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  Maria nel disegno di Dio e nella Comunione dei Santi 
EcumenismoAnalisi e valutazione del Documento ecumenico di Dombes (1997/1998), secondo diversi autori (citati in calce all'articolo) 

1 - Il gruppo ecumenico di Dombes

Il gruppo di Dombes si è costituito nel 1936, 26 anni dopo la nascita del Movimento ecumenico fondato nel 1910 a Edimburgo in Scozia, 12 anni prima dell’istituzione del Consiglio Mondiale delle Chiese nel 1948 ad Amsterdam e 22 anni prima dell’inizio del Concilio Ecumenico Vaticano II nel 1962 a Roma. Questi dati bastano a dimostrare come il gruppo di Dombes sia stato un pioniere nella storia dell’ecumenismo, un motore trainante nelle ricerche teologiche, il primo gruppo storico in assoluto tra protestanti e cattolici. Dombes è un minuscolo altipiano situato a 300 metri sul mare, pieno di fanghi glaciali e stagni paludosi che ne fanno una delle zone più povere e insalubri della Francia. Proprio in questa zona fu fondato un monastero trappista, denominato “Notre Dame des Dombes”, nella diocesi di Lione e nel dipartimento di Ain. All’origine del movimento c’è il sacerdote lionese Paul Couturier, vissuto con l’ideale dell’unità delle Chiese (1887-1956). Fu lui il rinnovatore della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, l’ideatore dell’”ecumenismo spirituale” e del “monastero invisibile”, il primo a capire che bisognava rinnovare l’ecclesiologia tradizionale in uno statuto dinamico e carismatico della Chiesa per avviarla sulla strada della “conversione” e della “comunione”. Nel 1936, dopo aver tentato inutilmente con gli Anglicani, Couturier inviò ai pastori protestanti di Lione il suo articolo “Psicologia dell’Ottava”, accompagnandolo con un appello alla preghiera comune. Da questo invito scaturì un breve incontro orante tra cattolici e protestanti, al n° 30 della salita della Boucle a Lione. Il primo vero contatto ecumenico dalla durata di tre giorni si svolse nella trappa di Notre Dame des Dombes dal 18 al 22 luglio 1937 e vi parteciparono tre preti cattolici e tre pastori protestanti. Il secondo incontro si tenne nel 1938 a Erlenbach e vennero studiati i temi: “Rivelazione, Scrittura, Sacramenti e Redenzione”. Il terzo incontro del 1939 si tenne nuovamente a Dombes e aprì il primo tentativo di dialogo sulla Chiesa perché ebbe per tema: “La Chiesa una”. La cellula originaria di Dombes si sciolse a causa della Seconda Guerra Mondiale per ricostituirsi rinnovata nel 1942 con una più qualificata presenza di teologi da ambo le parti. Nel 1947 le rispettive Chiese autorizzarono la pubblicazione dei documenti degli incontri, ma solo per uso privato. Tra i presidenti del gruppo dopo la morte del fondatore avvenuta nel 1956 si annoverano De Saussure e Max Thurian che poi, nel 1987 divenne prete cattolico. Attualmente il gruppo di Dobes è composto da circa 40 persone.
Questi alcuni dei documenti dal grande valore ecumenico pubblicati dal gruppo di Dombes:
- 1971: Verso una stessa fede eucaristica? (Accordo dottrinale);
- 1972: IL significato dell’Eucaristia. (Accordo pastorale):
- 1973: Per una riconciliazione dei ministeri. (Elementi di accordo);
- 1976: Il ministero dell’episkopé (Riflessione e proposte);
- 1980: Lo Spirito Santo, la Chiesa e i Sacramenti;
- 1985: Il ministero di comunione nella Chiesa universale
- 1997-98: Maria nel disegno di Dio e nella comunione dei santi. 

