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  Preghiera e contemplazione con Maria 
Spiritualità

Di Sante Babolin, in AA. VV., Come pregare con Maria, Centro di Cultura Mariana "Madre della Chiesa", Roma 1989, pp. 130-144.




l. Preghiera e contemplazione

Nella vita spirituale, la preghiera e la contemplazione sono necessarie come i polmoni, per così dire, nella vita fisiologica: è necessaria la preghiera, che fa più riferimento alle labbra, all'ascolto, alla parola; ed è necessaria la contemplazione che fa riferimento più agli occhi e quindi allo sguardo. Per essere uomini di preghiera, per diventare roveti ardenti, è necessaria la preghiera ed anche la contemplazione. La preghiera, senza la contemplazione, rischia di diventare una preghiera cerebrale e/o meccanica, di cadere nel pericolo, indicato da Gesù «di sprecare parole come i pagani» (Mt 6,7). Solo la contemplazione quindi può farci praticare una preghiera, che pur dobbiamo fare, di lettura, di meditazione ed anche di pronuncia di parole, con interiorità. D'altra parte, la contemplazione nella visione cristiana ha bisogno della preghiera, della parola, dell'ascolto: una contemplazione che sia solo sguardo, solo concentrazione, rischia di diventare narcisismo e falso misticismo che è poi il silenzio e la pace del deserto, non il silenzio che rende udibile la Parola, che ci fa ascoltare lo Spirito che suggerisce le vie di Dio e che ci fa incontrare il Signore che viene. Contemplazione traduce il termine greco Θεωρια (theoria). Però mentre contemplazione deriva dal latino contemplari, theoria deriva dal greco θεωρειν. Scopriamo così due significati di contemplazione, quello della visione e del tempio, che però si congiungono nell'unico significato del centro: lo sguardo parte sempre da noi, situati in un determinato posto, che diventa il punto di vista da cui guardiamo; e tutto quello che da noi è visto e conosciuto, è pure organizzato attorno ad un centro. Così è del tempio che esprime l'azione di organizzazione della nostra realtà vissuta attorno ad un centro nel quale poniamo Dio. Ora nella fede cristiana il centro, di questa attività organizzatrice di tutto, è la Croce, il trono dell'Agnello immolato, cuore della Chiesa e dell'azione liturgica, dal quale sgorga il dono dello Spirito: Croce e Pentecoste, che esprimono e riattualizzano il mistero della morte e della resurrezione del Cristo, rendono dinamica la centralità della fede, della liturgia che è azione di concentrazione e di decentrazione della vita della Chiesa; e nel cammino della fede anche la vita di ogni cristiano partecipa di questo mistero di concentrazione e decentrazione ecclesiale. Però l'opera della concentrazione e decentrazione sono impossibili, se effettivamente non c'è un centro solido; e questo centro è la presenza dello Spirito di Dio in noi, la signoria di Gesù che regna nei nostri cuori dalla sua Croce. Allora per essere contemplativi del Dio vivente, inabitati da lui, l'ascolto deve farsi attento alla Parola, diventata Parabola nel nostro tempo; e lo sguardo deve farsi penetrante (cf. Nm 24, 3), capace di vedere l'Immagine consostanziale del Padre (2 Cor 4,4), nella sua Icona e cioè in ogni sua immagine visibile agli occhi di carne.

