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La Vergine Maria ''prima discepola'' di Gesù
Spiritualità Dal libro di Antonio Queralt, Maria prima discepola. Quaderni mariani 2, Centro di Cultura Mariana "Madre della Chiesa", Roma 1986, pp. 24-34.

Maria è la 'prima discepola' del Verbo incarnato nel senso cronologico della parola, perché solo a partire dall'incarnazione e dalla nascita di Gesù si può asserire che Dio, che aveva parlato «molte volte e in diversi modi» nei tempi antichi, ora «parla» per mezzo di «suo Figlio», come dice l'introduzione della lettera agli Ebrei (Eb 1,1-2). Dobbiamo vedere, in questo fatto del parlare di Dio Padre per mezzo del Figlio, e primariamente a Maria, non solo l'aurora e lo sbocciare del fiore di una nuova tappa dell'amore del Padre verso gli uomini, bensì la pienezza di questo amore, che zampillerà come fonte inesauribile fino alla compiuta pienezza dei tempi. Maggiormente importante e indiscutibile è il posto di Maria come 'prima discepola' nel senso di qualità, cioè in quanto Maria è la più intima al divin Maestro, istruita da lui più frequentemente e nella maniera più svariata. Considereremo questo operare di Gesù come 'Maestro' di Maria in quattro momenti: primo, in quella che possiamo denominare la vita di famiglia; poi in altri tre momenti ricavati dai vangeli: a Cana di Galilea, e quando Maria incontra Gesù con i suoi discepoli, e ai piedi della croce.
Sul primo momento siamo informati pochissimo. Tuttavia lo ritengo molto importante, perché ci dà la base per capire meglio gli altri passaggi della Scrittura e perché offre alla contemplazione dell'anima cristiana come una tela o una tavola sulla quale, con i colori o le figure somministrate dalla fede e dall'amore, può dipingere un quadro meraviglioso nel quale la figura di Gesù e della Madonna prendono corpo e vita a seconda dei luoghi, tempi e circostanze.
S. Ignazio di Loyola propone come metodo di contemplazione di adoperare i sensi dell'immaginazione. Su questo metodo vi sarebbero molte cose da dire, ma non lo possiamo fare in questa sede. Dobbiamo accontentarci delle linee principali, perché ciò fa al nostro scopo. I sensi dell'immaginazione sono chiamati anche sensi interni, che in corrispondenza ai sensi esterni da tutti conosciuti, cioè vista, udito, odorato, gusto, tatto, hanno una loro attività simile a quella dei sensi esterni. Per l'immaginazione infatti possiamo 'vedere', 'udire' 'odorare', 'gustare', 'toccare' senza bisogno di avere dinanzi a noi una persona o un oggetto, ma solo facendolo comparire in virtù di questa facoltà chiamata immaginazione. Il santo raccomanda, prendendo lo spunto dalla storia evangelica, ad esempio, della nascita di Gesù a Betlemme, di «vedere, con gli occhi dell'immaginazione la via da Nazareth a Betlemme, considerando le la lunghezza e la larghezza, se tale via è pianeggiante o se attraversa valli o alture. Nello stesso modo, guardando il luogo o grotta della natività, vedere quanto sia grande o piccolo, basso o alto e come sia addobbato»1. E quello che ancora è più importante - raccomanda il Santo - è «vedere le persone, cioè vedere (immaginativamente) la Madonna, Giuseppe, l'ancella e il Bambino Gesù, appena nato. Mi farò simile a un povero e indegno schiavo, guardandoli, contemplandoli e servendoli nei loro bisogni, come se fossi lì