La I° stazione della Via Matris: la profezia di Simeone e la scuola del dolore
Data: Giovedi 12 Settembre 2013, alle ore 10:35:03
Argomento: Spiritualità


Un articolo di Gianfranco Belsito in La voce del Pettoruto, aprile 2007, pp. 13-16.



La «Via Matris», quale frutto della pietà popolare e modellata sulla Via Crucis, è fiorita dal tronco della devozione ai «sette dolori» della Vergine. Questa forma di preghiera germinata nel sec. XVI si è progressivamente imposta, fino ad attestarsi, nella forma attuale, nel sec. XIX. La tematica di fondo è la meditazione del cammino di prova vissuto da Maria, nel suo pellegrinaggio di fede, lungo l’arco della vita del suo Figlio e sigillato in sette stazioni. La Via Matris non è un itinerario della Passione della Madonna, ma esprime la partecipazione della Madonna alla Passione del suo Figlio. Questa partecipazione della Madre ai dolori del Figlio avviene, per alcune stazioni, in anticipo rispetto alla passione diretta del Figlio. In questo senso potremmo dire che la Via Matris prefigura quella che sarà la passione del suo Figlio. Ovviamente i sette dolori di Maria sono riconducibili ai dati biblici della passione del suo figlio. Si possono così elencare: la profezia di Simeone (Lc2,34-35); la fuga in Egitto (Mt 2,13-14); lo smarrimento di Gesù (Lc 2,43-45); l’incontro con Gesù sulla via del Calvario; la presenza sotto la croce del Figlio (Gv 19,25-27); l’accoglienza di Gesù deposto dalla croce (cf Mt 27,57-61 e ss.); la sepoltura di Cristo(cf Gv 19,40-42 e ss.).
In questo contesto le mie brevi considerazioni vogliono proporre una riflessione sulla prima stazione della Via Matris. Nella prima stazione, ripercorrendo la linea tracciata dal Vangelo di Luca, si annuncia la profezia del vecchio «Simeone», il quale, «li benedisse e parlò a Maria, sua madre: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,34-35). Tutta la scena si svolge secondo quando prevedeva l’Antico Testamento: ogni primogenito doveva essere consacrato a Dio. Al quarantesimo giorno dopo la nascita, i genitori portavano il bambino al tempio di Gerusalemme, per “presentarlo al Signore”assieme al sacrificio prescritto, due colombe (Lc 2,22-24). Anche Maria, la Madre di Dio, e Giuseppe hanno portato il Bambino Gesù al tempio al quarantesimo giorno dopo la nascita. Secondo la tradizione, Simeone era uno dei settantadue “interpreti”,che negli anni del regno di Tolomeo II, in Egitto hanno tradotto la Bibbia in greco. Traducendo il libro del profeta Isaia, Simeone dubitò della profezia sulla nascita del Bambino (Emmanuele) da una vergine (Is 7,14). Un angelo apparve a Simeone e gli disse che non sarebbe morto, finché non avesse visto con i propri occhi il Bambino e restasse così convinto della profezia. Ed ecco il vecchissimo Simeone, stanco di una lunga vita, costretto ad aspettare il compimento della profezia.
Dal testo di Luca si evince che le profezie del vecchio Simeone sono due: una riguarda i credenti che vogliono seguire Gesù Cristo e l’altra riguarda Maria.Questa scena ci presenta una giovane sposa nell’intento di voler adempiere ad un suo dovere religioso e un vecchio saggio, attento interprete delle sacre Scritture che, sicuramente ispirato dallo Spirito Santo, associa Maria alle sofferenze del Figlio. La scena che si presenta dinnanzi ai nostri occhi è davvero ricca di elementi contrastanti: da una parte la giovane sposa, dall’altra il vecchio saggio; da una parte il vaticinio e dall'altra la gioia di una madre che prega per e con il suo Figlio; da una parte il bimbo che rappresenta la vita e dall'altra le parole del vecchio saggio che prefigurano un destino di morte. Questi elementi si addensano insieme. Non sono vissuti separatamente.
