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Troverete un bambino avvolto in fasce (Lc 2,12)
BibbiaDal libro di Aristide Serra, Maria di Nazaret. Una fede in cammino, Edizioni Paoline, Milano 1993, pp. 19-30.





Signore di gloria, ammantato di povertà

L'evangelista Luca racconta che alla nascita di Gesù in Betlemme, un angelo del Signore apparve ai pastori che vegliavano di notte, facendo la guardia al loro gregge. La gloria del Signore li avvolse di luce, ed essi furono presi da grande spavento (Lc 2,8-9). Ma l'angelo del Signore disse loro: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un Salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia » (Lc 2,10-12). Avvolgere in fasce un neonato era un'abitudine diffusissima. Nelle zone di cultura greca, per esempio, è attestata fin dal secolo VII-VI a.C. Ma anche i passi biblici (come diremo) di Ez 16,4; Gb 38,8-9 e Sap 7,4 ne danno chiara testimonianza. E cosi fece anche Maria: « Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia. . . » (Lc 2,7). Sta di fatto, però, che l'angelo offre come « segno » ai pastori quella fasciatura. E questo vuol dire che il gesto di Maria, peraltro così abituale, racchiude un significato, un messaggio che va oltre l'apparenza esteriore. Ma quale?1
Potremmo sintetizzare in anticipo questo messaggio nei termini seguenti. Il « Figlio dell'Altissimo », il « Figlio di Dio » (Lc 1,32.35), ora che è divenuto « figlio di Maria » (cfr. Lc 2,7), assume la condizione umana, quella comune a noi tutti: una condizione segnata dal limite e dalla incompiutezza; una condizione che ha bisogno delle cure di mamma e papà per crescere e svilupparsi; una condizione, infine, destinata a concludersi con l'epilogo della morte. In una parola: la «gloria del Signore», che compete al Figlio di Dio, si nasconde nella povertà delle « fasce »; lì, e non altrove, occorre cercarla e riconoscerla.
Per documentare tale decodificazione, qui anticipata, ci lasceremo guidare da alcune preziose indicazioni che ci offre Luca stesso. Metteremo infatti a confronto fra loro tre coppie di versetti lucani, che hanno attinenza con le fasce entro le quali Maria avvolse il Bambino. Si tratta, in pratica, di Lc 2,9 e 2,12; Lc 2,12 e 2,16; Lc 2,7 e 23,53. Da questo triplice raffronto di testi saremo in grado di ricavare suggerimenti opportuni per leggere il « segno » offerto dall'angelo ai pastori.


