dalla liturgia risulta una chiara indicazione di metodo, poiché invita a valutare i testi liturgici (letture bibliche, orazioni, prefazi, antifone) quale fonte eccellente per cogliere il mistero “Maria” nella celebrazione dei misteri di Cristo e per interiorizzare il sentire che la Chiesa in preghiera nutre verso Maria (memoria, lode, supplica, comunione, imitazione);
- Il secondo punto: La Vergine modello della Chiesa nell'esercizio del culto (nn. 16-23), approfondisce un aspetto particolare, ossia «Maria quale modello dell'atteggiamento spirituale con cui la Chiesa celebra e vive i divini misteri» (n. 16), mediante quattro celebri qualificazioni: Maria è la Vergine in ascolto, la Vergine in preghiera, la Vergine Madre, la Vergine offerente.

        b) Maria e pietà popolare
       
Nella parte seconda (nn. 24-39), intitolata “Per il rinnovamento della pietà mariana”, mentre ribadisce la stima sincera per le pratiche di pietà sviluppatesi accanto alla liturgia, Paolo VI si preoccupa che i pii esercizi siano sottoposti ad opportuna revisione, in modo che appaiano pervasi da ricchezza dottrinale, bellezza di forma, rispetto della tradizione ed insieme apertura alle istanze del nostro tempo. Per inquadrare tale compito, affidato alle Conferenze episcopali, diocesi, famiglie religiose, Paolo VI formula alcuni principi e orientamenti pratici. Anzitutto è sottolineata l'importanza della nota trinitaria, cristologica ed ecclesiale nel culto della Vergine. Quindi, sosta su quattro orientamenti da aver presenti sia nel rivedere le pratiche di pietà che nel crearne eventuali nuove. Con l'orientamento biblico chiede che la pietà mariana sia lievitata dalla Rivelazione. L'impronta biblica non può limitarsi all'uso di testi e simboli tratti dalla Scrittura, ma «richiede che dalla Bibbia prendano termini e ispirazione le formule di preghiera e le composizioni destinate al canto». Circa l'orientamento liturgico, Paolo VI ricorda l'impegno di tradurre in pratica le indicazioni di Sacrosanctum Concilium n. 13 sul rapporto "liturgia e pii esercizi". Non si tratta di disprezzare le devozioni, quanto di armonizzarle, sintonizzarle e subordinarle alle azioni liturgiche, senza sovrapposizioni e mescolanze improprie: «Avviene talora che nella stessa celebrazione del sacrificio eucaristico vengano inseriti elementi propri di novene o altre pie pratiche, con il pericolo che il memoriale del Signore non costituisca il momento culminante dell'incontro della comunità cristiana, ma quasi occasione per qualche pratica devozionale» (n. 31). Circa l'orientamento ecumenico, rammenta che la pietà mariana non può misconoscere «l'ansia per la ricomposizione dell'unità dei cristiani» ed è perciò chiamata ad assumere «un'impronta ecumenica» (nn. 32-33). Infine, quattro numeri (34-37) riguardano l'orientamento antropologico, ossia «l'attenta considerazione anche delle acquisizioni sicure e comprovate delle scienze umane». Quanto scritto allora da Paolo VI conserva ancora la sua efficacia, come ad esempio l’invito a riflettere sul rapporto tra Maria di Nazaret e la donna di oggi, chiamata in causa sia nell'ambito domestico che nel campo politico, sociale e culturale. Sensibilità, intelligenza, lucidità contrassegnano queste pagine, tese a far incontrare gli uomini e le donne di ogni tempo con l'umile e alta più che creatura, come la loda Dante. Paolo VI non ha dimenticato, inoltre, di richiamare l'attenzione su deviazioni e atteggiamenti cultuali erronei: esagerazioni, vana credulità, pratiche puramente esterioriste, sterile sentimentalismo, «non devono esistere nel culto cattolico» (n. 38).

        c) Angelus Domini e Rosario
       
Nella parte terza dell’Esortazione, Paolo VI offre indicazioni su due pii esercizi molto diffusi in Occidente: l’Angelus Domini (n. 41) e il Rosario (nn. 42-54). Soprattutto a quest’ultimo riservava una diffusa trattazione, per porne in risalto il valore, il significato, l’indole evangelica, la fecondità spirituale, la fisionomia particolare consegnataci dalla tradizione ecclesiale. Tra i vari aspetti, sostava sul rapporto che intercorre tra liturgia e rosario (n. 48).

        d) Valore del culto mariano
       
Nella Conclusione (nn. 56-58), Paolo VI sintetizza il valore teologico e pastorale del culto della Vergine Maria. Esemplare il seguente passaggio: «La pietà della Chiesa verso la Vergine Maria è elemento intrinseco del culto cristiano. La venerazione che la Chiesa ha reso alla Madre di Dio in ogni luogo e in ogni tempo - dal saluto benedicente di Elisabetta (cf Lc 1,42-45) alle espressioni di lode e di supplica della nostra epoca - costituisce una validissima testimonianza che la norma di preghiera della Chiesa è un invito a ravvivare nelle coscienze la sua norma di fede. E, viceversa, la norma di fede della Chiesa richiede che, dappertutto, si sviluppi rigogliosa la sua norma di preghiera nei confronti della Madre di Cristo» (n. 56). Conoscere, celebrare e sperimentare la presenza viva di Maria è formidabile fermento di efficacia pastorale per il rinnovamento del vivere in Cristo.

