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  Maria secondo Kierkegaard 
Cultura

di Sante Babolin in Rivista Liturgica 85 (1998) n. 2-3 - marzo/giugno, La « Theotokos » nel dialogo ecumenico, pp.327-332.




Maria. secondo Kierkegaard. è donna di fede, come Abramo è uomo di fede: ambedue sono modelli della nostra fede. Però Maria supera Abramo perché, mentre Isacco fu segno di contraddizione per il padre in un episodio della sua esistenza, Gesù fu segno di contraddizione per la Madre in tutta la sua vita: per nessuno. come per Maria. Gesù fu segno di contraddizione, e il punto culminante di tale contraddizione è la croce, attorno alla quale si svolse una saga di derisione1. Gli oltraggi rinvolti a Gesù crocifisso trafissero il cuore di Maria. nel quale ella custodiva, come prezioso tesoro, tutte le parole di vita del Figlio e sul Figlio. Di fronte a tanto scandalo anche Maria, come e più di Abramo, non vacillò nella fede, ma continuò a confidare nel Signore.
« Io penso che non debba essere difficile spiegarsi perché Maria è diventata Madre di Dio. Maria non ha bisogno dell'ammirazione del mondo, come Abramo non ha bisogno di lacrime: perché ella non fu una eroina ed egli non fu un eroe. Ma ambedue divennero ancor più grandi degli eroi non sfuggendo alla sofferenza, all'angoscia e al paradosso lo diventarono mediante queste tribolazioni» (Tumore e tremore 1843, problema 19; in Opere. p. 71)2.
Con questa apertura la mia nota si propone di dare la parola su Maria a Kierkegaard: perciò, dopo un paragrafo introduttivo sulla dimensione religiosa del suo pensiero, raccoglierò alcune sue riflessioni sotto due temi: il silenzio nella fede e il paradosso della fede.
Soeren Kierkegaard (1813-1855) è considerato l'iniziatore dell'esistenzialismo teista; per lui ha valore solo ciò che interessa il singolo, la cui analisi è un esame di coscienza che porta alla scoperta del destino dell'io di ciascuno; e il destino di tutti è Dio. Perciò Kierkegaard più che filosofo amò considerarsi uno scrittore religioso.
Avere coscienza di se stessi equivale a scoprirsi peccatori e, quindi, vulnerabili davanti a Dio; e questo riconoscimento della propria nudità è l'inizio della salvezza. perché ci mette nella possibilità di ritornare a Dio; possibilità che è la concreta libertà davanti al bene e al male; libertà che implica una continua lacerazione interiore, perché, come osserva l'apostolo Paolo, « io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio» (Rm 7,19). Perciò la libertà autentica si trasforma in angoscia e disperazione: angoscia, perché nella coscienza della libertà non riesco che a scegliere il peccato; disperazione, perché la mia situazione diventa così disperata e io mi sento perduto. La disperazione manifesta lo stato di perdizione, come l'angoscia manifesta lo stato di libertà. Però sentirsi perduti può essere un bene, se ci fa gridare a Dio3.
C'è, infatti, la perdizione di chi non sa - o non vuole sapere - di essere perduto. Propriamente non è disperato, ma vive nella menzogna, in modo indegno dell'uomo, in quanto non vive ma si lascia vivere; è disperata la situazione più che la vita: ed è l'uomo estetico. C'è, poi, la perdizione di chi sa di essere perduto e vuole salvarsi mediante l'impegno etico. É la situazione di colui che intende essere ciò che non riesce a essere perché la salvezza non sta nelle sue mani: ed è l'uomo etico. C'è, infine, la perdizione di chi sa di essere perduto e invoca salvezza gridando a Dio: ed è l'uomo religioso, che si qualifica attraverso la sofferenza e la solitudine, necessarie a un rapporto personale di fede con Dio.
La fede, considerata in se stessa, non può essere conosciuta con distacco, ma può essere soltanto vissuta e conosciuta sulla propria pelle, poiché è. appunto, un fatto personale. Possiamo, quindi. dare della fede una descrizione in termini di ragione: e questo è l'intento di Kierkegaard, come lui stesso scrive:
« lo mi ripropongo di ricavare dalla stona di Abramo, sotto forma di problemi, il movimento dialettico che essa contiene, per vedere quale inaudito paradosso è la fede, paradosso capace di trasformare un delitto in un atto santo e gradito a Dio, paradosso che restituisce ad Abramo suo figlio, paradosso che nessun ragionamento può dominare, perché la fede comincia là appunto dove la ragione finisce » (Timore e tremore, problemata, effusione preliminare; in Opere, p. 64).

