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  La Pace, il Rosario e il Mese di Maggio, nella Mariologia sociale di Paolo VI 
Magistero

Dal libro di Antonino Grasso, La Vergine Maria e la pace nel Magistero di Paolo VI (1963-1978), PAMI, Città del Vaticano 2008, pp. 420-434.



 

Alla luce di una “riproposizione positiva” dell’articolato e complesso pensiero di Paolo VI, si possono indicare, come substrato peculiare ed attuale della sua mariologia socio - spirituale, tre “vie” di lettura:
- Prima via: Lo sviluppo dell’uomo, fondamento della pace;
- Seconda via: La Madre di Dio, “Donna” in relazione, evangelizzatrice e icona della pace;
- Terza via: Il Rosario e il Mese di maggio validi mezzi per la trasformazione del mondo.

1. Prima via: Lo sviluppo dell’uomo, fondamento della pace

1. Secondo l’insegnamento di Paolo VI, la pace è, in senso antropologico, un valore universale che passa attraverso il rispetto della vita, la realizzazione della persona umana e l’accettazione dell’altro da sé, indirizzata a superare le barriere sociali e i pregiudizi ideologici, in modo da spegnere o evitare le situazioni di conflitto tra persone e comunità; in senso religioso, la pace è il dono di Cristo risorto (Cfr. Gv 20,21), che è piena comunione con Dio, frutto del suo sacrificio redentore. Essendo un dono offerto dal Risorto all’umanità, chiamata ad essere unita, senza distinzioni di razza o religione e senza divisioni (Cfr. Rf 2,14), la pace è frutto della vita nuova instaurata dalla sua resurrezione, per cui essa è la novità trasformante immessa da Cristo nella storia e nasce, di conseguenza, da un profondo rinnovamento del cuore dell’uomo. Attuando in sé la pace, il cristiano trasmette il messaggio di salvezza di Cristo riconciliatore degli uomini con Dio, messaggio che sta alla base della fraterna convivenza di tutti.  Tutti gli uomini , vivendo nella pace, sperimentano la potenza rinnovatrice del perdono di Dio e sono spinti ad aprire il loro cuore al perdono verso i fratelli e, con questo perdono donato e ricevuto, costruiscono la via della pace nella famiglia e in ogni altro ambito della vita. La vera pace non è solo assenza di tensione, ma è presenza di amore e di giustizia in una realtà in cui si riscopre l’altro come fonte e come oggetto d’amore e di condivisione. In questa prospettiva la guerra diventa un’inutile strage, nella quale l’uomo perde ogni cosa in senso fisico, sociale e morale, mentre la vera pace è frutto di un dialogo sempre aperto, al cui centro c’è l’uomo e il suo giusto ed equilibrato progresso in tutti gli ambiti dell’esistenza.
2. Per Paolo VI la pace, quindi, non è solo un concetto negativo o soltanto la “tranquillità nell’ordine”, bensì è opera ed esito della giustizia anzitutto sociale che comporta il riconoscimento dei diritti fondamentali della persona ammessi dal potere legittimo; le libertà che caratterizzano e attuano l’uomo; lo sviluppo integro e integrale della persona. La  pace  non  è una realtà statica ma una idea dinamica, mai raggiunta pienamente, verso la quale bisogna sempre tendere, operando nella giustizia; è un bene sempre da conquistare, da ampliare, da approfondire. Questo rapporto fra giustizia sociale – progresso – uomo, riveste una particolare importanza nell’insegnamento di Papa Montini che lo intendeva come sviluppo integrale di ogni uomo e di tutti gli uomini. Egli sottolineava il posto centrale della persona nello sviluppo dell’uomo e della donna creati a immagine di Dio, che da questa loro origine trascendente, traggono dignità, diritti e doveri;  dell’uomo e della donna concreti, in un contesto socio – culturale determinato, considerato la strada piena e fondamentale sulla via della pacificazione. Questo sviluppo così inteso, non può essere lasciato alla discrezione degli individui e dei singoli popoli, perché si tratta di un fondamentale diritto sia della persona che dell’umanità. I