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  La mediazione materna di Maria Assunta 
MagisteroAnalisi del n. 62 del Cap.. VIII della Lumen Gentium, dalla Dispensa di Ermanno Toniolo, La Beata Maria Vergine Madre di Dio nel mistero di Cristo e della Chiesa, Marianum, Roma 1998, pp. 88-95.

62. Haec autem in gratiae oeconomia maternitas Mariae indesinenter perdurat, inde a consensu quem in Annuntiatione fideliter praebuit, quemque sub cruce incunctanter sustinuit, usque ad perpetuam omnium electorum consummationem.

 

62. E questa maternità di Maria nell’economia della grazia perdura senza soste dal momento del consenso fedelmente prestato nell’Annunciazione e mantenuto senza esitazioni sotto la croce, fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti.

In coelis enim assumpta salutiferum hoc munus non deposuit, sed multiplici intercessione sua pergit in aeternae salutis donis nobis conciliandis.(15) Materna sua caritate de fratribus Filii sui adhuc peregrinantibus necnon in periculis et angustiis versantibus curat, donec ad felicem patriam perducantur.

 

Difatti, assunta in cielo non ha deposto questa funzione di salvezza, ma con la sua molteplice intercessione continua a ottenerci le grazie della salute eterna(15). Con la sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni, fino a che non siano condotti nella patria beata.

Propterea B. Virgo in Ecclesia, titulis Advocatae, Auxiliatricis, Adiutricis, Mediatricis invocatur (16). Quod tamen ita intelligitur, ut dignitati et efficacitati Christi unius Mediatoris nihil deroget, nihil superaddat (17).

 

Per questo la beata Vergine è invocata nella Chiesa con i titoli di Avvocata, Ausiliatrice, Soccorritrice, Mediatrice (16). Il che però va inteso in modo, che nulla detragga o aggiunga alla dignità e alla efficacia di Cristo, unico Mediatore (17).

Nulla enim creatura cum Verbo incarnato ac Redemptore connumerari umquam potest; sed sicut sacerdotium Christi variis modis tum a ministris tum a fideli populo participatur, et sicut una bonitas Dei in creaturis modis diversis realiter diffunditur, ita etiam unica mediatioRedemptoris non excludit, sed suscitat variam apud creaturas participatam ex unico fonte cooperationem.

 

Nessuna creatura infatti può mai essere paragonata col Verbo incarnato e Redentore; ma come il sacerdozio di Cristo è in vari modi partecipato e dai sacri ministri e dal popolo fedele, e come l’unica bontà di Dio è realmente diffusa in vari modi nelle creature, così anche l’unica mediazione del Redentore non esclude, ma suscita nelle creature una varia cooperazione partecipata da un’unica fonte.

Tale autem munus subordinatum Mariae Ecclesia profiteri non dubitat, iugiter experitur et fidelium cordi commendat, ut hoc materno fulti praesidio Mediatori ac Salvatori intimius adhaereant.

 

E questa funzione subordinata di Maria la Chiesa non dubita di riconoscerla apertamente, continuamente la sperimenta e raccomanda all’amore dei fedeli, perché, sostenuti da questo materno aiuto, siano più intimamente congiunti col Mediatore e Salvatore

(15) Cf. KLEUTGEN, textus reformatus De mysterio Verbi incarnati, cap. IV: MANSI 53, 290. Cf. S. ANDREAS CRET., In nat. Mariae, sermo 4: PG 97, 865A. - S. GERMANUS CONSTANTINOP., In annunt. Deiparae: PG 98, 321BC. In dorm. Deiparae, III: col. 361D. - S. IO. DAMASCENUS, In dorm. B. V. Mariae, Hom. 1, 8: PG 96, 712BC-713A.
- (16) Cf. LEO XIII, Litt. Encycl. Adiutricem populi, 5 sept. 1895: ASS 15 (1895-96) p. 303. - S. PIUS X, Litt. Encycl. Ad diem illum, 2 febr. 1904: Acta, I, p. 154; DENZ. 1978a (3370). - PIUS XI, Litt. Encycl. Miserentissimus, 8 maii 1928: AAS 20 (1928) p. 178. - PIUS XII, Nuntius Radioph., 13 maii 1946: AAS 38 (1946) p. 266.
- (17) S. AMBROSIUS, Epist. 63: PL 16, 1218.

