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  Maria modello di lectio divina 
Spiritualità

Un articolo di Giuseppe Daminelli su Madre di Dio del 12 dicembre 2007




   

Attraverso la lectio divina ai credenti viene dato non solo il potere di divenire figli di Dio (Gv 1,12), ma che il Cristo, accolto prima da Maria e da lei nato, abiti per la fede nei nostri cuori (Ef 3,17-19). 

La nostra riflessione oggi si rivolge a Maria come modello della lectio divina. Sarà così più facile intuire il coinvolgimento che l’ascolto della parola di Dio, mediante la lectio, esige dalla Chiesa e da ciascuno di noi. Inoltre, potremo intuire come la lectio divina non è un esercizio speculativo o raziocinante, ma è prima di tutto accoglienza del progetto di Dio: «che Cristo sia tutto in tutti» (Col 3,11; cf Gal 3,28) e lo Spirito lo va attuando in coloro che gli si sottomettono. In questa prospettiva del mistero della lectio è quindi indispensabile considerare la figura di Maria quale madre e modello della lectio.

Diventiamo ciò che assimiliamo

L’uomo è per natura un essere in divenire e perciò un essere aperto e bisognoso di ricevere. Tutta la crescita umana è contrassegnata dalla legge del ricevere. Noi sviluppiamo la nostra intelligenza accogliendo delle nozioni. Sviluppiamo il nostro corpo e lo manteniamo in vita aprendoci all’aria che preme attorno a noi, assumendo il cibo che lo nutre. Non possiamo stare senza ricevere. In fondo anche quando agiamo sulla realtà, la realtà stessa ci plasma. Un lavoro che facciamo con facilità è una espressione del nostro essere, ma è anche, di rimando, un plasmare e ampliare le nostre capacità. La dinamica della crescita umana pone dunque una grande responsabilità di fronte a noi stessi: diventiamo ciò che assimiliamo.La sapienza cristiana sta appunto nel selezionare quanto ci è giovevole: «Tutto è vostro!», dice san Paolo ai corinti, tutto però deve essere in funzione della nostra vera crescita, poiché «voi siete di Cristo» (1Cor 3,22). La parola di Dio, dicevamo, ci propone il progetto che in modo personale dobbiamo realizzare: essere conformi all’immagine che è Cristo, Figlio di Dio (Rom 8,29). L’uomo cede facilmente a un’altra parola, cede a se stesso. Eva ne è la figura esemplare. L’uomo era stato avvertito di non mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male, perché sarebbe morto (Gen 2,16-17). L’uomo, cioè, non ha in se stesso la possibilità, un criterio per differenziarsi da se stesso, è chiuso nella sua limitata possibilità e, basandosi esclusivamente su ciò che sente, muore. A livello psicologico il peccato di Adamo e di Eva è un individualismo infantile, tipico di ogni nevrotico: la paura di crescere e al tempo stesso il desiderio di conservare se stesso racchiuso nelle sue esperienze emozionali primitive. Di conseguenza Adamo ed Eva non accettano la limitazione proposta da Dio e del loro essere in divenire, bisognosi di una guida: il comando di Dio, la sua Parola. Non accolgono il dono della Parola, si chiudono e si basano sulle loro possibilità, non crescono più e muoiono: «quando tu ne mangiassi, certamente moriresti» (Gen 2,17). Cristo dirà poi: «Chi perderà la propria vita a causa mia [...], la salverà» (Mc 8,35): se tu vuoi la vita, la devi perdere, non devi credere al progetto di te stesso stimolato solo da tuoi desideri, dal tuo essere creatura. Il tuo progetto è in te, ma non l’hai voluto e pensato tu. Lo puoi conoscere nella misura che cresci: per crescere devi ricevere e per ricevere devi aprirti all’accoglienza della Parola.

Una vita per l’accoglienza

Maria, al contrario, manifesta un altro atteggiamento. Apparentemente, la sua vita fino all’Annunciazione è insignificante, ha solo una disponibilità verso la parola di Dio. Crede che il modo migliore per accogliere la Parola sia non sposarsi, rimanere vergine. Il suo rimanere vergine non è principalmente un fatto biologico. È la verginità del cuore: l’unico suo desiderio, cioè, è rimanere aperta solo al Padre. Tutto il resto, la realizzazione della sua vita secondo i parametri umani, è escluso. Rimane aperta solo per la Parola. E quando la Parola fu inviata, la accolse e la Parola «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Tutta la vita di Maria era stata preparata a questa accoglienza. Certamente lei non era cosciente di essere colei che doveva dare spazio nel suo grembo a Colui che era stato promesso (Gen 3,15; Is 7,14-15). Nel suo essere, Dio aveva preparato un posto per il Figlio suo. La parola dell’angelo fa emergere alla coscienza di Maria ciò che lo Spirito aveva già operato in lei. Come in Maria, così in ciascuno di noi vi è un inconscio che non conosciamo. Ciò che dice san Paolo per la preghiera (Rm 8,26) vale anche per la nostra vita: noi non sappiamo cosa essa contenga nel suo progetto più vero. Sono la parola di Dio e il suo Spirito che manifestano, fanno emergere al nostro spirito che siamo figli (Rm 8, 16). La lectio divina dunque è il mezzo che il cristiano (guidato dallo Spirito del Signore) deve usare per rendersi cosciente di ciò che in realtà egli è. Siamo realmente figli, dice Giovanni (1Gv 3,1-2), anche se non si è ancora manifestato ciò che siamo. Sono la Parola e lo Spirito che ci aiutano già da ora a intuire come di riflesso e in modo confuso (1 Cor 13,12) ciò che già siamo. La lectio, in altre parole, è il mezzo di cui disponiamo per rendere cosciente la presenza non conosciuta dello Spirito che è in noi e lo Spirito ci manifesta la presenza del Signore (Gv 16,13-15). Si possono intendere in questo senso le parole dell’Apocalisse (Ap 3,20). Ecco io sto alla porta della tua consapevolezza e busso. Con che cosa? Mediante lo Spirito che geme in noi (Rm 8,23), se tu mi apri questa porta della tua presa di coscienza, io entro. La chiave per aprire questa porta è la lectio divina e la teniamo noi. Allora, se tu apri, io entrerò e cenerò con te e tu con me. Come? Cosa è questa cena? Ce lo spiega Cristo stesso: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23). La lectio divina non è solo conoscenza, è vita in gestazione, in crescita. Ancora Giovanni (Gv 20,31) dice chiaramente: la Parola è stata scritta per suscitare la fede in Gesù Cristo, il Figlio di Dio e, credendo, avere la vita nel suo nome. La parola di Dio viva ed eterna è un seme immortale che ci ha rigenerati e ci rigenera continuamente (Pt 1,23). L’analogia della maternità con Maria, pur essendo totalmente diversa in quanto la maternità di Maria è ipostatica, come si dice, non è meno reale anche per noi. «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? [...] Coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc 8, 21; Mt 12,49). Luca pone questa frase dopo la parabola del seme, che è la parola di Dio. Il seme ha in sé un principio generativo di vita. Poiché il seme è la parola di Dio (Lc 8,11), genera figli di Dio, fratelli del Figlio, il quale è il primogenito tra molti fratelli (Rm 8,29). La lectio dunque è per crescere nella somiglianza, conformarsi, modellarsi alla stessa forma di Cristo. In altre parole, è divenire fratello di Cristo e, di conseguenza, figli del Padre suo e Padre nostro (Gv 20, 17).

 

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Inserito Venerdi 17 Gennaio 2014, alle ore 13:17:02 da latheotokos
 
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