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NASCIMBENI GIUSEPPE



Parroco e fondatore delle Piccole Suore della Sacra Famiglia, beatificato il 17 aprile 1988 da Giovanni Paolo II.

1. Cenni biografici, fondazioni e spiritualità
Nato a Torri del Benaco nel 1851 in una famiglia ricca di fede, crebbe con una profonda sensibilità religiosa, rettitudine e generosità di cuore. Famiglia, parrocchia e scuola contribuirono allo sviluppo armonico della sua personalità umana e spirituale. Intelligente e volitivo, sentì presto la vocazione al sacerdozio e frequentò a Verona le scuole del seminario. Ordinato sacerdote nel 1874 esercitò il ministero prima a San Pietro di Lavagno e poi, dal 1877 e fino alla morte, a Castelletto di Brenzone, dimostrando instancabile e ardente zelo pastorale. Visse la sua missione di parroco con spirito missionario, aperto alle necessità della Chiesa e desideroso di coltivare la fede nel cuore dei suoi parrocchiani. Diede vita a diverse istituzioni e iniziative per la formazione dei giovani e della famiglia; spese ogni cura ed energia anche per i malati, gli anziani e i poveri. Attento a tutto l’uomo e desideroso di dare la vita “anche per un’anima sola”, promosse il miglioramento delle condizioni anche materiali della sua gente, lasciandosi guidare dalle indicazioni del Magistero della Chiesa. Nella sua multiforme attività ebbe come collaboratrici fedeli le Piccole Suore della S. Famiglia, che egli stesso fondò nel 1892. La Famiglia di Nazareth fu l’ispiratrice del nuovo Istituto, che ricevette come carisma la contemplazione del mistero dell’Incarnazione, secondo la spiritualità di Nazareth. Docile all’azione dello Spirito e afferrato dal desiderio di “vedere glorificato il Signore e salvate le anime”, don Nascimbeni volle le sue figlie “piccole”, cioè povere, umili, nascoste, semplici, francescanamente liete, imbevute di preghiera e di carità, instancabili nel sacrificio. Purificato da lunga malattia, il 21 gennaio 1922 pronunciò il suo “eccomi”: fu il momento dell’affidamento totale al Crocifisso, nel quale si era “specchiato” per tutta la vita e del quale aveva condiviso fino in fondo la “sete di anime”. Giuseppe Nascimbeni è un santo alla nostra portata: non fatti straordinari, non cariche vistose, non imprese fuori dell’ordinario… ma pastore, per tutta la vita, in un piccolo paese di periferia. Amava ripetere: “È un errore credere che la santità consista in cose straordinarie. Basta vivere bene in quell’occupazione, in quel luogo, in quel grado in cui ci pose il Signore”. Due sono state le passioni della sua vita: Dio e l’uomo, in una equilibrata compenetrazione di contemplazione e azione. Dalla chiesa all’uomo, ad ogni uomo, in ogni situazione, soprattutto l’uomo bisognoso. L’amore di Dio che egli traeva dal motto paolino “Caritas Christi urget nos” (2 Cor 5,14) accresceva la sua energia e la sua creatività a favore dell’uomo, per la sua promozione umana e spirituale. Don Nascimbeni non è stato uno studioso, non ha scritto libri né si è distinto per l’originalità di pensiero. Era però convinto che le opere compiute, unite alla grazia di Dio, fanno incontrare la persona con il Signore della Vita. La Chiesa ha riconosciuto la santità della sua esistenza e Giovanni Paolo II l’ha proclamato Beato il 17 aprile 1988.