La madre di Gesù, come ogni mamma, chissà quali progetti aveva nel suo cuore per il suo Figlio e il Vangelo non ci informa di quei sentimenti che accompagnarono l’offerta al tempio delle due giovani colombe. Una cosa è certa: nell’animo della Vergine si possono tranquillamente leggere i sentimenti di gioia propri di una madre che ha portato a compimento il parto e, in segno di rendimento di grazie, si reca al tempio per ringraziare e benedire il Signore. In questo preciso istante le parole pronunciate da Simeone, ma ispirate da Dio, giungono come una ferita con l’unico intento di voler educare il cuore. La madre, soprattutto la giovane madre, deve sapere che crescere un Figlio significa soprattutto disponibilità al sacrificio e al dolore. Queste parole sono ispirate da Dio proprio perché vogliono purificare il cuore di una madre. Queste parole sono quanto mai attuali: forse questo nostro tempo ha proprio bisogno di educare i sentimenti. In nome dei sentimenti oggi pare si voglia giustificare tutto, eccetto il dolore e il sacrificio. Anzi molti genitori esercitano la loro funzione educativa con una grande preoccupazione nel cuore: evitare che i propri figli possano sperimentare sacrificio e dolore. In questo caso ci si dimentica che il sacrificio e il dolore costituiscono una sana pedagogia per costruire l’uomo adulto. Educare un giovane senza sacrificio, equivale a pensare che i nostri figli possano crescere in una cappa, «protetti» da una cattiva idea dell’amore.
La reazione di Maria a queste parole diventa per noi quanto mai utile. Ella non reagisce come Rebecca. Il capitolo 25 del libro della Genesi ci informa che Rebecca, incinta di due bambini, al primo urto dei due pargoli nel suo grembo, subito così esclama: se è così a che giova che io diventi Madre. Come a dire che se diventare Madre significa soffrire, allora forse è meglio non esserlo. In Rebecca possiamo leggere anche una parabola degli uomini del nostro tempo che tendono ad eliminare ogni forma di dolore: basti vedere l’abbondante uso di analgesici e il continuo ricorso al parto cesareo per dare alla luce un figlio. Maria invece non si scompone. Il testo del Vangelo di Luca ci informa della sua compostezza e dignità. Soprattutto ci viene detto che porta nel suo cuore questo dolore, a cui il Figlio, e noi con lui, è destinato; tanto che solo dopo aver tutto compiuto tornarono a Nazaret (Cfr Lc 2,39). Maria non proferisce parola, perché si lascia educare dalla parola sorgiva del silenzio. Il silenzio che si fa accoglienza, ubbidienza e perciò educazione. Quel medesimo silenzio che troverà Maria orante sotto la croce. Quel silenzio che Maria saprà conservare anche quando non comprende. Il silenzio di Maria diventa , dunque, nell’oggi una rivoluzione educativa e culturale. Se il tempo presente può essere letto come il tempo delle parole e della velocità dei mezzi di comunicazione, Maria, profeticamente, partecipe dei dolori del Cristo, sale sulla cattedra del silenzio.
Si vede bene come Maria da una parte è chiamata a educare il figlio e dall’altra viene anch’essa educata dalla partecipazione alle vicende del Figlio. In questo senso si comprende perché la pietà del popolo, e non solo la liturgia dotta e ortodossa della Chiesa, può correttamente dire che Maria partecipa pienamente alla missione del Figlio, fino al momento più doloroso, quello della passione. Anzi questa prima stazione è quanto mai importante e significativa perché diviene ad essere un momento topico della stessa rivelazione biblica. Nel momento della presentazione al tempio si condensano tutte le Scritture: da una parte l’Antico Testamento, con tutte le sue profezie, rappresentate dal vecchio saggio Simeone e, dall'altra, la Vita del Nuovo Testamento rappresentata dal Bimbo. In questa icona biblica possiamo leggere ancora l’idea della famiglia che, rispettosa delle tradizioni e dei doveri religiosi, si ritrova insieme nel tempio per lasciarsi educare dalla Parola. Una famiglia che non si distacca dai valori della tradizione religiosa del tempo e che, nello stesso tempo si pone in termini di accoglienza nella buona e nella cattiva sorte, nella gioia e nel dolore.

 

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