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SERVA DEL SIGNORE


1. Maria «serva del Signore» e Israele «servo del Signore»
«Serva del Signore» è il titolo con il quale Maria stessa esprime il suo consenso all'angelo Gabriele, che le parla quale inviato di Dio: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38a). La vergine di Nàzaret si dichiara «serva del Signore» in quanto desidera ardentemente "ascoltare-accogliere" la Parola di Dio, per "obbedire" alla Sua volontà. La forma ottativa «avvenga di me» (Lc 1,38: «ghènoitò moi») coglie felicemente la disposizione interiore della santa Vergine: ella aspira a uscire da se stessa per immergersi totalmente nelle vie del Signore-Dio dell'alleanza, che ha posato lo sguardo su di lei. Riconoscente per il dono ricevuto, Maria scioglie il suo cantico, riaffermando la sua condizione di «serva», ma in stretta comunione con Israele «servo del Signore». Celebra, infatti, la grandezza di Dio, che «ha guardato la povertà della sua serva» (Lc 1,48) e «ha soccorso Israele, suo servo» (Lc 1,54). Ella è consapevole di vivere all'interno di una comunità di fede, che sente come sua. È l'assemblea del popolo di Dio, chiamato a «temere il Signore» (cfr. Lc 1,50b), a compiere la sua volontà con amore, fedeltà e fiducia (Dt 4,1; 6,17; 10,12-13; Sai 69,37). Qui sta il servizio richiesto dall'alleanza sinaitica (Es 3,12; 4,23; 7,26; 8,16; Dt 10,12; iRe 8,23). Quale tralcio nella mistica vigna di Israele (cfr. Is 5,1-7; Sai 80,9-17), Maria è lieta di essere annodata alla serie di generazioni che ha il suo capostipite in Abramo e si prolunga nei suoi discendenti (Lc 1,55b). «I nostri padri», canta ella con la santa fierezza di una figlia di Israele (Lc 1,55a). La storia dei Padri e delle Madri del popolo eletto - intessuta di grazia e peccato, di luce e di tenebra, di fedeltà e di apostasia (cfr. Mt 1,1-16) - è anche la sua storia.

2. Alcuni rilievi lessicali

I termini usati da Luca in relazione a Maria come «serva del Signore» e a Israele come «suo servo» sono quelli di doule (Lc 1,38.48) e pais (Lc 1,54). Ambedue le voci, al maschile e al femminile, sono mutuate dal vocabolario dell'Antico Testamento, quando si vuole presentare una o più persone, uomini e donne, come "servi" e "serve" del Signore. Ecco i loro nomi elencati secondo la denominazione di doulos/doule e pais/paidìske.
a) Servo (doulos) del Signore
Nell'Antico Testamento sono designati con questo appellativo: tutto il popolo d'Israele e ogni Israelita nell'atto di pregare con i salmi. Poi alcuni suoi membri eminenti, quali: Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, Giosuè, Sansone, Samuele, Saul, Davide, Salomone, Neemia, Sealtiè, il servo "Germoglio ", i profeti in genere e in specie (Elia, Achia di Silo, Giona figlio di Amittài, Daniele); quindi i sacerdoti e i tre giovani Sadrac, Mesac e Abdènego. Per il Nuovo Testamento si riscontrano i nomi di: Mosè, Simeone, Pietro, Paolo, Sila, Timòteo, Èpafra, Giacomo, Giuda fratello di Giacomo, i cristiani in genere, gli evangelizzatori, i profeti.
b) Serva (doule) del Signore
Un fatto sorprende. Mentre il titolo di «servo (doulos) del Signore» è assai frequente nell'Antico Testamento, il suo omologo femminile appare solo cinque volte, precisamente tre volte nella preghiera di Anna (1Sam 1,11) e due in quella di Ester (Est 4,17.17). Sia Anna che Ester si dichiarano, dinanzi al Signore, «la tua serva» (he doule sou). Nel Nuovo Testamento, al di fuori di Lc 1,38.48 si registra il solo passo di At 2,18, che cita Gi 3,2 («le mie serve»).
c) Servo (pais) del Signore
Nell'Antico Testamento sono menzionati sotto questo titolo: il popolo d'Israele, il Servo sofferente del Signore (con particolare insistenza), poi Abramo, Giacobbe, Mosè, Giosuè, Davide, Salomone, Caleb, Eliakìm figlio di Chelkia, Ezechia, Zorobabele, i profeti in genere e alcuni in specie (Isaia figlio di Amoz, Daniele), gli angeli, Giobbe, Neemia, Sadrac-Mesac-Abdènego. Nel Nuovo Testamento incontriamo il nome di Davide e, con insistenza, quello di Gesù.
