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  Maria e la madre nell'opera di David M. Turoldo 
Cultura

Un articolo di Mariangela Maraviglia.



La presenza di Maria, la sua centralità nella vocazione di David Maria Turoldo, non è elemento sorprendente, essendo tale figura specifico riferimento dell’Ordine dei Servi di Maria prescelto dal religioso. Non stupisce dunque che la sua vasta produzione di autore fluviale e multiforme, in poesia e in prosa, abbia spesso come protagonista la Madre di Gesù, evocata su ispirazione delle diverse immagini presenti nella Bibbia - dalla Genesi all’Apocalisse, dal Cantico dei Cantici ai Vangeli - , narrata non nell’ambito di una riflessione lineare o di un ragionamento argomentato ma procedendo per suggestioni, come più consono al suo animo e alla sua sensibilità.
È, quella di Maria, una presenza che Turoldo ha coniugato con un intenso sguardo verso il “femminile” : vissuto attraverso amicizie con donne di cui «padre David non aveva paura», come ebbe a dire di lui la poetessa Alda Merini; cantato nel dono della maternità, che ricorre costantemente dai primi agli ultimi versi del prolifico poeta, sovente intrecciato con la generatività della terra di cui egli coglie la potenza creatrice e insieme la fragilità, il rischio di distruzione.
Si può rintracciare in Turoldo una vera “mistica della maternità”, che investe tutte le madri del mondo, soprattutto le madri di persone sofferenti, come i poveri o gli uccisi perché resistenti all’ingiustizia, o caduti per mano di qualche sopraffazione.
Esemplari sono in tal senso le parole dedicate alla madre di Pier Paolo Pasolini dopo la morte scandalosa del figlio, che suscitò la solidarietà partecipe e commossa di padre David: «Tu, che eri per lui la sua vera chiesa, il segno di una fede magari bestemmiata ma mai tradita nel profondo della sua passione… Tu, che sei stata la sua madre addolorata sotto la Croce, immagine di una umanità che ancora, dalle nostre parti e nei paesi più poveri del mondo, continua a piangere su qualche figlio ucciso, su qualche innocente crocefisso»1.
Se ogni madre sofferente diventa, nell’immaginario turoldiano, figura suggestiva di Maria – e analogamente Maria figura di ogni madre -, è in primo luogo la sua che incarna in forma privilegiata questa corrispondenza. Così, nella serenità del Natale, Turoldo canta la madre come «parente della Vergine»2; e, ancor più, nella memoria dell’origine della propria vocazione, si rivede fanciullo, in visita al santuario della Madonna delle Grazie di Udine, confondere i volti della madre e dell’Addolorata all’altare a lei dedicato: «E io che vedevo, vedevo il volto di mia madre contadina, il volto della Madonna popolana, che mi sembrava l’immagine di tutte le donne del Friuli vestite di nero. Sono immagini che non ho più dimenticato. E anzi quando, cresciuto, ho cominciato a cantare, proprio ripensando a quelle immagini, non sapevo più distinguere se erano due realtà o una realtà sola: sotto la croce, con questo cuore spezzato, questo volto pieno di lacrime di mia madre»3.
La devozione mariana, “devozione regina” della pietà cattolica del primo Novecento, poggiava sulla valenza psicologica del legame di Maria con la madre che fu senz’altro anche di padre David, ma i suoi scritti ci permettono di rintracciare motivi e temi che travalicano la dimensione devozionale, disegnando un ruolo eminentemente teologico di Maria.
Nei carmi disseminati nelle diverse raccolte poetiche che veniva componendo negli anni, nei commenti evangelici e neo testamentari di Non hanno più vino4; nelle sillogi Laudario della Vergine, «Via pulchritudinis»e Ave Maria5, Turoldo delinea un’immagine di Maria “madre della salvezza” e “madre della bellezza” che, nella logica dell’incarnazione, si offre come «forza viva e operante nella storia e “anello” di congiunzione tra il cielo e la terra». Ispirandosi alla lezione del confratello padre Giovanni Vannucci e avendo presente la linea teologica che vedeva nella bellezza un accesso privilegiato alla Rivelazione divina, padre David celebra in Maria l’amore di Dio per le creature e il «riflesso della bellezza divina», riconoscendo in lei la congiunzione tra visibile e invisibile, «la mediazione tra le due polarità del cielo e della terra»6:
«Vergine, cattedrale del silenzio,
anello d’oro
del tempo e dell’eterno,
tu porti la nostra carne in paradiso
e Dio nella carne.
Vieni e vai negli spazi
a noi invalicabili
»7.
Maria non è dunque solo oggetto di devozione ma anche forza operante nella storia, grande – «la più grande» - manifestazione dell’azione di Dio , attraverso la quale è operata la redenzione. Per questo, in una delle sue laudi mariane più belle, dall’espressivo titolo Senza Maria anche Dio sarà triste , Turoldo può cantare il gemito della natura, devastata dal male e dalle ingiurie arrecate dagli uomini, ed evocare l’ azione riparatrice e rigeneratrice di Maria:
« … Vergine Madre della grazia
stendi ancora il tuo velo
ai campi devastati;
sola terra intatta
ritorna a partorire subito
e sempre, in mezzo al grano
al limite dissacrato delle selve.
… Ingemiscit Natura
... Vergine, se tu riappari
i fiumi rispargeranno letizia
da mare a mare e le stagioni
riprenderanno il corso
e più non romperà le dighe il mare.
I fanciulli sorrideranno ancora
e noi, inevitabilmente colpevoli,
non piangeremo d’esser nati.
… Arca vera dell’ alleanza
tra uomo e natura, ritorna!
Caravella che porti il Signore
sotto la vela bianca,
regina e amante e madre,
Egli torni
fanciullo
a giocare…
»
Una lode dall’andamento liturgico, che invoca e insieme inserisce Maria nella speranza di rinnovamento che sempre contraddistinse la vita di questo religioso, facendone un paladino di tutte le liberazioni dalla negatività e dalle ingiustizie: personali, sociali, politiche, ecologiche.
Ma Maria nell’ottica turoldiana diventa anche figura del credente che lotta con il silenzio di Dio per conservare la sua fede. Nell’assillante ricerca di Dio che segnò la sua vicenda e i suoi versi, anche Maria sembra talvolta trascinata nella notte del dubbio, come nella lirica Sotto il legno in silenzio:
«Ritta, discosta appena dal legno
stava la Madre assorta in silenzio,
pareva un’ombra vestita di nero,
neppure un gesto nel vento immobile.
Lo sguardo aveva perduto, lontano:
cosa vedevi dall’alta collina?
Forse una sola foresta di croci?
O anche tu non vedevi più nulla?
…Madre, tu sei ogni donna che ama
Madre, tu sei ogni madre che piange
Un figlio ucciso, un figlio tradito:
madri a migliaia, voi madri in gramaglie!
… Nero lenzuolo di sangue pareva
steso ad avvolgere la grande Assenza
che infittiva lo stesso silenzio
e si addensava e spandeva nell’aria.
O Madre, nulla pur noi ti chiediamo:
quanto è possibile appena di credere,
e stare con te sotto il legno in silenzio:
sola risposta al mistero del mondo
»9.
Accanto al tema ricorrente di Maria come simbolo di tutte le madri vittime con i figli del tremendo dolore inflitto da poteri iniqui, si staglia qui il drammatico motivo dell’«assenza» di Dio: forse anche Maria «non vede più nulla»? Forse anche i suoi occhi scorgono solo una «foresta di croci»? No, risponde il poeta Turoldo: di fronte alla notte della fede “che tutti avvolge”, il silenzio di Maria appare la «sola risposta al mistero del mondo» e il credente può accostarvisi per rinvenire «quanto è possibile appena di credere».
Quello di Maria non è un silenzio vuoto ma un silenzio affidato, a quel silenzio l’umanità può rivolgersi con fiducia totale, esplicitata con scabra eloquenza nella lirica successiva: «Ma tu credevi per tutti da sola».
Nella notte del Calvario, simbolo della grande notte che oscura il mondo, Maria tiene accesa la luce della fede e a lei può volgersi, ascoltato,
«il grido raro di quanti confessano
che il vero figlio di Dio era lui,
e che ogni vittima è sempre tuo figlio
»10.