problemi, quindi, della povertà, del degrado, del sottosviluppo, del lavoro, dei conflitti, della sanità, ecc., devono essere affrontati in modo globale, essendo lo sviluppo e la pace nella giustizia, due diritti indivisibili e interdipendenti e comportano esigenze morali ineluttabili. Uno sviluppo che non è fondato sulla giustizia, che non rispetta o incoraggia i diritti umani, personali, sociali, economici e politici degli individui e dei popoli, non è degno dell’uomo, perché subordina la persona umana e i suoi bisogni più profondi, alle esigenze della pianificazione economica, del profitto esclusivo, dell’asservimento dei deboli. La vera realizzazione della persona, di conseguenza, non si raggiunge con il solo uso dell’abbondanza dei beni e dei servizi e disponendo di infrastrutture perfette, bensì attraverso il rispetto dei valori fondamentali, quali il diritto alla vita, l’identità di ogni popolo, l’uguaglianza tra gli uomini, la solidarietà, la libertà, la verità e il bene. Quando Paolo VI parlava di sviluppo integrale e pieno, egli intendeva un approccio globale che non esclude alcuno, né alcuna dimensione del suo essere individuale e sociale, nei suoi rapporti con  Dio, con gli altri uomini e con l’intera creazione. Ogni discussione sullo sviluppo deve, secondo il Papa della Populorum progressio, ruotare attorno alla dignità umana. Gli esseri umani devono essere e rimangono sempre al centro delle preoccupazioni per lo sviluppo sostenibile. Essi hanno diritto ad una vita sana e produttiva in armonia con la creazione globalmente intesa, un’eccezione non solo fisica, ma umana, che poggia sulla garanzia e la salvaguardia delle condizioni morali che guidano le azioni dell’uomo sull’ambiente umano. Se, infine, l’uomo è al centro dello sviluppo globale, nessuno, secondo Paolo VI, può avere la coscienza tranquilla di fronte alle divaricazioni, ai divari tra l’opulenza di una parte dell’umanità in aperto contrasto con la miseria, la fame e l’indigenza di milioni di persone che lottano ogni giorno contro tutto ciò che impedisce loro di condurre una vita degna di tale nome.
3. L’atteggiamento del cristiano nei confronti di queste problematiche sarà l’apertura verso la bellezza e la bontà della creazione, verso l’amore e il vero servizio per tutte le creature di Dio, suoi sorelle e fratelli che condividono la terra, le sue risorse, la stessa vita, il lavoro. Per il cristiano la compagine sociale sarà un insieme di persone aventi tutti pari responsabilità e diritti, in cui si realizza l’amore di Dio e in cui ognuno raggiunge la sua pienezza in quanto persona. Il discepolo di Cristo è chiamato a trasformare o consumare la violenza nell’uomo in amore per l’uomo. Con gli occhi aperti e il cordiale rispetto per tutte le classi sociali, sceglierà di porsi dalla parte degli ultimi per contribuire positivamente al loro recupero, con risposte concrete, individuando le radici e non solo i sintomi dei problemi e lavorando con impegno per cercare soluzioni pratiche e costruttive. Con la sua fede vissuta in pienezza e operosa, il cristiano testimonierà la convinzione reale dell’urgenza della sua opera in appoggio e in favore della pace. Con tutti gli uomini di buona volontà, condividerà l’obbligo e la sfida di rispondere ai problemi del nostro pianeta e delle diverse società, convinto che non le strutture del peccato avranno il sopravvento ma lo Spirito del Dio della  pace che in Cristo ha salvato, riscattato ed elevato l’uomo. Alla scuola di Gesù, mite ed umile di cuore, egli si dedicherà costantemente alla pace e alla pacificazione, impegnandosi a realizzarla nel quotidiano in tutti i possibili modi e non si dimenticherà mai di coltivare la pace come bene supremo, al quale tutti i programmi e tutte le strategie devono essere subordinate, né si dimenticherà che è la forza innovativa del messaggio evangelico, testimoniato e vissuto, che cambierà il mondo.

