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Le apparizioni nel contesto postmoderno e postsecolare
Mariofanie

Dal libro di S. M. Perrella, Le apparizioni mariane. Dono per la fede e sfida per la ragione, San Paolo, Cinisello Balsamo 2007, pp. 93-99



Tra la gente credente o meno, nei riguardi delle rivelazioni private o delle apparizioni del Signore, della Madre di Dio, degli angeli e dei santi, riscontriamo, sostanzialmente, due diversi atteggiamenti: negativo o credulone.

a. L'imperialismo della ragione

Da un lato si riscontra, se così si può dite, l'atteggiamento negativo, che nega o svaluta questi fenomeni. Sotto questo versante, generalmente, i teologi che mostrano interesse perla questione vengono considerati "poco seri" e i loro studi, qualora venissero presi in considerazione, non trovano la meritata udienza tra i colleghi. Questo atteggiamento sembra provenire da una sorta di timore o di fastidio per tutto ciò che è "misterioso" e che ha a che vedere con realtà eccedenti l'intelligenza e 1'esperienza quotidiana dell'uomo postmoderno, che si rifiuta di prestare credito ad assoluti dogmatici, metafisici e mitologici (possiamo parlare, mi si passi la tautologia. di rifiuto assoluto di ogni assolutezza), per perseguire i fascinosi e poco redditizi sentieri deboli del pensare, del proporre e del credere contemporaneo76. L'atteggiamento del rifiuto, dello scetticismo razionalista, e positivistico del pensiero postmoderno nell'ambito della Chiesa e della teologia conduce alla mancanza di fede e di disponibilità nei confronti della rivelazione divina e, parallelamente, anche nei riguardi dei fenomeni soprannaturali.
Le apparizioni costituiscono dunque un argomento sempre attuale e suscitano sempre vivo interesse tra persone di ogni classe e cultura; esse, inoltre, sono ancora oggi  dono per la fede e sfida per la ragione77.
Il rapporto tra fede e scienza (Fides et ratio) è necessario oltre che utile78. Infatti, osserva Giovanni Paolo II mettendo in rilievo l'infecondità del non rapporto tra scienza e fede; rapporto che, se correttamente inteso e svolto, non mortifica la ragione, né dissolve la fede nell'Essere  che la Rivelazione cristiana ci attesta come capace di manifestarsi e autocomunicarsi nella storia, nelle persone e negli eventi che talora eccedono l'esperienza intellettiva e sensibile dell'uomo. Per cui, a partire dall'Illuminismo sino al proporsi contemporaneo del pensiero debole, «la ragione, privata dell'apporto della Rivelazione, ha percorso sentieri laterali che rischiano di farle perdere di vista la sua meta finale. La fede, privata della ragione, ha sottolineato il sentimento e l'esperienza, correndo il rischio di non essere più una proposta universale . Alla stessa stregua, una ragione che non abbia dinanzi una fede adulta non è provocata a puntare lo sguardo sulla novità e radicalità dell'essere»79.

Nonostante il "pensiero debole", che solitamente è contro ogni assoluto anche metafisico, alcuni esponenti meno radicali non chiedono la sparizione di Dio, l'emarginazione del Dio rivelato dalla Scrittura e dal suo Cristo, anzi qualcuno di essi si impegna persino a credere di credere80. Per cui nonostante l'acredine neo-laicista81 e il tempo post-secolare, annunziato e osservato da autori del calibro di Habermas e J. Ratzingers82, il sacro, la religione, e lo stesso cristianesimo, seppur in "crisi" (nel senso ambivalente di sofferenza e di crescita)83, stanno vivendo una nuova e visibile rinascita, che evidentemente preoccupa lo spirito laicistico occidentale. Di qui l'urgenza, secondo il filosofo francese Michel Onfray, di un nuovo ateismo, argomentato, solido e militante; di qui un ateismo che non si definisca solo in negativo, ma si proponga come nuovo e positivo atteggiamento nei riguardi della vita, della storia e del mondo. Di qui l'enfatica e aspra proposta di un Trattato di ateologia84, che deve in primo luogo avanzare.una critica massiccia e definitiva ai tre principali monoteismi (ebraismo, cristianesimo, islam), per poi promuovere, finalmente, dopo millenni di "negligenza", una terapia per recuperare pienamente l'unico vero bene: la vita tèrréna, il benessere e 1'emancipazione dei corpi e delle menti delle donne e degli uomini. Recupero ottenibile solamente attraverso una scristianizzazione radicale della società85: ci troviamo dinanzi a un nuovo breviario irreligioso volto, mediante urna decisa terapia d'urto, a risanare almeno l'Occidente, dalla "nevrosi infantile dell'umanità", che è la religione, specie cristiana!86.

