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  Evocazioni mariane in Torquato Tasso 
Cultura

Uno studio di Giuseppe Bortone, in Theotokos XX (2012), n. 2., pp. 679-684.



1. La poesia sacra tra secondo Cinquecento e Seicento

Frequentemente Rinascimento e Barocco vengono presentati come due epoche quasi totalmente contrapposte: la prima è l'epoca dell'armonia, dell'equilibrio fra ragione e sentimento, mentre nella seconda prevale la ricerca della «maraviglia» e l'affermarsi della disarmonia fra ragione e fantasia poetica. Indubbiamente v'è rilevante distinzione, diversità specifica fra le due epoche, ma esiste anche una continuità fra loro, come l'antropocentrismo, l'amore alla scienza sperimentale incarnata in Galileo Galilei, la rilevante attenzione nella poesia sacra al tema delle «lagrime», dominante tra la seconda metà del Cinquecento e il secolo successivo.1 Si pensi alle Rime religiose di Torquato Tasso (1544-1595), ai Pietosi affetti del benedettino Angelo Grillo e all'ampia poesia religiosa del gesuita Giacomo Lubrani; si pensi alle Lagrime di San Pietro di Luigi Tansillo, all'inno Stava appresso la croce di Tasso e Sull'orlo del visibile parlare di Giovanni Pozzi. L'opera del Tansillo, nato a Venosa (e, dunque, conterraneo di Orazio), fu iniziata nel 1539, pubblicata incompleta nel 1560 e ripubblicata completa nel 1585, dopo la morte del poeta. Se generalmente le «lagrime» sono interpretate come segno dell'espiazione dei propri peccati, in Tansillo prevale il tema della sofferenza per la triste condizione umana in Tasso: si pensi all'inno Stava appresso la croce che è una parafrasi della celebre sequenza Stabat Mater dolorosa attribuita a Iacopone da Todi. Su Lubrani, che chiude la lirica barocca napoletana, non mi dilungo.2

2. Angelo Grillo

Ed ecco ora alcuni richiami sul p. Angelo Grillo, amico personale di Tasso ed ispiratore della sua poesia religiosa. P. Grillo nasce a Genova nel 1557 e muore a Parma nel 1629; fu molto vicino al Tasso, mentre era ricoverato nell'ospedale psichiatrico di Sant'Anna. Visse un'intensa vita apostolica in varie città d'Italia e fu un fecondo compositore di poesie soprattutto religiose.3 Nel 1607 furono pubblicati due suoi poemetti: Christo flagellato e Le essequie di Giesù Christo; nel 1595, a Genova, aveva pubblicato la prima edizione della sua opera più nota Pietosi affetti contenente circa duemila poesie. Godé di grande successo durante la vita (la sua notorietà in tutta Italia deriva anche dalla sua partecipazione alle Accademie Culturali, presenti a Venezia, Genova, Pavia, Padova, Perugia, Roma e Napoli; Traiano Boccalini lo elogia vigorosamente nei Ragguagli del Parnaso, centuria II, ragguaglio XIV), ma fu quasi completamente dimenticato dopo la morte. In questi ultimi anni è rinato l'interesse per il poeta benedettino, visto particolarmente come maestro dello stile barocco, amante della maraviglia.4

3. Torquato Tasso e i Gesuiti

Torquato Tasso, nato a Sorrento l'11 Marzo del 15445 da genitori di origini bergamasche, fu alunno dei Gesuiti a Napoli6 dal 1552 al 1554 (dagli 8 ai 10 anni). Bernardo Tasso vi iscrisse il figlio per due motivi fondamentali: uno di carattere economico e uno di carattere politico-religioso. I Tasso, infatti, vivevano in difficoltà economiche e il collegio dei Gesuiti accettava gratuitamente i vari studenti; inoltre, il padre di Torquato, per fugare il sospetto di una sua appartenenza al movimento ereticale di Juan de Valdés, decise di iscrivere il figlio presso il collegio napoletano della Compagnia di Gesù, fondato dallo stesso sant'Ignazio, il quale vi inviò un valido gruppo di professori gesuiti. Durante il soggiorno napoletano, il piccolo Torquato ricevette con viva devozione la prima comunione, verso l'inizio del 1553: di questo episodio e della sua stima affettuosa per i padri della Compagnia, egli parla nella lettera del 17 marzo 1580, inviata al marchese Giacomo Boncompagno. Nel 1554 Tasso lasciò Napoli per seguire il padre, che s'era trasferito a Roma. Tra i primi Gesuiti era molto radicata la devozione alla Madonna di Loreto: anzi p. Niccolò Bobadilla, inviato come docente a Napoli nel 1552 ne era devotissimo, tanto che pellegrinò dalla Calabria al santuario di Loreto. Questo potrebbe spiegare l'insorgere in Tasso della devozione alla Vergine lauretana e la composizione poetica a lei dedicata, ritenuta la più riuscita canzone religiosa del poeta sorrentino.7