2. Maria e la spiritualità della Sacra Famiglia di Nazareth
«Mosso dallo Spirito Santo e ardente di zelo di vedere glorificato il Signore, il sacerdote e parroco don Giuseppe Nascimbeni [1851-1922] volle le suore perché lo aiutassero a salvare anime. Fondò il nostro Istituto nel 1892 con la collaborazione di Domenica Mantovani; ci chiamò Piccole Suore della Sacra Famiglia». Questo personalizzato esordio delle Costituzioni, vigenti dal 1984, compendia origine, ispirazione, finalità della Congregazione iniziata a Castelletto del Garda dove il Fondatore era parroco. La beatificazione nel 1988 ne riconobbe la santità di vita, convalidando il suo operato. Le Costituzioni abbondano di riferimenti alla Sacra Famiglia di Nazaret, titolo ispirazionale dell'Istituto, quasi sempre nominando i componenti di essa, ossia Gesù, Maria e Giuseppe. Il connotato mariano più rimarcato, dunque, è la familiarità: Maria è in famiglia, Maria è familiare nella vita e nel servizio delle suore. Tale familiarità si completa nella discepolanza. «Il mistero della Famiglia di Nazaret ispira la nostra vita. Con Maria e Giuseppe compiamo il nostro servizio unite al Signore Gesù, immerse nel suo mistero di redenzione» (artt. 3 e 5). La Sacra Famiglia è assunta anzitutto come guida della consacrazione tramite i voti. «Unite a Gesù, Maria e Giuseppe dedichiamo tutta la nostra vita in un servizio di amore che testimonia la bontà di Dio Padre e la fratellanza con tutti gli uomini» (art. 11). E ciò per ciascuno dei voti: la castità, che ha sostanziato l'intimità nella Famiglia di Nazaret; la povertà, modello di vita semplice e austera; l'obbedienza a Dio, anima del servizio alla redenzione (artt. 15 e 17; 19 e 22; 26, 27, 30 e 32). La custodia nella fedeltà alla professione è affidata a Gesù, Maria, Giuseppe (art. 98: formula della professione). I tempi della formazione – noviziato, juniorato, formazione permanente – sono scanditi come tappe discepolari nazaretane (artt. 90; 99; 100). La vita comunitaria dalla Famiglia nazaretana attinge incoraggiamento per una «unione nell'amore». «La comune vocazione, nell'eterno disegno d'amore, ci rende sorelle nella famiglia religiosa ispirata a Gesù, Maria, Giuseppe» (art. 47). Maria, quasi di persona, anima i tempi di formazione «durante i quali la giovane si prepara ad aderire definitivamente, con la disponibilità di Maria, al disegno di salvezza che il Signore ha su di lei, nella Congregazione» (art. 83). Il servizio, dispiegato nella specificità delle incombenze comunitarie e individuali, non manca di consapevole ripetuto guardare a Nazaret. «Viviamo la missione in atteggiamento contemplativo, disponibile, come la Sacra Famiglia, per impiegare a gloria di Dio ogni nostra energia, tempo, capacità» (art. 65: menzione del voto di carità, libero). Implicitamente il testo evoca Maria che ascolta, medita, accoglie e custodisce in cuore quanto la pone in relazione alla parola di Dio annunciata e incarnata, di cui si pone quale disponibile serva. Alle massime autorità (Capitolo e superiora generali) viene affidato il servizio della vigilanza affinché le opere rispondano alle esigenze della carità e il modo di servire i fratelli rifletta sempre lo spirito di Nazaret (art. 78). Identica ispirazione alimenta il servizio, di stringente attualità, alla famiglia sponsale. «Poniamo la famiglia al centro della nostra attenzione pastorale: aiutiamola a modellarsi sull'esempio della Sacra Famiglia, a essere luogo di comunione, di amore alla vita e di rispetto per il piano di Dio su ogni persona, ad accogliere con gratitudine le eventuali vocazioni alla vita sacerdotale e religiosa» (art. 90). In controluce si può intravedere lo spirito di servizio di Maria di Nazaret nell'incontro con Elisabetta (servizio della lode e della testimonianza) e nell'interessamento che a Cana la festa non si guasti; e ancor più nella mariologia del Vaticano II (Lumen gentium 62: «Nella sua materna carità, [Maria] si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora pellegrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni»). La devozione mariana si riassume nel capitolo A lode e gloria di Dio che infervorava il Fondatore citato in esso. «Maria è la via che porta a Cristo: la invochiamo ogni giorno con il rosario, compendio di tutta la storia della redenzione. Maria immacolata, la perfetta adoratrice dell'Eucaristia, ci insegni ad amare sempre più Gesù non a parole, ma con i fatti» (art. 61).