Ora il Concilio, nel n. 62, completa il suo insegnamento facendo chiaramente rilevare che Maria non è solo una persona del passato, non solo è stata madre durante la sua vita e azione salvifica terrena di generosa compagna del Salvatore, nell’esercizio della sua opera redentrice dall’Incarnazione alla morte di croce. Come il Salvatore continua incessantemente la sua azione mediatrice dalla sede celeste (Eb 7,25) per applicare alle singole anime e membra della Chiesa i frutti della redenzione, così anche la Beata Vergine Maria continua l’esercizio della sua maternità soprannaturale dalla sede celeste, con la sua mediazione di intercessione materna ed efficace per la vita soprannaturale delle anime. Ella è quindi tuttora la Madre dei redenti: è persona del presente, attualmente operante per la salvezza umana.

1. La continuità della maternità spirituale di Maria

Il Concilio afferma prima di tutto la continuità, la perennità e l’attualità «senza soste» della maternità spirituale di Maria «nell’economia della grazia»:
a) «dal consenso fedelmente prestato nell’Annunciazione»: in tale momento infatti, dando l’assenso alla maternità divina, e divenendo madre della «Vita», divenne pure madre spirituale nostra in ordine alla vita soprannaturale, che ha in Gesù, figlio di Maria, la sua fonte;
b) «e mantenuto senza esitazioni sotto la croce»: la sua partecipazione conscia e libera alla passione e al sacrificio della Vittima divina cooperò alla espiazione del peccato e alla vivificazione soprannaturale dei redenti e quindi costituisce un nuovo titolo per la maternità spirituale universale di Maria;
c) «fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti». Essendo la maternità spirituale di Maria destinata alla comunicazione della grazia, che è vita soprannaturale, ordinata alla salvezza eterna, il suo esercizio durerà incessantemente fino a che sarà completato il numero degli eletti, ossia durante tutto il corso della Chiesa pellegrinante.