I. Il contrasto tra Lc 2,9 e Lc 2,12. Una «gloria» che si ammanta di « povertà »

La tradizione della Chiesa, espressa dai Padri e dalla Liturgia, è stata assai puntuale nel cogliere la contrapposizione che vi è tra il v. 9 e il v. 12 del secondo capitolo del vangelo di Luca. Quanto al v. 9, l'evangelista scrive: « Un angelo del Signore si presentò a loro [i pastori], e la gloria del Signore li avvolse di luce... » (greco: periélampsen). Al v. 12, invece, leggiamo che l'angelo disse ai pastori: «Troverete un bambino avvolto in fasce... » (greco: esparganoménon). È palese il contrasto tra le due descrizioni. Da una parte, infatti, vi è la gloria del Signore che « avvolge » i pastori, li investe di luce intensa. Dall'altra, invece, vi è il Bambino « avvolto » in fasce. Il contrasto sembra debba essere letto così. La « gloria del Signore » nella teologia di Luca è sempre connessa alla glorificazione pasquale che il Padre conferisce a Gesù (Lc 9,26.31.32; 21,27; 24,26; At 7,55). È la stessa « gloria » che un giorno investirà Paolo con splendore folgorante sulla via di Damasco (At 22,11.6). Questo significa che il Bambino di Betlemme è di natura divina. È il « Salvatore-Cristo-Signore » (Lc 2,11): tre titoli che la catechesi lucana degli Atti attribuisce al Cristo Risorto2. Ebbene: di questa natura gloriosa del Bambino, che cosa traspare all'esterno? Nulla! Ora che egli è nato per noi, per tutto il popolo (Lc 2,10.11), diviene compartecipe della nostra condizione di vita. Attorno a lui, non brilla alcun alone di « gloria », di « splendore ». Se, come Dio, egli si veste di luce (cfr. Sal 104,2), adesso, come figlio dell'uomo, è ricoperto di pannolini, come qualsiasi altro piccino: fragile, inerme. « Il Signore di gloria è avvolto in fasce », canta la liturgia bizantina3. Proprio cosi! Effettivamente il « Figlio dell'Altissimo » (Lc 1,32) è diventato « il figlio di Maria » (Mc 6,3), « il figlio del falegname » (Mt 13,55). « Il Verbo [che] era presso Dio» (Gv 1,1) può essere additato come « l'uomo che si chiama Gesù » (Gv 9,11). Il suo primo trentennio di vita ha come scenario un'oscura bottega da carpentiere (Lc 2,39-52; 4,22; Mc 6,3; Mt 13,55). Quando inizia il suo ministero pubblico, si avvolge nei panni della sua Chiesa, si circonda cioè del gruppo dei dodici apostoli, composto di persone piuttosto feriali (Lc 6,12-16; 22,31-34; At 1,6...). Come ognuno di noi, anche Gesù prova gli stimoli della fame (Mt 4,2; Lc 4,2) e della sete (Gv 4,8). Prende sonno (Mc 4,38; Mt 8,24; Lc 8,23), sente la stanchezza del viaggio (Gv 4,6) e la ferita dell'ingratitudine (Lc 17,17-18). Ha compassione di una povera vedova alla quale era morto l'unico figlio (I c 7,13). Piange sulla morte dell'amico Lazzaro (Gv 11,35.38) e su Gerusalemme infedele alla sua vocazione (Lc 19,41). È mite verso i samaritani che gli rifiutano l'ospitalità (Lc 9,51-56), mentre gradisce il calore dell'accoglienza in casa di Marta, Maria e Lazzaro (Lc 10,38-40), specialmente quando già la spada pende sul suo capo (Gv 11,46-12,2). Nell'ora della prostrazione nell'orto degli ulivi non si vergogna di mendicare un po' di conforto dai suoi (Mc 14,34.37; Mt 27,38.40). Non ricusa di farsi aiutare a portare la croce (Mc 15,21; Mt 27,32; Lc 23,26). Soprattutto non scende dalla croce (Mc 15,29-32; Mt 27,39-44; Lc 23,35-37). E muore come l'ultimo dì noi! Dunque: la « gloria di Dio », che spetta all'Unigenito del Padre (cfr. Gv 1,14), e occultata dal velo della sua umanità, soggetta anch'essa alla piccolezza e alle angustie del mondo di quaggiù.


