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  La fede itinerante di Maria 
Chiesa

Una meditazione per i Sacerdoti di Mons. Marcello Semeraro, vescovo di Albano, del 17 maggio 2012.



Il mese scorso, scrivendovi anche nella prospettiva del mese di maggio, che tra i nostri fedeli è un «mese mariano», ebbi modo di ricordare che il Direttorio su pietà popolare e liturgia (2002) della Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei Sacramenti raccomanda vivamente di armonizzarne i contenuti con la «cinquantina pasquale» che conduce alla solennità della Pentecoste. Al n. 191, infatti, leggiamo: «I pii esercizi dovranno mettere in luce la partecipazione della Vergine al mistero pasquale (cfr. Gv 19, 25-27) e all’evento pentecostale (cfr. At 1, 14), che inaugura il cammino della Chiesa: un cammino che essa [Maria], divenuta partecipe della novità del Risorto, percorre sotto la guida dello Spirito. E poiché i “cinquanta giorni” sono il tempo proprio per la celebrazione e la mistagogia dei sacramenti dell’Iniziazione cristiana, i pii esercizi del mese di maggio potranno utilmente dar rilievo alla funzione che la Vergine, glorificata in cielo, svolge sulla terra, “qui e ora”, nella celebrazione dei sacramenti del Battesimo, della Confermazione e dell’Eucaristia».

1. Considerando queste indicazioni alla luce del contesto che in quest’anno pastorale ci vede concentrati sul trinomio Battesimo – Fede – Santità, vi anticipavo che in occasione di questo ritiro spirituale avrei aggiunto qualche breve considerazione in merito alla presenza materna di Maria nel mistero della nostra rigenerazione. Lo faccio volentieri con qualche accenno, prima di entrare direttamente nell’argomento di questa meditazione. Nel volume Maria e la Chiesa scritto un po’ di anni or sono da H. Rahner, troviamo un bellissimo capitolo intitolato: «Maria al fonte battesimale». Qui, alla luce della tradizione liturgica e patristica, è spiegata in modo molto appropriato l’analogia esistente fra la nostra nascita nel Battesimo e quella che, nella fecondazione dello Spirito, ci ha donato il Salvatore dalla vergine Maria1. Maria è, cosi può dirsi, l’inizio della grazia battesimale. Sant’Ireneo dice senza mezzi termini che «Cristo ha aperto il grembo puro che rigenera gli uomini per Dio»2. Quest’affermazione Sant’Ambrogio la ripeterà quasi alla lettera: «Solo Cristo aprì il silenzioso grembo materno immacolato e fecondo della madre Chiesa per la nascita dei popoli di Dio»3. Per altro verso, Maria è odegitria, ossia guida dei credenti verso il fonte battesimale: «Per te – diceva san Cirillo d’Alessandria – ogni creatura è ricondotta alla conoscenza della verità, per te i credenti arrivano alla grazia del Battesimo e in ogni parte del mondo sono state fondate le Chiese»4. Alcune espressioni molto belle e pertinenti sono conservate in alcune omelie di San Leone Magno, pronunciate quand’egli era ancora diacono del Papa Sisto III. Sono testi il cui contesto è natalizio. In uno si afferma che per ogni uomo che arriva alla rinascita, l’acqua del Battesimo è l’immagine dell’utero verginale e lo Spirito che feconda il fonte battesimale è il medesimo che ha fecondato Maria5. In un’altra omelia si legge pure quest’espressione molto icastica: dedit aquae, quod dedit matri; «diede all’acqua ciò che aveva conferito alla Madre»6. Penso non vi sia formula più efficace per dire il profondo mistero del rapporto fra il mistero dell’Incarnazione del Figlio eterno di Dio nel grembo verginale di Maria e il mistero della rinascita battesimale. Concluderei con un richiamo liturgico al rito per la benedizione del battistero, o nuovo fonte battesimale contenuta nel Benedizionale. Dice così: «Manda, o Padre, su queste acque lo Spirito Santo che adombrò la Vergine Maria perché desse alla luce il Primogenito; il tuo soffio creatore fecondi il grembo della Chiesa, sposa del Cristo, perché generi a te una nuova progenie di candidati alla patria celeste»7.