3. L'INSEGNAMENTO

        1. Coscienza della dimensione “mariana” della liturgia
       
Eredi di un’epoca in cui la devozione mariana trovava fiato piuttosto in “devozioni” fuori e parallele alla liturgia, l’intento di Paolo VI fu di valorizzare la devozione a Maria radicata ed espressa anzitutto nell’azione liturgica, senza perciò dimenticare i pii esercizi.

        2. Il nesso lex orandi – lex credendi, in ordine alla lex vivendi
        La Marialis cultus ha contribuito agli sviluppi liturgico-mariani successivi: penso all’arricchita seconda edizione del Messale Romano Italiano (1983) e specialmente alla Collectio Missarum de beata Maria Virgine (1987), come anche alla editio typica tertia del Missale Romanum (2002). Per rendersene conto basta considerare gli accenti tematici di formulari della Collectio come ad es. Maria “discepola del Signore” (n. 10), “donna nuova" (n. 20); “maestra spirituale” (n. 32), presente nell’iniziazione cristiana (n. 16). Assai eloquente è il prefazio del formulario n. 26 (Maria Vergine immagine e Madre della Chiesa), intitolato “Maria modello dell’autentico culto a Dio”, la cui fonte diretta sono i nn. 17-20 della Marialis cultus. Non è sfuggito a Paolo VI – spesso vi ritorna - che venerare Maria significa vivere come lei: «è impossibile onorare la Piena di grazia senza onorare in se stessi lo stato di grazia, cioè l'amicizia con Dio, la comunione con lui, l’inabitazione dello Spirito» (n. 57).

        3. La cura amorosa per la pietà popolare
       
Ossia che sa incoraggiare e correggere, mostrando i punti fermi, accompagnando la crescita armonica della vita spirituale. Nel rilevante ambito della pietà popolare, la Marialis cultus ha il grande merito di aver osservato luci e ombre, indicando la strada da percorrere, facendo da traino per il rinnovamento e la purificazione della pietà popolare in genere, le cui linee guida sono arrivate poi con il Direttorio su pietà popolare e liturgia, pubblicato nel 2002.

        4. Il risvolto ecumenico della pietà mariana
        L’averlo richiamato è servito a porre concreta attenzione alle “formule” di preghiera, purificandole da espressioni equivoche, rendendole più attente al fondamento biblico che deve ispirarle e all’essenziale della fede professata dalla Chiesa cattolica. Un fratello ortodosso non avrebbe difficoltà a sottoscrivere che «la pietà della Chiesa verso la Vergine Maria è elemento intrinseco del culto cristiano» (n. 56). E sarebbe probabilmente anche difficile oggi trovare qualche fratello protestante che dissenta in blocco sulle linee portanti della Marialis cultus.

        5. Il contributo alla catechesi e alla spiritualità mariana
        Sono ancora di grande attualità le tre note e i quattro orientamenti indicati da Paolo VI per la pietà mariana, applicabili anche all’annuncio di Maria negli ambiti della evangelizzazione - catechesi - predicazione. Quale “Maria” annunciamo? Quella del Vangelo o quella suggerita da umano sentire? Quella venerata dalla Chiesa orante o quella disegnata da sensibilità soggettive? Una Maria più buona di Cristo, giudice impietoso? Misericordiosa più dell’Agnello immolato per noi? Una Maria “irraggiungibile” e perciò inimitabile, oppure una “maestra di vita spirituale” - come ricorda Paolo VI - che ha percorso per prima la via “stretta” della sequela di Cristo, dandoci l’esempio? Una “santona” a cui ricorrere per ottenere grazie a poco prezzo, oppure la “beata per aver creduto” sempre e comunque alle impossibili parole divine? Se circa le apparizioni, i santuari, i pellegrinaggi, l’iconografia, l’arte, la Marialis cultus non fa parola (il genere del documento impone dei limiti), il suo luminoso insegnamento getta più di qualche raggio anche su questi ambiti così importanti e discussi nel tempo presente. Dopo tanti anni, siamo davvero grati al beato Paolo VI per la chiarezza e l’incisività del suo insegnamento, riassumibile nel dire che la venerazione verso la Madre del Signore «è parte integrante del culto cristiano» (n. 58). Eco di un’altra celebre espressione pronunciata da Paolo VI al santuario di Bonaria il 24 aprile 1970: «Se vogliamo essere cristiani, dobbiamo essere mariani, cioè dobbiamo riconoscere il rapporto essenziale, vitale, provvidenziale che unisce la Madonna a Gesù, e che apre a noi la via che a Lui ci conduce».

Inserito Lunedi 28 Ottobre 2019, alle ore 9:50:20 da latheotokos
 
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