3. Maria modello di identità e vocazione
"Il mistero della Famiglia di Nazareth ispira la nostra vita e ci impegna a testimoniare nel mondo l'incarnazione del Signore, in fedeltà alla missione che la Chiesa ci affida" (Costituzioni 3). In questa luce, nel pensiero del beato Nascimbeni, l'esistenza di Maria dà forma all'esperienza del discepolato come espressione della propria identità e vocazione e questo, perché nella concreta banalità e durezza del quotidiano, Maria partecipa al progetto creativo del Dio di Gesù Cristo, insegnando che è la vita di ogni giorno il cantiere dove si costruisce la storia della salvezza. La forza della sua persona sta nell'aver sintetizzato l'esperienza del discepolato nell'eccomi. "Ecco la serva del Signore" (Lc 1,38), che è più di una semplice affermazione di disponibilità. Indica che nella sua debolezza si scopre interpellata, chiamata ad un'apertura progressiva e incondizionata, a divenire segno della relazione con l'altro, con l'altra, relazione di maternità, sponsalità e sororità. É un gesto che la espone al Tu, al tu Dio. Nella partecipazione di Maria alla kenosi di Gesù Cristo, il credente e le comunità ecclesiali si sentono chiamati a testimoniare il paradosso del Vangelo che, in qualità di memoria sovversiva e critica, narra la compassione di Dio per la creatura umana, vero segreto di un'autentica esistenza. Afferma Dotolo: "Nell'umanità del Figlio, Dio non si mostra come totalmente altro o infinito, ma disponibile alla relazione e al dialogo senza condizioni. In tal senso, il principio della kenosi sconvolge i parametri valutativi dell'esperienza religiosa, in quanto, paradossalmente, non esige il sacrificio della ragione filosofica dinanzi all'incomprensibile e al mistero. Semmai, apre la ricerca ad uno stupore che rinvia all'incarnazione, ad indicare che l'incontro con l'Altro è possibile nel riconoscimento dell'umanità di Gesù di Nazaret. La salvezza passa da questa interpretazione costante della kenosi, intesa come desacralizzazione e affermazione del valore evangelico dell'amore". Forse, è difficile vivere l'avventura della differenza che il Vangelo propone. è difficile perché impegna ogni uomo e donna ad assumersi la responsabilità di scelte che sappiano andare al cuore dell'esistenza, con le sue domande, desideri, attese, dubbi. Deve esser stato così anche per i cristiani della prima ora, di coloro che, dinanzi alla scoperta di una notizia straordinaria, hanno dovuto fare i conti con la fatica del quotidiano, con la pressione dell'incertezza, con il sospetto di trovarsi, ancora una volta, dinanzi ad un sogno irrealizzabile. "Non basta preoccuparsi dello "specificamente cristiano" di cui si fa sì gran uso e abuso, non basta preoccuparsi dell'identità cristiana, che ad ogni occasione fa ribadire che la salvezza è stata già donata in Cristo. Ci può essere anche un'altra sorta particolare d'insufficiente identità, che è sintomo di una senescenza precoce e che va disseminando la sua segnaletica di sicurezza e salvaguardia: un'insufficiente identità, che preferisce assoggettarsi alla dittatura di quanto è avvenuto e compiuto, piuttosto che mettersi sulla via d'una speranza che abbia ancora delle attese".

4. Uno sguardo all'Addolorata
Tra gli scritti del beato Giuseppe Nascimbeni, si leggono parecchi sermoni e prediche in onore della Vergine Addolorata, da lui tenuti ancora prima di essere parroco. Ecco alcuni testi che fanno riferimento alle memorie di Maria nei mesi di settembre e ottobre: 

Esordio
È continuo lo studio dei sacri Oratori per animare i fedeli ad amare in vita Maria. E veramente gli argomenti non mancano. Se noi vogliamo encomiare le virtù di Maria, in Lei risultano per esempio tanto in sommo grado la purità, l’obbedienza e la carità, la modestia nel contegno, la prudenza nel parlare, l’affabilità negli atti, la riverenza nel portamento, e siamo indotti a confessare che Maria è la creatura più santa che mai sia uscita dalle mani di Dio.
Sì, vogliamo lodare la dignità di Maria: Essa, la primogenita fra le creature, essa l’oggetto di compiacenza (sino dal primo istante della sua concezione) agli sguardi del Cielo, essa la creatura nella quale il braccio onnipotente di Dio ha operato cose grandi, essa l’umile ancella del Signore, elevata con la dignità sublimissima di Madre di Dio.
Se prendiamo ad annoverare gli omaggi alla sua persona tributati, si affacciano i profeti che la fecero oggetto dei loro vaticini: le figure dell’antico testamento che l’adombrarono, le donne; si presentano gli evangelisti che sobri nelle espressioni, scarsi nell’elogio, pure tali cose scrissero ad onor di Maria che mille libri non varrebbero ad esaurirne i commenti; si presenta tutta quanta la storia della Chiesa in tutte le varie vicende dei secoli attraverso i quali si vede non esserci stato momento in cui Maria non abbia avuto i primi onori dal mondo. Ma nessun argomento, io credo, torni più opportuno della odierna vostra grande solennità, poiché la devozione ha principale alimento dall’amore e noi siamo tratti ad amare specialmente coloro che nell’amore ci prevennero. Ora io mi domando: poteva Maria darci prova maggiore del suo cocentissimo amore verso di noi, quanto soffrendo inesprimibili dolori per noi? No, certamente. Ebbene se così è io spero, fratelli, di rinfiammare la carità vostra verso Maria esponendovi semplicemente la storia dei suoi patimenti. Il dolore è troppo eloquente per sé. Esso risveglia nei cuori, se più non sono cuori di fiera, la compassione quando il dolore si sa che è sofferto per noi, quasi irresistibile forza, siamo tratti ad amare. Ecco il frutto che mi attendo dall’odierno sermone, ad onore di colei che a buon diritto è salutata la Vergine dei martiri.