2. Penso che questi riferimenti siano sufficienti per illustrarci come sia reale e vero il rapporto fra la nostra nascita nel Battesimo e il mistero della maternità della Santa Vergine Maria. Continuando a muoverci nel contesto del nostro cammino pastorale, ma collocandoci pure nella prospettiva di un Anno della fede vorrei ora rendervi partecipi, sempre in una prospettiva mariologica, di una riflessione sul carattere itinerante della fede. Si tratta di un aspetto della fede, che i testi del Concilio Vaticano II amano molto mettere in evidenza e che vale davvero la pena sottolineare. Si tratta, qui, di considerare la fede nella sua dimensione soggettiva e personale, come un itinerario nel cui dinamismo trova il suo slancio la speranza: per viam fidei vivae, quae spem excitat. L’espressione si trova in Lumen Gentium n. 41, che conclude richiamando le tre virtù teologali: «Ognuno secondo i propri doni e uffici deve senza indugi avanzare per la via della fede viva, la quale accende la speranza e opera per mezzo della carità». Le parole del Concilio, altamente evocative, quelle di «fede viva» che «opera per mezzo della carità» ci richiamano il testo di Gc 2, 26: «come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta». Il tema ritorna spesso nella dottrina cattolica, ad esempio nel «Decreto sulla giustificazione» al Concilio di Trento. Altrettanto bella è l’espressione che la fede viva genera la speranza. Questa la troviamo in San Tommaso d’Aquino, che a sua volta la desume dalla Glossa interlineare. Punto di partenza è il racconto del libro della Genesi che racconta la nascita di Isacco, il figlio di Abramo. La moglie Sara esclama: «Motivo di lieto riso mi ha dato Dio…» (Gn 21, 7; cfr 17,17). L’etimologia del nome «Isacco», difatti, è «Dio sorrida, sia favorevole», oppure «Dio ha sorriso, si è mostrato favorevole». Isacco, dunque, simboleggia la speranza, come Abramo simboleggia la fede. Come, allora, Abramo, che fu un itinerante8, ha generato Isacco, così la fede genera la speranza9. Alla luce di queste suggestive simbologie la fede itinerante è un valore escatologico, come la speranza; è una realtà aperta, con una capacità di progressiva maturazione. È vero, infatti, per un verso, che la conoscenza della fede ha un suo limite – se così può dirsi – nel compimento e completamento della divina Rivelazione in Cristo. Donandoci il Figlio - scriveva San Giovanni della Croce - Dio ci ha detto tutto in una sola volta e non ha più nulla da rivelare. Dio è diventato, in un certo senso, muto, non avendo più nulla da dire10. Che Dio sia «diventato muto» non deve intendersi nel senso che egli non parla più, ma nel senso che egli non dice cose nuove rispetto a quello che ha detto in Gesù; egli, al contrario, dice sempre nuovamente ciò che ha detto una volta per sempre in Gesù! I segreti di Dio, dirà il Concilio, ci sono stati spiegati dal Verbo eterno, che si è incarnato (cfr Dei Verbum n. 4). Nella sua dimensione soggettiva, però, ossia in quanto dono divino pienamente assimilato dall’anima, la fede è indeterminatamente aperta ad una sempre crescente maturazione ed è per questo che volentieri, nei testi conciliari, il tema del pellegrinaggio è associato alla crescita della fede. Figura per eccellenza e modello della peregrinatio fidei è la Vergine Maria. Su di lei, dunque, vorrei fermare la mia e la vostra attenzione, cogliendo pure l’occasione esterna temporale del mese di maggio.