2. Seconda via: La Madre di Dio, “Donna” in relazione, evangelizzatrice e icona della pace

1. La persona di pace è, dunque, una persona in relazione, in dialogo anzitutto con Dio, suo creatore. Rispondendo alla chiamata del “Tu” divino, egli realizza pienamente la sua persona. Da questa relazione con il Trascendente, scaturisce quella con il suo simile, fondata sul riconoscimento della dignità e del valore dell’altro, realizzata nella donazione dell’amore. Colui che ci rivela in pieno l’essere personale e relazionale dell’uomo, capace di rapportarsi con la divinità e con l’umanità, è Cristo, vero Adamo e uomo perfetto. Nella luce di Cristo, emerge la persona di Maria, donna in perfetta relazione con la Santissima Trinità e con gli uomini. Tutta la sua vita è stata un libero e consapevole dono di sé, secondo il volere del Padre e nella docilità all’azione dello Spirito, alla causa del Figlio, al quale si abbandona in perfetta sintonia di intenti, meditandone le parole e il mistero, come sorgente di vita e di azione (Cfr. Lc 2, 19.52). La Vergine ci appare come la perfetta icona dell’uomo realizzato secondo il piano di Dio e nel suo rapporto essenziale con Cristo: un essere dall’io interiore perfetto, libero e responsabile, una radicale relazionalità con Dio e la creazione intera. Proprio per questo, Maria è chiamata ad operare come causa universale di riscatto degli uomini all’interno della loro storia. A tale scopo Paolo VI, oltre a presentare la Madre di Dio come la perfetta creatura in relazione, a sollecitare il ricorso a lei e l’attribuzione del giusto culto, sollecita gli uomini e prima di tutto i cristiani, ad assimilare i suoi comportamenti; vede in lei il modello del discepolo del Signore, tutto relativo a Dio e a Cristo; sottolinea l’aspetto relazione, antropologico e sociale della stessa pietà mariana. Maria è per il Pontefice il modello categorico totalmente umano che si propone di accogliere Cristo e realizzare la salvezza.
2. L’esemplarità di Maria scaturisce soprattutto dal suo essere stata una donna libera e fedele alla sua vocazione. Il suo “Fiat” (Cfr. Lc 1,34) è espressione di libertà e di sapiente discernimento, frutto della grazia: è un “Fiat” verginale, scaturito da un cuore nuovo e scevro da menzogna; è un “Fiat” sponsale perché nel suo grembo avviene l’unione del Verbo eterno di Dio con la natura umana; è un “Fiat” di Alleanza per cui si rinnova e completa il si di Israele a Dio; è un “Fiat” totale che continuerà per tutta la vita; è un “Fiat” sociale in quanto pronunciato in favore dell’umanità bisognosa di salvezza; è un “Fiat” di pace perché congiunse il cielo alla terra e riconciliò il Creatore con la creatura; è un “Fiat” di partecipazione, compassione e misericordia di una figlia di Adamo, solidale con le sue sorelle e i suoi fratelli in umanità. Questa fedeltà alla sua vocazione, fa di Maria il modello di vita per tutti i discepoli di Cristo. La sua totale e completa donazione è impareggiabile esempio della sequela di Cristo e del servizio ecclesiale, per cui nella sua vita risplendono come in uno specchio, i carismi della vita cristiana, della donazione e del servizio apostolico in mezzo alle vicende del mondo e della società. La Vergine ci appare come la donna in cammino verso le creature per portar loro il dono di Cristo; l’icona perfetta dell’itineranza missionaria della Chiesa e del cristiano, che si dipartono per le vie del mondo per annunciare il Vangelo della pace. La Madre del Signore appare, dunque, tutta al servizio della creazione e della vita, la stella dell’evangelizzazione del mondo, l’armoniosa sintesi tra la fede e la vita che rende il cristiano operatore di pace, concetti così cari e così sottolineati dal magistero di Paolo VI.
3. La Vergine non è solo invito a rifiutare la violenza, lo sfruttamento, il degrado, ma risveglia nel cuore dell’uomo il desiderio di quel ritorno alle limpide origini, a quell’ordine armonioso del progetto di Dio, per agire e vivere in un ambiente più adatto, più conforme alla dignità dell’essere umano, fatto a immagine e somiglianza di Dio. Maria di Nazaret, la riconciliata, l’innocente perché amata e redenta dal Dio Trinitario e dalla sua infinita grazia di misericordia, la “sorella” degli uomini, favorisce, con la sua intercessione e il suo esempio, la loro riconciliazione con tutta la creazione, che è fondamento dell’equilibrio del mondo e principio di pace e richiama uomini e donne a recuperare nel dono dello Spirito e mediante il ministero della Chiesa, l’innocenza perduta. Ella, ricordando agli uomini che il mondo intero non è chiamato ad un destino di disordine, distruzione e  annientamento, ma a recuperare il supremo valore della vita nel suo complesso e che tutti siamo interpellati ad impegnarci perché la vita trionfi nella società, insegna a non cedere agli allettamenti della sopraffazione e del dominio, ma a testimoniare il sereno trionfo della vita sulle strutture della morte. Maria è come il limpido riflesso della creazione rispecchiata nella sua integrità originaria e proprio perché, appunto, creatura senza corruzione e totalmente integra, denuncia per ciò stesso il degrado fisico e morale e l’inquinamento spirituale, sociale e cosmico, facendo emergere la bontà delle cose che Dio crea, la forza della loro armonia, la bellezza di tutta l’opera di Dio, orientata all’ordine e alla pace universale, nel trionfo dell’amore, sul modello trinitario.1  Per questi motivi Paolo VI sottolineò la via della bellezza per comprendere e seguire il mistero di Maria. La Vergine Immacolata che è in stretto contatto con Dio, sorgente stessa della bellezza della quale è rivestita e plasmata, la diffonde nel cosmo e la rimanda, trasformata in lode e ringraziamento alla divina fonte che la origina.2 In lei e con lei la creatura, riconosce il progresso del totale avvicinamento a Dio e trova lo stimolo a realizzarsi in pienezza di luce e di grazia. Maria richiama il mondo alla lucente trasparenza che rispecchia lo splendore di Dio nella notte del mondo3 e per ciò stesso lo invita a riconoscere il suo creatore e salvatore come sorgente dell’ordine morale, della pace personale e sociale, animati dal soffio dello Spirito santificatore inviato al mondo dal Signore risorto che ogni cosa ha a sé elevato, nella sfera della sua divina e umana influenza e intercede potentemente perché questo avvenga.4