b. Tra "credulità irragionevole" e "incredulità scettica"

L'altro atteggiamento che si riscontra nei riguardi degli eventi soprannaturali è, talora, la mancanza della esigenza critica, nei soggetti protagonisti o meno delle apparizioni o rivelazioni private. Essi, stimolati dalla sensibilità e dalla curiosità eccessiva circa i fenomeni straordinari, ovvero circa i racconti di visioni o di prodigi, vi prestano ingenuamente o dolosamente la vana credulitas87. Occorre però distinguere tra vana credulità e fiducia nelle possibilità di Dio di manifestarsi (lui, i suoi santi o messaggeri) agli uomini pellegrinanti nella storia. Per cui, osserva giustamente il Suh, «non si deve chiamare credulone chi accetta gli avvenimenti soprannaturali con docilità o fiducia intesa come disponibilità di fondo a lasciarsi ammaestrare da Dio»88.
Certo, non mancano persone che sopravvalutano il fatto e il significato dei messaggi delle apparizioni considerandoli come necessari compimenti del Vangelo e come segni inequivocabili che richiamano l'imminente fine dei tempi"89; questa indubbiamente è una sbagliata e inadeguata concezione teologica che non tiene conto della dottrina ecclesiale circa i contenuti della Rivelazione pubblica, che è esclusiva e immutabile e non ha bisogno di ulteriori aggiunte.
Il teologo, cercando di comprendere e valutare l'utilità, l'attendibilità e la congruenza di tali fenomeni, deve evitare nella "teologia delle rivelazioni private" sia la credulità irragionevole che l'incredulità scettica. Per cui ci appaiono sagge alcune considerazioni dettate anni addietro da Karl Rahner e riportate sinteticamente da Augustinus Suh: «In tale contesto l'importanza della teologia delle rivelazioni private non consiste nell'analisi del contenuto materiale, né nella riflessione speculativo-intelletuale sulla loro dottrina. Il loro contenuto infatti è sempre accidentale in confronto a quello della rivelazione pubblica, ha cioè un carattere accessorio rispetto al carattere definitivo della verità rivelata. Da questo fatto derivano alcune domande che K. Rahner propone in questi termini: 1) perché Dio offre le rivelazioni private, che comportano sempre in sé solo ciò che può essere conosciuto dalla rivelazione pubblica?; 2) ciò di cui Dio parla potrebbe essere considerato senza importanza dai credenti?; 3) perché Dio annuncia ancora il suo messaggio quando esso potrebbe essere conosciuto attraverso la riflessione razionale dei teologi? Tali interrogativi rappresentano i temi fondamentali della teologia delle rivelazioni private . La risposta a queste domande dipende dall'impostazione delle teologie delle rivelazioni private e della profezia»90.