2. L'Incarnazione del Verbo di Dio

Noi possiamo realizzare la preghiera e la contemplazione con Maria a partire dall'evento dell'Incarnazione del Verbo di Dio, che è accettabile, soltanto se riconosciamo che non c'è contraddizione, come avrebbe potuto incarnarsi Dio che è puro spirito? Come avrebbe potuto diventare materia - secondo un'espressione di san Giovanni Damasceno - l'Immateriale? Leggiamo nel prologo al vangelo di Giovanni: «In principio c'era già il Verbo, e il Verbo era rivolto a Colui che è Dio, e il Verbo era Dio» (Gv 1,1). Una traduzione un po' insolita, volutamente tale, per mettere in evidenza la somiglianza di atteggiamento tra il Verbo di Dio e la parola rivolta da Dio ai suoi profeti (cf. ad es.: Is 38, 4; Ger 1, 2.4.11.13; Ez 6, 1; 7, 1; ecc.). L'espressione greca προς üυ Θεüυ ( = ad Deum) dice l'orientamento costitutivo del Verbo di Dio; e tale orientamento resta presente in lui, anche dopo l'Incarnazione, vivificando ogni sua parola ed ogni suo gesto: tutto è da Dio e tutto è orientato a Dio. In questo Verbo di Dio, che è Dio, è contenuto, prima ancora della creazione, il progetto creativo, chiamato con un termine biblico «la divina sapienza». Cominciamo così ad intuire che essere contemplativi significa essere sapienti, non secondo la mentalità del mondo, ma secondo «il pensiero di Cristo» (1Cor 2, 16). Tale celeste sapienza consiste nello scoprire il disegno di Dio nelle cose e nelle umane vicende, nel vedere tutto con gli occhi di Dio poiché ogni cosa è come una parola di Dio, che esce dall'unica Parola fattasi carne e che alla «com-prensione» di essa conduce. Si legge ancora infatti che «Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio. Questo Figlio, che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura» (Eb l, 1-3; Col l, 15). Quindi l'unica Parola di Dio, il Verbo che si fa Carne nel grembo di Maria, è tutta l'espressione di Dio ed è pure tutta l'espressione del creato: in lui si concentra il senso di tutte le parole di Dio, di quelle che creano e di quelle che danno il senso della creazione. Ne viene una conseguenza enorme, per la vita di fede: quando noi leggiamo le sacre Scritture, troviamo delle «parole»; ma queste parole, ora che la Parola si è fatta Carne, sono realizzate, compiute, concentrate nell'unica Parola che «ha piantato la sua tenda in mezzo a noi» (Gv 1,14). Gesù quindi ha la chiave per la scoperta del senso di ogni parola uscita dalla bocca dei patriarchi e dei profeti. Perciò tutto quello che leggiamo nelle Scritture è parola che esce dalla sua bocca, è il suo pane spezzato per noi che aderiamo a lui. Ora il Verbo di Dio, con il gesto dell'Incarnazione, si fa materia assumendo una voce e un volto umano, così da farsi udire alle nostre orecchie e da farsi vedere ai nostri occhi: si avvicina all'uomo facendosi Parola para-bolica (cioè Parabola) e si mostra all'uomo facendosi Immagine visibile (cioè Icona: immagine che fa pensare, attraverso ciò che mostra, a quello che è invisibile e non si può vedere con gli occhi del corpo). Con ciò l'intera Scrittura diventa parabolica, perché la Parola che era tutta rivolta a Dio, incarnandosi, si è tutta rivolta anche all'uomo, si è posta accanto all'uomo rendendosi così Parabola. Ora noi abbiamo bisogno di scoprire questa Parola che vive accanto a noi e che si rivolge costantemente a noi. Si direbbe che il Verbo è accanto a noi per compiere con noi il viaggio della vita; e noi possiamo capirLo accettando di camminare con lui e solo nel cammino, dopo cioè la decisione di aderire a lui, possiamo