4. Queste elaborata riflessione montiniana, espressa in termini teologici ed ecclesiali, significa che Maria è parte essenziale, anzi è la stella dell’azione evangelizzatrice della Chiesa, cioè è l’emblema di quel dialogo aperto e costruttivo con la modernità, al fine di trasmettere agli uomini, nell’integrità originaria ma nel linguaggio proprio del tempo odierno, il Vangelo a tutte le genti chiamate alla salvezza. Evangelizzare il mondo significa, come Paolo VI affermava nella Evangelii nuntiandi, annunciare il nome, l’insegnamento, la vita, le promesse, il regno, il mistero di Gesù di Nazaret, Figlio di Dio. La Chiesa si apre agli orizzonti dell’umanità per far giungere con la parola e soprattutto con la testimonianza a tutti gli uomini e a tutti i popoli la Buona Novella dell’amore e della pace. Nessun credente e nessuna istituzione può sottrarsi al dovere supremo di annunciare a tutte le genti il Principe della pace. Prima credente e prima discepola di Cristo, Maria la “cristifera” è la prima evangelizzatrice del mondo, la prima a donare agli uomini Cristo, di cui manifesta la realtà di salvatore e signore, Figlio di Dio e loro fratello, luce che viene ad illuminare tutte le genti. La Vergine fa parte essenziale del mistero epifanico di Cristo e la Chiesa prolunga la sua azione e la sua missione materna nel tempo e nella storia, visto che anch’essa è segno e strumento dell’unione intima con Dio e dell’unità di tutto il genere umano. La vita di Maria fu tutta proiettata all’accettazione della Parola di Dio, all’unione incondizionata ai disegni di salvezza del Figlio, alla sua opera di riconquista e di trasformazione degli uomini e del mondo. La Chiesa imita la Madre del Signore e trova in lei la maestra che, come aiutò con la sua preghiera e la sua opera la Chiesa nascente, allo stesso modo illumina, indirizza e aiuta la comunità ecclesiale affinché tutte le famiglie dei popoli vivano e operino per la pace e per la concordia, al fine di riunire i “dispersi” in un solo popolo di Dio. Attraverso la Chiesa, la Madre di Dio irradia sul mondo quell’amore autentico e trasformante, dal quale devono essere animati tutti coloro che si sentono e sono chiamati a cooperare alla rigenerazione degli uomini in Cristo. Sull’esempio della Mater Ecclesiae, la Chiesa vive sempre più intensamente la propria maternità universale nei confronti di tutta la famiglia umana disumanizzata, proprio perché desacralizzata. Ella non pretende, come afferma il Pontefice, di costruire la pace del mondo senza di essa o al suo posto, ma proprio proclamando il regno di Dio in tutte le nazioni e svelando all’uomo il senso della propria esistenza, sapendo che chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, si fa egli pure più uomo.
5. Come il suo membro eccellente e singolare, come il suo modello e tipo ispiratore, lo sguardo e le braccia della Chiesa si devono rivolgere, in modo particolare, a quelli che giacciono nell’angoscia, che sono avvolti dalla povertà e dall’indigenza economica, sociale, culturale, fisica e spirituale, nonché verso coloro che sono sistematicamente oppressi da ingiuste strutture di peccato, per proclamare il Vangelo della liberazione, della giustizia, dell’equità e della solidarietà fluente dal cuore di Cristo, che chiama i suoi discepoli a costruire nel mondo la “Civiltà dell’amore”. Il vessillo di quest’opera di trasfigurazione del mondo è – secondo il Papa della Mariali cultus – l’inno più bello della Liturgia mariana, il Magnificat, attraverso il quale la voce della “Donna” di Nazaret, risuona in ogni tempo forte e imperiosa, per dare forza e coraggio ai promotori della pace, proclamando che Dio spiega la potenza del suo braccio per disperdere i superbi nei pensieri del loro cuore, per rovesciare i potenti dai troni troni, per innalzare gli umili e rendere giustizia agli oppressi (cfr. Lc 1, 46-55).
6. Annunciando Cristo, Signore della vita e Principe della pace, la Chiesa, così come Maria, promuove nel mondo una cultura di pace: la pace non degli uomini, o degli interessi, o della paura, ma la vera pace di Cristo, fondata sul Vangelo di salvezza. Come Maria, i cristiani deve cercare di portare il loro fattivo, generoso e autentico contributo alla pace, eliminando anzitutto dal cuore ogni forma di violenza e ogni sentimento di sopraffazione verso il fratello e la sorella in umanità. In tal modo essi si avvieranno sul cammino della realizzazione della pace che si fonda, secondo il Pontefice, prima di tutto,  sulla pace operosa dei singoli. Se la pace deve regnare sovrana e duratura, i cristiani devono prima farla regnare nel loro cuore, nella famiglia, nella città, nella regione, nella nazione, nella stessa comunità ecclesiale, in modo che tutti gli uomini e tutte le donne, sentendo il fascino di poter vivere nella serenità e si adoperino perché questo bene universale, diventi aspirazione, esigenza e patrimonio di tutti sulla terra.