NOTE

75 Su questo aspetto ci siamo riferiti sostanzialmente allo studio di A. Suh, Le rivelazioni private nella vita della Chiesa, cit., pp. 47-56.
76 Sui fatti, sul controverso pensiero e prassi di questo tempo chiaroscuro,  posto tra nichilismo, totalitarismi ideologici e sociali, morte, nostalgia e ritorno di Dio nell'orizzonte e nella coscienza dell'uomo-donna immerso nel tempo postmoderno, tempo di pensiero debole, di crisi della metafisica e della tradizione valoriale cristiana, cfr. F. Jamsox, Il postmoderno, o la logica culturale del tardocapitalismo, Garzanti, Milano 1989; Aa.Vv., I ritorni di Dio. Desideri e aporie della coscienza contemporanea, San Paolo, Cinisello Balsamo 1994; K.D. Bracher, Il Novecento secolo delle ideologie, Laterza, Roma-Bari 2001; R. Stark - M. Introvigne, Dio è tornato. Indagine sulla rivincita in Occidente, Piemme, Casale Monferrato 2003; G. Sgubbi, Dio di Gesù Cristo Dio dei filosofi. I1 cristico e il critico, EDB, Bologna 2004; G. Pasquale, Oltre la fine della storia. La coscienza cristiana dell'Occidente, Mondadori, Milano 2001; G. Reale,Valori dimenticati dell'Occidente, Bompiani, Milano 2004; M. Borghesi, Secolarizzazione e nichilisrno. Cristianesimo e cultura contemporanea, Cantagalli, Siena 2005; E. Severino, Nascere. E altri problemi della coscienza religiosa, RizzoIi, Milano 2005; F. Volpi, Il nichilismo, Laterza, Roma-Bari 2005; R. Vivarelli, I caratteri dell'età contemporanea, Il Mulino, Milano 2005; B. ForteInquietudini della Trascendenza, Morcelliana, Brescia 2005. A questo riguardo Giovanni Paolo II, nel n. 48 dell'enciclica Fìdes et ratio del 14 settembre 1998, mette in rilievo la perdita della capacità di discernimento, un pericolo cui è esposta la fede credente: «É illusorio pensare che la fede, dinanzi a una ragione debole, abbia maggior incisività; essa, al contrario, cade nel grave pericolo di essere ridotta a mito o superstizione» (Enchiridion vaticanum,vol. 17, n. 1274, pp. 986-987); hanno approfondito la questione sotto il versante della critica e del dialogo col pensiero che propone la cosiddetta "ontologia della debolezza", C Dotolo, La teologia fondamentale davanti alle sfide del «pensiero debole» di G. Vattimo, LAS, Roma 1999; H. Verweyen, La teologia nel segno della ragione debole, Queriniana, Brescia 2001. Questa "cultura debole" ha avuto influenze anche nel settore delle manifestazioni straordinarie (cfr. H. Holstein, Les apparitions mariales, in Aa. Vv., Maria. Études sur la Sainte Vierge, a cura di H. Du Manoir, Beauchesne, Paris, 1958, vol. 5, p. 775-778; M. Borghesi, Secolarizzazione e nichilismo. Cristianesimo e cultura contemporanea, cit., pp. 145-166: «Naturale-soprannaturale»).
77 Cfr. R.  Laurentin, Apparizioni, in Nuovo Dizionario di Mariologia, cit., pp. 125-137.
78 Si veda su questo argomento l'agile e profondo studio del filosofo G. Reale, Karol Wojtyla, un pellegrino dell'Assoluto, Bompiani, Milano 2005, pp. 37-49: «Valore conoscitivo della fede e dell'esperienza mistica e nesso dinamico-relazionale del "circolo ermeneutico" che connette fede e ragione».
79 Giovanni Paolo II, Fides et ratio 48, in Enchiridion Vaticanum, vol. 17, n. 1274, pp. 986 987.
80 É il caso del filosofo italiano Gianni Vattimo, uno degli epigoni dell'ontologia della debolezza, ma che non rinuncia aprioristicamente al Dio della Bibbia (a quello prodotto dalla metafisica, sì!), al suo intento di mostrare, seppure in modo contraddittorio, come il pluralismo postmoderno permette (a lui ma egli crede anche in generale) di ritrovare la fede cristiana: G. Vattimo, Credere di credere, Garzanti, Milano 1996; Idem, Dopo la cristianità. Per un cristianesimo non religioso, Garzanti, Milano 2002; Idem, Oltre l'interpretazione. Il significato dell'ermeneutica per la filosofia, Laterza, Bari 2002, pp. 53-71.