3. Il tema della fede di Maria è importante, specialmente ai fini di una robusta e autentica spiritualità mariana. È stato merito indubitabile dell’enciclica Redemptoris Mater di Giovanni Paolo II (25 marzo 1987) l’averlo riproposto alla riflessione teologica aiutando a comprendere meglio che la fede di Maria è parte integrante del mistero cristiano. Qui, infatti, la Vergine Maria è vista come modello di fede e principio formale della fede della Chiesa: è in connessione con la fede di Maria che i cristiani danno la loro adesione a Cristo Salvatore11. Chi, dunque, torna a leggere quell’enciclica nota subito che il punto di partenza per tutto il successivo sviluppo è un passaggio importante di Lumen Gentium 58. In un contesto che mira a porre in evidenza l’atteggiamento della Madre, modello dei discepoli di Gesù, che come lei sono in ascolto docile della sua Parola, il testo conciliare conclude perentoriamente: «la beata Vergine avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette (cfr. Gv 19,25), soffrendo profondamente col suo Unigenito e associandosi con animo materno al suo sacrifico, amorosamente consenziente all'immolazione della vittima da lei generata; e finalmente dallo stesso Gesù morente in croce fu data quale madre al discepolo con queste parole: Donna, ecco tuo figlio (cfr. Gv 19,26-27)». Commentava il compianto p. S. De Fiores: Qualche volta nel passato si è fatto vedere Maria come una persona illuminata sempre da visioni o da rivelazioni o da annunci angelici. Ella visse invece nella condizione pellegrinante, quindi non illuminata normalmente dalla visione. Dovette fare affidamento sulla parola di Dio12. Il cammino di fede di Maria non è stato, dunque, esente da fatica. Ben diverse sono al contrario le nostre processioni mariane, dove l’immagine della Madonna è circondata di onori, è venerata con canti e con fiori, quando i confratelli e le consorelle delle nostre Confraternite fanno a gara per trasportarla in cammino per le vie delle nostre parrocchie. Questo oggi accade per le care e venerate immagini dei nostri Santuari mariani e delle nostre chiese! Durante la sua vita terrena, però, la Santa Madre di Dio ha percorso il suo cammino come tutte le persone umane, giacché proprio di ogni uomo è vivere in una condizione spazio-temporale e, perciò, perfezionarsi nello svolgimento del tempo. Non possiamo prendere in mano la nostra vita un istante né qui realizzarla una volta per sempre. Anche la nostra donazione al Signore – penso non soltanto all’abbandono della nostra fede, ma pure alla nostra dedizione a Lui nel ministero sacerdotale – dobbiamo rinnovarla ogni giorno («ogni vocazione è mattutina», ripete il p. A. Cencini ed anch’io lo dico spesso), tentando e ritentando dopo un insuccesso e superando la stanchezza, il tedio, lo scoraggiamento. Maria ha fatto proprio questo: avanzò nella peregrinazione della fede, anche se – ben diversamente da noi, segnati dalla fragilità del peccato - la sua risposta fu sempre fedele, sempre generosa e sempre piena d’amore. La Vergine Immacolata serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce. All’inizio della sua enciclica mariana Giovanni Paolo II commenterà da subito questo brano; anzi, l’innalzerà a principio generale per ogni cammino di fede aperto alla speranza: «La peregrinazione della fede indica la storia interiore, come a dire la storia delle anime. Ma questa è anche la storia degli uomini, soggetti su questa terra alla transitorietà, compresi nella dimensione storica… Qui si schiude un ampio spazio, all’interno del quale la beata Vergine Maria continua a «precedere» il popolo di Dio. La sua eccezionale peregrinazione della fede rappresenta un costante punto di riferimento per la Chiesa, per i singoli e le comunità, per i popoli e le nazioni, in un certo senso per l'umanità intera» (n. 6).