presente, con tutto il rispetto e la riverenza possibili»2. Poi, procedendo in maniera simile con l'udito interiore, o dell'immaginazione: «guardare, notare e contemplare ciò che dicono»3. Quindi, «odorare e gustare, con l'olfatto e con il gusto (spirituali), l'infinita soavità e dolcezza della divinità, dell'anima e delle sue virtù, a seconda della persona che si contempla»4. Infine, «toccare col tatto (sempre immaginativo), come per esempio abbracciare e baciare i luoghi dove queste persone passano e si siedono»5. Egli avverte alla fine di ciascuno di questi 'punti' o attività dei sensi dell'immaginazione, che occorre «procurare di coglierne frutto» spirituale.
Questa maniera di contemplare i diversi misteri della vita di Gesù e eccellente per introdurre non tanto la persona che contempla nell'ambiente di questi eventi salvifici quanto gli stessi eventi nel proprio cuore. Così si apre la via ad ulteriori progressi nell'orazione e siamo condotti come per mano sino alla soglia della contemplazione, chiamata dagli autori spirituali, 'passiva'. Poiché non solo procuriamo di immaginare le cose - diciamo esterne - bensì gustare e assaporare la divinità e le virtù: cose che certamente non hanno forma ne figura. Ma sapendo che è qualcosa di straordinariamente sublime, lasciamo che la sua soavità e il suo profumo invadano tutto il nostro essere interiore.
Orbene, il privilegio singolarissimo della Madonna, compartecipato da Giuseppe, è di non aver bisogno di adoperare i sensi dell'immaginazione, né per entrare nell'ambiente del mistero salvifico, né perché esso s'infiltri e penetri nel cuore. La Madonna ha dinanzi agli occhi la realtà di Gesù e la contempla con il cuore imbevuto di fede, speranza e amore materno. E così da essa riceve gli insegnamenti costanti che Gesù, suo Figlio, le imparte con la vita vissuta e con le parole. Non dobbiamo dimenticare che l'insegnamento vissuto e dato da Gesù con la sua presenza e con il suo agire viene integrato dall'attività del Padre come Maestro che attira verso Gesù, e dalla simile azione dello Spirito Santo che fa capire e penetrare, ricordando, il senso vero e spirituale di questi insegnamenti. Questo imparare, diciamo, 'interiore', dai tre divini Maestri non solo è cosa importantissima, ma decisiva per la vita spirituale. È verissimo che il vedere con i sensi esterni la persona di Gesù e udire le sue parole è un privilegio: ciò si ricava chiaramente dalle parole dello stesso Gesù che dice, rivolgendosi ai suoi discepoli: «Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono. In verità vi dico: molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete e non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, e non l'udirono!» (Mt 13,16-17; Lc 10,23-24). Tale 'macarismo', ossia benedizione («beati!»), presuppone però il vedere e udire Gesù con fede e amore, perché sono stati parecchi i contemporanei di Gesù, sia a Nazareth che altrove, che non hanno meritato questa parola di 'fortunati' o 'beati', appunto perché non hanno completato la percezione esterna con quella interiore della fede e dell'amore verso Gesù. Non è questa la situazione della Vergine Maria. Essa contempla Gesù, suo Figlio, e quanto egli fa, non solo con i sensi esterni, bensì con quelli dell'anima arricchiti dall'azione del Padre e dello Spirito, come Maestri del suo cuore.