d) Serva (paidiske) del Signore
Nell'Antico Testamento questo lemma è quasi inesistente. In forma indiretta è applicato tre volte (Sal 85[86],16; 116 [114-115],16; Sap 9,5) indistintamente a tutte le mamme in Israele, e in un contesto di preghiera. Infatti l'orante (in pratica il salmista e lo Pseudo Salomone) si professa davanti al Signore «tuo servo (paidì ... ) figlio della tua serva (paidiskès)». Nulla da rilevare per il Nuovo Testamento.
Dal complesso delle citazioni sin qui riferite dell'uno e dell'altro Testamento sembra profilarsi una conclusione di importanza non secondaria. Ossia: il titolo he doule Kyriou («la serva del Signore»), riferito a Maria (Lc 1,38), riveste una singolare rilevanza. Un'indubbia solennità si avverte in quell'uso. Infatti soltanto alla madre di Gesù è applicato in forma così rara ed esplicita.

3. Maria, «serva» di tutto il mistero di Cristo

Il consenso prestato gioiosamente da Maria ha. per oggetto «la parola (to rhema)» dell'angelo (Lc 1,38). 0, meglio, «le parole» del messaggero del Signore. Elisabetta, in effetti, riferendosi al "sì" di Maria, esclama: «Beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole (tois lelalemenois) del Signore» (Lc 1,45). Ora, a ben riflettere sulla scena dell'annunciazione (Lc 1,26-38), si rileva che l'angelo Gabriele parla tre volte a Maria: «Esulta, o piena di grazia...» (Lc 1,28); «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio...» (Lc 1,30-33), «Lo Spirito Santo scenderà su di te...» (Lc 1,35-37). Dunque: la rivelazione concessa dal Signore a Maria tramite l'angelo riveste aspetti molteplici. E sono tutti di natura cristologica, poiché riguardano il Bambino che nascerà da lei. In sintesi, ecco i temi messi in luce dall'angelo.
a) Il contenuto globale di Lc 1,26-38
Maria di Nàzaret è salutata come «Figlia di Sion», vale a dire come donna che nella sua persona rappresenta Gerusalemme-Israele. L'angelo, infatti, si rivolge a lei echeggiando gli stessi oracoli che i profeti Sofonia (3,14-17), Gioele (2,21-23.26-27) e Zaccaria (2,14-15; 9,9) indirizzavano a Gerusalemme-Figlia di Sion (cfr. Lc 1,28-33). Il titolo di kecharitomene ("piena di grazia", "ricolma del favore divino") è di natura funzionale. La vergine di Nàzaret è «piena di grazia» (charis), cioè dell'amore di Dio, in quanto Dio l'ha scelta per una missione, per un compito (charis) del tutto eccezionale: dare alla luce un essere divino, il Figlio dell'Altissimo, il Figlio di Dio (Lc 1,30.32.35). Egli sarà il re messianico, nel quale si adempiono le antiche promesse indirizzate dal Signore alla casa reale di Davide, mediante il profeta Natan (2Re 7,8-17.2529; cfr. Sal 89,27-38). La parabola umana di questo essere divino è racchiusa entro due estremi: la concezione-parto e la glorificazione eterna del suo regno (Lc 1,31-33). La sua concezione avverrà non per concorso d'uomo, ma per opera dello Spirito Santo. E questo evento prodigioso è finalizzato a rivelare infine la natura divina del Bambino. Egli sarà riconosciuto come «Santo-Figlio di Dio» (Lc 1,35). La concezione di Giovanni Battista dall'anziana e sterile Elisabetta (avvenuta peraltro con il normale concorso maritale: Lc 1,23-24) è preludio a quella, ancor più prodigiosa, di Maria. Niente, infatti, è impossibile a Dio (Lc 1,37; cfr. Gen 18,14). A questa somma di eventi, alla totalità del disegno divino così denso di mistero, Maria presta il suo consenso di fede. A Nàzaret il Dio dell'alleanza dischiude «il mistero taciuto per secoli eterni» (Rm 16,25). E a tale mistero che ha dell'incredibile, poiché è avvolto nella penombra della sapienza divina (Rm 16,27), Maria risponde con «l'obbedienza della fede» (Rm 16,26). Veramente lei è «la beata credente» (Lc 1,45: makarìa he pisteùsasa).