4. Poniamoci, dunque, anche noi in questa medesima prospettiva, limitandoci a considerare, in questa sede, la fede di Maria in rapporto al mistero del suo Figlio, il Verbo eterno che si è incarnato nel suo grembo e che da lei è nato. Le prospettive, difatti, dovrebbero essere ancora più ampie, giacché la fede cristiana è sempre e propriamente una fede trinitariamente caratterizzata: Io credo/noi crediamo in Dio, ossia nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo. Non diversamente si dovrà dire per la fede di Maria, la cui singolare dignità è appunto quella di essere Madre del Figlio di Dio e, perciò, figlia prediletta del Padre e tempio dello Spirito Santo13. Il titolo stesso del capitolo VIII della costituzione dogmatica sulla Chiesa ci domanderebbe di ampliare l’orizzonte. Quello, difatti, il Concilio si è collocato è il mistero! È quello paolinamente inteso14, che Lumen Gentium magnificamente descrive fin dal principio: «L’eterno Padre, con liberissimo e arcano disegno di sapienza e di bontà, creò l'universo; decise di elevare gli uomini alla partecipazione della sua vita divina; dopo la loro caduta in Adamo non li abbandonò, ma sempre prestò loro gli aiuti per salvarsi, in considerazione di Cristo redentore, «il quale è l'immagine dell'invisibile Dio, generato prima di ogni creatura » (Col 1,15). Tutti infatti quelli che ha scelto, il Padre fino dall'eternità « li ha distinti e li ha predestinati a essere conformi all'immagine del Figlio suo, affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29). I credenti in Cristo, li ha voluti chiamare a formare la santa Chiesa… »(n. 2). Il disegno libero, benevolo ed eterno del Padre s’inserisce graziosamente nella storia degli uomini – che così diviene «storia della salvezza» - ed ha il suo compimento escatologico nell’evento dell’incarnazione del Figlio eterno e quando i credenti in Cristo rispondono alla chiamata di formare la santa Chiesa. La Chiesa, infatti, già annunciata in figure sino dal principio del mondo, mirabilmente preparata nella storia del popolo d'Israele e nell'antica Alleanza, stabilita infine « negli ultimi tempi », è stata manifestata dall'effusione dello Spirito e avrà glorioso compimento alla fine dei secoli (Lumen Gentium n. 2). In questo escatologico progetto di salvezza – unico mistero di Cristo e della Chiesa - Maria ha il suo giusto posto e vi è pienamente inserita non soltanto con un vero titolo, ma più ancora con un unico e singolare titolo: essere la Deipara, ossia la Madre di Dio. Da qui il titolo del capitolo mariano: la Beata Vergine Maria Madre di Dio nel mistero di Cristo e della Chiesa. Un titolo nel quale risplendono, attorno al nome di Maria, le due gemme della sua perpetua verginità e della sua divina maternità; un titolo che superando le due distinte tendenze – cristotipica ed ecclesiotipica – che pure si fecero pure sentire nel dibattito conciliare si allarga nella contemplazione dell’unico mistero che si realizza nel Cristo e nella Chiesa, ossia – direbbe Agostino – nel mistero del «Cristo totale», Christus totus in capite et in corpore15.