2. Il confronto tra Le 2,12 e Lc 2,16. Un Dio-Bambino, circondato dalle cure di mamma e papà

I pannolini di cui Maria riveste il suo piccino dopo averlo partorito, sono indice anche delle cure materne che lei, assieme a Giuseppe, prestò a Gesù, perché potesse crescere e raggiungere la sua maturità umana. A conforto di questa seconda angolazione del « segno » di Betlemme, giova notare la differenza che passa tra il v. 12 e il v. 16 di questo passo lucano. Anzitutto il v. 12. L'angelo indica ai pastori il segno, dicendo: « Troverete un Bambino, avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia ». Poi il v. 16. Quando i pastori si recano a verificare il segno loro offerto, Luca scrive che essi «..trovarono Maria e Giuseppe e il Bambino, che giaceva nella mangiatoia ». Se facciamo bene attenzione, noteremo una discrepanza tra i due versetti citati. La differenza consiste in questo: nel v. 12, il segno annunciato si compone di tre elementi: il Bambino, le fasce, la mangiatoia; al v. 16, invece, la verifica del segno menziona i seguenti elementi: Maria e Giuseppe, il Bambino, la mangiatoia. Come ognuno può facilmente avvertire, dei tre elementi specificati nel v. 12 (il Bambino, le fasce, la mangiatoia), soltanto due compaiono nel v. 16 (il Bambino e la mangiatoia). Le fasce non sono più ricordate; al loro posto Luca introduce la menzione di Maria e Giuseppe. Di qui la domanda: è forse casuale questa sostituzione? Direi di no. Ed ecco il probabile motivo. In base a tre passi dell'Antico Testamento (esattamente: Sap 7,4; Gb 38,8-9 ed Ez 16,4), si ricava che un bimbo avvolto in fasce fin dalla nascita non è un trovatello, non è un abbandonato; è, invece, una creatura custodita con tenera affezione da persone intime, prima fra tutte la mamma. Esclama lo pseudo-Salomone, autore del libro della Sapienza: « Anch'io appena nato... fui allevato in fasce e circondato di cure » (Sap 7,4). Il libro di Giobbe fa dire al Creatore: « Chi ha chiuso tra due porte il mare, quando erompeva uscendo dal seno materno, quando lo circondavo di nubi per veste e per fasce di caligine folta? » (Gb 38,8-9). Abbiamo qui un brano in cui Dio parla di se stesso al femminile. Egli si presenta infatti come una partoriente, che dà alla luce il suo bambino, cioè il mare. E in quali fasce avvolge il suo neonato? Nelle « nubi » e nella « caligine ». Sono queste, per così dire, le « fasce » che testimoniano le cure materne della puerpera (= Dio) verso la propria creatura appena venuta alla luce (= il mare). Il passo di Ez 16,4-5 prova il contrario. Il Signore dice a Gerusalemme, che sintetizza il popolo d'Israele: « Alla tua nascita, quando fosti partorita, non ti fu tagliato l'ombelico e non fosti lavata con l'acqua per purificarti; non ti fecero le frizioni di sale, ne fosti avvolta in fasce. « Occhio pietoso non si volse su di te per farti una sola di queste cose e usarti compassione, ma come oggetto ripugnante fosti gettata via in piena campagna, il giorno della tua nascita ». Pertanto, i tre testi ai quali abbiamo fatto riferimento consentono una conclusione ovvia: un neonato avvolto in fasce è l'espressione vivida delle sollecitudini a lui prestate dalle persone più care, fin dalla culla. Questa, perciò, potrebbe essere la plausibile ragione per cui in Lc 2,16 al posto delle « fasce », annunciate al v. 12, subentrano i nomi di « Maria e Giuseppe ». In altre parole: nel caso del neonato Gesù, chi furono le persone che si presero cura di lui con tenera affezione? Furono esattamente Maria e Giuseppe. Sul primogenito Israele, abbandonato in aperta campagna nel giorno della nascita in Egitto, si chinò amorevolmente Dio (Ez 16,4-6). Sul primogenito Gesù, per il quale non c'è posto nell'albergo comune, veglia la custodia amorosa di Maria e Giuseppe (Lc 2,7.16)4. Luca attesta che Maria concepisce verginalmente il Bambino, lo dà alla luce e lo avvolge in fasce (Lc 1,35; 2,7). Ella, però, è inseparabile da Giuseppe, che è suo sposo (Lc 1,27; 2,4) e padre legale
del Bambino (Lc 3,23; 4,22). Mediante gli uffici materni di Maria, cui si unirono quelli paterni di Giuseppe, il Bambino poté svilupparsi e raggiungere la pienezza della sua crescita come « figlio dell'uomo ». I1 ministero di Maria e Giuseppe in quanto genitori, per così dire, «avvolgeva» Gesù lo « circondava » di cure, di modo che egli <i ...cresceva in sapienza, età e grazia, davanti a Dio e agli uomini » (Lc 2,52).


