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  Il Rosario, preghiera della famiglia 
Preghiere

Da libro di Domenico Sorrentino, Il Rosario e la nuova evangelizzazione, Paoline, Cinisello Balsamo 2003, pp. 127-138.



Una crisi epocale

Per misurare la crisi della famiglia, non c'è bisogno di andare alle statistiche. Ormai il fatto è evidente. E in crisi la tenuta della coppia. Separazioni e divorzi sono all'ordine del giorno, con effetti devastanti sulla crescita serena dei bambini. Ancor più radicalmente, è in crisi l'idea stessa di matrimonio. Su questa pagina dolente il Magistero della Chiesa è tornato innumerevoli volte. Voce accorata, profetica, quanto inascoltata. Ma sulla verità riguardante il matrimonio e la famiglia, la Chiesa ha un mandato preciso. Ne va del Vangelo. Ne va delle sorti dell'umanità. Tacere sarebbe un'omissione imperdonabile. An n. 90 dell''Esortazione Apostolica post-sinodale Ecclesia in Europa del 29 giugno 2003 Giovanni Paolo II è tornato sull'argomento. Ma l'annuncio sembra ormai incapace di intercettare una crisi che, agli occhi umani, potrebbe sembrare irreversibile. Una causa « disperata ». Eppure, a questa causa « disperata », il Papa ha rivolto uno sguardo di speranza, a partire dal Rosario. Sorpresa della profezia! Ma non era anche il Rosario in declino? Come si può rimediare a una crisi - quella del matrimonio - con una preghiera « in crisi », il Rosario? Come reintrodurlo, nelle famiglie, se le famiglie non ci sono più, e se lo stesso Rosario non si dice più? Ma procediamo con ordine.

I tempi del focolare

In realtà, con questa proposta, Giovanni Paolo II si pone nel solco del Magistero che lo precede. La crisi della famiglia viene da lontano. E già altri suoi predecessori - voci nel deserto! -, avevano intravisto la crisi montante e avevano additato lo stesso rimedio. Negli anni cinquanta del secolo scorso, mentre il mondo riprendeva il suo cammino di una pace pur provata e contraddittoria, dopo gli sconvolgimenti prodotti dalle opposte dittature e dalla seconda guerra mondiale, Pio XII guardava ai valori che avrebbero potuto assicurare un fondamento sicuro, alla società. La famiglia, al posto d'onore. Dentro la vita di famiglia, la preghiera, e in particolare il Rosario. Ecco un brano della sua Enciclica Ingruentium malorum, del 15 settembre 1951: «Invano, infatti, si cerca di portare rimedio alle sorti vacillanti della vita civile, se la società domestica, principio e fondamento dell'umano consorzio, non sarà diligentemente ricondotta alle norme dell'evangelo. A svolgere un compito così arduo, Noi affermiamo che la recita del santo Rosario in famiglia è mezzo quanto mai efficace. Quale spettacolo soave e a Dio sommamente gradito, quando, sul far della sera, la casa cristiana risuona al frequente ripetersi delle lodi in onore dell'augusta Regina del Cielo! Allora il Rosario recitato in comune aduna davanti all'immagine della Vergine, con una mirabile unione di cuori, i genitori e i figli, che ritornano dal lavoro del giorno; li congiunge piamente con gli assenti, coi trapassati; tutti infine li stringe, più strettamente, con un dolcissimo vincolo di amore, alla Vergine santissima, che, come madre amorosissima, verrà in mezzo allo stuolo dei suoi figli, facendo discendere su di essi con abbondanza i doni della concordia e della pace familiare. Allora la casa della famiglia cristiana, fatta simile a quella di Nazaret, diventerà una terrestre dimora di santità e quasi un tempio, dove il Rosario mariano non solo sarà la preghiera particolare che ogni giorno sale al cielo in odore di soavità, ma costituirà altresì una scuola efficacissima di virtuosa vita cristiana » (EE 6/880). Pagina di sapore lirico. Oggi sembra un sogno. Giovanni Paolo II non esita a ripropone questo sogno: « Il Rosario è anche, da sempre, preghiera della famiglia e per la famiglia. Un tempo questa preghiera era particolarmente cara alle famiglie cristiane, e certamente ne favoriva la comunione. Occorre non disperdere questa preziosa eredità. Bisogna tornare a pregare in famiglia e a pregare per le famiglie, utilizzando ancora questa forma di preghiera » (RVM, n. 41).

