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  Linee portanti del magistero mariano di Paolo VI 
Magistero

Dal libro di Antonino Grasso, La Vergine Maria e la pace nel magistero di Paolo VI (1963-1978), Pontificia Academia Mariana Internationalis, Città del Vaticano 2008, pp. 160-166.



Alla base dell’intenso e originale insegnamento di Paolo VI c’è, evidentemente, il magistero del Concilio Vaticano II, indetto da Giovanni XXIII (1958-1963), celebrato e concluso, non senza difficoltà da papa Montini l’8 dicembre 1965.1 A quarant’anni dalla sua conclusione non sono mancati tentativi di tracciarne il cammino percorso: con esso la Chiesa cattolica, e non solo essa, ha vissuto una grande stagione di rinnovamento che, nonostante alterne e talora controverse ricezioni, tutt’ora è in corso.2
Il Concilio, come tutti sappiamo, ha mostrato, per volontà degli stessi padri conciliari e quindi dello stesso papa Montini, una particolare attenzione alla Vergine e alla mariologia, che era senz’altro bisognosa di riforma e di attualizzazione.3 Fu grazie alla complessa dialettica conciliare che il 21 novembre 1964 si addivenne all’accettazione da parte dei padri conciliari e alla promulgazione da parte di Paolo VI del “De Beata Maria Virgine Deipara, in mysterio Christi et Ecclesiae”, il capitolo VIII, cioè, della costituzione dogmatica Lumen Gentium.4
Nei quindici anni di pontificato, per quanto riguarda la questione mariologica, Paolo VI si è costantemente riferito al de Beata conciliare, ritenendolo la condicio sine qua non in ordine alla ricezione dello spirito conciliare e al necessario e genuino sviluppo della sua dottrina. Tale opera coinvolge teologi, operatori pastorali, ma soprattutto, così almeno era nell’intenzione del Pontefice, i vescovi ritenuti, a ragione, i veri promotori delle riforme del Concilio.  Asserisce, infatti, lo storico G. Alberigo: «Paolo VI è consapevole che “l’efficacia d’un Concilio non dipende soltanto dalla saggezza e dall’autorità delle sue leggi”, ma anche dalla capacità di costruire nuovi rapporti umani e pastorali. E qui appare il ruolo nodale dei vescovi. Per questo il papa raccomanda loro un “contatto umano, diretto, pieno di gravità e di bontà, con la comunità”. Con un episcopato mutato negli uomini e nella mentalità, il Papa intende affrontare il postconcilio».5
Nel discorso conclusivo del terzo periodo conciliare del 21 novembre 1964, Papa Montini afferma chiaramente: «Ognuno di voi, venerabili fratelli, s’impegni a tener alto fra il popolo cristiano il nome e l’onore di Maria, additi in Lei il modello della fede e della piena rispondenza ad ogni invito di Dio, il modello della piena assimilazione all’insegnamento di Cristo e della sua carità, affinché tutti i fedeli uniti nel nome della comune Madre, si sentano sempre più fermi nella fede e nella adesione a Gesù Cristo, e insieme fervorosi nella carità verso i fratelli, promuovendo l’amore ai poveri, l’attaccamento alla giustizia, la difesa della pace. Come già esortava il grande S. Ambrogio, “sit in singulis spiritus Mariae ut exultet in Deo” (Exp. In Lc 2, 26)».6
Nel testo mariano più significativo e fecondo del suo servizio pietrino, l’esortazione apostolica Marialis cultus, Paolo VI dichiara che sin dall’inizio del suo ministero, la Vergine e le pratiche di pietà verso di lei, erano in cima ai suoi pensieri e alle sue preoccupazioni pastorali: «Fin da quando fummo assunti alla cattedra di S. Pietro, ci siamo costantemente adoperati per dare incremento al culto mariano, non soltanto nell’intento di interpretare il sentire della Chiesa e il nostro personale impulso, ma anche perché essa – come è noto – rientra quale parte nobilissima, nel contesto di quel culto sacro, nel quale vengono a confluire il culto della sapienza e il vertice della religione e che, pertanto, è compito primario del popolo di Dio».7
Gli anni ’60 fin quasi alla fine degli anni ’70 e perciò in coincidenza pressoché esatta con il pontificato montiniano, sono stati segnati dalla grave crisi della mariologia di stampo intellettuale. In questo contesto, il magistero mariano di Paolo VI non si può definire meno vivo di quello dei suoi predecessori, ma certo di orientamento differente e pertanto egli ha il grandissimo merito di averlo collegato con l’economia conciliare e con l’arricchimento del nuovo titolo di Madre della Chiesa. Ma poiché il Pontefice non disattese le difficoltà riscontrate, le singole espressioni montiniane vanno massimalizzate, in quanto egli si mantenne su un terreno prudenziale, per integrarle con le ragioni dell’ecumenismo, dell’elaborazione delle teologie radicali e con la crescita contestativa coagulatasi attorno al 1968.8