1) Vita di famiglia

È conveniente soffermarsi un attimo, senza dilungarci nell'esposizione del meraviglioso evento che è la vita di famiglia a Nazareth, sul fatto della convivenza di Maria con suo Figlio. La Vergine lo contempla bambino, adolescente, adulto, e in ognuna di queste tappe gli occhi di Maria vedono sempre, con crescente meraviglia, il Figlio di Dio che veramente si è fatto uno di noi. Quante volte lo sguardo attento della madre si sarà fissato sopra Gesù per vedere come lavorava, come giocava, come mangiava, come pregava, con lo sfondo, indimenticabile per Maria, che era Figlio di Dio! E tutte quelle altre azioni di un figlio che tanto attirano l'attenzione di una madre, il sorriso, forse il pianto, le domande, le risposte talvolta inattese, il suo contegno verso la mamma, soprattutto quando diventa un giovanotto, un uomo, saranno state per Maria altrettante lezioni di spiritualità. Senza dubbio nell'atteggiamento di Gesù in questi anni di vita di famiglia spicca la sottomissione, come rileva s. Luca (Lc 2,51), la bontà di Colui che potrà dire: «imparate da me che sono mite ed umile di cuore» (Mt 11,29). Mitezza tanto confacente con quella del Servo di Jahvé profetizzata da Isaia: «...non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta» (Is 42, 2). Il sunto che ci dà s. Luca di tutti questi anni: «E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,52), oltre ad essere un riflesso della verità, è probabilmente il luminoso ricordo lasciato da Gesù nel cuore di sua Madre, la Vergine Maria. La Madonna, che durante questi anni ha fatto imparare tante cose al suo Figlio, a camminare, forse a leggere, a giocare, a darle una mano nelle faccende di casa, ad andare ad attingere l'acqua all'unica fontana del piccolo villaggio, a pronunciare il nome di 'mamma' e tante altre cose della vita quotidiana, a sua volta diventava discepola di Gesù, vedendo e contemplando come Egli faceva tutte queste cose. Presupposto questo atteggiamento di Maria come 'prima discepola, non causa meraviglia, anzi è la cosa più naturale del mondo, trovare nel vangelo queste parole: «Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore» (Lc 2, 51).