Dolori di Maria
I dolori di Maria m’ingegnerò di spiegarvi alla meglio stasera. Essi ci renderanno cara la nostra tenerissima Madre che li ha sofferti, e ci serviranno d’incoraggiamento e di conforto nei dolori della vita presente.
Venuta al tempio per offrire al Signore il suo Bambino di pochi giorni, un uomo dabbene e timorato di Dio che aveva nome Simeone, le disse: "Il tuo Figlio, o SS. Vergine, sarà posto a bersaglio dell’odio, della crudeltà degli uomini, ed un dolore acutissimo per rispetto di Lui trapasserà a guisa di tagliente coltello, l’anima tua". Or dite voi, con questi tetri e certissimi presentimenti nel cuore, poteva godere Maria un solo istante di pace tranquilla? Che dovette essere di Maria dopo quella funesta profezia di Simeone! di Maria che amava Gesù più che tutti i padri, tutte le madri del mondo non amino i loro figlioli, di Maria che amava Gesù, non come suo figlio soltanto, ma anche come suo Dio, di un amore quasi infinito!
E qui non posso tacere d’un dolore particolare che a questo lungo e continuo si aggiunse; dico, la morte di Giuseppe. È comune opinione che poco prima che Gesù toccasse l’età sua di trent’anni, suo padre putativo si addormentasse del sonno dei giusti. Or chi può immaginare il nuovo dolore della Vergine, nel perdere quel fido, quel santo compagno, che per Lei e per Gesù aveva sempre, con tanto amore, faticato. E perderlo proprio nel punto che pareva aver più bisogno dei suoi conforti. Povera Madre! Ma un’altra ancor più amara realtà l’aspettava tra poco! Gesù aveva compiuto trent’anni, quando un giorno eccolo rispettoso a Lei presentarsi, inginocchiarlesi davanti e giungendo al petto le mani, "Madre, le dice, l'ora è venuta!" Convien ch’io parta, che ti lasci per fare la volontà del mio Padre celeste che è di salvare il genere umano. Madre! la tua benedizione!". Che schianto al cuor di Maria! E che triste solitudine divenne per lei la cara casetta di Nazareth, non più consolata dalla compagnia dello sposo, non più rallegrata dall’ineffabile sorriso di Gesù. Ah! vedetela sola per le deserte stanzette a girarsi piangendo e chiamando il suo Divin Figliolo! Ma il massimo dei suoi dolori fu allorquando il suo Divin Figliolo incominciò la sua divina Passione. Sentire che fu tradito da Giuda, catturato dagli sgherri, e trascinato per le strade qual malfattore, poi tradotto dall’uno all’altro tribunale, poi straziato da flagelli, e coronato di spine, e finalmente condannato alla morte la più infame a quei tempi, e obbligato a portare di persona la croce. Chi può immaginare dolore più grande? Eppure Maria soffrì ancora di più allorquando lo incontrò sulla via del Calvario con la croce in spalla, e poi sulla croce medesima. Lo vide dai manigoldi disteso, inchiodato, pendente, agonizzante, indi da quella, staccato e deposto nel di lei grembo. Udiva le bestemmie dei Giudei e non poteva difendere l’innocenza del suo Gesù; lo sentiva lagnarsi della sete e non poteva accostare alle sue labbra un sorso d’acqua! Lo vedeva coperto di sangue e non poteva asciugarne una goccia. Il suo dolore allora fu tale che al dir di S. Bernardino, se si avesse a dividere in tutti gli uomini, la parte in apparenza minima, che toccherebbe a ciascuno, basterebbe a toglier loro la vita.
Adesso vediamo un po’ quanto noi siamo lontani dall’imitare Maria appena ci avvenga qualche cosa di sinistro. Noi dovremmo nelle disgrazie abbassare il capo e confessare che Dio fa bene ogni cosa. Sì, fa bene perché ci disinganna e ci distacca dal mondo che presto o tardi bisogna abbandonare; fa bene perché ci fa volgere il pensiero alle cose del cielo, Regno beato dove non è più tribolazione, né pianto; fa bene perché le miserie della vita c’insegnano a ricorrere a Dio, a pregarlo con più frequenza e fervore; fa bene perché ci porge un gran mezzo per scontare la pena temporale pei nostri peccati; fa bene perché il dolore ci fa più umili, più mansueti, più santi. Ma noi da noi, non possiamo aver questa rassegnazione alla volontà di Dio. Per ottenere questa pazienza cotanto necessaria nei dolori della vita, io conosco un mezzo soltanto: esser devoti di Maria Addolorata. Ella consola i suoi devoti in vita, li consola in morte, li consola dopo morte nel purgatorio. Li consola in vita dando loro il necessario coraggio per sostenere tutte le traversie; li consola in morte venendo in persona a combattere i nostri spirituali nemici in quell’ora tremenda dalla quale dipende o la nostra eterna felicità, o la nostra eterna rovina. Li consola finalmente nel purgatorio mitigando con le preghiere le loro pene. E se è così, promettiamo stasera solennemente a Maria che saremo sempre devoti dei Suoi Dolori.

