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  La serva del Signore (Lc 1,38) 
SpiritualitàDal libro di Carlo Maria Martini, La donna nel suo popolo, Ancora, Milano 2002, pp. 100-110.

La serva del Signore

Essendo difficoltoso meditare sull'intero brano dell'Annunciazione, propongo di prendere in considerazione semplicemente la parola finale: «allora Maria disse: "Eccomi, sono la serva del Signore avvenga di me quello che hai detto"» (Lc 1, 38). Queste parole esprimono senza dubbio una coscienza di relazione. Chi si definisce come servo definisce la relazione a un altro. In un primo momento questo fa problema, in quanto sembra proprio riportarci ad un rapporto servile: la parola esatta, infatti, è: «schiava», in greco: «dúle». Se però riflettiamo sul contesto spirituale e biblico da cui emerge, comprendiamo che indica qualcosa di molto più tenero e insieme profondo. Le parole di Maria sono la risposta all'espressione che leggiamo in Isaia: «Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio» (Is 42, 1). La Madonna era certamente nutrita dalla lettura del profeta Isaia e quel versetto risuona in ogni fibra delle sue parole. C'è l'assonanza alla prima: «Eccomi, sono la serva»; e c'è l'assonanza alla seconda, nella parola pronunciata dall'angelo: «Hai trovato grazia presso Dio» (Lc 1,30). Maria si definisce in relazione a Dio perché lui ha deciso di mettersi con lei in una relazione di scelta, di compiacenza, di sostegno. Un'altra bellissima assonanza: «Ho posto il mio spirito su di lui» (Is 42,1b); e l'angelo a Maria: «Lo Spirito di santità verrà su di te» (Lc 1,35). Maria si coglie, dunque, nella sua risposta: «Eccomi, sono la serva del Signore», nel quadro delle predilezioni di grazia e di missione in cui si collocava la figura del Servo di Jahwè. La sua coscienza è quella del misterioso servitore amato da Dio, prescelto da lui per riempirlo del suo spirito.