realizzare una comprensione di lui mediante una relazione con lui. La dimensione parabolica copre tutta la rivelazione di Dio, non solo quella che si realizza con le parole ma anche quella che si compie con i gesti e gli eventi. Tutto accade come ai discepoli di Emmaus, che ascoltano la spiegazione delle Scritture e riconoscono Gesù nel gesto dello spezzare il pane. Due quindi sono le operazioni del Verbo di Dio incarnato: da Parola si fa Parabola (una parola sempre pronunciata accanto all'uomo), da Immagine consostanziale del Padre si fa Icona (un'immagine storica che lo mostra in ogni evento dell'umana esistenza); e poi s'irradia in molte parole e parabole, in molte immagini e gesti (ordinari e straordinari), affinché noi possiamo trovare la nostra via che ci conduca a lui. In questo cammino verso il Verbo incarnato, Gesù Cristo, Maria ci è madre e maestra, nel farci usare gli orecchi e gli occhi per passare dalle parole alla Parola, e dalle immagini all'unica Immagine del Dio invisibile. Perciò: «Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono» (Mt 13, 16). Questo riferimento agli orecchi e agli occhi esprime una legge antropologica: l'uomo si apre alla realtà attraverso le due finestre dell'udito e della vista. Nella tradizione filosofica l'udito e la vista sono considerati i sensi estetici per eccellenza; e questo significa che sono le aperture corporee dello spirito, che consentono all'uomo di entrare in relazione con la realtà che lo circonda. Ora nel rivelarsi e nel condurci al Signore, Maria e la Chiesa rispettano questa nostra struttura; perciò nella Chiesa, accanto alla tradizione delle Scritture, si è sviluppata la tradizione delle immagini sacre, che rendono in qualche modo sensibile la Parola e l'Immagine di Dio. Possiamo così dilatare l'ascolto con la contemplazione: una comprensione profonda della rivelazione non può trascurare la sacra iconografia. A questo punto possiamo comprendere la funzione di Maria nella preghiera e nella contemplazione della Parola di Dio. Maria infatti è sempre con Gesù, è tutta relativa a Gesù: come il Verbo è tutto rivolto al Padre, Maria è tutta rivolta al Figlio. Da qui nasce la sua esemplarità in ordine alla salvezza. In linea con questa sua funzione, Maria ci mostra come ascoltare la Parola attraverso le parole, come scorgere l'Immagine consostanziale del Padre guardando le icone della divina carità e come diventare dimore dello Spirito Santo, ossia roveti di lode a Dio Padre in Cristo Gesù. Nessuna creatura è eristica tanto quanto Maria, che è preghiera, assoluto orientamento al Cristo. Maria quindi mostra anche a noi come diventare eristici, come orientarci al Cristo ed essere preghiera e contemplazione. A tale scopo si impongono tre passaggi che Maria ci aiuta a compiere: dalla Parabola alla Parola mediante l'ascolto delle parole di Dio, dall'Icona all'Immagine consostanziale del Padre mediante lo sguardo di fede sulle icone (configurazioni storiche degli eventi salvifici), dall'avere un orientamento di contemplazione all'essere contemplazione del Dio vivente che cammina con e accanto a noi. L'ascolto di Maria è la chiave per capire la Parola, mentre lo sguardo è la chiave per vedere l'Invisibile: con il suo ascolto e il suo sguardo possiamo accendere le nostre esistenze con il fuoco dello Spirito Santo e diventare quelle «presenze brucianti» che il Padre cerca, come rivelò Gesù alla samaritana: «Credimi, donna, è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; e il Padre cerca uomini che lo adorino così» (Gv 4, 23).