2. Il «modo» con cui si esprime la maternità di Maria in cielo

Il Concilio espone quindi il modo con cui la beata Vergine esercita dal cielo il suo ufficio materno in ordine ai suoi figli ancora pellegrinanti sulla terra, seguendo lo stesso ordine causale sotteso al n. 61: causa quasi-materiale, causa formale, causa finale.
a) Causa quasi-materiale: il Concilio non ha voluto determinare in modo dettagliato in qual modo concreto la Vergine eserciti oggi in cielo la sua funzione materna verso i fedeli della terra; si è limitato ad indicarla con una locuzione generale, comprensiva di ogni suo comportamento (preghiera, intercessione, aiuto, interventi...); l’ha chiamata: «molteplice intercessione». Del resto, è in questa fisionomia di «intercessione» che la vediamo più volte descritta nel Nuovo Testamento: ad esempio, a Cana e nel Canacolo. Perciò in cielo «continua» quello che sempre ha compiuto sulla terra. Scrive il Concilio: «Difatti, assunta in cielo non ha deposto questa funzione di salvezza, ma con la sua molteplice intercessione continua ad ottenerci le grazie della salute eterna».
b) Il fine. La molteplice intercessione di Maria in cielo (ovviamente, anche lassù, sempre congiunta e dipendente – come era la sua azione sulla terra – dall’intercessione del Figlio nostro Avvocato presso il Padre) ha come scopo primario quello di «ottenerci le grazie della salute eterna». È il fine ultimo dell’opera salvifica di Cristo e di tutta la «historia salutis» architettata per noi dal Padre: «grazia» presente in vista della gloria futura; grazia in progressivo aumento per essere compiuta e trasfigurata nella gloria; e anche «grazie», come aiuti e carismi dello Spirito, di cui quotidianamente ha bisogno ogni cammino di vita e ogni creatura terrena.
Accanto a questo fine ultimo e primario, altri fini subordinati e legati alle vicissitudini del tempo presente fanno parte dell’intercessione molteplice della Madre celeste: bisogni spirituali, morali e materiali di individui, di comunità, della Chiesa tutta, del mondo intero; e situazioni difficili o infelici di uomini e di popoli si rifrangono nel suo Cuore, con la sollecitazione a intervenire, non solo per suo istinto di Madre, ma quasi per dovere di stato e di affidamento: si tratta infatti dei «fratelli del Figlio suo», e per questo suoi figli nel Figlio. Sono diventati suoi figli quando il Signore li ha ricapitolati in sé, assumendo da lei nell’incarnazione tutto l’albero umano e facendosi fratello di ogni uomo (cf. Eb 2, 10-18; ecc.); ma gli sono stati anche consegnati come figli da Gesù morente in croce. Anche se mai, in modo esplicito, il Concilio ha valorizzato Gv 19, 26-27 quale fondamento della maternità spirituale di Maria, tale ottica tuttavia non è assente dalla redazione del testo e dalle note. Duplice impegno quindi da parte sua per intervenire a loro favore: per avere generato Cristo Capo e per averli accolti come a Lei affidati dal Salvatore morente. Ora, questi «fratelli del Figlio suo sono ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni», ossia esposti non solo ai pericoli che ostacolano l’eterna salvazza, ma anche agli affanni e alle prove e difficoltà della vita terrena, dopo il disordine introdotto nel mondo dal peccato, dalle malattie, dalla morte.
c) La forma. Se sulla terra la sua cooperazione era informata, in ubbidienza al Padre, dalla fede, speranza e ardente carità, lassù in cielo (dove non c’è più la fede, ma la visione, dove la speranza è compiuta) rimane attiva e operante la «carità». Si tratta di una carità effusa dallo Spirito Santo, che ha quindi il suo primo principio nell’Amore stesso di Dio partecipato alla creatura. Ma è anche una «carità» personalmente e responsabilmente esercitata. In Maria, questa carità ha una singolare caratteristica, che la contraddistingue da ogni altra creatura, angelica e umana: è «carità materna». Si potrebbe dire che lo Spirito Santo, il quale porta a pienezza il dono di grazia concesso a ciascuno, in Maria effonde la sua pienezza nel costituirla e «Madre» e alimentarne la «carità materna», con la quale «si prende cura dei fratelli del Figlio suo». La sollecitudine materna di Maria dura quanto dura la storia della terra: continuerà «fino a che (tutti) non siano condotti nella patria beata». È anzi facile rendersi conto che tale cura di Maria cresce col crescere dell’età, delle responsabilità e dei pericoli dei figli, che procedono nel cammino della loro missione terrena per il raggiungimento della salvezza eterna propria e altrui.

3. Il titolo di «Mediatrice» è legittimo...

Come il Concilio di Efeso, approvando la Lettera dommatica di Cirillo di Alessandria, con essa ratificava l’uso dei Padri e della pietà popolare di chiamare Maria «Theotokos», così qui il Vaticano II, a conclusione dell’esposizione dottrinale sulla maternità di Maria nell’ordine o economia della grazia, ha voluto ratificare e in certo modo legittimare il titolo di «Mediatrice», che Padri, Dottori, liturgie e pietà popolare tributano da secoli alla Madre di Dio: «Per questo la beata Vergine è invocata nella Chiesa con i titoli di Avvocata, Ausiliatrice, Soccorritrice, Mediatrice». È noto che questo tratto del testo conciliare fu particolarmente discusso nell’Aula conciliare, dando adito a tre tendenze dominanti. Secondo la prima, il titolo «Mediatrice» doveva essere chiaramente affermato, essendo già usato nel Magistero ecclesiastico ordinario e molto familiare ai fedeli. Secondo una tendenza opposta, tale titolo doveva essere eliminato, per non oscurare l’ufficio di Gesù Cristo unico Mediatore, e per ragioni ecumeniche di più facile intesa coi Fratelli separati, ai quali tale titolo è inviso, quasi sia déroga alla mediazione di Cristo. La terza posizione invece vuole che il titolo «Mediatrice» sia conservato, ma aggiunto ad altri titoli non controversi che ne illuminano il senso, senza entrare in ulteriori spiegazioni, proprie dell’indagine teologica. In tal modo si viene incontro alla pietà dei fedeli alla quale tale titolo, conseguentemente al Magistero ecclesiastico ordinario, è familiare; si elimina anche l’inconveniente ecumenico, poiché in tal modo il titolo di Mediatrice è anche usato dagli Orientali separati i quali nella liturgia chiamano Maria «Ausiliatrice», avendoci dato Cristo e con lui tutti i beni e avendo di noi protezione. Anche il pericolo di derogare alla mediazione di Cristo viene ovviato, poiché esso non è legato al titolo in quanto tale, ma alla sua falsa interpretazione, che deve essere corretta da una conveniente opera di istruzione ai fedeli. Come appare chiaro, questa terza posizione viene incontro alle esigenze delle posizioni precedenti e si presenta come conveniente punto di incontro tra le varie tendenze. Fu perciò seguita nell’emendazione del testo e viene mantenuta nel testo approvato, ancorché nei «modi» affiorassero ancora le proposte di emendamenti del testo nel senso della prima e della seconda posizione, che però non vennero accettati per non compromettere la concordia già raggiunta.