b) Un piccolo "credo cristologico" in Rm 1,34 e Lc 1,31-33
Il messaggio rivelatorio scandito dall'angelo Gabriele nei tre momenti del suo dialogo con Maria si configura come un breve compendio di cristologia, nel quale sono riassunti i punti capitali della missione e dell'opera del nascituro Re messianico. Il nucleo di questa rivelazione è concentrato soprattutto nei vv. 31-33, ove l'evangelista (o la sua fonte) impiega un modulo letterario conosciuto anche da altri sei brani del Nuovo Testamento. Di queste sette testimonianze, cinque sono ricavate dalla tradizione paolina (Gal 4,4.6; Rm 1,34; 10,6-7; lTm 3,16; 2Tm 2,8), due dalla tradizione evangelica (Lc 1,31-33; Gv 1,13[al singolare]-14). Si tratta di sette passi, ove l'intera vicenda del Cristo Messia è racchiusa nel polo iniziale e in quello terminale della sua esistenza, cioè l'incarnazione e la risurrezione. Da notare, in particolare, che i testi di Gai 4,4.6 e Lc 1,31-33 congiungono in successione immediata l'incarnazione e la risurrezione di Cristo però con riferimento alla "donna" dalla quale prende carne il Figlio di Dio. A titolo di esempio esplicativo, vediamo Rm 1,3-4 e Lc 1,31-33:
- Rm 1,3-4 (contesto: vv. 14): «1Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per vocazione, prescelto per annunziare il vangelo di Dio, 2che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture, 3riguardo al Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, 4costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti, Gesù Cristo, nostro Signore». In apertura della sua magistrale epistola ai fedeli della chiesa di Roma, Paolo presenta se stesso come apostolo, cioè un inviato, scelto per annunziare il vangelo di Dio (v. 1). Questo vangelo, che il Signore aveva preannunciato nell'Antico Testamento mediante i profeti suoi portavoce, ha per oggetto il Figlio suo (v. 3). E, volendo compendiare in anteprima le caratteristiche di questo suo Figlio, Paolo ne ricorda l'incarnazione e la risurrezione. L'incarnazione, in quanto egli discende dalla stirpe di Davide «secondo la carne» (v. 3), ossia in ciò che riguarda la sua genesi umana, la sua dimensione di Figlio dell'uomo. La risurrezione, in quanto il Padre, facendolo risorgere dai morti in virtù dello Spirito Santo, lo pone in grado di esplicare la sua «potenza». L'energia vivificante dello Spirito Santo ha investito la persona di Gesù Risorto e lo trasforma a sua volta in soggetto attivo di santificazione. Sedendo ora alla destra del Padre, essendo stata rivelata la sua uguaglianza con Dio come Figlio suo, egli può effondere la forza dello Spirito su ogni creatura (cfr. Rm 4,25b) e diviene «Signore nostro» (v. 4). Alla "debolezza" o kènosi della sua condizione prepasquale subentra ora la sua «potenza» di Risort.
- Lc 1,31-33 (contesto: vv. 30-33): «30L'angelo le disse: "Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31Ecco: concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 31Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine"». Le parole dell'angelo rivelano a Maria la «grazia», ossia il compito, il carisma, il ruolo al quale è stata c chiamata da parte del Signore (v. 30). La sua vocazione è questa: divenire madre del Messia, Figlio dell'Altissimo. E per delineare in sintesi la parabola dell'esistenza del Messia atteso, l'angelo fa riferimento a due stadi della sua missione: quello iniziale (l'incarnazione) e quello conclusivo (la risurrezione). Anzitutto l'incarnazione. Maria concepirà il bambino, lo darà alla luce e lo chiamerà Gesù (v. 31). Poi la risurrezione. Risorgendo dai morti Gesù rivelerà la propria identità profonda. Egli apparirà «grande», ma in senso divino, come Figlio dell'Altissimo. La Pasqua farà comprendere la maniera decisamente nuova con la quale egli erediterà il trono di Davide suo padre, per regnare in eterno sulla casa di Giacobbe (vv. 32-33). Mediante il profeta Natan, il Signore rivolgeva queste promesse al giovane re Davide: «Te poi il Signore farà grande, poiché una casa farà a te il Signore [ ... ] assicurerò dopo dite la discendenza uscita dalle tue viscere e renderò stabile il suo regno E...] renderò stabile per sempre il trono del suo regno [...] Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio. [ ... ] La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me e il tuo trono sarà reso stabile per sempre» (2Sam 7,11-16). Queste promesse - tradotte in preghiera nel Sal 89,27-28.30 - riguardavano Salomone, figlio di Davide. Ma nel clima dell'attesa messianica furono trasferite al Messia, figlio di Davide. La comunità cristiana delle origini comprese che tali oracoli si erano compiutamente realizzati nel mistero pasquale di Cristo. Il Padre, facendo risorgere da morte Gesù di Nàzaret, figlio di Davide, lo rivela come Figlio suo divino (cfr. Sal 2,7 e At 13,16-33), lo intronizza alla sua destra, conferendogli un regno eterno su tutta la nuova casa d'Israele, che è la Chiesa (cfr. Sal 110,1 e At 2,25-36; 20,28). Pertanto, il consenso che Maria presta alla "parola" dell'angelo è aperto su tutto l'arco dell'opera del Figlio. Il suo "sì" permette al Figlio dell'Altissimo di entrare nel nostro mondo, come re messianico. La venuta del regno di Dio è certo un dono che viene dall'alto, ma è propiziata anche dal fiat della vergine di Nàzaret. Scrivevano i vescovi della Svizzera in una lettera pastorale del 16 settembre 1973: «Non è sufficiente, perché vi sia un vero dono, che qualcuno abbia la volontà di farlo; occorre anche che qualcuno abbia la fiducia di accettarlo. Senza dubbio il Padre che dona il Figlio, il Figlio che obbedisce, lo Spirito che effonde questo dono, sono tutti e tre Infiniti, e la povera Vergine che lo riceve è un'umile creatura, come un nulla davanti alla Divinità. Ma senza questo povero niente, senza la fede di Maria, l'amore di Dio per gli uomini non si sarebbe tramutato nel dono manifestatosi in Cristo Gesù. Ecco perché la Vergine, con il suo "sì", sposa realmente l'amore che Dio vuole manifestare agli uomini e permette a questo amore di esprimersi».

4. Maria "serva del Signore" e Gesù "servo del Signore"

Tra la condizione di Maria «serva del Signore» e la condizione di Gesù, «servo del Signore [del Padre]», corrono diverse analogie, desunte da un confronto tra Lc 1,38.46b-55 e Fil 2,5-11; Eb 5,5-10; 10,41063.
a) Maria "serva" e Cristo "servo"
Maria - Maria si autodefinisce «serva del Signore» (Lc 1,38.48). Ella si abbandona integralmente al progetto che Dio ha sulla sua vita (cfr. Lc 1,28-37). Un progetto che abbraccia l'intero arco della missione di Gesù, nato nella città di Davide per essere nostro Salvatore-Cristo-Signore (cfr. Lc 2,11).
Cristo - Cristo Gesù, esistente presso il Padre nella sua natura divina (cfr. Fil 2,6; Eb 10,5), entra nel nostro mondo (Eb 10,5a) per assumere «la condizione di servo» (Fil 2,7b). Diviene pertanto «simile agli uomini» (Fil 2,7c), accettando di avere in comune con noi un «corpo» (Eb 10,5d) fatto di «sangue» e «carne» (Eb 2,14ab), per realizzare la volontà divina (cfr. Eb 10,7-9). Gesù sarà fedele a questa consegna dall'inizio della sua vita terrena fino alla morte in croce (cfr. Fil 2,8bc; Eb 5,7-8; 2,9c; 12,2c).
Dunque: sia la madre che il Figlio si propongono, come finalità prioritaria e fondante, quella di adeguare la propria persona al disegno di Dio. Alle parole di Maria che dice: «Avvenga di me secondo la tua parola» (Lc 1,38c) fanno riscontro quelle di Gesù quando, entrando a far parte del mondo creato, dichiara: «Ecco, io vengo [ ... ] per fare, o Dio, la tua volontà» (Eb 10,79).
b) La "potenza di Dio" soccorre la "povertà" di Maria e la "kènosi" del Cristo
Maria - Dio, «il Potente», opera «grandi cose» nella «povertà» di Maria (Lc 1,48a.49a). Siccome niente è impossibile a Lui (cfr. Lc 1,37), Dio realizza il suo progetto al di là delle potenzialità umane. Egli rende possibile l'impossibile (cfr. Lc 18,27). In Maria, il Potente rivela la propria strategia già adombrata dalla parola profetica: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie - oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri» (Is 55,8-9). Qui accade l'inedito. In effetti, da un grembo vergine la sola energia dello Spirito, Potenza dell'Altissimo, suscita l'umanità del Figlio di Dio (Lc 1,32.35). Così Dio risponde alla "povertà" obbedienziale di Maria, sua serva. E Maria, dal canto suo, percepisce che Dio è «il suo Salvatore» (Lc 1,47). La salvezza potente di Dio passa attraverso vie paradossali.