3. L'ascolto attento di Maria

Per capire la profondità e l'ampiezza dell'ascolto di Maria, dobbiamo scendere nella grotta della Natività a Betlemme e rivivere la visita dei pastori alla culla di Gesù. Vennero i pastori e raccontarono molte e meravigliose cose, accadute in quella notte, mentre loro vegliavano il gregge; «e tutti quelli che udirono si stupirono delle cose che i pastori dicevano; Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (Lc 2,18-19). Qui l'ascolto di Maria è meditazione; e per capire questo suo atteggiamento è importante sapere che meditare traduce un verbo greco caratteristico, che significa mettere insieme, congiungere, raccogliere. Maria praticava la meditazione delle sacre Scritture e poi meditava su tutto, perché raccoglieva nel suo cuore tutto quello che ascoltava e capiva su Dio: univa così parola a parola, conoscenza a conoscenza, decisione a decisione, amore ad amore. Così entrava sempre di più nel mistero di Dio e nella comprensione della sua Parola. Tutto questo lavoro di meditazione è segnato da grande discernimento: Maria sa cosa prendere e cosa lasciare. Scopriamo questo suo dono proprio nel racconto dell'Annunciazione (Lc 2,26-38). Maria ascolta e vede cose davvero straordinarie; e lei è donna devota, amante del Signore. Si sente chiamare «piena di grazia»; un angelo l'assicura che, «il Signore è con lei» e che è stata scelta per essere la madre del Messia, che siederà sul trono di Davide. Eppure Maria non si lascia prendere; si direbbe che tutto questo non le dà alla testa, ma anzi prende un atteggiamento di distanza e sottopone l'angelo ad una verifica: «Come è possibile questo? io non conosco uomo». L'angelo le risponde con precisione, le dà tutte le spiegazioni che lei cerca, per concludere che colui che nascerà da lei sarà concepito per intervento dello Spirito di Dio. Allora Maria chiude il suo discernimento, la sua meditazione, prendendo in parola l'angelo: Se si tratta di dare consenso allo Spirito Santo non c'è problema, poiché io sono la serva del Signore; si compia quindi in me quello che tu stesso hai detto! A Maria basta poco: lei riesce a ricostruire subito tutto, da un versetto l'intero salmo, da un particolare l'intero episodio; e questo perché le è familiare la Parola di Dio. Attraverso la meditazione, lentamente, Maria raggiunge il Verbo di Dio: lo concepisce nel cuore prima che nel suo grembo. Alla Madre di Dio sta a cuore quello che è nel cuore del Figlio: Maria e Gesù vivono una profonda intesa. Solo così riesco a capire l'episodio delle nozze di Cana, la reazione di Gesù all'informazione di Maria sulla mancanza del vino. Penso che Maria non ha accelerato il tempo dei miracoli di Gesù, ma che, nel suo spirito profetico, l'ha visto arrivare e, perciò, prepara tutto perché sia accolto il cambiamento dell'acqua in vino come un momento della divina misericordia. Il miracolo delle nozze di Cana rivela in modo sconcertante lo spirito di profezia di Maria, approfondita nelle Scritture e tutta orientata al Verbo rivelatore. All'osservazione di Gesù: «Non è ancora giunta la mia ora» (Gv 2,4), Maria non replica, ma orienta gli inservienti: «Fate quello che vi dirà». Maria sa quindi che l'ora sta per giungere; e questa conoscenza le viene dal suo spirito di profezia. Comprendiamo così come diventa attento il nostro ascolto della Parola di Dio:si intendono le parabole, le parole con significati collaterali che servono a chiarirle (a coloro che aderiscono a Gesù) e anche a nasconderle (a coloro che non aderiscono a lui), e poi si coniugano le parole e i gesti fino a scoprire la Parola unica e il Gesto unico: la Croce, rivelazione e dono dell'Amore di Dio. Si direbbe che Maria ascolta le parole e intende le parabole, mediante il silenzio e la vigilanza, che le rendono udibile la Parola, lo stupore per l'intesa con il Parlante, la memoria che custodisce nell'intimità personale il cammino con la Parabola. Ne segue che la meditazione produce una conversione profonda della nostra libertà, che è la ragione della nostra ragione, orientandoci appunto interamente al Verbo della vita. La meditazione della Parola si converte lentamente in relazione con Colui che parla e in contemplazione con Colui che, pur restando nascosto, si lascia incontrare e vedere dai suoi amici: l'ascolto attento alla Parola provoca uno sguardo capace di penetrare nel mistero.