4. ... e nulla detrae all’unico Mediatore..

Il Concilio, venendo incontro alle varie ragioni pro e contro il titolo di Mediatrice, ha cura di rilevare che esso come pure gli altri titoli simili, «va inteso in modo che nulla detragga e aggiunga alla dignità e alla efficacia di Cristo unico Mediatore». La mediazione di Maria non può detrarre alla mediazione di Gesù, perché, come il Concilio ha già spiegato, «ogni salutare influsso della beata Vergine verso gli uomini... sgorga dalla sovrabbondanza dei meriti di Cristo, si fonda sulla mediazione di Lui, da essa assolutamente dipende e attinge tutta la sua efficacia». (n. 60). Non può nemmeno, per gli stessi motivi, segnare alcun apporto estrinseco e indipendente alla mediazione di Gesù Cristo; poiché ogni intervento mediatore di Maria, come anche dei Santi, è frutto della mediazione di Cristo e mai indipendente da esso. Il Concilio stesso spiega più apertamente il suo pensiero senza entrare in disquisizioni teologiche, proprie delle varie scuole, ma si serve delle analogie offerte dalla fede circa la dottrina del sacerdozio di Cristo e della bontà divina. Afferma pertanto con particolare efficacia pastorale: «Nessuna creatura infatti può mai essere paragonata col Verbo Incarnato e Redentore», ossia può essere equiparata, messa alla pari con Lui, Dio-Uomo; «ma come il sacerdozio di Cristo è in vari modi partecipato e dai sacri ministri e dal popolo fedele, e come l’unica bontà di Dio è realmente diffusa in vari modi nelle creature, così anche l’unica mediazione del Redentore non esclude, ma suscita nelle creature una varia cooperazione partecipata da un’unica fonte». Particolarmente efficace è l’analogia col sacerdozio di Cristo, che è unico in quanto sacerdozio sommo e indipendente; e nello stesso tempo, per volontà di Gesù stesso, è partecipato in vari gradi, qualitativamente distinti, ai ministri sacri e ai semplici fedeli. Sul sacerdozio comune a tutti partecipato da Cristo sono concordi, anzi sono sostenitori i Protestanti. Orbene, il sacerdozio è mediazione tra Dio e gli uomini e ogni sacerdote è mediatore tra Dio e gli uomini (cf Eb 5,1ss.). Se quindi i ministri sacri e i semplici fedeli battezzati partecipano – per volere divino – dell’unico sacerdozio di Gesù, partecipano pure dell’unica mediazione di Gesù e non dérogano alla mediazione di Gesù, sommo ed eterno Sacerdote e unica Vittima (Capo e Corpo), offerta per i peccati del mondo. In modo analogo, suffragato da questi due esempi – il primo riguarda tutte le creature in dipendenza dal loro Creatore, l’altro riguarda i battezzati, in dipendenza del loro Signore Sommo Sacerdote – si capisce come la beata Vergine in primo luogo e in modo singolare, e tutti gli altri membri della Chiesa a modo loro proprio, partecipino all’opera salvifica di Gesù e quindi alla sua mediazione, in modo tuttavia che «nulla detragga o aggiunga alla dignità o alla efficacia di Cristo, unico Mediatore».