2 - Maria nel disegno di Dio e nella Comunione dei santi

Questo è il titolo dato dal gruppo di Dombes al documento su Maria pubblicato nel 1998. Il sorprendente documento apre di nuovo il cammino del dialogo ecumenico tra protestanti e cattolici su uno dei temi più controversi che, in certi momenti, è sembrato destinato a un binario morto. Molti commentatori vi hanno visto infatti un notevole contributo positivo per il cammino di avvicinamento circa la questione mariana.
Il documento si sforza di leggere il ruolo di Maria nell’economia della salvezza e cerca di scrivere una storia comune della sua presenza all’interno della professione di fede della cristianità. Uno degli aspetti più seri e onesti del lavoro e quindi più significativi è la valorizzazione del patrimonio comune che, al di là delle profonde divergenze tra le diverse confessioni, vede il permanere in tutte di un dato costante: il fondamento e la testimonianza della S. Scrittura.
Il gruppo ha potuto lavorare con serenità perché ha saputo cogliere la differenza tra ciò che richiede la fede e ciò che consente la devozione a Maria e perché ha considerato questo documento come parte di un più ampio progetto che prevede lo studio di punti dottrinali controversi e la conseguente formulazione di proposte per l’autentica conversione ecclesiale. L’itinerario e l’evoluzione della pietà e della devozione mariana che viene preso in considerazione spazia dalle origini del cristianesimo fino al Vaticano II e si prolunga ai nostri giorni.

3 - Chiave di lettura del documento

TEOLOGIA ORANTE

Il Magnificat posto in testa al documento, ne costituisce la nota più profonda e un’indicazione ben precisa per accostarsi alla sua lettura nella giusta prospettiva. Infatti solo persone piene di Spirito e di Cristo come la Vergine del Magnificat, possono operare una teologia veramente ecumenica nell’atteggiamento, nella destinazione e nel metodo: l’atteggiamento di chi si vede costretto interiormente all’ecumenismo ed è convinto di dover percorrere un cammino di reciproca apertura che rende capaci di ripensare le cose da capo senza risentimenti; l’elaborazione di chi sa di dover dire niente di più e niente di meno di quanto al momento si può dire; la stesura di un pensiero (ecumenismo dottrinale) concepito in un contesto orante (ecumenismo spirituale) e consegnato alle Chiese in vista della loro conversione (ecumenismo dei fatti).

UNA PRECISA METODOLOGIA
E’ quella già delineata nel documento: “Per la conversione delle Chiese” che può essere considerato il manifesto di un metodo che ingloba il presente, il passato e il futuro: si parte dalla domanda del presente (hic et nunc), si ridiscende nel passato con lo sguardo attento alle lezioni della storia e della S. Scrittura (ante), si risale, ricchi di esperienza e di saggezza propositive, nell’oggi in vista del futuro (post). Applicato al documento sulla Vergine, il metodo usato si esplicita così:
- hic et nunc: il documento vuole essere all’ascolto del proprio tempo per rispondere alle urgenze che vi si manifestano, un oggi che parte da una riconosciuta e negativa consapevolezza: Maria è motivo di conflitto tra le Chiese cattolica e protestante, un conflitto che investe l’ambito dottrinale, cultuale e affettivo, il sentito e il vissuto; un conflitto alimentato dal rifiorire disordinato di una malfondata pietà mariana che esaspera gli animi anziché rappacificare le tensioni; un conflitto di cui Maria, che non è stata mai causa di separazione tra le Chiese, è diventata vittima ed espressione esacerbata di altri fattori di disunione, perché ridotta a emblema e bersaglio delle ragioni di divisione. Il gruppo riconosce di dover dire basta al nominare invano il nome di Maria, alla sua umiliazione causata dall’insipienza e dal peccato dell’uomo, una realtà insostenibile, tale da sollecitare la riapertura del dossier sulla Madre del Signore in ambito ecumenico per un radicale cambiamento;
- ante: si tratta, in questa prospettiva, di rivisitare il passato per una lettura ecumenica della storia e della Scrittura (Cap. I – II) con un criterio comune di discernimento degli argomenti controversi (Cap. III);
-post: la finalità di tutto questo è la conversione delle Chiese (Cap. IV) che sola può aprire un futuro diverso, in modo che Maria non sia più una pietra d’inciampo. E’ questa speranza di unità su una questione controversa la molla di tutto il documento che vuole essere anche l’avvio di altri lavori che porti le Chiese ad un effettivo rappacificamento.