4. Lo sguardo penetrante di Maria

Per capire lo sguardo di Maria, la sua capacità di entrare con gli occhi della fede nel mistero dell'Amore di Dio, dobbiamo salire con lei sul Calvario, ai piedi della Croce di Gesù. Qui Maria vede quello che gli altri non vedono: il suo sguardo profetico, «dall'occhio penetrante» (Num 24,3). scorge la Presenza di ogni presenza nella manifestazione suprema dell'Agape divina. Si legge infatti che «tutte le folle, accorse a vedere quel fatto, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto. Invece gli amici di Gesù e le donne, che lo avevano seguito fin dalla Galilea, se ne stavano ad una certa distanza e osservavano tutto quel che accadeva» (Lc 23,48-49). Il fatto della morte di Gesù è chiamato da Luca theoria, termine greco di profondo significato: la teoria era la suprema spiegazione di tutto. Luca trova nella Croce questa spiegazione di tutto; e con Luca anche Maria, che vede quello che altri non vedono, perché i suoi occhi sono lavati dalle lacrime e lacerati dal dolore. Per penetrare con lo sguardo il mistero dell'Amore di Dio, è necessario che prima il mistero stesso penetri lo sguardo intenerendo il cuore. La preghiera realizzata dallo sguardo, esteriore ed interiore, sgorga quindi dalla manifestazione suprema dell'Amore di Dio per l'uomo. La Croce diventa così il cuore della vita contemplativa, perché è il luogo in cui l'Amore viene effuso su di noi. La Croce è l'Icona della carità di Dio, secondo una bella espressione di san Massimo il Confessore, il dono pieno dell'Amore di Dio all'uomo. Si può così comprendere quanto afferma il secondo concilio di Nicea (787), nella definizione dogmatica, quando precisa il tipo di venerazione riservato alle sante icone. «Non si tratta, secondo la nostra fede, di un vero culto di latria che è riservato solo alla natura divina, ma di un culto simile a quello che si rende all'immagine della preziosa e vivificante Croce, ai santi Vangeli e agli altri oggetti sacri, onorandoli con l'offerta di incenso e di lumi, com'era uso presso gli antichi. Infatti l'onore reso all'immagine passa a colui che essa rappresenta; e chi venera l'immagine, venera la persona di colui che in essa è riprodotto». A questo punto mi sembra chiaro che se vogliamo maturare nella preghiera, nella contemplazione del mistero della Croce, che è il trono dell'Agnello attorno al quale si raduna la Chiesa, abbiamo bisogno di scoprire, forse di riscoprire, la tradizione iconografica della Chiesa. C'è un'iconografia nella Chiesa d'Oriente e d'Occidente: la prima è più raffigurativa e realizza la sua espressione più caratteristica nella pittura (meglio, scrittura) delle icone; la seconda è più astratta e realizza la sua espressione più caratteristica nell'architettura (mi riferisco soprattutto al gotico). Anche oggi, comunque, si offrono occasioni singolari: la croce, il crocifisso, il cero
pasquale, l'altare sono immagini da decifrare ed interiorizzare, che entrano come immagini sacre nell'azione liturgica. C'è poi una riscoperta dell'arte delle icone, latine e bizantine, che offrono un'opportunità singolare per la preghiera. Però per «leggere» queste immagini è necessario un metodo, altrimenti si può finire nel sentimentalismo o in attribuzioni di senso del tutto gratuite: cosa che non favorirebbe una sapiente contemplazione, in armonia con la tradizione viva della Chiesa e in sintonia con la liturgia. Se un'icona è compresa, ricevendo il suo servizio di un rinvio all'archetipo, allora essa consente la lectio divina, con più profondità e chiarezza di quanto possa fare un testo delle sacre Scritture. Un metodo positivo di lettura delle icone, si può concentrare in cinque operazioni: tema, narrazione, stimolo, distanza e labirinto. Scoprire il tema, anche con l'aiuto dell'iscrizione, significa individuare il testo delle Scritture a cui l'icona fa riferimento; ogni icona infatti deve rendere visibile, con il disegno e i colori, quello che le Scritture annunciano con le parole. Il tema viene riespresso nell'icona con linguaggio visivo; e questo fatto realizza una specie di narrazione, una sequenza di immagini che rendono l'icona un equivalente visibile della realtà invisibile cui fa pensare e credere. Lo stimolo richiama la funzione dei colori, perché il colore è stimolo psico-emotivo. Una lettura corretta dell'icona consente d'individuarne il colore centrale e i colori secondari, che si armonizzano come le note d'un canto. L'aspetto cromatico e il suo simbolismo implicito sono la causa della forza terapeutica delle icone, che sono capaci di sanare l'immaginario e di liberarlo dall'aggressività di immagini perverse. Però bisogna anche prendere distanza dagli stimoli cromatici, perché l'uomo non è soltanto immaginario (notturno), ma è anche razionalità (giorno). A quest'operazione veniamo condotti mediante la scoperta della perigrafe dell'icona, del simbolismo geometrico ed astratto subliminale. Ogni icona ha il suo segreto, offre un suo tesoro, al di là di quello che si vede immediatamente. E questo tesoro suggerisce il simbolo del labirinto, poiché la lettura dell'icona è come un cammino che porta appunto nella stanza del tesoro, dentro la Gerusalemme celeste, come nei labirinti che troviamo sul pavimento di certe Chiese antiche, percorsi in ginocchio da penitenti, in sostituzione del pellegrinaggio in terra santa. Ogni icona si presenta così come una piccola iconostasi, che nasconde e svela ad occhi penetranti il mistero della fede; è come un labirinto che va percorso in ginocchio, lentamente, fino a scoprire il punto d'irradiazione che brucia il nostro sguardo per farci pensare con amore a ciò che è reale ma invisibile. Il fuoco che brucia lo sguardo, introiettato, accende il cuore e riscalda la preghiera e la contemplazione. Se un'icona non viene bruciata dallo sguardo, resta superficie esterna, magari talmente bella da essere guardata e riguardata, fino a diventare rispettabile. Nascerebbe così l'idolo, un'empia manipolazione dell'icona.