Cristo - Anche Gesù, nell'intimità della preghiera, supplica Dio (il Padre), il Potente, «Colui che ha il potere (ton dynàmenon) di salvarlo dalla morte» (Eb 5,7). Ma siamo in presenza di una salvezza che non elimina la morte. Al contrario, attraverso l'umiliazione della croce si manifesta l'esaltazione di Gesù, che si è svuotato degli splendori della sua condizione divina per divenire «verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del [ ... ] popolo» (cfr. Sal 22,7). Commenta Franco Manzi: «Come prevedere che la potenza dello Spirito di Dio faccia fiorire la vita dal grembo di una vergine e la faccia rifiorire poi dal "grembo" di un sepolcro? [ ... ] Allora, può capitare davvero l'impossibile: dal grembo vergine di Maria nasce il Figlio di Dio per opera dello Spirito Santo (Lc 1,35: pneuma hàgion). Per opera del medesimo Spirito (Eb 9,14: dià pneùmatos aionìou), Dio esalta il Crocifisso (Fil 2,8c-9a), facendo "tornare dai morti il Pastore grande delle pecore" (Eb 13,20) e proclamandolo unico suo sommo sacerdote (cfr. 5,10)».
c) Maria e Cristo "imparano" l'obbedienza
Maria - Per la Santa Vergine, essere «serva del Signore» fu un impegno che la condusse gradualmente a imparare l'obbedienza della fede. Maria è la "serva credente" (cfr. Lc 1,38.45.48). Sin dal giorno dell'annunciazione, la religiosità di Maria era quella dei "timorati di Dio" (cfr. Lc 1,50), ossia di coloro che, da autentici «poveri nello spirito», vivevano integralmente secondo la legge di Mosè, la legge del Signore. Tali erano Zaccaria ed Elisabetta, i quali «giusti davanti a Dio, [ ... ] osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore» (Lc 1,6). Luca è puntuale nel presentare altresì Maria e Giuseppe che adempiono le prescrizioni della Legge, quali: la circoncisione del neonato Gesù (Lc 2,21), la purificazione (Lc 2,22), il riscatto (Lc 2,23.24.27.39), il pellegrinaggio annuale al tempio di Gerusalemme (Lc 2,42). Anche per loro, come per tutti i giusti d'Israele, la volontà di Dio era segnata dalla Torà. Tuttavia, in seguito all'irruzione straordinaria di Dio nella sua vita, Maria imparò in maniera nuova l'obbedienza al suo Dio e Signore. Giorno dopo giorno, il Bambino cresceva sotto lo sguardo di Maria e Giuseppe (Lc 2,40.42). Era loro sottomesso (Lc 2,51a). Le cure materne e paterne dei due sposi consentirono a Gesù di raggiungere la pienezza della sua umanità, per dedicarsi poi al ministero pubblico. Da allora in avanti, Maria (ormai vedova di Giuseppe) è chiamata a confrontarsi con la persona del Figlio. Quello che lui diceva e operava era il nuovo termine di riferimento per scoprire la volontà di Dio. In una parola, Maria da madre diventa discepola del Figlio (cfr. Lc 8,19-20; 11,27-28). Anche lei è coinvolta nella novità del suo messaggio, che suscita meraviglia (cfr. Lc 2,33.47-48), discernimento (cfr. Lc 1,29) e talvolta l'incomprensione (cfr. Lc 2,50). Al dire del Vaticano Il, «anche la Beata Vergine avanzò nella peregrinazione della fede» (Lumen gentium 58). Scrive ancora Franco Manzi: «A partire dall'incontro con l'angelo, il discernimento spirituale di Maria [ ... ] procede [ ... ] dall'evento cristo-logico - complessivamente inteso - all'interpretazione della volontà di Dio [ ... ] L'annunciazione angelica inaugura per Maria una modalità interpretativa inedita, che è di tipo cristocentrico». Maria, pertanto, entra a far parte di coloro che «obbediscono a Cristo» (cfr. Eb 5,9c), facendo propri «gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (cfr. Fil 2,5). Ella consentì che la spada della Parola di Dio, predicata dal Figlio, penetrasse l'intera sua persona (cfr. Lc 2,35). In conclusione, la Santa Vergine è tutta protesa a obbedire al Figlio, venuto a rivelare compiutamente la volontà del Padre (cfr. Eb 1,1-3). E come Cristo «è diventato causa di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5,9), per analogia potremmo dire che Maria, obbedendo a Cristo, anzitutto è da Lui salvata (cfr. Lc 1,47) e, poi, diviene strumento per soccorrere Israele (cfr. Lc 1,54a). In verità, le «grandi cose» compiute dal Potente in lei (Lc 1,49a) riguardano non solo la sua persona individua, ma anche l'intero popolo dell'alleanza. Nel linguaggio biblico, in effetti, le «grandi cose» di Dio hanno sempre un risvolto ecclesiale-comunitario.