5. Pur consapevoli, dunque, delle più ampie prospettive, qui ci limitiamo a considerare la fede di Maria in rapporto al suo Figlio, riferendoci per questo all’altro principio mariologico per cui «nella Vergine Maria tutto è relativo a Cristo e tutto da lui dipende: in vista di lui Dio Padre, da tutta l'eternità, la scelse Madre tutta santa e la ornò di doni dello Spirito, a nessun altro concessi»16. Maria appare sulla scena della storia della salvezza nell’ora medesima in cui ella diventa Madre. È stata voluta per questo dal Padre fin dall’eternità. Il Concilio Vaticano II la indica come predestinata madre: «Il Padre delle misericordie ha voluto che l'accettazione da parte della predestinata madre precedesse l’incarnazione, perché così, come una donna aveva contribuito a dare la morte, una donna contribuisse a dare la vita. Ciò vale in modo straordinario della madre di Gesù, la quale ha dato al mondo la vita stessa che tutto rinnova e da Dio è stata arricchita di doni consoni a tanto ufficio» (Lumen Gentium n. 56) Maria esiste per questa maternità e la sua missione nella storia della salvezza è legata indissolubilmente a questa maternità. Il suo essere madre coincide con il suo assenso alla Parola di Dio, cioè con la sua fede. Fide plena, Christum prius mente quam ventre concipiens, dirà Sant’Agostino17. Soffermiamoci, allora, a riflettere per qualche istante su questa risposta di fede di Maria. Può esserci di aiuto un’annotazione che S. Kierkegaard ha lasciato nel suo «Diario». È un brano che in principio evoca un noto testo di San Bernardo, quando sollecita con parole commosse la Vergine a dare la sua risposta all’Angelo: «L’angelo aspetta una risposta; è ormai tempo infatti che ritorni a colui che lo ha mandato. Aspettiamo anche noi una parola di compassione… Se tu acconsenti, noi saremo immediatamente liberati…». Per affrettare il fiat di Maria, Bernardo convoca idealmente Adamo e i Patriarchi, Davide, tutti gli antenati d’Israele e, infine, tutto il genere umano: «Questo aspetta tutto il mondo, prostrato ai tuoi piedi … O Signora, rispondi, pronunzia quella parola che la terra, gli inferi e gli abitanti del cielo aspettano»18. L’autore ritrova nei testi del filosofo danese molti accenti propri della tradizione cristiana (Agostino, Bernardo, Tommaso, Alfonso de Liguori) che segnalano presente in lui una profonda pietà mariana. Effettivamente, con la risposta di Maria, pronunciata – come avverte San Tommaso - Ioco totius humanae naturae19 noi abbiamo un vertice del dono di Dio all'umanità e un vertice della risposta della persona umana in quanto inizio della pienezza di fede. Vediamo, invece, con quale tono diverso si esprime il notissimo filosofo danese: Tema: l’Angelo trovò colei che ci voleva, perché Maria trovò quel che ci voleva. Certamente ella era l’eletta, ma vi è anche un momento della libertà, il momento dell’accettazione, da cui appare che si è la persona che ci vuole [...]. Maria disse: «Ecco, io sono l'ancella del Signore, sia fatto di me secondo la tua parola». Siamo talmente abituati a sentire queste parole, che facilmente ci sfugge il significato e persino ci illudiamo che nello stesso caso noi avremmo risposto allo stesso modo. Consideriamo ciò che Maria avrebbe potuto rispondere. Questa riflessione è per noi utile se ci soffermiamo su questo pensiero, che quando l’Angelo aveva parlato a Maria, tutta la creazione avrà per così dire gridato: «Per amor di Dio, acconsenti! affrettati a dir di sì!». Ella avrebbe potuto, come fece Sara, sorridere, ché qui non c’era minor ragione di farlo, e se ella non avesse potuto sorridere, avrebbe potuto sentirsi disonorata... avrebbe potuto rispondere: «Questa cosa è troppo alta per me, non posso, è al di sopra delle mie forze». Di quel parere è anche l’Angelo, che la divina maternità cioè sia al di sopra delle sue forze. Saranno perciò le forze dello Spirito Santo ad adombrarla.20 Kierkegaard, com’è facile osservare, rispetto a San Bernardo problematicizza alquanto la risposta della Vergine sottolineando così la libertà del suo assenso di fede. Per il filosofo danese, infatti, la cosa più alta che si possa fare di un essere è renderlo libero. Nel mistero dell’Annunciazione Dio ha, potremmo dire, educato Maria alla libertà! Ci sarà, poi, per Maria, come una seconda annunciazione: «e anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2, 35). Così gli esegeti chiamano le parole di Simeone a Maria e a questa interpretazione accede pure Giovanni Paolo II, quando nella Redemptoris Mater spiega: Quello di Simeone appare come un secondo annuncio a Maria, poiché le indica la concreta dimensione storica nella quale il Figlio compirà la sua missione, cioè