5. Maria, contemplazione di Dio

Maria realizza in pienezza la divina teoria, ossia la piena comprensione dell'Amore di Dio per l'uomo e, nello stesso tempo, diventa causa esemplare della salvezza, dell'orientamento della nostra esistenza a Dio: in lei la contemplazione, come teoria e come tempio, diventa perfetta. «Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli dì Dio; - e il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che è da Dio» (Rm 8,14; 1 Cor 6,19). La contemplazione, come teoria, acquista il suo significato ai piedi della Croce, dalla quale Gesù spira lo Spirito; come tempio, acquista il suo significato nella Pentecoste, che colloca Gesù al centro della Chiesa come sorgente che zampilla per la vita eterna: «Gesù levatosi in piedi esclamò ad alta voce: "Chi ha sete venga a me, e beva, chi crede in me; come dice la Scrittura, "fiumi d'acqua viva sgorgheranno dal suo seno". Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non c'era ancora lo Spirito perché Gesù non era stato ancora glorificato» (Gv 7,37-39). La contemplazione cristiana, evangelica, non è speculazione filosofica, ma un fatto che interessa la carità di Dio e congiunge la Croce con la Pentecoste, mediante «l'amore di Dio riversato nei nostri cuori per il dono dello Spirito Santo» (Rm 5,5). Maria allora è la contemplazione di Dio, perché è la dimora dello Spirito Santo la sposa - come si ama anche dire - dello Spirito Santo. Maria è aperta al Donante nel dono che accoglie; da carismatica si trasforma continuamente in donna spirituale: si dona al Donante ricevendo sempre il dono di Dio; è così tutta focalizzata in Dio. Non stupiamoci allora di trovare Maria nel Cenacolo, poco lontano dal Calvario, con gli apostoli ed altri discepoli di Gesù, «che, assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e Maria la madre di Gesù» (At l,14), attendono la venuta dello Spirito Santo promesso da Gesù. Nel Cenacolo Maria guida la preghiera dei discepoli di Gesù: si direbbe che, in altra dimensione, continua il suo servizio prestato alle nozze di Cana. La sera di Pasqua Gesù si fece presente nel mezzo del Cenacolo, a porte chiuse, per liberare i suoi dalla paura, mediante il dono della pace e dello Spirito. Ora siamo ancora nel Cenacolo e non c'é Gesù, perché è salito al cielo. Però c'é Maria (che la arte iconografica talvolta fa sedere al posto di Gesù), che conduce la preghiera della Chiesa nascente, radunandola attorno a sé, come ad un centro. Maria può effettivamente fare da centro nella preghiera della Chiesa, perché lei è tutta centrata in Cristo, è interamente eristica: Maria e Gesù sono tutt'uno. Maria è il tempio del Dio vivente, perché nel suo grembo, nel suo cuore e nel suo spirito ha preso stabile dimora lo Spirito di Dio. Non è esagerato allora affermare che Maria non prega, ma è preghiera; Maria non contempla, ma è contemplazione. Allora il contemplativo cristiano è colui che ha centrato e concentrato tutta la sua esistenza in Cristo, diventando dimora dello Spirito Santo. Stabile è la dimora, e continua è la concentrazione; perciò il contemplativo vive e comprende tutto quello che gli accade nel giusto senso, perché nel suo cuore risuona sempre la Parola di Dio, che lo tiene in relazione con il Parlante. Nello stesso tempo il contemplativo, ben centrato in Cristo, decentra la presenza dello Spirito che dimora in lui, irradiando l'amore di Dio nella Chiesa e nel mondo. È così chiarita una bella definizione della contemplazione di san Gregorio Magno: «la vita contemplativa è vivere l'amore per Dio e per il prossimo con tutto il cuore e con l'unico desiderio di aderire al Creatore».

Inserito Martedi 19 Aprile 2022, alle ore 11:50:33 da latheotokos
 
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DOTTORE IN S. TEOLOGIA CON SPECIALIZZAZIONE IN MARIOLOGIA
DOCENTE ALL'ISSR "SAN LUCA" DI CATANIA

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