NOTE
1 Cfr. D.M. Turoldo, Lettera a due madri, in Id. Alla porta del bene e del male, Mondadori, Milano 1978, p. 29.
2 Cfr. D.M. Turoldo, Se tu non riappari (1950-1961), Mondadori, Milano 1963, ora in O sensi miei... Poesie 1948-1988 , Rizzoli, Milano 1990, p. 300.
3 D.M. Turoldo, Il fuoco di Elia profeta, a cura di E. Gandolfi Negrini, Piemme, Casale Monferrato 1993, pp. 260-261.
4 D. M. Turoldo, Non hanno più vino, Mondadori, Milano 1957.
5 Cfr. D.M. Turoldo, Laudario della Vergine. «Via pulchritudinis», Dehoniane, Bologna 1980; Id., Ave Maria, GEI, Milano 1984.
6 Cfr. D.M. Turoldo, Intuizioni mariane in Giovanni M. Vannucci O.S.M., in «Marianum», 133(1985), pp. 233-251; Id. Anima mundi, in D.M. Turoldo, G. Vannucci, Santa Maria, Servitium, Sotto il Monte 1996, pp. 27-30; F. Castelli, Turoldo cantore della donna eterna, in «Marianum», 161-162 (2002), pp. 533-546.
7 D.M. Turoldo, Laudario della Vergine, cit., p. 35.
8 Cfr. D.M. Turoldo, Se tu non riappari, cit., ora in O sensi miei... , cit., p. 253. 9 D.M. Turoldo, Laudario della Vergine, cit., p. 107. 10 Ivi, p. 108.

Inserito Giovedi 15 Ottobre 2020, alle ore 10:36:11 da latheotokos
 
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