La mariologia di Paolo VI si può riassumere in questa citazione dell’omelia del 15 agosto del 1968: «La Madonna non è soltanto Madre e Regina nostra: è sorella, è compagna; è stata anche lei cittadina di questa terra; ha percorso i nostri stessi sentieri e, più di tutti, conosce la gravità, la pesantezza dell’esistenza della vasta famiglia umana, colpita da tanti malanni e destinata alla penitenza, al dolore santificante, alla speranza che deve liberare dalle cose esteriori, affinché vengano amate quelle supreme»,9 e in quest’altra dell’8 febbraio 1964: «La nostra pietà, alunna fedele della Tradizione, deve conservare la sua piena espressione oggettiva del culto e dell’imitazione.[…] Non dobbiamo privare la nostra devozione a Maria di questa prima e disinteressata intenzione di celebrare in Lei i misteri del Signore; di venerare le sue grandezze e i suoi privilegi; di cantare la sua bellezza e ammirare la sua bontà; di studiare le sue virtù e i suoi esempi».10
Ë, in sostanza, la via seguita dal Concilio nella Lumen Gentium che legge in chiave socio–culturale la mariologia; enuncia la presenza materna della Vergine accanto ai fedeli; allarga il suo orizzonte all’intera comunità umana, propone un culto soprattutto liturgico, vede in Maria il modello esemplare della Chiesa.11 
Anche il titolo Madre della Chiesa, proclamato solennemente il 21 novembre 1964, si colloca in questa dimensione e riporta tutta la mariologia di Paolo VI alla solidarietà genetica e antropologica di Maria madre, sorella e concittadina degli uomini, attenta all’intera famiglia umana, ai suoi problemi, ai suoi affanni, alle sue legittime aspirazioni e alle sue ardenti speranze.12
L’amore e la devozione alla Madre di Gesù, hanno accompagnato la vita di Paolo VI e sono andati sempre più maturando e sviluppando. Nei primi anni, essi furono un’eredità dell’ambiente colto e cristiano in cui si trovò a vivere, legata soprattutto al vicino santuario della Madonna delle Grazie, dove si sviluppò anche la sua vocazione sacerdotale. Nell’Angelus del 7 agosto 1988, Giovanni Paolo II affermava infatti: «Paolo VI è stato un papa profondamente mariano. Ebbe affettuosa devozione alla Vergine Santissima fin dalla sua giovinezza, quando ogni giorno frequentava il santuario della Madonna delle Grazie di Brescia, a pochi passi dalla sua abitazione e in quell’ambiente di culto mariano, quale era anche la sua casa, - come dirà egli stesso – maturò la sua vocazione sacerdotale».13
Durante il pontificato il suo interesse per Maria divenne più intenso e manifesto. Di fronte alle enormi responsabilità e difficoltà che dovette affrontare, Papa Montini trovò aiuto e confidenza nella Madre del Signore. Questo suo amore per Maria, ha motivato anche il suo ricco magistero mariano ed è stato accompagnato dalla testimonianza della sua vita.14  Nell’udienza generale del 7 ottobre 1964, lo stesso papa Montini dirà solennemente: «Nessuno è tanto devoto di Maria SS. quanto il Papa. Se non bastassero gli impulsi della sua pietà personale resa sempre più viva dalle necessità spirituali del suo ministero apostolico che lo obbligano ad una continua invocazione della madre di Cristo, quasi ad un’umile e fervente conversazione con lei, sarebbero le profonde e feconde ragioni teologiche del suo ufficio pontificale a richiamarlo a questo culto specialissimo e a mettere a confronto, anzi in relazione, la missione unica e somma di Maria nel disegno della nostra salvezza, con la funzione propria del sacerdozio.».15
Questa devozione emerge con grande evidenza nel suo magistero e fa corpo del tutto naturale, senza alcuna tensione con la sua forte ispirazione cristologica ed ecclesiale. Egli, infatti, come già detto, pose al centro di tutto la figura di Cristo e non va mai a Maria senza ricordare che ella è relativa al Figlio. Cantore della Chiesa e del suo mistero, gli è perfettamente congeniale vedere nella Beata Vergine il typus ecclesiae ed è in lei che la Chiesa raggiunge, come vedremo a breve, il vertice della  sua identità in conformità al progetto di Dio.16 Il 5 marzo 1967, nel rito di benedizione della rosa d’oro destinata al santuario di Nostra Signora Aparecida in Brasile, il Papa affermava: «Vorremmo raccomandarvi una cosa: non separate mai la Madonna da Cristo. Non si comprende la Madre senza il Figlio. I privilegi di Maria Santissima vengono da Gesù. Ella è come la luna: se il sole si spegnesse non la vedremmo più. Ma quando i raggi del sole si riflettono su di essa, allora si illumina. Il culto a Maria è un culto introduttivo: andiamo a Maria per arrivare a Gesù. Amando la Madonna in questo modo potremo comprenderla nella sua reale grandezza e, attraverso Lei, arriveremo a Cristo, Figlio di Dio».17 Nell’Angelus del 4 ottobre del 1966 il Papa diceva: «La pietà mariana ci conduca a Cristo, non ci distolga dal culto supremo che a Lui dobbiamo, ma piuttosto a Lui ci avvicini sempre di più. Preghiamo, dunque, perché la nostra devozione a Maria sia quale deve essere: una via verso Cristo. La Madonna ci ha dato Gesù ed è la portatrice di Gesù nel mondo: sia la portatrice di Gesù anche nei nostri cuori e nel nostro culto religioso».18
Da questi testi montiniani, appare chiara l’indicazione del Pontefice: il doveroso culto di venerazione della Madre di Gesù, non deve mai distogliere ma deve guidare sempre a Cristo, fonte e meta di ogni devozione, come aveva giustamente sancito il Capitolo VIII della Lumen Gentium.19