2) Maria a Carla di Galilea

Come ho indicato, oltre a questo insegnamento quasi costante dato da Gesù a sua Madre Maria, è opportuno notare tre passaggi dei vangeli, nei quali possiamo facilmente individuare un particolare insegnamento per la Vergine Maria. Il primo di essi lo troviamo nelle nozze celebrate a Cana di Galilea. Giovanni ci racconta il fatto in maniera abbastanza dettagliata e dà all'evento una portata del tutto singolare. L'evangelista, collocando questo fatto subito dopo la vocazione dei primi apostoli e come prima manifestazione di Gesù, vuoi dargli un posto di privilegio nell'annunzio della buona novella, che Gesù si accinge a proclamare pubblicamente. Da tutto questo ricchissimo materiale noi attingeremo soltanto quei tratti che ritengo siano molto adatti a vedere una lezione, non teoretica, ma vissuta, concessa da Gesù a sua Madre e con lei a tutti noi. S. Giovanni con poche pennellate ci dipinge il quadro e fa agire i personaggi. Indica il tempo: «tre giorni dopo», l'ambiente: «ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea», chi erano gli invitati: «c'era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli». Ciò premesso, entra subito nell'argomento: «...venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: 'Non hanno più vino'» (Gv 2, 3). Prima di considerare la risposta, nella quale possiamo vedere il contenuto della lezione, è conveniente soffermarci un attimo su questo intervento di Maria a favore degli sposi.
Non conosciamo i possibili legami di Maria con questi innominati, da una parte generosi, ma dall'altra sprovveduti sposi. Richiama l'attenzione il contegno attivo di Maria in tutta questa vicenda. La Madonna si accorge della mancanza del vino e subito cerca di mettervi riparo. Ella si rivolge subito non al padrone di casa, né al maestro di tavola, né ai servi, ma direttamente a Gesù. Da questo fatto penso sia legittimo dedurre che Maria ha imparato a venire incontro in modo spontaneo ai bisogni degli altri ricorrendo soprattutto a suo Figlio, nel quale ha una fiducia illimitata. Perciò in questo ricorso al Figlio e non al padrone possiamo anche vedere l'ispirazione speciale dello Spirito che la spinge a procedere in questo caso concreto con la stessa fiducia illimitata.
La risposta di Gesù alla petizione di sua madre, a giudicarla dal tenore delle parole, potrebbe sembrare un rifiuto. Ciò appare già dalle prime parole di risposta: «Che ho da fare con te, o donna?». Esse presuppongono che la domanda di Maria voglia coinvolgere Gesù nell'interesse da lei sentito riguardo agli sposi. Tale rifiuto o distacco emerge maggiormente nel chiamarla «donna» e non «madre», come ci si aspetterebbe, giacché l'evangelista nei due versetti precedenti l'ha denominata «la madre di Gesù». L'appellativo «donna», adoperato da Gesù anche sulla croce, quando egli si mostra premuroso riguardo al futuro di sua madre, non è in nessun modo espressione di disprezzo, come si prova dall'uso greco di questa parola. Qui però mi sembra sta la parola giusta, per rendere meno stridente il rifiuto opposto da Gesù a sua madre. Si deve avere presente che l'evangelista ci dà i tratti fondamentali del racconto senza indicarci il tono di voce con cui vengono pronunciate queste parole, se con un sorriso, che smorzerebbe l'asprezza delle parole, o con un gesto, che Maria e forse solo lei poteva capire nel suo vero significato; non sappiamo. Il rifiuto pero sembra maggiormente perentorio dal motivo aggiunto da Gesù, che ben possiamo chiamare 'ragione teologica'. Nel dire: «Non è ancora giunta la mia ora», egli fa appello infatti alla volontà del Padre, che regge tutta la vita e l'attività di Gesù. Affermare quindi che non è ancora giunta «la mia ora» fa palese da una parte la richiesta della Madonna accennava a un intervento di Gesù proprio in rapporto alla sua missione di Salvatore e, dall'altra, che egli ritiene non sia il momento e forse neppure il posto adatto per manifestare la sua gloria, quella che gli proviene dal Padre e lo fa uguale al Padre, perché le opere di Gesù manifestano il Padre.
Tuttavia, nel modo di pronunziare queste parole la Vergine Maria ha intuito il vero disegno del Padre e la vera volontà del Figlio. Ecco il punto nel quale penso che dobbiamo vedere la lezione che Gesù imparte a sua madre. E la lezione altra non è che questa: sotto un'apparenza, forse aspra, della risposta di Gesù si possono vedere i contenuti della sua infinita dolcezza e bontà. Ed è la preghiera piena di fiducia, la forza che rompe il guscio delle parole e fa palese il vero sentimento di Gesù. Che l'apparente rifiuto possa andare insieme con il desiderio da parte di Gesù di voler accogliere la domanda, lo conferma il fatto della guarigione della figlia della Cananea. Le parole di Gesù apparentemente di disprezzo: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini» (Mt 15,26), sono solo la scorza di quelle altre: «...davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri». Così la Madonna, che con il frequente tratto con Gesù ha imparato, nell'intimità della vita familiare, a conoscere il sottofondo vero della bontà illimitata di suo Figlio, a Cana ripete fiduciosamente la domanda, e facendo intendere, forse solo con uno sguardo, che ha capito il vero senso della risposta, si rivolge ai servi della casa e dice loro: «Fate quello che vi dirà» (Gv 2,5). Maria ha imparato ad avere piena fiducia in Gesù. E la fiducia di lei, come la vera speranza cristiana, non venne delusa. Seguì il miracolo, il primo operato da Gesù, di così grande rilievo nel suo valore simbolico, quale inizio del nuovo regno, e di così grande peso nella fede-adesione dei discepoli verso il loro Maestro.