La forza delle motivazioni

Se il Papa fa questa proposta, non lo fa certamente in modo ingenuo. I punti della Lettera che dedica a questo argomento sono tra i più « motivati ». Il presupposto è che la crisi, per quanto drammatica, non sia irreversibile. Un cristiano non potrebbe mai arrendersi alla morte della speranza. Forse che, quando l'annuncio della verità cristiana sulla famiglia è stato fatto, duemila anni or sono, la cultura dominante era più pronta di oggi? Se la descrizione dello scenario morale del paganesimo, che Paolo fa nel primo capitolo della Lettera ai Romani, presenta tinte molto scure anche per evidenziare la salvezza cristiana, è indubitabile che la tenuta morale del mondo in cui il Vangelo venne annunziato, su tanti aspetti, era tutt'altro che esaltante. Oggi, come allora, non c'è nulla di tanto catastrofico che non possa essere sanato dalla forza della Pasqua. Cristo è morto ed è risorto anche per sottrarre l'odierna famiglia alla sua morte e farla risorgere. Ma il discorso in cui il Papa si inoltra nella Rosarium Virginis Mariae sembra fare appello, oltre che alla forza della fede, anche a motivazioni desunte dall'esperienza. La proposta del Rosario entra in questo tentativo di persuasione. Il Papa considera le famiglie « credenti » - perché è chiaro che a quelle non credenti non si può proporre il Rosario! -, in cui il desiderio di perseverare in un giusto rapporto reciproco non è ancora fallito, ma soltanto affaticato. Perché, si chiede il Papa, la famiglia, la coppia, anche tra i cristiani, non riescono più a tenersi unite? Che cosa interviene a rendere così labile la fedeltà tra persone di un'unica fede? I problemi possono essere tanti, e non vanno semplificati. Ma almeno rispetto a uno di essi, il Rosario può dare un contributo di soluzione: il problema della comunicazione: « Molti problemi delle famiglie contemporanee, specie nelle società economicamente evolute, dipendono dal fatto che diventa sempre più difficile comunicare. Non si riesce a stare insieme, e magari i rari momenti dello stare insieme sono assorbiti dalle immagini di un televisore » (RVM, n. 41). È una « fotografia » di tante famiglie contemporanee. Talvolta è difficile distinguere la causa dall'effetto. E il televisore che impedisce la comunicazione, o la mancanza di comunicazione che trova il suo naturale alibi in un televisore? Può essere l'uno e l'altro. Ma il problema esiste. E allora, tra i tanti rimedi da cercare, perché non tentare anche il Rosario?

Uno sguardo alternativo

Il Papa ha un concetto di comunicazione che presenta una suggestiva caratteristica nella capacità di « guardarsi sempre nuovamente negli occhi ». C'è, dentro questa espressione, tutta la verità la trasparenza della persona. Chi fa l'esperienza dell'amore, lo sa. Quando l'altro ti tradisce, è dagli occhi che traspare. Tra innamorati ci si guarda negli occhi. E quando il filo del cuore si è spezzato, o si è incrinato, gli occhi non sanno più sostare nell'amato, sono occhi imbarazzati, sfuggenti, e chi ha il diritto e l'attesa di sentirsi amato, avverte una « fuga» degli occhi del partner che dà una sensazione di disagio e fa temere il peggio. Non c'è da meravigliarsi. Vale non soltanto nella dinamica dell'amore. Ogni volta che il cuore è puro, in tutti i sensi, lo si vede dagli occhi. Gli occhi puri - parola di Gesù - vedranno Dio (Mt 5,8). Ma è anche vero che la purificazione del cuore si compie lasciandosi guardare da Gesù, lasciandosi avvolgere dalla sua misericordia. Quello sguardo divino può essere anche cocente, ma purifica come il fuoco. Dopo il suo rinnegamento, Pietro ebbe il dono di questo « sguardo » di Gesù (cfr. Lc 22,61), e fu tale da farlo scoppiare in un pianto liberatore, che lo restituiva a vita nuova. Questa logica dello sguardo puro vale anche nei rapporti tra le persone. Più si fissa Gesù, più lo sguardo diventa trasparente, più il « guardarsi » diventa un evento di incontro e di comunione. E a questo punto che si inserisce la pedagogia del Rosario Se esso è stato compreso bene, come un incontro con lo sguardo di Gesù, esso è capace di compiere questo « miracolo ». A mano a mano che i misteri di Gesù passano davanti ai nostri occhi, l'animo si libera dalle foschie di un sentimento smarrito, e piano piano diventa capace di portarsi sull'altro con una riconquistata sincerità. Quando poi il Rosario diventa esperienza comune, esperienza di coppia e di famiglia, allora ci si può attendere quello che il Papa assicura: « I singoli membri di essa [della famiglia], proprio gettando lo sguardo su Gesù, recuperano anche la capacità di guardarsi sempre nuovamente negli occhi, per comunicare, per solidarizzare, per perdonarsi scambievolmente, per ripartire con un patto di amore rinnovato dallo Spirito di Dio » (RVM, n. 41). E così il Rosario diventa una sorta di « televisore » spirituale. Manda in onda le immagini della vita di Cristo, immagini di salvezza, che riproducono in ogni famiglia qualcosa della famiglia di Nazaret: tutto ruota intorno a Gesù.