Cristo - Cristo Gesù, nei giorni della sua esistenza terrena, conclusa da una orrenda passione e morte, è divenuto obbediente (Fil 2,8), ha imparato l'obbedienza (Eb 5,8). Anche la sua umanità era guidata da una "pedagogia-educazione" divina (Eb 12,5c.6a: paidèias Kyrìou; cfr. Ap 3,19; Pr 3,11a). Allo sguardo del Padre, che accompagna ogni passo del suo itinerario di Figlio dell'uomo, Gesù risponde con una attitudine obbedienziale definita con termini riconducibili al verbo hypakoùo, che ha a che fare con l'ascolto (cfr. Eb 5,8; Fil 2,8b), come eulàbeia, cioè "riverente accettazione" della volontà del Padre (cfr. Eb 5,7c e Mc 14,36; Mt 26,39; Lc 22,42). La eulàbeia dei giusti di Israele (cfr. At 22,12a) raggiunge la piena espressione in quella di Gesù, figlio di Israele.
d) Maria e Cristo "glorificati" per il loro "servizio obbedienziale"
Maria - Maria si è fatta «povera», accettando di essere a servizio della volontà divina (Lc 1,38). E siccome Dio esalta i poveri (Lc 1,52b), anche Maria sarà acclamata beata da tutte le generazioni (Lc 1,48b). Con Elisabetta, un macarismo corale salirà verso di lei: «Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo seno» (Lc 1,42). Ogni membro del popolo di Dio saluterà in lei «la madre del mio Signore» (Le 1,43).
Cristo - In risposta alla sua filiale obbedienza di servo del Padre, «Dio ha esaltato [Gesù], e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome» (Fil 2,9). Avendo offerto se stesso nel suo corpo, è costituito causa di santificazione per tutti noi (Eb 10,10.14). Dal suo sacrificio personale, scaturiscono effetti salvifici
di portata universale.

Bibliografia
SERRA A., Maria serva del Signore e della Nuova Alleanza, San Paolo, Cinisello Balsamo 2010, pp. 58-76; ID., Dimensioni mariane del mistero pasquale. Con Maria, dalla Pasqua all'Assunta, Paoline, Milano 1995; ID., Maria e la pienezza del tempo. Meditazioni sul mistero dell'Incarnazione per il Giubileo del Duemila, Paoline, Milano 1999; PENNA R., Lo Spirito di Cristo. Cristologia e pneumatologia secondo un'originale formulazione paolina, Paideia, Brescia 1976: ID., Lettera ai Romani. Rm 1-5. Introduzione, versione, commento, vol.. 1, Dehoniane, Bologna 2004; MANZI F., «Tratti mariologici del "vangelo" di Paolo»,  in Theotokos 8 (2000) 680-685; ID., La "Forma" obbedenziale del servizio di Gesù Cristo e di Maria. Confronto esegetico-teologico di Fil 2,7 con Lc 1,48. Estratto della testi di laurea in Sacra Teologia con specializzazione in Mariologia, Marianum, Roma 1999; LEGRAND L., L'Annonce è Marie (Lc 1,26-38). Une apocalypse aux origines de l'Évangile, Cerf , Paris 1981;  CONFERENZA EPISCOPALE SVIZZERA, Lettera Pastorale del 16 settembre 1973, in Marianum 36 (1974) pp. 365-369.
 






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IDEATO E REALIZZATO DA ANTONINO GRASSO
DOTTORE IN S. TEOLOGIA CON SPECIALIZZAZIONE IN MARIOLOGIA
DOCENTE ALL'ISSR "SAN LUCA" DI CATANIA

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