3. Terza via: Il Rosario e il Mese di maggio validi mezzi per la trasformazione del mondo

L’invito  alla recita del Rosario e alla pratica del Mese di maggio fatta da Paolo VI e dagli altri Pontefici, sottolinea che la pace, intesa come ordine fondato sulla verità, costruito secondo giustizia, vivificato e integrato dall’amore e dalla compassione, messo in atto nella e dalla libertà, non è soltanto frutto dell’opera e dell’impegno dell’uomo, ma è soprattutto dono del Dio Trinitario, per cui essa ha uno strettissimo rapporto con la preghiera. I riferimenti dei Pontefici alle due pratiche della pietà popolare mariana, esaltano, in questo contesto, la loro valenza socio – politica oltre che quella spirituale e religiosa e la loro capacità, se ben praticati, di incidere sulla evangelizzazione e sulla trasformazione del mondo in “Civiltà dell’amore”.
1.  Il Rosario, spingendoci a contemplare con Maria il mistero di Cristo salvatore dell’uomo, ci fa comprendere l’anima mariana e la centralità del mistero della Madre del Salvatore nella dottrina sociale della Chiesa. Questa dottrina, che annuncia Dio e il mistero di salvezza di Cristo, è incentrata, come abbiamo appena detto, sul “Fiat” di Maria che, dicendo “Si” al Creatore e al Figlio suo unigenito, ha detto “Si” anche alle creature, fatte ad immagine di Dio.  Sull’esempio della Vergine, anche la Chiesa, secondo l’enciclica Ecclesiam suam di Paolo VI, nella sua apertura verso il mondo, nel suo andare in cerca e nel suo porsi al servizio del genere umano, esprime fortemente il suo “Fiat” di accettazione del disegno di Dio sull’umanità, che è un “Si” per rinnovati rapporti sociali, non soltanto di amicizia ma anche di amore fraterno, un impegno a servire le sorelle e i fratelli, da guardare con gli occhi illuminati dalla luce di Cristo, contemplato nella meditazione evangelica e nella preghiera.  Conformandosi sempre di più al suo umano “modello”, la Chiesa invita le genti a compiere la volontà di Dio (Cfr. Gv 2,5) e, impegnata nella permanente evangelizzazione, mostra alle genti il frutto benedetto del Padre e di Maria come il neonato di Betlemme; il servo che si è donato completamente all’amore sacrificale, il Verbo eterno fattosi in tutto fratello degli uomini, allo scopo di realizzare nella “città degli uomini” un’esistenza intrisa delle virtù del quotidiano, praticate dai santi membri della casa di Nazaret. Meditando anch’essa come la Vergine sapiente la Parola e gli eventi del suo Signore (Cfr. Lc 2,19), la Chiesa rimane accanto a Cristo nel suo cammino verso gli uomini, facendosi carico, come la Donna - Madre sul Calvario (Cfr. Gv 19, 25-27) delle sofferenze e dei bisogni dell’umanità, indicando ad essa gli orizzonti del mondo nuovo instaurato dal Crocifisso risorto. La preghiera mariana del Rosario, illumina, quindi, con il suo pieno e totale riferimento a Cristo e al suo Vangelo, il messaggio di pace della dottrina sociale della Chiesa, radicandolo maggiormente nel mistero di Cristo stesso, sua unica origine, suo senso e sua meta. Il Rosario, inoltre, nella sua contemplazione orante del mistero del Signore nato, crocifisso e risorto per noi, contribuisce ad alimentare e sostenere l’autentica spiritualità del cristiano che non è, come abbiamo già sottolineato, solo devozione (LG, 67), ma soprattutto è accoglienza della vita di grazia nella totalità dell’esistenza, è un credere mai separato o distaccato dalla vita quotidiana, sociale e teologale.  