I modelli di fede, privilegiati da Kierkegaard in tutti i suoi scritti, sono Abramo e Maria. Per la fede - identificata con il miracolo, il martirio e il paradosso - l'uomo viene a trovarsi solo davanti a Dio: la fede è un rapporto assoluto (slegato da ogni rassicurazione razionale) con l'Assoluto. Inoltre, l'atto di fede comporta, come prova della sua autenticità, la restituzione di tutto ciò il cui sacrificio rese appunto possibile lo stesso atto di fede: Abramo ricevette il figlio, Maria non perse la sua verginità. Infine, l'atto di fede ha per oggetto sempre una situazione paradossale, incomprensibile, che può scandalizzare, poiché Cristo, Verbo incarnato, si è fatto oggetto di fede.
La conclusione del pensiero di Kierkegaard è, in fondo, il silenzio, concepito nella forma più profonda, cioè la paziente attesa del soccorso di Dio. Ciò non significa quietismo, ma convinzione profonda che la salvezza non sta nelle nostre mani, ma è un dono che scende dall'alto. Kierkegaard si considerò soltanto poeta della fede, non un modello. Il suo elogio vissuto della fede, soprattutto della fede di Abramo, fu pure una invocazione del dono di Dio. Kierkegaard elogia Abramo con le parole di Paolo:
«Abramo ebbe fede sperando contra ogni speranza e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: "Così sarà la tua discendenza''. Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo - aveva circa cento anni - e morto il seno di Sarà. Per la promessa di Dio non esitò con incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento. Ecco perché gli fu accreditato come giustizia. E non soltanto per lui è stato scritto che gli fu accreditato come giustizia, ma anche per noi, ai quali sarà ugualmente accreditato: a noi che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore, il quale è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione (Rm 4, 18-25) ».

Kierkegaard elogia pure Maria, quando scrive:
« Chi fu grande nel mondo come la Piena di grazia, la Madre di Dio, la Vergine Mana? Tuttavia, come si parla di lei? La sua grandezza non viene dal fatto che fu benedetta fra le donne. Perché, se non ci fosse questo caso strano che coloro che ascoltano siano capaci di pensare in un modo così disumano come quelli che scrivono, allora certamente ogni ragazza potrebbe chiedere: "Perché non sono diventata anch'io la Piena di Grazia?". [...] Certamente Mana mise al mondo il bambino in modo miracoloso, ma durante quell'avvenimento essa fu come le altre donne, e il tempo di quell'avvenimento fu tempo di angoscia, di sofferenza. di paradosso. L'angelo certamente fu uno spirito pietoso, ma non uno spirito compiacente che andasse a dire a tutte le altre vergini d'Israele: "Non disprezzate Maria, il miracolo è sceso su di lei". Invece l'angelo se ne venne solo a Maria, e nessuno poté comprenderla. Eppure quale donna è stata offesa come lei? E in lei, ancora una volta, non è forse vero che colui che Dio benedice, con il medesimo respiro egli anche maledice? Così bisogna comprendere spiritualmente Maria. Ella non è affatto (mi sdegno a dirlo e anche più a pensare alla sciocchezza e alla insipienza di una simile concezione) una bella signora che dà spettacolo giocando con un Dio bambino. Malgrado ciò, quando ella dice: "Ecco. io sono la serva del Signore", è grande » (Timore e tremore. 1843. problema 1°: in Opere, pp. 70-71).