4. La canzone alla Madonna di Loreto

Potremmo definirla la canzone della "speranza filiale". Nella civiltà letteraria europea, Dante è il biblico - poetico cantore della speranza; tra il «Lasciate ogni speranza o voi ch'entrate» (Inferno, III, 9) e l'attribuzione a Maria del titolo che la invoca come «di speranza fontana vivace» (Paradiso, XXXIII, 12) egli colloca
il celebre canto sulla speranza, strutturato in un colloquio dotto e sereno tra lui stesso e san Giacomo (Paradiso XXV), in cui l'apostolo esamina il poeta sulla virtù teologale. Consciamente o inconsciamente ispirandosi alla visione dantesca di Maria, come fontana vivace di speranza, Tasso canta la Madonna di Loreto come sorgente di speranza filiale per l'umanità intera, navigante in un mare a volte infido verso Dio Padre, meta sicura della nostra speranza naturale e soprannaturale. Scritta dopo il ricovero nel carcere-ospedale di Sant'Anna e dopo il pellegrinaggio al santuario di Loreto, essa esprime la terribile malattia psicologica del poeta, che trova sollievo e speranza in Maria Vergine, stella che brilla fra i marosi della vita terrena. Emerge il fondamento muliebre e mariano della speranza cristiana; il bambino spera e cammina sereno nella sua crescita, perché ha fiducia nella sua mamma: Tasso, vissuto senza amore paterno e materno, errabondo per le Corti italiane, trova in Maria la madre che gl'infonde fiducia e speranza. La struttura metrica è modulata sulla celebre canzone petrarchesca Vergine bella che di sol vestita, posta a chiusura del Canzoniere. Come questa, è composta di dieci stanze, ciascuna di tredici versi endecasillabi e settenari, e termina con un "congedo". Come Petrarca, anche Tasso scrisse questa canzone - elegia alla fine della vita, quasi come sigillo della sua esistenza terrena; vi si dedicò con impegno e con continue limature dal 1587 al 1590, anno in cui comparve la redazione definitiva. Per comprendere le caratteristiche della sua religiosità, risultano di valido aiuto il poema Il Mondo creato soprattutto l'accorata preghiera del Mondo creato a Dio, con cui si chiude il poema; la struggente figura di Erminia, uccisa dal suo amore impossibile, e l'incantevole Clorinda dai forti contrasti caravaggeschi di donna e guerriera, di fascino terrestre e celeste: indimenticabili la sua conversione, il suo battesimo, la sua morte proiettati sull'atmosfera aurorale del giorno nascente, nel canto XX della Gerusalemme Liberata. Molto utili anche alcune sue lettere: quella del 30 dicembre 1585 a Maurizio Cattaneo; quella dell' l l ottobre 1581 al cappuccino Padre Marco; la lettera del 5 aprile 1584 al Duca Alfonso D'Este, in
cui chiede il permesso di andare pellegrino a Loreto; la lettera del 29 ottobre 1587 a Scipione Gonzaga, scritta durante il pellegrinaggio a Loreto; infine la toccante lettera al Costantini, scritta poco prima di morire (tra il 1 e il 10 aprile 1595: Tasso sarebbe morto il 25 aprile successivo) : qui si sviluppa il tema Conversatio nostra in coelis est. Mi limiterò qui a riferire e trascrivere la I, IX, X stanza della canzone alla Vergine di Loreto e il Congedo:
I. Ecco fra le tempeste e i fieri venti
di questo grande e spazioso mare,
o Santa stella, il tuo splendor m'ha scorto,
ch'illustra e scalda pur l'umane menti,
ove il tuo nome scintillando appare,
e porge al dubbio cor dolce conforto
in terribil procella, ov'altri è morto;
e dimostra co' raggi
i securi viaggi,
e questo lido e quello è '1 polo e il porto
de la vita mortai, ch'a pena varca,
anzi sovente affonda
in mezzo a l'onda alma gravosa e carca.

La strofa svolge l'immagine della vita-tempesta. Presenta il tema del pellegrino fuggitivo che non vede altra salvezza se non in Maria, «santa stella». Si potrebbe dire che Tasso qui altro non fa se non risolvere in versi alcune espressioni di dubbio e di paura confidate per lettera a Scipione Gonzaga da Fano, il 29 ottobre 1587, quando era ormai vicino a Loreto:
Mi pare di vedere e di udire molti cenni,
quasi nubi e tuoni per l'aria
che minacciano crudelissima tempesta.

Sopravvive nei primi versi un ricordo liturgico e letterario, quello di Maria stella maris, che costituisce l'inizio del noto inno Ave Maris Stella, attribuito a Venanzio Fortunato. Vi riecheggia anche l'espressione Respice Stellam, Voca Mariam di Berardo di Chiaravalle (Sermo II g 17 super "Missus est").
IX. Ma tu che vedi sovra i monti in terra
l'imagine esaltata e te sublime
sovra ogni altezza de'celesti cori,
reggi la penna che vaneggia ed erra,
e prendi in grado le cangiate rime,
e non sdegnar ove talor t'onori
il tardo stile e ch' io nel cor t'adori,
perch oda in altri modi
le tue divine lodi
e d'angelici spirti i santi onori;
né manchi il suon, com'a gli accenti nostri,
a l'eterna armonia
in dir Maria ne gli stellanti chiostri.