La vita cristiana, suggerita dal  Rosario, non è, quindi, evasione dal mondo, ma elevazione della realtà dell’uomo; non è disprezzo, ma capacità di accogliere e purificare. La pia pratica del Rosario induce in definitiva ad accogliere e promuovere i supremi valori della vita (misteri gaudiosi); a vivere nel quotidiano le beatitudini evangeliche (misteri della luce); a chinarsi con lo sguardo fisso al Crocifisso sulle sofferenze degli uomini (misteri dolorosi); a contribuire, nella luce del Risorto, a rendere nuove tutte le cose, a trasformare il mondo, schiudendosi all’eschaton che non tramonta (misteri gloriosi). Per questo motivo il Rosario, mentre ci fa fissare lo sguardo su Cristo e su sua Madre, induce ad essere veri costruttori di pace nel mondo al fine di ottenere avanzamenti e miglioramenti sulla via della pace, della giustizia e della reciproca accoglienza. Non è, quindi, infondata l’affermazione di Paolo VI e degli altri Pontefici, secondo cui il Rosario può davvero contribuire, perché preghiera supplice al Dio che tutto può, a cambiare le sorti del mondo; prece che sollecita a porsi alla scuola del Vangelo, avendo Maria come maestra spirituale, per imparare a conoscere, o affinare la conoscenza, il servizio e la testimonianza a Cristo in ordine alla “Civiltà dell’amore”. Con il Rosario, seguendo l’esempio sempre attuale della Madre di Gesù, vera “donna feriale”, tipo eminente della condizione femminile e modello chiarissimo di vita evangelica (MC 35) e di un’esistenza comune a tutti, fatta di sollecitudini familiari e di lavoro,5 si comincia a far nascere la pace dai piccoli gesti quotidiani, come un seme evangelico gettato nella concretezza delle relazioni sociali, delle scelte politiche, dei progetti culturali, delle attività economiche. In tal modo il credente evangelizza la famiglia, la comunità ecclesiale e il mondo nella sua interezza, vivificandoli all’interno e causandone l’auspicata trasformazione.6  Papa Montini sa bene che questi obiettivi proposti sono difficili e talora, in alcuni casi, quasi impossibili da realizzare. Ma come egli stesso insegna nella bella esortazione apostolica Marialis cultus, è più caratteristico dell’agire umano non arrendersi ai condizionamenti ambientali ma superarli; non soccombere, ma elevarsi (MC 54).7
2. Per antica tradizione il mese di maggio è consacrato a Maria. Proprio mentre tutta la creazione esulta al canto della primavera e il cristiano gioisce rinato nella Pasqua del Signore, il popolo di Dio rivolge il suo sguardo filiale alla Madre di Gesù e della Chiesa per avere, suo tramite dal cielo, luce e conforto, incitamento a operare a favore di tutte le creature umane e riscoprire, quindi, e apprezzare la sua materna e dolce presenza. La presenza della Glorificata nella nostra vita, come sottolineava Paolo VI nelle esortazioni apostoliche Signum magnum e Marialis cultus, è una presenza discreta, spesso nascosta, mentre risalta proprio nei momenti in cui mancano punti di riferimento e positivi sbocchi. La sua vita semplice e piena d’amore, perché vita piena di Cristo e del suo Regno, diventa il modello di una presenza che cambia il mondo dal di dentro, capace di penetrare nella più alta sfera della contemplazione, pur rimanendo mescolata ed operando fra la gente; dedita alle umili faccende quotidiane, pur proclamando con il Magnificat il riscatto dell’umanità, una vita che fa risaltare sempre Dio, che genera costantemente Gesù con i mille atti di carità che la vita di ogni giorno le suggerisce. Così la Vergine, con la sua discrezione materna e la sua esemplarità, si accompagna al nostro cammino verso Dio e verso le creature sulla via della pace, durante tutto il mese di maggio. Proprio nel cuore della Pentecoste, il mese di maggio è un tempo di cammino che ci aiuta a meditare e realizzare la nostra realtà di corpo vivo del Signore al servizio del mondo e l’umile Vergine della Visitazione, celebrata a conclusione del mese, si manifesta come l’icona di questo itinerario verso l’uomo e verso il mondo; un cammino di comunione e di annuncio, di condivisione e di amore, per cui ci inseriamo più attivamente nell’opera di salvezza universale, con i semplici gesti della vita quotidiana.  