2. IL SILENZIO NELLA FEDE

Dal discorso «Sulla peccatrice», possiamo leggere un altro testo su Maria:
«Da una donna tu impari anche l'umile fede per quel che riguarda la cosa straordinaria, l'umile fede che non domanda incredula e dubbiosa: ma che crede umilmente, come Maria che dice: "Ecco, io sono la serva del Signore" (Lc 1,38). Maria lo dice: ma guarda, questo dire è in fondo tacere. Da una donna tu impari la vera audizione della Parola, da Mana, la quale, benché "non comprendesse le parole che le furono dette, le conservava nel suo cuore" (Lc 2,51). Dunque, non esigeva di capire prima, ma in silenzio conservava le parole al posto giusto: perché questo è il posto giusto, quando la Parola, il buon seme, è conservato in un cuore buono e perfetto" (Lc 8,15). Da una donna tu impari la preoccupazione silenziosa, profonda e timorosa di Dio, che tace davanti a Dio: da Maria. Perché certamente, com'era stato predetto, "il suo cuore fu trafitto da una spada" (Lc 2.35), ma ella non disperò,  né quando udì la profezia, ne quando Gesù fu crocifisso »4.
Il silenzio di Maria è ascolto della parola di Dio, « vera audizione della Parola » che implica obbedienza senza nulla aggiungere e senza nulla togliere alla Parola: e questo, nonostante le situazioni paradossali, in cui proprio questa obbedienza silenziosa pone Maria. Però, per Kierkegaard, la parola di Dio viva, è rivolta a ciascuno, è la promessa della salvezza che prende corpo in ciascuno di noi. È a questa Parola che Maria prestò continuo ascolto, come ci è dato di scoprire dal suo incontro con la cugina Elisabetta che, rivolgendosi a lei, piena di Spirito Santo, esclamò a gran voce: "Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi. il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore". Allora Maria disse: "L'anima mia magnifica il Signore... D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata" (Lc 1.41- i8) ».
Questa fu l'attitudine costante di Maria, in tutti gli eventi della sua vita. Si pensi all'annunciazione, quando ella rispose all'angelo: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto" (Lc 1,38); alla presentazione al tempio, quando Simeone benedì lei e Giuseppe e poi rivolto alla madre, profetizzò: « Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione, perché siano svelati i pensieri di molti cuori; e anche a te una spada trafiggerà l'anima » (Lc 2,34-35); al ritrovamento di Gesù nel tempio, dopo tre giorni di angosciosa ricerca, quando Gesù, al velato rimprovero della madre, rispose: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Lc 2,49).
Parole dure che Maria e Giuseppe, come annota il Vangelo, non compresero; però non si scandalizzarono, e la loro fede non vacillò. Veramente Gesù non tardò a rivelarsi segno di contraddizione; e lo farà, con tinte ancora più contrastanti, nella sua vita pubblica, tanto da mettere in crisi anche Giovanni Battista, cui farà dire da suoi inviati: «Beato colui che non si scandalizza per me» (Mt 11.6).

3. MARIA FIGLIA DI ABRAMO

Nella fede Abramo è padre di Maria, come « di tutti noi » (Rm 4,16): e Kierkegaard ammira la fede di Abramo in Maria, soprattutto nei due momenti più paradossali della sua Vita: l'annunciazione e la morte di Gesù in croce. Il paradosso dell'annunciazione è contenuto dalle parole dell'angelo che, alla richiesta di chiarimento da parte di Malia su come sarebbe diventata madre dal momento che non aveva relazioni con uomo, rispose: « Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo; colui che nascerà da te sarà dunque Santo e chiamato Figlio di Dio » (Lc 1,35). Il paradosso della croce del Figlio nasce, invece, dal conflitto tra la sua morte presente e visibile e la sua promessa di risorgere e di attirare tutti a sé.