3) Incontro di Maria e dei parenti con Gesù che parla ai discepoli (Mt 12,46-50)

Anche un altro fatto, molto diverso dal precedente, contiene un'interessante lezione. Qui però tale insegnamento va indirizzato più verso i «parenti» che accompagnano la Madonna, che verso la madre, che ha imparato e vissuto la lezione data da Gesù. Mi riferisco al fatto raccontato dai tre sinottici con diverse sfumature, ma coincidente nel contenuto, quando Maria con i cosidetti «fratelli e sorelle di Gesù» si avvicinano a lui che sta ammaestrando i suoi discepoli e una grande folla (Mc 3,31-35; Lc 8,19-21). Gesù insegna. Marco ce lo fa capire dicendo che «...tutto attorno era seduta la folla» (Mc 3,32). Abbiamo accennato già che Gesù, come gli scribi e i maestri del suo tempo, faceva sedere gli ascoltatori per impartire loro il suo insegnamento. La folla è così numerosa che Maria e i suoi si mantengono in disparte, aspettando che Gesù finisca di parlare. Qualcuno degli ascoltatori nota la presenza dei parenti e comprendendo che gli vogliono parlare gli dice: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano» (Mc 3,32). Forse questo ascoltatore, e con lui tutti gli altri, si aspettavano che Gesù si alzasse subito per andare incontro ai suoi. Ecco però la risposta sorprendente. Gesù rimane seduto, gira lo sguardo su quelli che gli stanno attorno, stende su di loro la mano e dice: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?» (Mt 12,48). Non sappiamo se Gesù, dopo aver formulato la domanda, lasci tempo perché qualche ascoltatore gli dia una risposta. Se fosse così, è molto probabile che lo stesso informatore, additando i parenti, abbia detto: «...sono là». Certo è che Gesù, come narra Matteo, «stende la mano verso i suoi discepoli» e risponde, senza dubbio con grande sorpresa di tutti: «Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12,49-50).
Purtroppo gli evangelisti non fanno nessun commento su queste parole, né ci dicono l'effetto prodotto da esse nei suoi discepoli, verso i quali va certamente una preferenza di Gesù. Alcuni autori hanno voluto vedere in queste parole un disprezzo di Gesù verso sua madre. A mio avviso sbagliano molto, perché fanno perdere all'insegnamento di Gesù tutta la sua forza e originalità. Invece se, come si deve ritenere, sottolineiamo il grandissimo amore e apprezzamento di Gesù verso sua madre e verso i suoi parenti secondo la carne, allora brilla con tutta la sua luminosità la lezione impartita qui da Gesù; perché egli concede una chiara preferenza nel suo amore a coloro che fanno la volontà del Padre suo che è nei cieli. Ma questo presuppone un grande amore. E questa preferenza è tale perché si stabilisce un legame di sintonia di fede e di amore con coloro che obbediscono alla volontà del Padre e fa sì che essi si assomiglino di più a Gesù e contraggano con lui un rapporto di intimità più forte e più intimo di quanto lo possa essere il vincolo di parentela puramente naturale. Diciamo la stessa cosa con altre parole: quello che conta per essere uniti a Gesù, «suoi parenti», non è l'esterno e naturale, bensì la disposizione del cuore e le virtù soprannaturali di fede, fiducia e amore. L'esterno e naturale di Maria è certamente un privilegio, come abbiamo notato parlando del «vedere» con gli occhi corporali Gesù e «udire» le sue parole. Ma questo privilegio, paragonato all'altro di essere discepola di Gesù e assomigliarsi a lui nell'obbedienza al Padre, perde rilievo e viene come offuscato dalla luminosità, che si irradia dalla parentela spirituale. Questa ottiene il primato e fa diventare fratelli veri, e sorelle e, come sottolinea san Francesco di Assisi, anche madre di Gesù. Questa lezione che privilegia il legame spirituale è senza dubbio per Maria una ulteriore conferma del suo privilegio di essere stata la 'prima discepola' del Verbo incarnato, del Figlio di Dio, che diventa così 'figlio suo' per un nuovo motivo, per il vincolo spirituale di chi è obbediente al Padre e assomiglia di più a Gesù. In questa prospettiva della parentela spirituale con Gesù, Maria ottiene anche il primato, come 'prima discepola' del divin Maestro. Ciò a sua volta le conferisce il titolo di 'maestra' di tutti i credenti che vogliono diventare fratello e sorella e madre di Gesù, cioè ottenere da parte di Gesù l'amore, che portano seco questi dolcissimi nomi.