L'opzione della « sosta »

Intendiamoci: nessun automatismo. Le fatiche del cuore esigono percorsi di «terapia » che sono complessi com'è complesso l'essere umano. Può esserci la necessità di uno psicologo. Almeno di un padre spirituale. Ma per tanti casi che non sono « incancreniti », e non sono segnati da patologie personali o di coppia, gli strumenti risolutivi sono a portata di mano. Frère Ephraim, fondatore della Comunità delle Beatitudini, ha delineato un percorso di « esercizi » a partire proprio dai misteri del Rosario. Naturalmente il discorso comincia dalla coppia. Con i figli oggi è più difficile, dal momento che la distanza generazionale diventa sempre più marcata. « I più diversi messaggi e le esperienze più imprevedibili si fanno presto spazio nella vita dei ragazzi e degli adolescenti, e per i genitori diventa talvolta angoscioso far fronte ai rischi che essi corrono. Si trovano non di rado a sperimentare delusioni cocenti, constatando i fallimenti dei propri figli di fronte alla seduzione della droga, alle attrattive di un edonismo sfrenato, alle tentazioni della violenza, alle più varie espressioni del non senso e della disperazione » (Frère Ephraim, Guarire i mali dell'anima con i misteri del Rosario, Piemme, Casale Monferrato 1999). Che cosa fare? E uno degli interrogativi che i genitori si confidano, con atteggiamento sempre più rassegnato: sembra che nulla possa arrestare questa situazione di sfacelo. Eppure, il « vecchio » Papa, che i giovani amano, si dimostra uomo di speranza, quando invita i genitori a non demordere, a non perdere la fiducia. Sembra dire: ce la potete fare! Ma a una condizione: optare per una pedagogia che, fin dai più teneri anni, metta nel conto della vita familiare la « sosta ». Sì, la sosta. Ossia la capacità di non lasciarsi travolgere dal « fare ». L'organizzazione di una vita di famiglia che si ritrovi in momenti di pura gratuità, in cui ci si riconosce in profondità, e ci si accoglie con verità. Sosta della comunione e della comunicazione, che può assumere molte espressioni. Dentro questo orizzonte, il Papa inserisce la « sosta orante », la preghiera in famiglia, e propone la preghiera del Rosario, come forma di preghiera particolarmente adatta.

La sfida dei giovani

Ma come parlarne ai giovani? Non è forse vero che la crisi del Rosario ha mostrato quanto sia radicata, nell'opinione pubblica anche ecclesiale, la sensazione che questa preghiera sia una preghiera delle « nonne », buona per vecchiette che abbiano tempo da perdere e il gusto di una filastrocca riposante? Purtroppo, immagini del genere sono frequenti, e talvolta anche motivate da modi di pregare il Rosario che mancano di vitalità, coralità e profonda comprensione di questa preghiera. Sempre più rara come preghiera della famiglia, lasciata soltanto alle persone anziane, e magari abbandonata anche nelle parrocchie alla recita di qualche sparuto gruppo di fedeli prima della celebrazione della Messa, era inevitabile che questa sensazione si diffondesse. Il Papa dà una spinta in senso contrario. Lo fa con l'autorevolezza morale di un « leader » che ha saputo rilanciare anche l'interesse per la pastorale giovanile, facendo delle Giornate Mondiali della Gioventù eventi che hanno stupito anche gli opinionisti più scaltriti. E con questa autorevolezza indica una strada e quasi offre una garanzia. La strada: occorre che la pastorale giovanile, armandosi di un'audacia, di un entusiasmo e di una creatività degni del suo compito, non si dia per vinta. Occorre saper presentare il Rosario. Lasciandolo intatto nel suo significato e nella sua struttura fondamentale, bisogna assicurare a esso quella vivacità che consenta anche ai giovani di capirlo e di gustarlo. La garanzia: « Se il Rosario viene ben presentato, sono sicuro che i giovani stessi saranno capaci di sorprendere ancora una volta gli adulti, nel far propria questa preghiera, nel recitarla con l'entusiasmo tipico della loro età ».