nell'incomprensione e nel dolore. Se un tale annuncio, da una parte, conferma la sua fede nell'adempimento delle divine promesse della salvezza, dall'altra le rivela anche che dovrà vivere la sua obbedienza di fede nella sofferenza a fianco del Salvatore sofferente, e che la sua maternità sarà oscura e dolorosa (n. 16). Torniamo a leggere il Diario di Kierkegaard: «Queste parole (dette a titolo d’introduzione, in connessione alla profezia che Cristo sarà un «segno che renderà manifesti i pensieri di molti cuori») non si devono certamente intendere solo del dolore di Maria alla vista della morte del Figlio. No, ma vanno intese anche nel senso che verrà per lei un momento, quello del dolore, della pena... Alla vista delle sofferenze del Figlio, Maria dubiterà se non sia una sua immaginazione, un’illusione tutto quel che l’angelo Gabriele, mandato da Dio, le aveva annunciato: che lei sarà l'eletta, ecc. ... Come Cristo grida: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato», così anche Maria dovette essere penetrata da una sofferenza che umanamente corrispondeva a quella del Figlio. «Una spada trapasserà la tua anima e renderà manifesti i pensieri di molti cuori»: anche del tuo, se oserai ancora, se sarai ancora abbastanza umile da credere che tu in verità sei l’eletta fra le donne, colei che ha trovato grazia davanti a Dio»21.

6. L’atteggiamento con il quale Maria procede nella fede è caratterizzato dal silenzio meditativo: «serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore», leggiamo in Lc 2, 19. 51. Che cosa medita Maria? Nel primo caso si tratta della considerazione sulla povertà di Betlemme: la nudità del Figlio appena nato, che è coperta da fasce che preludono già (questa è una lettura comune agli esegeti) alle bende della sepoltura! Nel secondo caso è lo stupore davanti al mistero del Figlio rimasto nel Tempio e fattosi lontano da lei e da Giuseppe: «non compresero» (Lc 2, 50)! Il silenzio meditativo di Maria è il dibattito della fede. Il Vaticano II, come ho citato in principio, scrive che la Vergine avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette. Il riferimento è al suo stare sotto la Croce. È il punto fermo della fede itinerante di Maria. Quella di Maria è una fede «provata» sino sul Calvario. Nell’enciclica Redemptoris Mater Giovanni Paolo II si è soffermato su questo mistero. Tratta della partecipazione della fede di Maria alla spoliazione del Figlio e citando Fil 2, 5 scrive: «Mediante questa fede Maria è perfettamente unita a Cristo nella sua spoliazione... Ai piedi della Croce Maria partecipa mediante la fede allo sconvolgente mistero di questa spoliazione. È questa forse la più profonda kenosi della fede nella storia dell'umanità» (n. 18). In Maria si avvera quel che è detto dalla Scrittura: partecipando alle sofferenze di Cristo, si è resi conformi a lui nella risurrezione (cfr. Fil 3, 10-11). Nel mistero pasquale di Cristo, dunque, anche la fede di Maria giunge alla maturazione. La dimensione itinerante della fede si manifesta, così, in Maria, come dimensione pasquale della fede. Qui possiamo fermare la nostra riflessione. Riprendendo la fede di Abramo, quella di Maria si manifesta a noi come piena remissione di sé a Dio nel Figlio. Un affidarsi a Dio maturato come matura nella terra un seme, che non può fiorire senza prima essere marcito. Se questo è il tipo della fede, non meravigliamoci, allora, se anche nella nostra vita di credenti la fede passa e cresce attraverso le difficoltà, lo scandalo e anche attraverso il dubbio. La fede del cristiano è sempre una fede messa alla prova ed è, spesso, una fede tentata. La non-fede, o la poca-fede (oligopistía)22 sono compagne ineliminabili di ogni credente: credo: aiuta la mia incredulità. È il grido del padre del giovane epilettico, sul quale ho proposto una riflessione introducendo il nostro Convegno Diocesano dello scorso anno (cfr Mc 9, 24). Anche a lui Gesù aveva detto parole, che rievocano in parte quelle dell’Angelo a Maria: «Tutto è possibile per chi crede». Quest’umile invocazione ci dice che l’incredulità è, per un verso, una presenza ineliminabile dell’esperienza del credente. La certezza di fede è sempre una certezza di speranza. La fede del credente non è un sistema chiuso, ma un sistema aperto, ossia è una fede sempre in gioco. Per altro verso, l’espressione evangelica ci dice pure che «solo credendo… la fede cresce e si rafforza» e che non c’è altra possibilità per possedere certezza sulla propria vita se non, come ha fatto Maria, «abbandonarsi, in un crescendo continuo, nelle mani di un amore che si sperimenta sempre più grande perché ha la sua origine in Dio» (BENEDETTO XVI, m. p. Porta fidei n. 7).