Con gli occhi di Maria, Vergine dell’amore, impariamo a scoprire i bisogni del mondo, quelli delle famiglie in crisi, degli anziani, delle gestanti in difficoltà, dei bambini, dei giovani, dei  diseredati, di tutta quella umanità, insomma, che vuole vivere nella serenità e nella pace e si dibatte tra la speranza e la delusione, tra il desiderio di risorgere e le sempre ritornanti sconfitte dell’esistenza. Uniti a Maria e compresi della nostra missione evangelizzatrice, possiamo ripetere agli uomini del nostro tempo, un saluto simile a quello che l’angelo le rivolse il giorno dell’annunciazione: «Rallegrati fratello, tu sei pieno di grazia perché il tuo salvatore Gesù è con te». La Parola di Dio e l’azione apostolica si trasformano così, in potenza di profezia, in vento dello Spirito, in seme di eternità per ogni storia umana che diventa storia stessa di Dio. Gli ultimi del mondo recuperano, attraverso l’amore che diamo e testimoniamo, il senso della vita, allietato dalla gioia evangelica che dona pace e serenità e alimentato dalla speranza di un mondo migliore. Il mese di maggio così trasformato in un cammino verso l’uomo da salvare, diventa una proposta di vittoria, qualunque sia la situazione e chiunque sia l’uomo, perché questa proposta è Cristo stesso, la divina potenza che trasforma il mondo nel regno pacifico di Dio, che cambia la storia, che vivifica dall’interno la realtà umana, senza che essa perda la sua fisionomia e la sua concretezza. Un mese di maggio così celebrato, esalta la materna potenza di Maria, capace di incidere sulla realtà del mondo, una potenza regale che si estende silenziosa ma incisiva sugli uomini e li dirige verso il mistero di Dio salvatore, sostenendo la loro debolezza, illuminando le loro prove e le loro tenebre, accogliendoli nel proprio seno per avvolgerli nella salvezza del Signore e la vita si battezza di eternità e diventa un inno di lode alla Santissima Trinità. Nella prospettiva di Maria in cammino verso l’uomo, ci trasformiamo noi stessi in costruttori e operatori di pace, consolatori degli afflitti, riparatori dei guasti, amici e fratelli degli uomini, annunciatori propizi  di quell’aurora pura e incontaminata che nel fresco mattino della nuova creazione annuncia il sorgere sul mondo del vero sole della giustizia e della pace che è Cristo signore, figlio di Maria. La difficoltà che la celebrazione del mese di maggio dedicato a Maria trova in alcuni ambienti ecclesiali, sta nel volerlo considerare o nel ridurlo a una realtà isolata dal resto della vita ecclesiale e della propria vita cristiana. Ma per il vero cristiano tutta la vita può essere un mese di maggio se vissuta in costante e continuato impegno di fede, misericordia e perdono, animata da uno stile di carità e amore costruttivo di bene. La festa della Visitazione, di cui ho già sottolineato l’importanza celebrativa nel mese di maggio, è una festa che non soltanto per tutto il mese, ma anche oltre rimane la memoria di ciò che Maria ha fatto e l’ispirazione di un impegno costante che ci orienta a portare aiuto, a partecipare, a sostenere e sollevare la sofferenza fisica e morale degli uomini del nostro tempo. L’impegno sociale cristiano, sul modello della Vergine della Visitazione, deve essere un impegno che investe la persona nella sua totalità e nella sua unità di anima e corpo e tutta la sua sfera del pensare e dell’agire, per questo richiede sincera donazione e sacrificio, ma anche disponibilità alla gioia che viene da Dio servito e amato in ogni fratello, come prolungamento nel tempo e sugli uomini della vicinanza materna e della protezione trasformante della Vergine del Magnificat. Per tutti, per chi lo pratica e per coloro che ne ricevono il benefico influsso, il mese di maggio deve segnare un nuovo stile di vita fatto di accoglienza e dono di Cristo, di operosa docilità alla grazia, di vita e missione evangelica che sono il vero principio della trasformazione del mondo.