3. I1 parallelismo tra Le 2,7 e Lc 23,53. Un Dio incamminato verso la tomba

La tradizione della Chiesa, inoltre, e con frequenza ancor più intensa, ha posto in risalto il suggestivo parallelismo che vi è tra Le 2,7 e Lc 23,53. Da un lato, «...[Maria] diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia... » (Lc 2,7). Dall'altro, « [Giuseppe di Arimatea] calò [il corpo di Gesù] dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba...» (Lc 23,53). Di qui il raccordo insistente, nel pensiero cristiano, tra le « fasce » di Maria e le « bende funerarie » di Giuseppe di Arimatea; tra la « mangiatoia » e il « sepolcro »5. La lezione che ne deriva è ineccepibile: il Messia di Dio, una volta che riveste la condizione umana, di noi assume anche la morte, e quella morte! Venendo « fra i suoi » (Gv 1,11), viene nel nostro mondo anche per morire. È questo il gemito che Gesù esprimerà nell'imminenza della passione: « Ora l'anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest'ora? Ma per questo sono giunto a quest'ora! » (Gv 12,27). Sul monte della Trasfigurazione, ove per un istante Gesù aveva rivelato la sua gloria, Pietro proponeva di costruire tre tende. Ma egli, annota l'evangelista, non sapeva quel che stava dicendo (Lc 9,23). Ben altri destini incalzano! Occorre, infatti, scendere da quella montagna di splendore, per continuare il viaggio verso Gerusalemme, ove si profila un altro monte, il Calvario. I1 Cristo non scende dalla croce (Lc 23,35-37.39). Solo passando attraverso quel varco si entra in comunione definitiva col Messia trasfigurato dalla passione: « Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? » (Lc 24,26). Le fasce della culla e le bende della tomba, dicono ancora i Padri della Chiesa, stanno in linea di continuità con la veste rude e dimessa che Adamo ed Eva portarono fuori dall'Eden (cfr. Gen 3,7.21). Dopo la colpa, infatti, la loro condizione, da integra che era, decadde e divenne soggetta al dolore e alla morte6. Sempre affidandoci al testo evangelico, scopriremo un ulteriore decisivo accostamento tra la culla e la tomba di Gesù, ancora a riguardo delle « fasce » e delle « bende ». Si tratta, stavolta, di un parallelismo antitetico. Il « segno » di Betlemme era questo: una mangiatoia, nella quale giace un Bimbo stretto in fasce (Lc 2,7.12). Il « segno » della Pasqua, invece, diverge notevolmente: una tomba vuota, nella quale giacciono soltanto le bende (Lc 24,12; cfr. Gv 20,5-7), e non più il corpo di Gesù come al momento della sepoltura (Lc 23,53). Il che vuoi dire che Gesù, risorgendo, non ha deposto la nostra umanità; di essa ha abbandonato unicamente l'aspetto debole, limitato e mortale, significato dalle bende in cui era avvolto. Le fasce funerarie rimangono nella tomba, mentre Gesù risorge con la sua umanità invasa e permeata dai fulgori della gloria di Dio: la sua veste, ormai, è lo Spirito Santo! Egli, nuovo Adamo, torna a danzare nell'Eden, nella beata nudità della gloria, così come il primo Adamo, avanti la colpa, era nudo, poiché l'amicizia con Dio era il suo manto7.

Conclusione

Volendo fare il punto sui tre raccordi analizzati sin qui (Lc 2,9 e 2,12; Lc 2,12 e 2,16; Lc 2,7 e 23,53), potremmo trarre la seguendo deduzione. Luca, mediante il linguaggio simbolico delle « fasce » di Gesù, ha espresso ciò che Paolo insegna in termini magisteriali nella lettera ai Filippesi (2,5-9a): « Cristo Gesù... pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce. Per questo Dio l'ha esaltato... ». Ecco, di conseguenza, l'àmbito concreto in cui Maria si trovò a vivere la sua fede. Dal giorno in cui il Figlio di Dio prese carne nel suo grembo, ella (assieme a Giuseppe) fu chiamata a riconoscere la Presenza di Dio (la « Shekinâh »!) nelle apparenze dimesse di un Bimbo in nulla differente dagli altri. È mai possibile che Dio sia diventato una minuscola creatura, avvolta dal tenero amplesso di sua mamma? È così debole il nostro Dio, mentre Erode lo cerca a morte? E gli anni oscuri di Nazaret? E quel profeta assassinato su una croce, calato esanime sulle ginocchia della madre e poi consegnato alla tomba? « Veramente tu sei un Dio nascosto! >i (Is 45,15). Cristo è il Sole di giustizia (Ml 3,20); eppure quanto grigiore attorno a Maria! In verità, « ...questa "luce" non si è presentata a noi in forma accecante, così che tutti fossero costretti a seguirla; al contrario, si è velata nelle sembianze di un uomo, che inizia la sua missione mescolato ai peccatori che si fanno battezzare da Giovanni (cfr. Mt 3,13-15); è tentato da Satana (cfr. Mt 4,1-11) e muore appeso alla croce »8.Esclamava il re Salomone: « Il Signore che ha fatto conoscere il sole, ha detto di voler abitare nella nube » (3Re 8,53a nei LXX). Sì, onnipotente è il nostro Dio, ma è una potenza che si ammanta di debolezza, e lì si rivela. L'esperienza abituale che facciamo di lui è proprio quella di un Dio fragile, fasciato di silenzio, quasi stolto. Paolo diceva che Cristo crocifisso è scandalo per gli Ebrei e insipienza per i Gentili (lCor 1,23). Grandezza e umiltà della nostra fede! Se tale fu la via percorsa da Gesù, e accolta esemplarmente da sua Madre, possiamo noi sognare una Chiesa fatta di soli puri, e non avvolta invece anche dalle molteplici povertà inerenti alla condizione umana? Credere non è un privilegio che ci dispensi dalla comune fatica del vivere. Il volto del Verbo fatto carne va ricercalo nella banalità del quotidiano, intessuto di gioia e di pena, di luce e di tenebra, di amore e non-amore, di morte come premessa alla risurrezione. Questo è il mondo, questa è la cronaca assunta dal Verbo di Dio. Di tal genere sono ancora oggi le « fasce » di cui egli si cinge, per essere l'Emmanuele, il Dio con noi.