NOTE
1 Cfr. H. RAHNER, Maria e la Chiesa, Jaca Book, Milano 19772, p. 65-73. In forma sistematica, cfr. S. DE FIORES, Battesimo, in ID., «Maria. Nuovissimo Dizionario» 1, EDB, Bologna 2006, p.203-236.
2 Advers. Haeres. IV, 33, 11: PG 7, 1080.
3 Expos. Ev. sec. Lc II, 57: PL 15, 1573.
4 Homilia in Concilio Ephesino habita [Homiliae diversae, IV]: PG 77, 992.
5 «Cuius (Christi) spiritalem originem in regeneratione quisque consequitur; et omni renascenti aqua baptismatis instar est uteri virginalis, eodem Spiritu sancto replente fonte, qui replevit et Virginem; ut peccatum quod ibi vacuavit sacra conceptio, hic mystica tollat ablutio»: Sermo 24,3: PL 54, 206.
6 «Originem quam (Iesus) sumpsit in utero Virginis, posuit in fonte baptismatis; dedit aquae, quod dedit matri; virtus enim Altissimi et obumbratio Spiritus sancti (cf. Lc 1,35), quae fecit ut Maria pareret Salvatorem, eadem facit ut regeneret unda credentem»: Sermo 25,5: PL 54, 211.
7 BENEDIZIONALE, Rito della benedizione del battistero, n. 1187; cfr. n. 1204.
8 Cfr. Deut 26, 5: «Mio padre era un arameo errante…».
9 Cfr. Catena in Mt. Cap. I, lect. 2: «Moraliter autem Abraham nobis virtutem fidei per exempla Christi significat, cum de eo legatur: Abraham credidit Deo, et reputatum est ei ad iustitiam. Isaac significat spem, quia interpretatur risus, fuit enim gaudium parentum; spes vero similiter est gaudium nostrum, dum aeterna bona sperare facit et de eis gaudere. Abraham ergo genuit Isaac quia fides generat spem». Richiamando questo testo, Tommaso ripete più volte che «la fede genera la speranza…»: S. Th. I-II, q. 65, a. 4 s.c.; q. 66, a. 6, arg. 3; II-II q. 24, a. 2 ad 3. In I-II, q. 66, a.6 ad 3 l’Angelico spiega che ciò è da intendersi «in quanto l’una dispone all’altra».
10 Cfr. Salita al monte Carmelo II, 22, 4-5. Cfr. CCC 65, che aggiunge poco più avanti: «Lungo i secoli ci sono state delle rivelazioni chiamate “private”, alcune delle quali sono state riconosciute dall'autorità della Chiesa... Il loro ruolo non è quello... di “completare” la Rivelazione definitiva di Cristo, ma di aiutare a viverla più pienamente in una determinata epoca storica» (n. 67).