81 E molto vivo in Italia il dibattito sulla laicità e sul laicismo, in seguito ad un inasprimento dei rapporti tra cattolici e laici dinanzi ai problemi della scuola, della famiglia, de1la società, dell'etica e della genetica umana; l'intervento che segnaliamo non entra nel merito della questione, ma propone una riflessione sulla laicità e il laicismo, ove ci si sofferma sul significato dei termini, delineando rapidamente le tappe della laicizzazione della vita e del pensiero. Infine si esamina più a lungo il laicismo, mettendo in rilievo i tre principi sui quali si fonda - razionalismo, immanentismo, liberalismo - e i campi in cui si esprime in maniera preferenziale, che sono il rifiuto di ogni Concordato, la scuola "laica", l'assoluta libertà di scelta nei campi della procreazione e della famiglia.... (cfr. Editoriale, Laici, laicità, laicismo, in La Civiltà Cattolica 151 [2000] n 4, pp. 211-224) . Di tutt'altra natura, interventi, contenuti e destinatari è invece la raccolta in volume di pareri apparsi su un importate quotidiano nazionale Aa.Vv., Dibattito sul laicismo, a cura di Eugenio Scalfari. La Biblioteca di Repubblica, L'Espresso, Roma 2005.
82 Cfr. J. Habermas - J. Ratzinger, Ragione e fede in dialogo, a cura di Giancarlo Bosetti, Marsilio, Venezia 2005.
83 Il mondo, che sta diventando sempre più "diverso", più "altro", porta inevitabilmente alla "crisi", che cristianamente va letta come segno di vitalità anche a motivo di nuovi "incontri" e nuove "responsabilità", prima impensabili o volutamente evitati; la crisi, che è globalizzata, riguarda, almeno in Occidente, la società, la cultura, la stessa religione: la soluzione sta nel comune impegno a creare nuove prospettive e opportunità per tutti; il cristianesimo e la stessa Chiesa sono fortemente interpellati (cfr. Aa.Vv,., Cristianesimo in crisi?  in Conciliun 41 [2005] n 3, pp. 149-319).
84 Cfr. M. Onfray, Trattato di ateologia, Fazi Editore, Roma 2005. L'espressione "ateologia" non è un neologismo coniato dall'autore; essa fu adoperata da George Bataille, che sin dal 1950, in una lettera a Raymond Queneau, annunciava il suo desiderio di riunire i suoi libri co1 titolo complessivo di La Summa ateologica; l'opera non è stata mai pubblicata; oggi esiste, comunque, ma come un assemblaggio di parerghi e paralipomeni (cfr. ibidem, pp. 22-24).
85 Cfr. M. Onfray, Trattato di ateologia, cit., pp. 25-67, specialmente le pp. 65-67. Una critica serrata all'Onfray, la propone con convincenti osservazioni un noto saggista francese: M. Baumier, Antitrattato di ateologia, Lindau, Torino 2006, ove tra l'altro si scrive: «Si esce dalla lettura del libro di Onfray con una sensazione strana ne1 profondo della nostra memoria, una sensazione provocata dal ricordo antico di tesi già sentite, di una brutalità distruttiva, dell'ossessione di un complotto oscuro ordito per millenni: ebbene sì, la lettura di Onfray fa venire in mente i metodi e le semplificazioni tipici della disinformazione» (ibidem, p. 28).
86 Dinanzi a tali posizioni il cristiano, con umiltà e rispetto, ma con decisa parresia afferma:l'atto di fede è un assenso libero al messaggio annunciato dalla Chiesa dei discepoli di Cristo, col quale l'uomo e la donna si affidano con fiducia assoluta al Dio Unitrino. Questo, però, non significa che esso non sia ragionevole. Ci sono infatti almeno due argomenti che rendono credibile il messaggio cristiano e ragionevole l'atto di fede: il "fatto di Gesù", cioè la sua persona, il suo Vangelo, la sua vita, la sua morte, 1a sua risurrezione mostrano che in lui è presente e agisce Dio con la sua potenza e il suo amore; il "miracolo della Chiesa", quale appare dalla sua bimillenaria durata, dalla molteplice e variegata presenza dei santi e dalle sue molteplici opere di carità e di testimonianza (cfr. G. De Rosa, È ragionevole credere?, in La Civiltà Cattolica 156 [2005], n. 3, pp. 32-40).
87 Cfr. A Suh, Le rivelazioni private nella vita della Chiesa, cit., p. 47.
88 Ibidem, p. 47. Sulla differenza tra spirito critico (polemico e infecondo) ed esigenza critica (necessaria alla giusta epistemologia della teologia e della scienza), cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Donum veritatis 9, in Enchiridion Vaticanum, vol. 9, n, 256, pp. 196-197.
89 L. Volken, Le rivelazioni nella Chiesa, cit., p. 13.
90 A. Suh, Le rivelazioni private nella vita della Chiesa, cit., p. 54; l'autore si riferisce a K. Rahner, Visioni e profezie, cit., pp. 50-51.

 

Inserito Martedi 22 Giugno 2010, alle ore 13:21:17 da latheotokos
 
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