La Madonna scalza di Caravaggio
Data: Venerdi 10 Gennaio 2014, alle ore 17:02:52
Argomento: Arte


Un articolo di Maria Siponta de Salvia in Minuti Menarini 310 (2013) - maggio 2013, pp. 1-2.




Caravaggio: Morte della Vergine - Parigi, Museo del Louuvre

Caravaggio portò nell’arte l’attimo e la realtà in cui la tragedia accade o si consuma. Un attimo che diventa un attimo di eternità. Il suo stile pittorico rivoluzionario spesso è stato associato dai critici al suo carattere intemperante, turbolento, quasi che l’uno fosse in qualche modo la conseguenza dell’altro. Eppure Caravaggio era un artista colto, intellettualmente superiore a tutti gli artisti contemporanei: una natura che lo portava all’isolamento. E aveva un carattere difficile, molto difficile, a volte tremendo. Uccise anche. «Io penso - dice Giuliano Briganti in un’intervista a Stefano Malatesta - che per capire Caravaggio non sia tanto necessario conoscere le agitate, anzi agitatissime vicende della sua vita violenta, quanto conoscere la sua mente, l’idea che aveva dei fini della pittura. Ossia non la cronaca vera o romanzata delle sue violenze, ma la consapevolezza che egli aveva della violenza, della tragedia».
La Morte della Vergine, realizzata da Caravaggio tra il 1605 e il 1606 e rifiutata dai Carmelitani di Santa Maria della Scala a Roma, in Trastevere, in quanto considerata indecorosa e sconveniente per la “Madonna gonfia e con le gambe scoperte”, secondo quanto tramanda il Baglione, pittore e rivale di Caravaggio, ci testimoniano questo suo pessimismo e il suo nuovo stile tragico. Nel contratto di commissione del dipinto, recuperato solo di recente, vi sono precise disposizioni secondo cui la Vergine avrebbe dovuto essere raffigurata cum omni diligentia et cura, ovvero rispettando sia iconograficamente che formalmente le rigide direttive controriformistiche allora vigenti. Maria, invece, attorniata da un piccolo gruppo di personaggi che ne vegliano il corpo, con indosso un abito rosso, distesa su uno spoglio catafalco, è ritratta in una posa naturale, poco sacra, con una mano sul grembo e con il braccio sinistro steso su un cuscino. Il suo corpo è gonfio e livido e s’intravedono anche i suoi piedi nudi.
Caravaggio non dipinge la santa incorruttibilità del corpo di Maria, ma quello di una vera donna, da poco deceduta. Lavorare con scrupolo sulla veridicità di ogni particolare non toglie, infatti, secondo la sua poetica, grandezza al soggetto sacro dipinto; anzi permette a chiunque di parteciparvi e di accostarvisi nel modo più diretto e immediato. Per l’artista è la scena di umano dolore che conta, non nascosta da segni e simboli, ma immediatamente comprensibile anche agli spettatori più umili e meno colti. Anche il catino di rame collocato ai piedi degli apostoli con la soluzione d’aceto necessaria al lavaggio del cadavere, da qualcuno letto, come fa notare Elena Pondero, come un’inconscia attestazione di sfiducia nella Resurrezione da parte del Caravaggio, forse altro non è che un nuovo elemento realistico, fotografia di una scena già vista. La sua interpretazione è, infatti, ancora una volta quella di un testimone coinvolto della tragedia. E la tragedia della scena dipinta era la stessa del mondo in cui Caravaggio viveva, del mondo di cui anche lui faceva parte con la sua vita tormentata.
Tutti i personaggi del dipinto sono rappresentati nella zona inferiore della tela, mentre in alto un ampio drappo rosso scarlatto si alza come un sipario sulla scena e le conferisce ancor maggiore pathos. Gli apostoli sono tutti disposti su assi verticali, cui si contrappone, unico elemento orizzontale, il corpo esanime di Maria. La luce fortemente chiaroscurata tipica del Caravaggio, nella Morte della Vergine scende obliquamente dall’alto e si posa prima sulle teste calve degli apostoli affranti, per poi distendersi su Maria e sulla Maddalena inginocchiata dinanzi a lei. Una luce folgorante che cade rivelatrice delle figure e delle cose indifferentemente, anche se in quest’opera gli oggetti sono pochi, poiché come sempre la luce è unicamente funzionale alla sua dialettica luce-ombra.
La Morte della Vergine, si è detto, venne rifiutato. Diverse le motivazioni tramandate, come quella che raffigurasse una prostituta amata da Caravaggio stesso, o che la Madonna fosse rappresentata da una donna con il corpo gonfio, e con le caviglie e i piedi scoperti, come quello di una donna annegata nel Tevere. Nonostante questo e altri rifiuti, l’élite di amatori e conoscitori continuò a proteggerlo e stimarlo; la Morte della Vergine venne acquistato nel 1607 da Peter Paul Rubens per il duca di Mantova e ritenuta una delle opere più riuscite del pittore lombardo. Tanto che prima di spedirlo al nord Rubens ne fece allestire una pubblica esposizione a Roma. Oggi quest’opera di un pittore di cui il Baglione scriveva «che pur avendo una buona maniera nel colorire dal naturale», però «non molto giudizio di scegliere il buono e lasciare il cattivo», si può ammirare al Louvre.

 







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