11 Un’introduzione alla lettura dell’enciclica si trova in J. RATZINGER, Maria. Chiesa nascente, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 1998, p. 29-50
12 S. DE FIORES, Maria. Cammino di fedeltà. Meditazioni, Ed. Monfortane, Roma 1984, p. 21.
13 PAOLO VI, Esort. apost. Marialis cultus n. 56.
14 Cfr R. PENNA, Il «mysterion» paolino. Traiettoria e costituzione, Paideia, Brescia 2012 (ristampa = 1° ediz. 1978).
15 In Jo. ev. tract. 28, 1: PL 345, 1622. Il titolo definitivo del capitolo VIII giungerà settimo rispetto ad altre precedenti proposte, che esprimevano il bilanciamento o lo sbilanciamento verso una delle due tendenze accennate. Per la redazione del capitolo cfr. il più recente C. ANTONELLI, Il dibattito su Maria nel Concilio Vaticano II. Percorso redazionale sulla base di nuovi documenti di archivio, Messaggero, Padova 2009. Bel commento all’intero capitolo rimane quello di S. DE FIORES, Maria nel mistero di Cristo e della Chiesa, Ed. Monfortane, Roma 1995.
16 PAOLO VI, Esort. apost. Marialis cultus n. 25.
17 Sermo 215, 4: PL 38, 1074: si tratta di un discorso battesimale (nella redditio del Simbolo).
18 De laudibus Virginis Matris, Homil. IV, 8: PL 183, 83-84.
19 S.Th. III, q. 30, a. 1. Tommaso considera il mistero dell’Incarnazione in una prospettiva nuziale Et ideo per Annuntiationem expetebatur consensus virginis loco totius humanae naturae.
20 Diario, IX, Morcelliana, Brescia 1982, 85-86 [X4 A 454. Il testo è citato in U. CASALE, Kiekegaard, il cristianesimo e Maria, in «Theotokos» 5 (1997), p. 325.
21 Diario, X, 97-98 [XI1 A 45), in CASALE, Kiekegaard cit. p. 326-327.
22 I termini oligopistía («poca fede») e oligópistos («di poca fede») si trovano solo nel N.T. (cfr. Mt e Lc) e in qualche caso della letteratura cristiana antica. Nei Vangeli il rimprovero è sempre rivolto a discepoli di Gesù e non alla massa del popolo. Il termine indica, dunque, una carenza di fede, o la defaillance, una caduta - dalla quale è possibile riprendersi - a seguito di una tentazione nella fede, o il comportamento pauroso nei pericoli. Non è, dunque, il rifiuto radicale della fede (apistía/ápistos), ma la carenza di fiducia, la resistenza imperfetta della fede nella quale può essere coinvolto il credente, giacché la fede è fragile e deve crescere (cfr. 1 Ts 3, 10; Rm 14, 1; 2Cor 10, 15) e si compirà un giorno nella vita eterna (cfr. 1Ts 4, 14). Fino ad allora, il credente vede assai imperfettamente; quel fiorno, però, gli sarà dato di contemplare nella chiarezza (cfr. 2Cor 5, 7). È nota la definizione di fede lasciata dalla Lettera agli Ebrei 11, 1: sperandarum substantia rerum, argumentum non apparentium. Benedetto XVI ha dedicato a questa connessione tra fede e speranza e al commento di questo brano la prima parte della sua lettera enciclica Spe Salvi (cfr. i numeri 2. 7-9). Con questa fede, dunque, Maria accompagnerà il cammino del suo Figlio come in un autentico pellegrinaggio di fede. Per questo è proclamata «beata perché ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore» (Lc 1, 45).

Inserito Lunedi 10 Settembre 2012, alle ore 10:02:18 da latheotokos
 
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DOTTORE IN S. TEOLOGIA CON SPECIALIZZAZIONE IN MARIOLOGIA
DOCENTE ALL'ISSR "SAN LUCA" DI CATANIA

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