Coscienza missionaria

Questa coscienza non è soltanto individuale ma di popolo. Maria parla a nome del suo popolo di cui lei esprime il meglio e questo lo troviamo riflesso ancora nelle meditazioni isaiane: «Ma tu Israele mio servo (qui servo è un popolo), tu Giacobbe che io ho scelto, discendente di Abramo amico mio... ti ho chiamato dalle regioni più lontane e io ti ho detto: 'Mio servo tu sei, ti ho scelto... Non temere, perché io sono con te"» (Is 41,8-10). «Il Signore è con te» - dice l'angelo a Maria - «non temere Maria» (Lc 1,28.30). Maria vive la sua coscienza in unità con quella del popolo che si sente amato, che si sa scelto, che esperimenta su di se il sostegno di Dio. C'è un'altra parola, di questa coscienza di popolo, in Isaia: «Poiché io sono il Signore tuo Dio, il Santo d'Israele, il tuo salvatore... Non temere, perché ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome... Tu sei prezioso ai miei occhi» (Is 43,3.1.4). Nell'animo di Maria c'è una dedizione a Dio che è sua e che è di tutto il popolo d'Israele: Maria è l'anima, la voce, l'espressione della vocazione del suo popolo. Per questo risponde al Signore come singola persona e come vergine d'Israele, figlia di Sion. Dietro alla coscienza di popolo c è, infine, quella di umanità, di popolo per un'umanità: «Io il Signore ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano. Ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle Nazioni, perché tu apra .. .. gli occhi ai ciechi e taccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre» (Is 42,6-7). «Il giusto mio servo giustificherà molti... Perché ti darò in premio le moltitudini» (Is 53,11-12). Maria vive sull'onda della rivelazione biblica che viene attualizzata in lei dalle parole dell'angelo. Vive la triplice coscienza della sua relazione personale di dedizione a Dio, dell'espressione corale di un popolo e della responsabilità verso tutto quanto è umano. Potremmo, a questo punto, fermarci e chiederci:
- come concepisco la mia vita? Ho in me la coscienza di questa relazione di dipendenza, che è quella che diversifica in definitiva la scelta umana? La scelta umana, infatti, o è di retta dipendenza da Dio, oppure è scelta di non dipendenza, di non servizio, di non sottomissione. In questo caso la vita viene distorta e contraffatta da imitazioni maligne del bene che pervertono il cuore, lo spirito, la società.
- ho la coscienza di popolo? Prima di tutto del popolo di Maria e di Gesù? perché non possiamo staccare la nostra identità da quella del popolo ebraico. Nella radice abramitica di ogni cristiano (nella Messa diciamo: «Il patriarca nostro Abramo») c'è il collegamento con il popolo eletto, con il popolo della salvezza che è il popolo di Maria e di Gesù. La Chiesa sempre ricomprende se stessa ripensando i propri legami con questo popolo, certamente attraversati da storie dolorose, da crisi ma che proprio per questo devono essere oggetto della nostra attenzione, vigilanza, affetto.
- Infine, qual è la mia coscienza per i popoli? La parola giusta è: coscienza missionaria. Anche se non ho usato nelle nostre meditazioni il termine «missionarietà», è chiaro che quello che abbiamo detto ha sapore missionario. «La donna nel suo popolo» vuoi dire apertura a tutto il resto dell'umanità, visto nella luce di Cristo. Noi ben sappiamo che tutta l'azione della Chiesa ha valenza missionaria, pur se trova la sua espressione storica e geografica puntualizzata e sottolineata nella missione estera. Non c'è tuttavia più distinzione - come c'era negli anni trenta - tra una Chiesa residente e una missionaria. È la Chiesa intera che proclama la salvezza alle genti e l'azione missionaria risulta maggiormente inserita nella natura, nella cultura, nella dinamica stessa della vita della Chiesa. Questo richiede attenzione sia da parte dell'azione missionaria sia da parte di tutta l'azione pastorale perché trovino la loro unità.

Il sacrificio cristiano

Riflettiamo ora sulla parola di augurio che è più di un sì, è una gioiosa e affettuosa accettazione: «Avvenga di me quello che hai detto» Il verbo è ottativo, desiderativo, esprime cioè un sì con tutto il cuore. Va ricordata l'esposizione di S. Paolo circa lo spirito di fede nei primi undici capitoli della lettera ai Romani. Con parole diverse dice ciò che noi abbiamo descritto come spirito di fede evangelica del peccatore riabilitato e giustificato dall'amore di Dio. Paolo conclude la sua lunga esposizione parlando, nei capitoli da 12 a 15, dello spirito di sacrificio cristiano generato dallo spirito di fede evangelica penitente: «Vi esorto dunque per la misericordia di Dio ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio: è questo il vostro culto spirituale» Rm 12,1). Come nello spirito di fede l'Apostolo ha riassunto la vita interiore del cristiano, il suo esercizio di preghiera, di penitenza, di supplica così ora, nello spirito di sacrificio riassume tutta la morale cristiana. E, infatti, continua: «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (v. 2). Questi due versetti sono l'introduzione all'esercizio di discernimento del sacrificio cristiano. Per questo ritengo utile, dopo aver parlato dello spirito di fede evangelica, riflettere sullo spirito di sacrificio che risalta stupendamente nel «si» di Maria. S. Agostino, discepolo e scrutatore profondo di S. Paolo, definisce il sacrificio cristiano una qualunque operazione eseguita per entrare in filiale comunicazione d'amore con Dio. il sacrificio è quindi una pasqua, l'ingresso nella terra divina. Ciò che conta, nella concezione agostiniana - propria a tutta la patristica - non è l'azione ma il fine dell'azione. Anche il sacrificio è, allora, grazia dello Spirito Santo che suscita, nell'uomo redento e a partire dallo spirito di fede, lo spirito di sacrificio. In altre parole, possiamo dire che il sacrificio inteso in senso oggettivo è l'uomo stesso che, mosso dall'amore, passa dall'attenzione alle molte cose alla dedicazione unica della propria esistenza a Dio, dando al proprio vivere il significato di un atto di amore: ecco il sacrificio per eccellenza. Ancora: per chiamarlo cristiano occorre giungere al termine della riflessione, cioè al sacrificio fondamentale, principale, quello del Calvario in cui Cristo si offre per portare tutta la Chiesa, sua sposa, alla gloria del Padre nella risurrezione. Nell'Eucaristia, il sacrificio dell'altare è relativo a quello del Calvario e inserisce chiunque vi partecipa con amore nella Pasqua di Gesù. Tutta la nostra vita, come sacrificio cristiano, è dunque in relazione all'Eucaristia che, a sua volta, è in relazione alla Croce, sacrificio perfetto, dedicazione totale di Cristo-uomo alla volontà e all'amore del Padre, e capace di attrarre a se l'umanità intera.