4) Maria discepola ai piedi della croce

Ora, come abbiamo detto, dobbiamo trasferirci ai piedi della croce. È un momento culminante sia della vita di Gesù che dei suoi insegnamenti e vogliamo fissare lo sguardo solo su alcune parole di Gesù, che fanno capire a Maria, e con lei a tutti noi, quanto sia vasto l'orizzonte della sua maternità. Questa lezione non è del tutto nuova. Gesù l'ha iniziata quando è rimasto tre giorni nel tempio e alla domanda di Maria ha risposto: «Non sapete che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Lc 2, 49). Allora le parole di Gesù rimasero enigmatiche anche per la 'prima discepola'. Luca ci dice: «...essi non compresero le sue parole» (Lc 2,50). Forse più tardi, conoscendo che suo Figlio è il buon pastore, che cerca anche la pecorella smarrita come compito affidatogli dal Padre, Maria ha imparato che Gesù deve «occuparsi» di molte altre cose e persone, benché egli abbia data la preferenza a Maria per circa trent anni nella vita di famiglia. Questo essere 'per gli altri' e perciò 'madre per gli altri', specie per i discepoli di Gesù nella persona di Giovanni, è il sunto della lezione sublime ed esigente, impartita da Gesù agonizzante a sua madre Maria, ed in lei a tutti i credenti
Le parole riportate da Giovanni evangelista: «Donna, ecco il tuo figlio», riferite al discepolo che egli amava, sono una supplica amorevole e un comando premuroso di Gesù che, insegnando a Maria ad aprire il cuore ad altri «figli» e ad avere per loro un premuroso amore, le fa capire tutta la portata della sua divina maternità. Così come le parole corrispondenti indirizzate al discepolo: «Ecco la tua madre», sollecitano una risposta filiale, prima da Giovanni e poi da tutti i discepoli, rappresentati dalla persona del discepolo «che egli amava». Questo dover esser «madre» di tutti i discepoli del Figlio, entra nel dinamismo del singolare privilegio concesso a Maria di essere la Madre immacolata di Gesù, perché ogni carisma, come abbiamo già ricordato, e concesso a beneficio di tutti (1 Cor 14,13.26), e il dover servire «all'edificazione della Chiesa» ha tanta maggior forza quanto più egregio è il dono elargito da Dio Padre, per mezzo del suo Spirito. Che Maria abbia accettato senza indugio questo compito di essere Madre per gli altri, specie per Giovanni, lo possiamo dedurre dalle parole con cui Giovanni finisce questo racconto: «E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa» (Gv 19, 27), e certamente con il pieno consenso di Maria. Così Gesù affida a Maria, sua Madre, il compito di essere vincolo di unione tra i «parenti» di Gesù, quando sono diventati credenti in lui, e i discepoli. Impegno espletato da Maria con sollecitudine materna, come si ricava dagli Atti. A questo proposito è altamente significativo che Luca dica che dopo l'ascensione «ritornarono a Gerusalemme, e salirono al piano superiore dove abitavano». Luca ci dà la lista di tutti questi discepoli cominciando da Pietro, e ci dice che tutti erano assidui e concordi nella preghiera, «insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui» (At 1, 14). Il ruolo materno di Maria, una volta che i «fratelli di Gesù» sono diventati credenti, è appunto il legame di unione con i discepoli, specie con gli undici, che già l'avevano accettata come madre per mezzo di Giovanni. Le tensioni che sorgeranno tra la Chiesa giudeo-cristiana e pagano-cristiana, che recenti studi in merito hanno chiarito maggiormente, fanno palese da una parte la lungimirante previsione del Maestro, il quale chiede a sua Madre che voglia esser madre anche dei suoi discepoli, e dall'altra il ruolo importante di Maria per unire queste due parli della Chiesa che in un primo tempo si erano trovate in contrasto. Così l'insegnamento ricevuto da Maria abbraccia tutto l'arco di tempo intercorrente fra le prime 'lezioni' nel focolare di Nazareth e l'inizio della Chiesa, sino alla fine dei tempi. In tutto ciò possiamo asserire che Maria è stata la 'prima discepola' di suo Figlio Gesù. E per essere stata la 'prima', nel doppio senso indicato, diventa anche Madre, Maestra e Modello di tutta la Chiesa e di ciascun discepolo di Gesù, l'unico e divino Maestro di tutti.

NOTE
1 IGNAZIO DI LOYOLA, Esercizi spirituali, n. 112. Edizione italiana a cura di Pietro Schiavone, S.J., Edizioni Paoline, Roma 19846, p. 115.
2 O. c., n. 114, p. 116.
3 Ivi, n.115.
4 O. c., n. 124, p. 119.
5 Ivi, n. 125.

Inserito Giovedi 26 Maggio 2011, alle ore 9:04:39 da latheotokos
 
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