TRA IL NUNQUAM SATIS E IL SATIS EST
I principi seguiti nell’elaborazione del documento sono stati quelli dell’unità nell’essenziale e della gerarchia della verità ritenuti un irrinunciabile criterio ermeneutico di tutto il dialogo ecumenico. Lo stesso documento dichiara nell’introduzione al n° 10: “Il gruppo ha lavorato con maggiore serenità dal momento che sapeva distinguere tra ciò che la fede richiede e ciò che la devozione permette. Questa distinzione fondamentale struttura tutto il documento”.

IL TITOLO: UNA CONVINZIONE E UN INVITO
Il titolo dato al documento: “Maria nel disegno di Dio e nella Comunione dei santi”, risponde alla domanda centrale della collocazione della Vergine ed è una imprescindibile chiave interpretativa per capire il documento stesso, considerato come un piano cartesiano sul quale si intersecano un’asse verticale e una orizzontale: Maria nel disegno di Dio che cerca di situare la Vergine nel mistero della salvezza in virtù della sua vicinanza al Figlio di Dio che diventerà anche il suo; Maria nella Comunione dei santi che vuole cogliere il posto che essa occupa nella Chiesa del cielo e in quella della terra nella compagnia dei santi, dato che lei, Madre di Dio, è anche sorella di tutti i credenti. Maria è dunque inserita nel mistero dell’Incarnazione ma anche in quello dell’universalità della Redenzione. Il documento riconosce che le Chiese si sono divise su Maria solo nel momento in cui lei è stata isolata sia da Cristo che dalla Comunione dei santi con la conseguenza di una eccessiva concentrazione della devozione su di lei. Il profondo collegamento che il Vaticano II ha fatto della mariologia cattolica con la cristologia e l’ecclesiologia, è stato accolto in maniera positiva dai protestanti che a loro volta ammettono che una retta confessione di Cristo esige anche una parola su Maria, proprio in nome dell’Incarnazione. Una Maria così compresa, cioè inserita nel mistero trinitario e nella Comunione dei santi e rivisitata con questo criterio comune, cessa di essere motivo di divisione, nonostante il permanere delle divergenze. Senza la falsa illusione che ormai tutto sia a posto, dato che qui non si tratta di svendere il proprio patrimonio di fede, sorge tuttavia la convinzione che il documento abbia ripreso un cammino verso una sinfonia fatta di note diverse ma non discordanti, partendo dalla conversione del cuore, come si afferma chiaramente al n° 22:
“Confessiamo Signore di essere colpevoli quando sbagliamo per eccesso o per difetto a proposito della Vergine Maria, invece di unirci alla sua confessione di lode che realizza in lei e in noi l’impensabile dei nostri spiriti e l’impossibile dei nostri cuori”.

 4 - La lezione della storia

Convinto che è impossibile un futuro diverso dal presente senza la rivisitazione del proprio passato, il gruppo di Dombes scende in esso con animo critico, per interrogarlo e lasciarsi interrogare e per coglierne la salutare lezione.

IL PRIMO MILLENNIO
Il primo millennio è diventato un luogo comune dell’ecumenismo contemporaneo e il documento, seguendone la tendenza, ingloba in esso la lezione della Chiesa antica e, a grandi linee, quella dei primi sette concili, privilegiando tre fonti di apprendimento: l’una normativa (i Simboli), la seconda in sostanziale continuità esplicativa con i primi (la letteratura patristica), la terza poi (gli apocrifi) assunta ad esempio di una mariologia fondata sul sentimento e sull’immaginazione che può degenerare contraddicendo il dato biblico e la retta confessione di fede. Questo significa che già nel primo millennio si dà una linearità spezzata. I Simboli presi in considerazione sono il Simbolo Apostolico e il Simbolo Niceno – costantinopolitano dove si trova rispettivamente “nacque da Maria vergine” e “si è incarnato nel seno della Vergine Maria”, dati scarni ma che confessano la presenza di Maria nel Simbolo, parte integrante del credo costitutivo delle Chiese. Per il titolo “Theotkos” il documento si richiama al Concilio di Efeso del 431. I riferimenti mariologici dei Simboli e dei Concili riassumono il sensus ecclesiae e confermano che semper, ubucumque e ab omnibus, Maria è confessata come vergine Madre di Dio. Questa constatazione storica è inesorabilmente una valutazione teologica, infatti la presenza della Vergine nei Simboli non è ornamentale o solo formale, ma Maria vi è come colei che sa, come la testimone della vera identità di Colui che è nato da lei, come un mistero consegnato proprio nei titoli di “vergine” e “Madre di Dio”. Maria resta dunque nel quadro degli enunciati biblici e cristici, per cui il discorso su di lei è un capitolo di Cristo e della Cristologia: con il titolo “vergine” testimonia il mistero dell’incarnazione e con quello “Theotokos” che il nato da lei è il Verbo divino.
Il documento segue quindi un excursus equilibrato sulla letteratura patristica, della quale viene sottolineata la sostanziale continuità con la testimonianza dei simboli e dei Concili. La loro elaborazione “mariana” è una riflessione cristologica in linea con il dettato del Credo e del “dogma mariano” di Efeso. Viene anche riconosciuta l’esistenza della “lode” (Akatistos) e dell’invocazione (Sub tuum praesidium) di Maria, sobria in Occidente e altamente lirica in Oriente e viene notato il sorgere delle prime feste mariane che restano valide perché discrete e non invadenti. Esse, infatti, sono strettamente legate al mistero di Cristo e svolgeranno sempre, anche in futuro, un ruolo critico nei confronti di una pietà popolare mariana disattenta al riferimento cristologico. Proprio il riconosciuto legame con una liturgia legata al Simbolo e alla Scrittura permette, infatti, una lode e un’invocazione non deviate e non devianti, un’armonia minacciata dalle “fantasie” degli apocrifi, e della falsa devozione come dimostrerà anche la lezione del secondo millennio.