Da altro sermone
Fissandoci spesso in quell’immagine benedetta, tenendo sempre nella memoria i dolori sofferti per noi, ispiriamoci a generosa corrispondenza, preghiamola con tutto il fervore dello spirito che vi associ ai suoi patimenti, che accenda nel vostro cuore l’amore a Gesù, che vi salvi. Se voi fate questo, non temete niente dei vostri peccati. Siano molti, siano gravi, quanto volete: Maria è la Madre della misericordia e i sudditi legittimi della misericordia sono, dice, S. Benardo, sono i peccatori, a Lei tanto più cari quanto più peccatori. Ah, miei cari peccatori fratelli! Non fate questo gran torto a Maria di diffidare della sua (per poco non dico) infinita clemenza! Sarebbe questo l’errore più grande che potreste commettere poiché, dicono i santi, d’accordo, essere assolutamente impossibile che vada all’inferno colui che in vita sua ha amato Maria. Adunque, amate Maria, perseverate in amare Maria e sarete sicuramente salvi, che è ciò che di tutto cuore vi desidero.
Non proseguo più innanzi! Mi par giunto il momento opportuno di gettarci ai piedi di quella bellissima immagine e dire in nome di tutti, più col cuore che con la lingua questa bella preghiera: O Vergine addolorata! Non ti abbandoneremo nella tua amara desolazione. Ci assoceremo di buon grado al diletto discepolo, alle pie donne che lassù, sul Calvario, ti consolarono dopo la morte del tuo caro Gesù. Tu però ci ottieni, o Vergine benedetta, che le lacrime e i tuoi dolori parlino ai nostri cuori e sì li infiammino di celeste amore da detestare tutti i peccati commessi e farci degni di goderti per sempre in cielo.

Bibliografia
DE CANDIDO L. M., Guardare a Nazaret. Piccole Suore della Sacra Famiglia: «Poniamo la famiglia al centro della nostra attenzione pastorale», in Madre di Dio del 6 giugno 2012; Progetto "Nello spirito di Nazaret", dal sito del Centro Studi Nazareth Alta Formazione di Roma; NOÉ V., Una vita con Maria. Il beato Giuseppe Nascimbeni, Edizioni VIVERE IN, Roma 1988; CONA R., Pietà e carità pastorale. Il parroco Nascimbeni e le origini delle Piccole Suore della Sacra Famiglia, Grafiche Andreis, Malcesine 2011; TERCCA G., Monsignor Giuseppe Nascimbeni Fondatore delle Piccole Suore della Sacra Famiglia, Castelletto di Brenzone 1932; BORTOLATO Q., Mons. Giuseppe Nascimbeni (1851-1922) Parroco, Fondatore, Beato. Dal microcosmo gardesano alla dimensione mondiale, Tipografia Andreis, Malcesine 2001; MAURO A., Il servo di Dio Giuseppe Nascimbeni. Spiritualità apostolica e pastorale, Padova 1978; BRIACCA G., Il Beato Giuseppe Nascimbeni. Gemma e modello di Parroco, Grafiche Andreis, Malcesine 1989; METZ G. B., La fede, nella storia e nella società. Studi per una teologia fondamentale pratica, Queriniana, Brescia 1978.






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