L'opzione fondamentale

Come entra nella nostra vita quotidiana il sacrificio? Mediante la «giusta direzione del cuore», che un tempo si chiamava la retta intenzione: in essa si riassume l'ascetica cristiana. L'uomo che ha raccolto tutta la sua esistenza nel proposito di voler piacere a Dio solo, entra nel sacrificio di Cristo, e quindi nel Regno del Padre; partecipa della pienezza di Dio e ne fa partecipare le realtà che egli santifica con la giusta direzione del cuore. Dopo il sacrificio di Cristo, il «» di Maria è evidentemente l'immagine, l'inizio, il seguito, il culmine di tutta la perfezione umana e cristiana. Il «si» di Maria comprende l'orientamento della sua vita intera secondo Dio e ratifica in anticipo tutte le scelte di Cristo, da Betlemme fino alla Croce. Per questo dicevo, all'inizio della meditazione, che la scena della Croce è già contenuta nell'Annunciazione. La giusta direzione del cuore, nel suo grado essenziale, ha un altro nome: opzione fondamentale. Una opzione che va però intesa in senso dinamico: non basta compierla una volta sola. Piuttosto, è una tensione viva di amore verso il gusto di Dio Padre, verso ciò che a lui piace, ed è una disposizione che informa tutta la vita. L'opzione, che si rinnova nella preghiera e principalmente nella S. Messa, è come una fiamma viva che dà vigore e forma a tutte le scelte morali facendole diventare scelte cristiane. É importante vivere la morale come dinamismo, tensione verso il bene, verso il meglio, dedizione totale al disegno divino in cui l'uomo trova la sua pienezza di figlio, la sua realizzazione vera. L'assenza o la dimenticanza della concezione dinamica della morale porta inevitabilmente all'appiattimento e allo scrupolo, conduce a tutte quelle forme di moralismo che si riducono a chiedersi se sia più o meno lecito e fino a che punto fare una cosa. Tutto questo ha certamente una sua valenza logica e però risulta deprimente e poco autentico per la vita umana, che di per se è tensione, dono, slancio, gratuità. Può portare al grigiore, alla tristezza, alla pigrizia, alla discussione: nelle comunità o nei gruppi diventa litigio per privilegi, scanso di fatica, legalismo puro e semplice. Senza la dinamica dell'opzione fondamentale, si perde il colpo d'occhio, il significato vero dell'esistenza umana che è acqua viva profusa continuamente dall'alto, non acqua stagnante. Credo che molti allontanamenti dai confessionali, ad esempio, sia da parte dei fedeli sia da parte dei pastori, si possano spiegare con l'appiattimento del dinamismo morale. Il Sacramento della penitenza, infatti, ha senso e valore nella misura in cui fa camminare l'uomo dal male al bene, dal bene al meglio. Sono tutte riflessioni che ci sono suggerite dal «» di Maria. Chi è teso in questo «sì», cerca sempre ciò che a Dio piace, in ogni cosa, pratica - in altre parole il discernimento. Nella lettera ai Romani, il discernimento viene subito dopo il sacrificio: «offrite i vostri corpi... per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,1). Il discernimento è ben altro della puntigliosità meticolosa di chi vive nell'appiattimento legalistico o con la pretesa di perfezionismo. È uno slancio d'amore che pone la distinzione tra buono e migliore, tra utile in sé e utile adesso, tra ciò che in generale può andar bene e ciò che invece ora bisogna promuovere. Il discernimento è