IL SECONDO MILLENNIO
La prima riflessione riguarda la posizione di Maria nella Chiesa medievale, nella quale si può già scorgere il germe della divisione perché è caratterizzata da un processo di enfatizzazione su diversi livelli, come l’attribuzione a Maria di titoli che intendono sottolineare il potere della Vergine nel mitigare il volto severo di Cristo giudice, come se lei e non il Redentore fosse il vero depositario della misericordia divina e il suo sempre maggiore distacco dalla Communio sanctorum per avvicinarla al Signore in termini quasi paralleli. Il documento nota la fedeltà del monachesimo anche nella pietà mariana al principio della centralità di Cristo ma è lacunoso e poco oggettivo nel considerare la mariologia della liturgia orientale solo come mariologia della tradizione ortodossa e non come testimonianza della mariologia comune prima della Riforma.
La Riforma operata da Lutero, Zwingli e Calvino perverrà in un crescendo continuo all’occultamento totale di Maria come risposta radicale al suo esagerato presenzialismo nel versante cattolico, in una spirale di sempre più profonda divisione e incomprensione che finisce per usare sempre Maria come visibile linguaggio della frattura insanabile tra il Cattolicesimo e il Protestantesimo. All’affermazione dell’uno de Maria numquam satis, risponderà sempre più marcatamente il satis est dell’altro. Le conseguenze sono una serie di negazioni dei Protestanti di fronte alle affermazioni della Mariologia cattolica: no ai dogmi dell’Immacolata Concezione e dell’Assunzione perché dottrine prive di fondazione biblica; no ai titoli di mediatrice, avvocata, corredentrice e altri ancora perché una comprensione abusiva di Maria in ordine alla salvezza; no a ogni preghiera rivolta a Maria perché si prega con e come Maria ma non Maria; no ad eccessiva sottolineatura della maternità spirituale perché l’onore reso al Maria si esprime massimamente sulla linea dell’imitazione e non sul suo attivismo soteriologico.
Il documento ha voluto con forza sottolineare al n° 71, che le Chiese della Riforma, “oggi come ieri, si proibiscono di dare a Maria un posto diverso dal suo……esse si levano con forza contro ogni tentativo di esaltare Maria, di stabilire una parallelismo tra lei e Cristo, come pure fra lei e la Chiesa”. Non rimane al gruppo che registrare anche nel documento una distanza sempre più marcata che si arresta soltanto con il Concilio Vaticano II. In concomitanza con le presi di posizione del Concilio sulla mariologia, anche nel Protestantesimo, a partire dagli anni ’60, si assiste ad una ripresa della riflessione su Maria, fino a poter cominciare a parlare di una mariologia ecumenica. Il gruppo di Dombes ha recepito la lezione del secondo millennio: Maria ridotta a sintesi delle divisioni delle Chiese, sta al loro cospetto come colei che le notifica chiaramente, per cui sciogliere il nodo mariologico è sciogliere le ragioni dottrinali stesse della separazione. 

