Maria, madre di Cristo e madre della fede
Data: Domenica 16 Dicembre 2012, alle ore 10:09:54
Argomento: Chiesa


Un articolo di Lorenzo Artusi in Riparazione mariana, n. 1 - 2012, pp. 7-9.

Il filosofo canadese Charles Taylor, in uno scritto del 1960, rivolgeva una critica alla Chiesa. Egli la riteneva troppo sulle difensive, isolata dalla cultura moderna e lenta nell’apprezzare il nuovo umanesimo degli ultimi secoli; chiusa, insomma, in quei “bastioni” che alcuni anni prima già Hans Urs von Balthasar aveva auspicato fossero abbattuti in favore di una maggiore missionarietà e dell’annuncio del Vangelo. Diversi anni dopo, nel 2008, lo stesso Charles Tylor, però, ha pubblicato una breve riflessione su quelle barriere che il mondo accademico, a sua volta, solleva costantemente verso la religione, ignorando completamente la dimensione spirituale e con essa non solo le grandi questioni dell’esistenza, ma perfino le sue domande più semplici. La “chiusura”, questi bastioni o barriere, sembrano essere, da questo punto di vista, il problema maggiore del vivere la fede oggi, come rivelava già, all'apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, Giovanni XXIII, con l’espressione «aprire le finestre» o come suggeriscono le parole di Giovanni Paolo II pronunciate all’inizio del suo pontificato: «spalancate le porte a Cristo».
Viviamo un tempo in cui l’individualismo ha segnato la misura della felicità in termini di appagamento personale, di una chiusura che prende la forma dell’egoismo paradossalmente aperto a tutte le esperienze; un’esistenza sfuggente, liquida, ma impermeabile all’altro. Quello che l’individualismo di oggi sembra aver occultato, infatti, è proprio l’umana aspirazione alla trasformazione, che porta l’essere umano oltre l’ordinaria prosperità materiale.

La Vergine Maria nel progetto di Dio

In questo clima, sorprende la lettura dell’esortazione apostolica di Benedetto XVI, Verbum Domini. Sulla parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa (= VD) - 2010. Questo testo, infatti, si apre e si chiude con lo stesso tema, il solo che è ancora capace, forse, di far ardere la nostalgia più profonda del cuore umano, il tema della gioia (VD 2), quella lieta notizia, l’evangelo, che i discepoli di Cristo annunciano nel Salvatore: Dio stesso ha preso l’iniziativa di entrare nel cuore dell’esistenza umana, di venire tra gli uomini, vulnerabilissimo, per offrire la possibilità a ognuno di partecipare alla vita divina. L’espressione del vangelo di Giovanni «vi ho chiamato amici» (Gv 15,15) si può intendere, allora, in questa prospettiva, non di banalizzazione del rapporto con Dio, né di semplificazione o di riduzione della trascendenza al piano umano: “amici” è la parola in cui risuona il programma di Dio per l’umanità. Il progetto, anzi, la “visione” dei tempi futuri. In questo progetto è raccolto tutto lo sforzo umano di crescere verso Dio - a volte anche di sfidarlo - ed è presente tutta la risposta di Dio volta a trasformare l’essere umano, dalla sua dimensione chiusa nell’egoismo a una vita capace di amore. Per rendere evidente quest’opera di Dio, attraverso l’incarnazione di Cristo, Benedetto XVI volge l’attenzione alla persona della madre del Signore, non già come “citazione dovuta” a conclusione del testo, ma in relazione alla necessità di «rinnovare la fede della Chiesa nella Parola di Dio» (VD 27). Maria è, quindi, sorprendentemente presente già nelle prime pagine dell’esortazione apostolica, dedicate alla risposta dell’uomo al Dio che parla. Insomma, Maria è qui inserita al centro della questione del vivere la fede oggi. Ella è la chiave che apre, per così dire, il cuore del credente a Cristo. Non a caso, il paragrafo n. 27 è intitolato Maria «Mater Verbi Dei» e «Mater Fidei», cioè Maria come “luogo” in cui la reciprocità tra parola di Dio e fede si è compiuta perfettamente; in cui la fede assume la massima limpidezza e trasparenza alla parola di Dio che così si incarna in lei. La sua missione non è solo quella “strumentale” di generare Gesù. Quest’opera la inserisce pienamente nel progetto di Dio: Maria serba nel suo cuore le parole divine annunciate dall’angelo e «serba nel suo cuore gli eventi del Figlio suo, componendoli come in un unico mosaico» (VD, ivi). L’ascolto credente della parola di Dio non è un’opera passiva, ma è, piuttosto, carica di conseguenze e di frutti: «Maria è anche simbolo dell’apertura per Dio e per gli altri; ascolto attivo, che interiorizza, assimila, in cui la Parola diviene forma della vita» (VD, ivi). È simbolo dell’opera della Parola, ovvero di quello che abbiamo chiamato il progetto di Dio. Ed è per questo indicata come madre della Parola. La familiarità della Madre di Gesù con la parola di Dio - sottolinea ancora Benedetto XVI - ci mostra la Parola come una dimora per l’essere umano e rivela, allo stesso tempo, il senso del “dimorare” di Dio tra noi. «Ella parla e pensa con la Parola di Dio… i suoi pensieri sono in sintonia con i pensieri di Dio e il suo volere è un volere insieme con Dio» (VD 28). Anche questa sintonia non deve essere intesa come una semplice e quasi impaurita ripetizione: «essendo intimamente penetrata dalla Parola di Dio, ella può diventare madre della Parola incarnata » (VD, ivi). C’è qui in gioco l’essere umano con la sua personale partecipazione a un fatto unico, nuovo, irripetibile; a un’opera che, inoltre, lo colma di gioia! Non dobbiamo, quindi, lasciare spazio alla paura o al sospetto che «lasciarci plasmare dall’opera di Dio in noi» ci tolga la libertà o ci renda dei semplici esecutori di Dio stesso. Qui, al contrario, è in gioco proprio la vera creatività umana. Si comprende bene questo aspetto quando all’affermazione che, per essere efficaci nell’azione, occorre «lasciarci plasmare dall’opera di Dio in noi» fa seguito la puntualizzazione che occorre tanto un atteggiamento di ascolto orante quanto di generosità dell’impegno per la missione e l’annuncio (cf VD 28). Dio non plasma l’essere umano come farebbe con un blocco di marmo. Così, la custodia della Parola per Maria non è paragonabile a una semplice custodia come, ad esempio, quella di uno scrigno: ella custodisce, infatti, in sé la Vita stessa, l’Autore della vita, il fuoco dello Spirito; ha in sé Dio, e Dio pone in lei il suo progetto. In questi termini, si chiarisce, all’interno del percorso della lettera apostolica di Benedetto XVI, il tema della maternità di Maria in relazione al progetto di Dio di redenzione dell’uomo, di amicizia, per cui ella è appunto madre-genitrice del “progetto” stesso, che ha il suo fulcro nell’incarnazione di Dio, di Cristo, nella storia dell’uomo. Maria è, dunque, madre della Parola di Dio e madre della fede.