5. ... e la Chiesa cattolica apertamente lo professa

È la Chiesa di oggi, con i suoi Vescovi riuniti in Concilio, che «non dubita di riconoscere apertamente» non solo un influsso salvifico causale di Maria, subordinatamente a Gesù, nell’economia della salvezza, ma la sua «funzione» permanente di cooperatrice «con Cristo e sotto Cristo» (n. 56). Parla cioè non di un atto, o di un momento storico già chiuso; ma di un ruolo attivo e duraturo che investe la persona di Maria nel piano di Dio. Perciò afferma: «E questa funzione subordinata (rispetto a Gesù Cristo) di Maria la Chiesa non dubita di riconoscerla apertamente, continuamente la sperimenta e la raccomanda all’amore dei fedeli, perché sostenuti da questo materno aiuto, siano più intimamente congiunti col Mediatore e Salvatore». Questa clausola finale è di sommo valore. Se il Concilio non volle attardarsi sui «titoli», fra i quali quello di «mediatrice», non ebbe alcun dubbio di sottoscriverne e sottolinearne i contenuti, sia dal punto di vista dei principi teologici, come dal punto di vista della prassi cristiana:
a) Il principio dottrinale. Il testo conciliare, pur sempre attentissimo alle istanze ecumeniche, esplicitò come dottrina professata dalla Chiesa (cioè almeno dalla Chiesa cattolica) il riconoscimento ufficiale e aperto dell’influsso di Maria nell’economia della salvezza umana, fino al suo ultimo compimento. È un «riconoscimento» , o meglio una «professione » pubblica di un dato di fede (Ecclesia profiteri non dubitat). Il contesto, tuttavia, nel quale viene professata la «funzione subordinata» (munus subordinatum) di Maria è il contesto ecclesiale: deriva infatti da una consapevolezza dommatica di ciò che è la Chiesa come sacramento universale di salvezza, e nella Chiesa – ciascuno nel suo ordine e secondo i doni ricevuti – ogni fedele. In tal modo, professando la cooperazione attiva e responsabile di Maria all’intero progetto di salvezza, viene implicitamente affermata la cooperazione di ciascuno e di tutti i fedeli alla «historia salutis».
b) La prassi ecclesiale. La linea di principio viene fondata e suffragata anche dalla ininterrotta esperienza di vita. Che dunque Maria, di fatto, in concreto, sia responsabilmente coinvolta e attivamente presente nello svolgimento di tutta l’opera salvifica fino al suo ultimo compimento, la Chiesa tutta «continuamente lo esperimenta»: esperienza universale di tutti, speciale di comunità o di gruppi, particolare di ciascun fedele. È una pagina di storia mariana, che nessuno può sconfessare. La Chiesa anzi, mediante il supremo magistero conciliare, fa propria una proposta promozionale per tutti e singoli i fedeli: raccomanda «al cuore dei fedeli», cioè alla loro intima coscienza e al loro stile di vita cristiano, proprio una sempre più profonda esperienza di questa funzione materna di Maria: la Chiesa infatti sa che da essa non ne viene se non un bene per tutti, in primo luogo per coloro che vivono un loro intimo rapporto con la Madre di Gesù. E ciò, proprio per l’intrinseca «relazione» e «subordinazione» che ha la funzione di Maria di fronte a Cristo: il fine infatti del suo «sostegno materno» al quale si affidano i fedeli è quello di introdurli sempre più profondamente nella comunione personale con l’unico Mediatore e Salvatore: «perché, sostenuti da questo materno aiuto, siano più intimamente congiunti col Mediatore e Salvatore».
Inserito Giovedi 9 Agosto 2012, alle ore 8:36:59 da latheotokos
 
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