5 - La testimonianza della Scrittura e la confessione della fede.

Il documento parte da una visione mariologica d’insieme che lega indissolubilmente Credo e Scrittura, una visione che si manifesta nella liturgia. Si tratta, quindi, di rivisitare il dato biblico, esplicativo del “Credo”, in forma piena e simultaneamente dottrinale e meditativa. Al n° 83 il gruppo di Dombes chiarisce che l’intento del documento non è principalmente esegetico, biografico e storico, ma quello di meditare con una Lectio divina sul dato biblico per vederne il riflesso nel dogma e scoprirne i risvolti esistenziali.
Il dato biblico presenta Maria come un’autentica creatura, una figlia di Israele pienamente inserita nella storia del suo popolo, una madre che ha condiviso le gioie e i dolori della maternità, nella quotidianità dei giorni come nelle circostanze eccezionali dell’esistenza. Attraverso il suo itinerario umano, Maria si è aperta alla Parola di Dio, ed è stata chiamata da lui alla fede e a diventare discepola, dal fiat dell’annunciazione all’esultanza del Magnificat allo sconfortante silenzio del Calvario. Il Magnificat canta la lode di Dio che l’ha ricolmata di grazia, che le ha dato un posto singolare ed unico nella creazione, che l’ha scelta come madre del Figlio suo. A questa chiamata Maria ha acconsentito pienamente(82-83). Il Simbolo che ci fa professare la nascita verginale di Cristo per mezzo di Maria, raccoglie il cuore di questo messaggio evangelico perché ci insegna come Maria, vergine, madre e serva, ci precede tutti nella fede nel Verbo incarnato (89). Chinandosi sulla greppia del presepe, le Chiese adorano il neonato bambino che, nella fragilità, nella povertà e nell’abbassamento, è il Signore della gloria. Quando i concili ecumenici del V secolo chiamano Theotokos la madre di questo bambino divino, la serva del Signore che lo ha messo al mondo, non lo fanno per glorificare lei, ma anzitutto per confessare che colui che secondo la carne è nato da lei è il suo Signore e il suo Dio (92).
Cattolici, luterani e calvinisti del gruppo di Dombes, sono quindi concordi nel sì alla verginità di Maria e alla sua verità di Madre di Dio come eventi di altissimo significato cristologico, nascosti nella lettura di una Scrittura accostata dallo Spirito. Le Chiese riconoscono insieme che la creatura di nome Maria è la prescelta del Padre a divenire la madre del Signore, la vergine Theotokos, la prima della comunione dei santi, come registra il canone romano: partiti da ciò che unisce (il Simbolo), inoltrati in ciò che divide (la storia del secondo millennio), rituffati nel mare originario della Scrittura, esse hanno visto riemergere un’importante consapevolezza: la Madre della Chiesa indivisa, quella della Scrittura e del Simbolo, vergine Madre di Dio, tipo della Chiesa, è la Madre delle Chiese confessionali. In lei protestantesimo, cattolicesimo e ortodossia si riconoscono. Da questa piattaforma comune è possibile affrontare i punti ancora controversi esprimendo su di essi quello che onestamente si può dire: né di più, né di meno, ma il cammino è avviato.

6 - Questioni controverse e conversione

Le questioni controverse, trattate dal Cap. III “Controversia e conversione”, sono quattro: 1. La cooperazione di Maria alla salvezza; 2. La verginità perpetua di Maria; 3. I dogmi cattolici dell’Immacolata Concezione e dell’Assunzione; 4. L’invocazione di Maria e dei santi, questioni che il gruppo affronta alla luce del principio della giustificazione per grazia mediante la fede, della “gerarchia della verità” e dell’adagio in necessariis unitas, in dubiis libertas. Alla luce di questi principi e ad ogni questione il gruppo si chiede se le divergenze sono di natura tale da impedire la comunione ecclesiale o se, visti nella giusta prospettiva, non potranno finire anch’esse in una convergenza comune.