Vivere la fede

Maria è madre della fede perché partecipa di questo progetto. Nell’Antico Testamento, Abramo è già l’icona dell’uomo di fede; ma con l’incarnazione di Dio “nasce” una nuova fede, cioè una nuova e irripetibile possibilità di vivere la fede. Nel mistero dell’incarnazione, infatti, c’è un coinvolgimento radicale di Dio e questa sua “compromissione”, questo prendere dimora tra noi, questo luogo dell’amicizia di Dio non è uno spazio privato. Lungo i secoli esso si è reso visibile nel volto della Chiesa, vero luogo dell’amicizia di Dio, con Dio e tra coloro che nella sua amicizia si scoprono uniti. Dio chiama ad alimentare la fede attraverso l’esperienza epifanica di Sé: nell’arte, nella vita del singolo, nell’incontro con il mistero vivo della Chiesa. Forse occorre, in questo senso, guardare con occhi nuovi la propria appartenenza alla Chiesa; cercare quelle radici comuni, quell’aiuto vicendevole nella comunione dei santi, che chiede di abbandonare una visione della fede basata sull’autosufficienza solitaria, poiché Dio chiama l’umanità a realizzare il Suo progetto. Chiama, oggi, a una fede più “comunitario-cristocentrica”. L’identità del fedele, allora, non può essere quella del solitario vagabondare nell’esistenza, né quella di una spiritualità dell’ingenuo “sentirsi bene”. L’identità del fedele si accende nel riconoscimento della relazione. Per capire quanto la nostra fede differisca dal progetto di Dio, possiamo domandarci se siamo capaci di affrontare i lati più oscuri dell’esistenza di oggi. Spesso, infatti, siamo tentati di “addomesticare” Dio, di non lasciarci più provocare da lui attraverso la vita e lo Spirito. Pensiamo la Chiesa come qualcosa che ha avuto un lascito nel passato e che lo difende, dimenticando che il lascito si trova anche nel futuro e non in misura minoritaria! Nella sottile erosione che la fede subisce da parte della cultura predominante, la tentazione è quella di resistere, di erigere bastioni, rischiando però di perdere proprio la capacità di trasformazione, cioè l’opera di Dio, dello Spirito, la capacità di rispondere, come Maria, alla voce sconvolgente dell’angelo: «sì!». Cedere a questa tentazione, in definitiva, significa perdere la capacità di conversione, ovvero di cambiare e partecipare creativamente all’opera di Dio. La convenzione - la resistenza nei bastioni - può soffocare tutto, perfino la potenza dell’Eucarestia, l’azione trasformatrice di Dio nelle nostre vite, e così vanificare la sua opera di salvezza. Proprio per questo è tanto più vitale e centrale il risuonare della Parola nel tempo dell’umanità. Il Verbo si è fatto carne e risuona da allora in questa Parola. Ecco, Maria madre del Verbo di Dio “è” madre della fede, perché la fede nell’incarnazione del Verbo nasce misteriosamente nel cuore dell’uomo alla risposta del «sì» di Maria, come ha splendidamente descritto sant’Agostino all’inizio delle sue Confessioni: «Signore, ti cercherò invocandoti, e ti invocherò credendo in te». Solo così «ogni cristiano che crede concepisce e genera il Verbo di Dio in se stesso» (VD 28), non come opera ripetitiva, ma in quella creatività divina che è, forse, il frutto più maturo della nostra fede.







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