Un simbolismo da « ri-giocare »

Dentro questa logica di riscoperta, si pone anche la valorizzazione delle espressioni simboliche, che meglio possano aiutare l'assimilazione dei valori. Si pensi alla corona stessa. Da puro strumento di conteggio, già la tradizione del Rosario ne ha colto alcune valenze simboliche stimolanti. « Catena », sì, ma « catena dolce » che ci rannoda a Dio. E perché non anche « catena dolce » che ci aiuta a fraternizzare, che ci mette insieme, ci fa famiglia? In un Convegno del Movimento dei Focolari, Chiara Lubich ha riletto tutta la spiritualità focolarina seguendo l'avvicendarsi dei misteri del Rosario (Maria nel Movimento dei focolari e la preghiera del Rosario, in Gen's. Rivista di vita ecclesiale, pp. 74-81). Il Rosano è in qualche modo un simbolo esistenziale, oltre che una preghiera. La vita, deve diventare « Rosario ». Il simbolismo può aiutare a recuperare significati vitali, evitando l'imbarazzo e la stranezza delle cose incomprensibili. Abbiamo avuto, a un certo punto, paura di proporre ai ragazzi di tenere in mano il Rosario, e li abbiamo visti poi ornati e... « armati » di tanti arnesi stravaganti. Ma perché non ritentare con la corona di sempre? Vengano pure tutti gli adattamenti formali, si sbrigli tutta la creatività. Sono rimasto sorpreso, una volta, quando mi è stata mostrata una pallina concepita per essere stretta in pugno... allo scopo di combattere l'ansia! Si può aver bisogno anche di. questo... E allora, perché non la corona, che, contro l'ansia, darebbe non solo un oggetto da maneggiare, ma tutto un mondo di vita e di valori da rivivere? Soprattutto va riscoperta, accanto all'evocazione della dimensione verticale, quella orizzontale della solidarietà: la corona come simbolo di amore, di fraternità, di una vita in cui ci si tende la mano, per fare cordata. Una corona può diventare progetto di vita, per le famiglie, come per i giovani.

L'ultima carta da giocare

E dopo tutto, quando tutto è stato tentato invano, quando il « fallimento » della famiglia è ormai avvenuto, quando la crisi è irreversibile, e se ne trovano sparsi i cocci, con i coniugi ormai distanti, e i bambini sbattuti tra l'uno e l'altro, o con le scenate in famiglia che non finiscono mai, o l'incomunicabilità con un figlio divenuta permanente, e cose simili, purtroppo all'ordine del giorno di tante famiglie, che cosa rimane, se non aggrapparsi alla preghiera? Allora, tra le preghiere, quella che può dare ancora tanta forza e tanto conforto, dopo l'Eucaristia e il Sacramento della riconciliazione, quella che può accompagnare nelle ore più tristi e può ancora lanciare un ponte spirituale verso la persona amata, quella che può dare al tutto la dolcezza del tocco materno della Madre celeste, è ancora il Rosario. Con esso, sgranando le Ave Maria, puoi mandare il tuo messaggio di amore, puoi fare la tua invocazione, puoi abbandonare alla misericordia i tuoi peccati, puoi supplicare senza posa perché qualche miracolo di conversione, di riconciliazione, di nuova unità, o almeno di tranquillità, avvenga. E perché non contarci, con vera fede? Il Rosario ti riporta alla condizione delle nozze di Cana, dove non c'era più vino, come in una famiglia può non esserci più unità, ma dove c'è una Madre che sa accorgersene, e sa dire al Figlio, con il segreto della sua autorevolezza materna: « Non hanno più vino ». Continuare a supplicare, con fiducia, significa riempire gli otri di acqua: e perché l'acqua non potrebbe diventare vino? L'uomo di Cana, il « figlio dell'uomo» che è Figlio di Dio e di Maria, non ha perso nulla, dopo duemila anni, della sua onnipotenza!

 

Inserito Giovedi 30 Giugno 2016, alle ore 9:39:30 da latheotokos
 
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