COOPERAZIONE DI MARIA ALLA SALVEZZA E CONVERSIONE
La questione, che in Maria si riassume in maniera emblematica, verte sul rapporto Dio - uomo, specificatamente sull’apporto dell’uomo all’iniziativa divina. E’ dunque una questione che coinvolge non soltanto Maria ma tutta la concezione luterana e cattolica dell’uomo. Il gruppo è cosciente di trovarsi davanti alla questione cardine della divergenza, esemplificata in una donna di nome Maria. Per ricucire lo strappo, il gruppo parte dalla nozione biblica di “alleanza” nella quale si coniugano insieme l’istanza protestante del primato di Dio e la giustificazione per grazia e l’esigenza cattolica della libera risposta umana. Il documento riconosce il paradosso dell’alleanza: è unilaterale da parte di Dio e diventa bilaterale per essere effettiva. In altre parole vuol dire che la grazia che chiama, si fa grazia che permette di rispondere. Notiamo in sintesi quali sono le argomentazioni:
- In principio vi è la decisione sovrana di Dio, il suo libero dono di grazia e di salvezza;
- In mezzo vi è sempre la decisione sovrana di Dio che unilateralmente suscita tramite lo Spirito, la risposta umana;
- In mezzo vi è ancora la decisione sovrana di Dio di consegnarsi unilateralmente all’eventualità dello scacco, del non - riconoscimento e della non - accoglienza, essendo un Dio estraneo all’imposizione e alla costrizione;
- Vi è, infine, la risposta dell’uomo responsabile e sovrana. Questa risposta è: passiva, corrispondente al momento dell’incontro e dello stupore; attiva quando è convertita dallo Spirito in accoglienza, in ricezione, in rendimento di grazie. Il Dio che chiama unilateralmente, insomma, è il Dio che per grazia rende idonei all’obbedienza della fede e rende capaci di iniziare il compito ricevuto da lui che lui, e solo lui, porterà a compimento.
Applicato a Maria questo discorso significa: mediante il fiat, Maria aderisce al progetto di Dio con tutto il suo essere. E’ il suo un sì nella grazia che diventa cooperazione a far sì che il dono salvifico di Dio divenga carne e storia. A questo Maria dedica tutta se stessa e tutta la sua vita, come serva libera, consapevole, amante, gioiosa e sofferente del suo Dio e del Figlio suo nello Spirito Santo. Naturalmente la cooperazione di Maria nulla aggiunge alla salvezza, la quale rimane sempre una decisione-evento del Dio trinitario che ella serve però con un sì libero e consapevole. Questa cooperazione, infatti, è un servizio reso per il compimento della salvezza e si distingue per il suo oggetto, perché la Vergine ha svolto, al proprio posto, un ruolo unico, nella grazia e per la fede, principalmente al momento della nascita, della morte di Gesù e anche alle Nozze di Cana (116). Quello che succede a Maria, succede comunque a tutti gli uomini: non c’è salvezza se questa non viene ricevuta, se non incontra una risposta nell’azione di grazie (112). La conversione dei membri del gruppo è evidente e concorde: la Maria della divisione, taciuta dagli uni come reazione al protagonismo soteriologico degli altri, crea unità attorno alla risposta “dell’amore all’amore”. Una conversione insieme di atteggiamento e dottrinale. 

I DUE DOGMI MARIANI, LA VERGINITÀ “PERPETUA” E L’INVOCAZIONE
Ecco i punti salienti di convergenza e di divergenza su queste questioni:
a) L’accordo sui dogmi della Concezione Immacolata e l’Assunzione al cielo verte sul fatto che in essi si proclama compiutamente il principio della sola gratia e sul fatto che, alla luce della gerarchia della verità, celebrano e proclamano davvero il Santo, il Risorto e la sua opera. I Protestanti riconoscono che in questi due dogmi nulla è contrario al vangelo e ritengono che sia del tutto legittimo da parte cattolica considerarli dogmi di fede perché in realtà parlano di Cristo e dell’uomo: L’Immacolata è l’icona dell’umanità ricondotta alla sua vocazione originaria; l’Assunta è l’icona escatologica della Chiesa. Essi, tuttavia, non accettano i due dogmi come appartenenti alla fede della Chiesa perché, dicono, non attestati dalla Scrittura, separano Maria dai comuni mortali, possono indurre a immaginare un parallelo con Cristo nato senza peccato e asceso al cielo e sono stati formulati dalla Chiesa cattolica senza un consenso universale. Nel segno della conversione, il gruppo ritiene che questi due dogmi non generano divergenze separatrici per cui è possibile un ritorno alla piena comunione, nel mantenimento di una libertà rispettosa delle posizioni del partner (Protestanti) e, nel rispetto del contenuto dei dogmi (Cattolici) (163 e 150).
b) L’identico discorso vale per la verginità perpetua e la presenza di Maria nella lode e nella preghiera cristiana. La parte cattolica riafferma l’urgenza di una purificazione del culto mariano da certe escrescenze non conformi al dato biblico e alla Tradizione ecclesiale, mentre la parte protestante si chiede di che tipo può essere l’onore che deve essere reso alla santa e beata Vergine (164), ripensando ad un ritorno alle origini della propria tradizione, con il recupero della memoria dei santi e di santa Maria nel culto domenicale e nei tempi forti liturgici, quali Avvento – Natale – Pasqua – Pentecoste e la restaurazione di alcune feste tipicamente cristologiche ma con forte presenza mariana, come l’Annunciazione, la Visitazione e la Presentazione al tempio, processo, questo, effettivamente in atto. 