NOTE

1 Per un approccio più esauriente al « segno » di Lc 2,7, rinvio al mio volume Maria secondo il Vangelo, Queriniana, Brescia 1987, pp. 94-101; e soprattutto all'articolo « ...E lo avvolse in fasce... » (Lc 2, 7b,). Un « segno da decodificare », nella mia miscellanea E c'era la Madre di Cesù... Gv 2,1). Saggi di esegesi biblico-mariana (1978-1988), Cens-Marianum, Milano-Roma 1989, pp. 225-284.
2 At 5.31 e 13 23: « Salvatore »: At 2.36: « Signore-Cristo ».
3 Vigilia di Natale, idiómelon di terza. Cfr. Anthològhiom tû olû eniautû, vol. 1, Roma 1967, p. 1238.
4 E. Haulotte, Symbolique du Vétement selon la Bible, Aubier, Paris 1966, pp. 201, 327; R. E. Brown, La nascita del Messia secondo Matteo e Luca, Cittadella, Assisi 1981, p. 569: « L'avvolgimento in fasce... può essere un segno che il Messia d'Israele non è un reietto in mezzo al suo popolo, ma è accolto e assistito come si deve ».
5 I testi di Lc 2,7 e 23,50-53 hanno suggerito alla tradizione della Chiesa di vedere nella « mangiatoia » una figura del « sepolcro » di Gesù. Simile parallelismo è già insinuato da Tertulliano ( † dopo il 220), De carne Christi V, 1, CCL (= Corpus Christianorum Latinorum), 2, p. 880. Egualmente le arti figurative, sin dalla più alta antichità, rappresentano la mangiatoia di Betlemme come una minuscola tomba per lo più rettangolare con il Bimbo Gesù alla stregua di una piccola mummia, fasciata dalla testa ai piedi, a somiglianza di un corpo preparato per la sepoltura (cfr. Gv 11,44; 19,40; 20,5-7). Un esemplare chiarissimo di tale tipologia è quello della cattedra du Massimiliano (sec. VI), nell'episcopio di Ravenna.
6 Per qualche referenza orientativa, citiamo: Ippolito (sec. II), De Cantico Canticorum 25,5 CSCO I= Corpus Scriptorum Christianorum Orientalium) 264, p. 47; Efrem (†373), Inno canterò per la tua grazia, [o Signore ], strofa 9 (cfr. Sant'Efrem Siro, Inni alla Vergine tradotti dal siriaco da G. Ricciotti, S.E.I., Torino 1939, pp. 18-19); Ambrogio (†397), De Isaac vel anima, 43 CSEL (= Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum), 32/1, p. 668; ancora Efrem (†373), Inni sul Paradiso 2,7 (CSCO 175, p. 6); 6,9 (CSCO 175, p. 20); Inni sull'Epifania 12,4 (CSCO 187, p. 173).
7 Ippolito (sec. II), De Cantico Canticorum 25,5 (CSCO 264, p. 47); Efrem (†373), Commento al Vangelo concordato (XX,17.23; XXI,16: CSCO 145 pp. 209, 230, 232); Ambrogio (†397), In Lucam X, 110 (CCL 14/4, p. 377).
8 L. Cesarini Achille, « Meditatio », per la 3a domenica del tempo ordinario, in Ascolta la Pnrola, « Lectio divina » per la liturgia domenicale e festiva. Sussidio diretto da M, Masini, anno liturgico A, parte I, Ed. Messaggero, Padova 1989, p. 267.


 

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Inserito Venerdi 18 Novembre 2011, alle ore 16:32:19 da latheotokos
 
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