3.1. La fede di Maria all'annunciazione

Nel suo Diario, Kierkegaard ci offre questa breve meditazione sul paradosso dell'annunciazione:
« L'angelo trovò colei che ci voleva, perché Maria trovò quel che ci voleva. Certamente Maria era l'eletta, e così era deciso che fosse. Ma vi è anche un momento della libertà, il momento dell'accettazione, da cui appare che si è la persona che si vuole. Se l'angelo non l'avesse trovata quale la trovò, essa, malgrado tutto, non sarebbe stata colei che ci voleva. Maria disse: "Ecco, io sono la serva del Signore, sia fatto di me secondo la tua parola" (Lc 1,38). Siamo tanto abituati a sentire queste parole che facilmente ci lasciamo sfuggire il significato, e perfino ci illudiamo che nello stesso caso noi avremmo risposto allo stesso modo [...]. Saranno le forze dello Spirito Santo che l'adombreranno. Si, va bene; ma appunto il credere in questo modo di diventare un nulla, di essere puro strumento: ecco ciò che supera, a me sembra, le forze di un uomo, più che non lo sforzo supremo delle proprie forze »5.
Il paradosso, forte e incomprensibile della fede di Maria all'annunciazione, si sovrappone al mistero dell'incarnazione del Verbo di Dio. Maria, coperta dalla potenza dell'Altissimo, sa di vivere un momento decisivo, per se e per tutta l'umanità: però il suo contributo, in una sì grande impresa, si riduce a un semplice fiat, e nulla più. In questo Kierkegaard vede il prototipo di tutti gli eletti di Dio, chiamati alle grandi cose che l'Onnipotente vuole operare in loro. «Maria si sentiva sacrificata, non era felice; e la profezia diceva anche che "una spada le avrebbe trapassato il cuore" (Lc 2,35). L'autentica esistenza religiosa è di essere come spezzati per questa vita, e tuttavia dirsi beati: la mediazione è una invenzione della mondanità »6.

3.2. La fede di Maria ai piedi della croce

Sul Calvario si compie la profezia di Simeone. Qui si dovrebbe rileggere lo Stabat Mater, laude attribuita a Jacopone da Todi, che mi sembra in perfetta sintonia con il sentire di Kierkegaard, il quale anche per questo episodio ci offre una sua breve meditazione:
« Come Cristo grida: "Dio mio. Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mt 27, 46), così anche la Vergine Mana dovette essere penetrata da una sofferenza che umanamente corrispondeva a quella del Figlio. "Una spada trapasserà la tua anima e renderà manifesti i pensieri di molti cuori": anche del tuo, se oserai credere ancora, se sarai ancora abbastanza umile da credere che tu in verità sei l'eletta fra le donne, colei che ha trovato grazia davanti a Dio »7.
La lancia, che trafigge il petto di Gesù, e la spada profetizzata da Simeone si dissolvono in una sofferenza unica, incomprensibile: la sofferenza del Figlio è accresciuta dalla presenza della Madre che soffre, e la sofferenza della Madre è accresciuta dall'attenzione del Figlio che si dà pena per lei, proprio nei tormenti della morte, affidandola a Giovanni. Maria, accanto alla croce di Gesù, diventa simbolo della Chiesa, sulla quale cominciano a scorrere il sangue e l'acqua che sgorgano dal petto trafitto: Maria resta accanto alla croce, per accogliere la salvezza e per indicarci come accoglierla: perciò è considerata, giustamente, «Madre della Chiesa", causa esemplare della nostra salvezza.

NOTE

1 Si legge, infatti, che « insieme con Gesù furono crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra. E quelli che passavano di là lo insultavano scuotendo il capo e dicendo: "Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni. salva te stesso! Se tu sei il Figlio di Dio, scendi dalla croce!". Anche i sommi sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, lo schernivano: Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso. É il re d'Israele. scenda ora dalla croce e gli crederemo. Ha confidato in Dio; lo liberi lui ora, se gli vuoi bene. Ha detto infatti: Sono Figlio di Dio!". Anche i ladroni crocifissi con lui lo oltraggiavano allo stesso modo" (Mt 27,38-44).
2 Con qualche ritocco alla versione italiana proposta. cito da: S. KIERKEGAARD, Opere, a cura di C. FABRO, Sansoni, Firenze 1972.
3 È il grido di Paolo, tanto caro a Kierkegaard: « Nel mio intimo acconsento alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un'altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che e nelle mie membra. Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore! » (Rm 7, 22-25).
4 Antologia kierkegaardiana, a cura di C. FABRO, Sei, Torino, pp. 256-257.
5 Diario 1852, II, a cura di C. FABRO, Morcelliana, Brescia 1949, p. 554.
6 Diario 1850, II, a cura di C. FABRO, Morcelliana, Brescia 1949, p. 385.
7 Diario 1854, III, a cura di C. FABRO, Morcelliana, Brescia 1949, p. 92 s.




 

Inserito Mercoledi 11 Maggio 2011, alle ore 8:56:43 da latheotokos
 
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DOCENTE ALL'ISSR "SAN LUCA" DI CATANIA

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