7 - Conclusioni

Il documento conclude chiedendosi se le divergenze tra cattolici e protestanti siano tali da impedire la comunione ecclesiale. La risposta dei membri al n° 166 del documento del gruppo di Dombes è consolante:
“...tenuto conto delle proposte di conversione che completano il nostro percorso, non consideriamo più separatrici le divergenze rilevate. Al termine della nostra riflessione – storica, biblica e dottrinale, non troviamo più incompatibilità irriducibili, nonostante reali divergenze teologiche e pratiche. Quello che il Simbolo di fede ci trasmette viene unanimemente accettato: insegna che Gesù, “concepito per opera dello Spirito Santo, è nato dalla Vergine Maria”. Abbiamo anche ricevuto la testimonianza della Scrittura. Abbiamo considerato Maria al cuore dello sviluppo della vita di Cristo nel suo Corpo che è la Chiesa. Questa considerazione è legittima, giacché è fondata sull’articolo di fede inserito nel Simbolo degli apostoli sotto il nome di “comunione dei santi”.
Non ci si può nascondere, tuttavia, che rimangono ancora molte domande cruciali che non investono soltanto l’argomento Maria ma la concezione stessa del dogma, della Chiesa, della cooperazione alla salvezza, ecc. Infatti:
- E’ veramente possibile, sulla base della gerarchia della verità, chiedere un assenso di fede parziale?
- E’ veramente possibile leggere come tradizioni diverse, mutuamente non obbliganti, affermazioni relative alla perpetua verginità, alla partecipazione attiva di Maria alla storia della salvezza, la sua partecipazione piena, corporea, alla gloria del Figlio risorto?
- Maria non è il catalizzatore di un contenzioso profondo che tocca la stessa tradizione, il suo rapporto con la Scrittura e, a seguire, la soteriologia, l’antropologia, l’ecclesiologia?
Il documento di Dombes, pur non perfetto, ci invita di sicuro a fuggire dalla tentazione di ipotizzare ulteriori controversie dogmatiche e rimane un esempio di come continuare a camminare insieme con Maria, che da segno di divisione è ridiventata sorella e compagna di viaggio.


8 - Fonti dell'articolo

1. Nereo Venturini
Sessant’anni d’efficace ecumenismo,
in "Popoli", "Ecumenismo", Aprile 1998.

2. Giuseppe Daminelli
Uno spiraglio nel dialogo ecumenico su Maria
in "Madre e Regina", n° 5, Maggio 1998, pp. 4-5.


3.Giancarlo Bruni
Approccio ecumenico alla Mariologia
in "Theotokos", Anno I, 1993/1
Edizioni Monfortane, Roma 1993, pp. 191-200 (10)

4. Giancarlo Bruni
Mariologia ecumenica. Preliminari da un punto di vista protestante
in "Theotokos", VI, Edizioni Monfortane, Roma 1998.(10)


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IDEATO E REALIZZATO DA ANTONINO GRASSO
DOTTORE IN S. TEOLOGIA CON SPECIALIZZAZIONE IN MARIOLOGIA
DOCENTE ALL'ISSR "SAN LUCA" DI CATANIA

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