fondamentale nell'azione apostolica nella quale è necessario scegliere il meglio e non accontentarsi di fare bene, di una buona parola, di essere buona gente. La mancata tensione per discernere il meglio rende spesso la vita pastorale monotona, ripetitiva: si moltiplicano azioni religiose, si ripetono gesti tradizionali senza vederne bene il senso, tanto per obbedire a un costume e per rendersi irreprensibili davanti a Dio. Oggi i giovani sentono particolarmente il gusto di una ricerca dinamica e vanno educati al gusto del meglio, e non solo del bene. L'opzione fondamentale verso la perfetta realizzazione della familiarità con il Padre, nel Figlio, in grazia dello Spirito Santo si esprime concretamente nei voti religiosi che, sull'onda del «si» di Maria, vanno vissuti anche come popolo e per tutti i popoli. Vanno vissuti «ora e nell'ora della nostra morte».
Le parole di Maria: «avvenga di me quello che hai detto» si traducono anche: «secondo la tua parola» in greco: «katà to réma tu». La medesima espressione ricorre, sempre nel vangelo di Luca, nell'episodio della presentazione di Gesù al tempio là dove Simeone dice: «Ora lascia andare il tuo servo, Signore, secondo la tua parola, nella pace» (Lc 2,29). Nell'abituale traduzione «Ora lascia» sembra quasi che Simeone chieda qualcosa. In realtà il verbo greco è all'indicativo e va quindi tradotto: «Ora tu stai sciogliendo i miei legami, o Signore, secondo la tua parola, nello shalòm». Simeone dice che il Signore gli ha fatto toccare il culmine della pienezza e, infatti, la contemplazione che lui fa del Bambino, della gloria di questo Figlio per tutte le nazioni, per tutte le genti, è già un'anticipazione della pienezza della comunità cristiana dopo la risurrezione. Simeone anticipa, per così dire, la pienezza che Maria porta con il suo «fiat» nella maternità divina. E dice: la tua parola, Signore, mi ha riempito e ormai sono con te per sempre; non c'è più per me né morte né vita, tutto il passato è stato preparazione a questo momento. La morte è la pienezza della vita, sono quei «dolori del parto» in cui si sta per manifestare la vita piena e in cui il nostro «» raggiunge, in consonanza col «» di Maria sotto la Croce, il «si» di Gesù al Padre: «Ora, Padre, nelle tue mani affido il mio spirito» (Lc 23,46). Ogni giorno noi moriamo, in qualche modo, alle cose, alla vanità, alla mondanità, ai desideri carnali, alla sensualità. Se viviamo il sacrificio spirituale secondo l'invito di Paolo: «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo» (Rm 12, 2), ogni giorno moriamo e, di pari passo, cresciamo nella pienezza della vera vita.
Ci sia dunque vicina Maria in questo cammino, che ha nella morte il suo momento culminante! Noi sappiamo che è difficile vivere così la morte, anzi è impossibile all'uomo perché in ciascuno di noi c'è l`ansia, l'orrore, l'odio della morte e di tutto ciò che la precede o l'anticipa, come la malattia, l'insuccesso, la solitudine, le menomazioni fisiche. Per questo domandiamo nella preghiera il dono di occhi e cuore nuovi per vedere «l'ora della nostra morte» a partire dal «fiat» di Maria fino al «Nunc dimittis» di Simeone e poi fino alla parola di Gesù: «Padre, nelle tue mani affido il mio spirito» (Lc 23,46).

 

Inserito Martedi 29 Marzo 2011, alle ore 10:26:25 da latheotokos
 
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