A parte gli ultimi versi, in cui Tasso rivela il desiderio dell'eterna salvezza, la strofa IX mette in mostra la consacrazione del canto alla Vergine al quale aveva accennato in parecchi altri sonetti, come in Di vincitor ch'in Campidoglio ascenda in cui scrive: «Alla croce il mio core io sacro e i carmi» (v. 9), o in Egro io languiva e l'alto sonno avinta, ove cosi si rivolge alla Vergine:
Or sacro questo core e queste carte,
mentre più bella ti contemplo in cielo
(vv. 12, 13).
La strofa X e quella liricamente più intensa della canzone e uno dei pochi momenti sovrani di tutta la poesia religiosa del Tasso.
X. Vergine, se con labbra ancora immonde
e di mele e d'assenzio infuse e sparse,
di lodare il tuo nome indegno io sono
di canto invece il pianto io chiedo e l'onde
de l'amorose lagrime non scarse,
caro de la tua grazia e santo dono,
che sovente impetrò pace e perdono.
Vagliami lagrimando
quel ch' io sperai cantando,
vagliami de' lamenti il mesto suono.
Vedi che tra peccati egro rimango,
qual destrier che si volve
ne l'alta polve e nel tenace fango.

La strofa contiene due motivi salienti delle rime sacre: quello lacrimoso e quello del senso della colpa; l'uno e l'altro qui in perfetta sintonia sono sentiti con una rara potenza drammatica, che trova il suo culmine ed epilogo nell'immagine, quasi violenta, del «destrier che si volve/ ne l'alta polve e nel tenace fango». Il Congedo, oltre a ricordarci l'abituale epiteto con cui il Tasso si rivolge alla Madonna («Regina del ciel»), ribadisce negli ultimi versi i due motivi della strofa X, inserendovi l'altro, pur essenziale nelle sue Rime sacre, del desiderio dell'eterna salvezza, tante volte implorata.
O Regina del ciel, Vergine e Madre,
col mio pianto mi purga,
si ch' io per te risurga
dal fondo di mie colpe oscure ed agre,
e saglia ove tua gloria affin rimiri,
d'esto limo terreno
su nel sereno de' lucenti giri.

Siamo di fronte ad una preghiera elegiaca, che meriterebbe una vasta diffusione: essa, per me, è un raffinato commento esistenziale-poetico ai versi danteschi, rivolti da san Berardo alla Vergine:
Qui se'a noi meridiana face
di caritate, e giuso, intra i mortali,
se' di speranza fontana vivace

(Paradiso XXXIII, 10-12).

NOTE
1 Sulla poesia sacra tra Cinquecento e Seicento cf. M. L. DOGLIO - C. DELCORNO, Rime sacre tra Cinquecento e Seicento, Il Mulino, Bologna, 2007. L'opera è stata ben presentata sull'Osservatore Romano del 14 - 15 gennaio 2008.
2 Ne ho già parlato sulla rivista Societas, diretta, in Napoli, dal gesuita Filippo Iappelli, nel primo numero del 1986. Cf. anche l'edizione critica delle sue poesie: G. LUBRANI, Scintille poetiche, a cura di M. PIERI, Longo, Ravenna 1982.
3 Cf. «Angelo Grillo», in Dizionario Biografico degl'Italiani, LIX, Enciclopedia Italiana — Treccani, Roma 2002.
4  Cf. A. GRILLO, Rime, a cura di E. DURANTE - A. MARTELLOTTI, Laterza, Bari - Roma 1991 (si tratta di una parte del suo canzoniere) ; C. SEGRE - C. OSSOLA, Antologia della poesia italiana, II, Einaudi, Torino l 1998, 950-952, ove sono apparsi quattro madrigali del Grillo, mutuati dall'opera maggiore Pietosi affetti.
5 Cf. il saggio di ANTONIO CUOMO, Sorrento e la sua penisola, Nicola Longobardi, Sorrento 2007 (sei parti, pp. 368), dedicato alla casa natale del poeta, che molto probabilmente è l'antica "Villa Strongoli", abitata nel 1500 dalla famiglia Mastrogiudice e posta presso la chiesa di San Francesco: oggi questo antico caseggiato, benché rimaneggiato, costituirebbe la parte occidentale del grande edificio, in cui è collocato l'albergo "Tramontano". Sulle varie ipotesi sulla casa natale del Tasso, si possono consultare sia il citato volume di Antonio Cuomo, sia l'antico saggio di B. CAPASSO, Il Tasso e la sua famiglia a Sorrento, Napoli 1866.
6 Sul rapporto tra Tasso e i Gesuiti cf. il documentato saggio della prof.ssa LUIGINA DE VITA-PUGLIA, in Societas, numero 3 del 2005, dal quale attingo parecchie notizie utili.
7 Cf. G. SANTARELLI, Studi sulle rime sacre del Tasso, Centro Tassiano, Bergamo, 1974, 262.


 

Inserito Mercoledi 1 Aprile 2015, alle ore 11:07:42 da latheotokos
 
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