NOTE

1 Su questo evento ecclesiale molto importante, che ha avuto tre fasi (antiprepatartoria, preparatoria e celebrativa), cfr. AA. VV., Storia del Concilio Ecumenico Vaticano II, a cura di G. Albergo, Il Mulino, Bologna 1995-2001, 5 volumi.
2
Cfr. C. Colombo, Vaticano II e postconcilio: uno sguardo retrospettivo, in La Scuola Cattolica 83 (2005) 3-18; G. Routhier, A 40 anni dal Concilio Vaticano II. Un lungo tirocinio verso un nuovo tipo di cattolicesimo, in La Scuola Cattolica, op. cit., 19-52.
3
Cfr. S. M. Perrella, La Madre di Gesù nella coscienza ecclesiale contemporanea, op. cit., 38-107.
4
Cfr. E. M. Toniolo, Il capitolo VIII della Lumen Gentium. Cronistoria e sinassi, in Marianum, 64 (2004), 9-425.
5 G. Alberigo
, La Conferenza Episcopale Italiana, in AA. VV., Chiese italiane e Concilio: esperienze pastorali nella Chiesa italiana fra Pio XII e Paolo VI, Marietti, Genova 1988, 52.
6
Paolo VI, Discorso di chiusura  della terza sessione del Concilio del 21 novembre 1964, in EV, EDB, Bologna 1971, vol. 1,  n. 325*.
7
Paolo VI, Marialis cultus, Introduzione, in EV, 5, n. 13.
8
Cfr. E. Esposito, Madre di Cristo e madre degli uomini, specialmente dei fedeli (LG 54), in AA.VV., Come vivere l’impegno cristiano con Maria, Centro di Cultura Mariana “Madre della Chiesa”, Roma 1984, 140–144.
9 Paolo VI, Omelia del 15 agosto 1968, in Insegnamenti di Paolo VI, TPV 1968, vol. 6, 1100–1101.
10 Idem, Discorso agli alunni del Seminario Romano Maggiore dell’8 febbraio 1964, in Insegnamenti di Paolo VI, LEV 1964, vol. 2, 116.
11 Cfr. Concilio Vaticano II, Lumen Gentium, costituzione dogmatica sulla Chiesa del 21 novembre 1964, in EV, 1, nn. 284-445.
12 Cfr. E. Esposito, Madre di Cristo e madre degli uomini, specialmente dei fedeli (LG 54), op. cit., 140–144.
13 Giovanni Paolo II, Angelus del 07 agosto 1988, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, LEV 1988, 11,3, 218-219.
14 Cfr. G. B. Re, La devozione alla Madonna negli Angelus di Paolo VI, in Magistero e pietà mariana in G. B. Montini – Paolo VI, Istituto Paolo VI, Brescia 1996, 81-87. Paolo VI ha sempre recitato il Rosario. Nel periodo milanese, ogni anno, al termine degli esercizi spirituali, l’ultima mattina, partiva alle cinque con il segretario per il Sacro Monte di Varese e faceva la salita a piedi recitando i tre rosari. Pensava di poter concludere la sua vita al Santuario della Madonna della Stella di Cellatica (Brescia) (Cfr. P. Macchi, Testimonianza, in Magistero e pietà mariana in G. B. Montini – Paolo VI. op. cit., 88).
15 Paolo VI, Udienza Generale del 7 ottobre 1964, in Insegnamenti di Paolo VI,  TPV 1964, vol. 2, 957–958.
16 Cfr. M. Javierre, Presentazione all’edizione della Marialis cultus curata dall’Istituto Paolo VI, Studium, Brescia - Roma 1995, 6.
17 Paolo VI, Discorso in occasione della benedizione della “Rosa d’oro” destinata al santuario di Nostra Signora Aparecida del 05 marzo 1967, in Insegnamenti di Paolo VI, LEV 1967, vol. 5, 415-416.
18 Idem, Angelus del 04 ottobre 1966, in Insegnamenti di Paolo VI, LEV 1964, vol. 2, 1013-1014.
19 Cfr. Concilio Vaticano II, Lumen Gentium, costituzione dogmatica sulla Chiesa del 21 novembre 1964, in EV, EDB, Bologna 1971, vol. 1, nn. 284-445.

Inserito Domenica 25 Maggio 2014, alle ore 11:37:26 da latheotokos
 
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