Da tutto quello che siamo venuti dicendo, emerge ancora una volta lo spessore della figura di Maria nell’insegnamento di Paolo VI. Se il Concilio Vaticano II ha proposto la forte caratura teologale di Maria di Nazaret in ordine alla fede in Cristo e alla vita e missione della Chiesa, Paolo VI ne ha approfondito lo spessore antropologico, cultuale ed esistenziale. Esemplarità, congruenza e attualità di un modello mariale non bigotto né perpetuatore di letture antrocentriche, quindi obsolete e deludenti. Papa Montini ha avuto il merito di far emergere in tutta la sua freschezza evangelica, antropologica ed ecclesiale l’icona di Maria, traendola da una lettura sapienziale della Scrittura, per cui, icasticamente insegna ancora una volta al n. 37 della Marialis cultus, “magna charta” del suo magistero mariano:  «come la figura della Vergine non deluda alcune attese profonde degli uomini del nostro tempo ed offra ad essi il modello compiuto del discepolo del Signore: artefice della città terrena e temporale, ma pellegrino solerte verso quella celeste ed eterna; promotore della giustizia che libera l’oppresso e della carità che soccorre il bisognoso, ma soprattutto testimone operoso dell’amore che edifica Cristo nei cuori».8

NOTE

1Sono soprattutto i Padri orientali che sottolineano la figura della Theotokos nella riconciliazione cosmica. Nel loro insegnamento il valore della creazione si concentra e si rivela nell’umanità di Cristo risorto, nel quale tutte le cose create, tutta l’umanità, tutta la creazione si ritrovano colmate dalla grazia dello Spirito che tutto santifica e che su tutto effonde la sua vita divina. Tra Cristo e Maria c’è una misteriosa comunione, per cui la Vergine è unita a lui in una maniera così reale da potersi dire che, prima fra tutte le creature, è stata “cristificata”. In lei, perfetta realizzazione del piano di Dio, tutta la creazione si ritrova santificata e ogni creatura rinasce nuova, perché in lei è stata operata la pienezza della salvezza. La Madre di Dio è per tutta l’umanità e per tutto il creato, modello e immagine delle cose come sono state create e come dovevano essere. In lei gli uomini sono stati resi degni dell’unione con Dio e la terra degna di essere abitata da Dio. In lei tutta la creazione diventa dimora dello Spirito, perché in lei, per prima, lo Spirito ha celebrato la Liturgia della salvezza dell’uomo. In Maria, modello della creazione, l’umanità diventa se stessa e si riconosce come creazione di Dio nella Chiesa, come unica casa dei figli di Dio. Maria fa parte, dunque, insostituibile della riconciliazione tra Dio e l’uomo e continua ad agire nella Chiesa per la riconciliazione di tutte le membra del corpo di Cristo, ovvero di tutti i cristiani che chiamano Dio col nome di Padre (Cfr. I. IONASCU, La Theotokos e la riconciliazione cosmica secondo i Padri orientali, in AA.VV.,  La madre di Dio per una cultura di pace, Monfortane, Roma 2001, 49-53).
2 La luce associata alla pace e in perfetta contrapposizione con l’opacità e la lacerazione del male che contrassegna la creazione. E’, quindi, il male che genera la separazione da Dio, la frantumazione dei rapporti, la dissoluzione del proprio esistere in un vagare vuoto, un buio opprimente, il contrario che genera la pace. Agli essere umani errabondi, è data la possibilità della pacificazione, quando essi aprono gli occhi alla luce, quando accolgono la luce, perché solo chi vede la luce vive. E’ solo il contatto con Dio che rende puro il mondo segnato dal male e lo ricrea; ciò diventa evidente quando l’irradiazione di luce da Maria, in cui Dio ha operato la Redenzione, si effonde nel mondo. E’ soltanto in lei, nel suo cuore, che tutto diventa luce e amore e tutto ritorna, come un’immensa canzone, come in un immenso poema, verso Dio (Cfr. S. MAZZOLINI, Maria icona di pace nel contesto della cultura contemporanea. Una riflessione alla luce del pensiero mariano di G. Capograssi, in AA.VV., La Madre di Dio per una cultura di pace, op. cit., 179–182).
3 Come la stella della mattina ci annuncia e ci fa partecipare una luce che è più bella, che è più luce della luce già candida e già splendente dell’alba, così la Vergine, nel mezzo della creazione così opaca e così lacerata dal male, ci fa partecipare e sperare una luce che è più alta e più bella della luce che vediamo qui sulla terra, splendore dell’amore delle anime buone e sante (Cfr. Ibidem, 179).
4 La causa venefica del male è resa, quindi, inoffensiva dalla luce. Maria, icona di pace, attesta come possibile la sconfitta del male e questa accoglienza del dono della pace che in lei si sono pienamente realizzati. Ella intercede, perciò, efficacemente e appare come colei che sola può dare la pace, l’amore e la letizia che è riso e luce, riso e amore per tutto l’universo. Maria l’impetra per tutti e per tutta la creazione. Lo sguardo chiaro e trasparente di Maria, non segnato cioè dal peccato, trasforma l’uomo in creatura del cielo (Cfr. Ibidem, 183-184).
5 Cfr. A. BELLO, Maria donna dei nostri giorni, Paoline, Cinisello Balsamo 1993, 11-13.
6 Cfr. S. M. PERRELLA, Rosarium Beatae Virginis Mariae “totius Evangelii Breviarum”. Il contributo dei Vescovi di Roma, Sisto IV – Giovanni Paolo II (1478-2003): Tra storia e dottrina, in Marianum, 66 (2004), 503-512; per tutto lo studio cfr. 427-557.
7 Cfr. PAOLO VI, Marialis cultus, in  EV, 5,  n. 86.
8 PAOLO VI, Marialis cultus, in EV, 5, n. 68.

Inserito Mercoledi 20 Aprile 2016, alle ore 10:12:46 da latheotokos
 
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DOTTORE IN S. TEOLOGIA CON SPECIALIZZAZIONE IN MARIOLOGIA
DOCENTE ALL'ISSR "SAN LUCA" DI CATANIA

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