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  Le madri e la Madre 
Cultura

Lo sfondo culturale e antropologico dell'opera teatrale Maryam di Luca Doninelli, in La Madonna della Neve, n. 4 - aprile 2017, pp.12-13.



L'opera teatrale "Maryam"

Il periodo che prepara o segue la Pasqua trova spesso le comunità cristiane attente ad evocare quegli antichi testi della drammaturgia medievali relativi alla sofferenza della Vergine davanti ai tormenti del Figlio. Addirittura non mancano quelle sacre rappresentazioni che durante il triduo sacro si svolgono nelle piazze di tanti paesi, soprattutto dell'Italia Meridionale. Una Madonna che va incontro a! proprio Figlio carico del patibolo della croce. Così non meno struggenti risuonano quei versi di quelle laudi di fine XIII-inizio XIV secolo nei quali si celebrano i misteri della salvezza: a partire dall'Annunciazione, ma più lontano ancora, dalle voci dei profeti, ora nel Limbo, che implorano la venuta del Salvato: «Vieni Gesù beato! Vieni, che non sia più nostro aspettare. Degnate d'encarnare e dare luce al mondo entenebrato». Fino al momento in cui nel pretorio di Pilato viene emanata la sentenza di morte, che Maria vorrebbe almeno dolce: «Se la sentenza remane entera, questo almeno alla tua Madre, Figlio dolce, implora dal Padre: che la tua morte sia breve e leggera». E poi su al Calvario la struggente implorazione: «Figlio, l'alma t'è uscita, Figlio della smarrita, Figlio della sparita, Figlio mio attossicato!». Ma dopo tre giorni Gesù risorge e incontra la Madre: «Grazia rendo a Padre Iddio che t'ha me così mandato a consolarme, Figlio mio, che t'aggio veduto e toccato; or te priego te sia a mente visitarme espressamente». E poi il testo sacro non manca mai di terminare con una tenera invocazione a Maria: «Peccatori tutti quanti, Lei preghiam per noi d'orare, e i defetti nostri tanti chieda al Figlio cancellare; consolàti ne faccia stare ne la gloria riposata». Abituati a questo genere di poesia sacra, potrebbe suscitare una certa sorpresa una rappresentazione teatrale nella quale protagoniste del dolore materno sono delle donne musulmane. Esse incontrano Maria - nel Corano detta tra l'altro "La Veritiera" - fuori dalla grotta di Nazaret e la rendono partecipe delle loro sofferenze. Si chiama Maryam, questa pagina di teatro uscita dalla penna di Luca Doninelli, scrittore di origine bresciana, finalista al Premio Campiello 2016 con il romanzo "Le cose semplici".

Idea nata a Nazareth

«L'idea di Maryam viene da lontano - scrive l'autore - precisamente dalla Basilica dell'Annunciazione di Nazareth dove mi recai tra il 2005 e il 2006. Lì assistetti allo spettacolo di una fila quasi ininterrotta di donne musulmane che entravano nella basilica per rendere omaggio alla Madonna. Conoscevo già la devozione dei musulmani per Maria, ma quella visione mi colpi ugualmente per la sua solennità, per la certezza fiduciosa che quelle donne mi trasmettevano. Me la sono portata dentro per anni, finché volendo scrivere un testo teatrale su Maria, mi è balzata alla memoria». Nasce in questo modo Maryam, uno spettacolo in quattro movimenti che identificano quattro donne, interpretate - voce unica - da Ermanna Montanari che insieme a Marco Martinelli cura anche la regia, e accompagnate dalle musiche struggenti e incalzanti di Luca Ceccarelli. L'opera è stata realizzata dal Teatro delle Albe di Ravenna in collaborazione con il Teatro de gli Incamminati/deSidera. Le prime tre parti sono tre preghiere, rispettivamente di Zeinab, di Intisar, di Douha, tre donne musulmane palestinesi che provate duramente negli affetti più cari, raccontano a Maryam il loro dolore e chiedono consolazione, giustizia e vendetta. Sharifa - racconta l'amica - e stata venduta come schiava dallo zio, come punizione per non essersi concessa; dopo che il figlio è morto da kamikaze - racconta la figlia -  Amira ha perso la ragione e vaga come una pazza nel campo profughi; Alì, un ragazzo di dodici anni - racconta la mamma - è morto affogato nel Mediterraneo davanti agli occhi del padre... Infine la risposta di Maryam che appare sulla scena a mani vuote: prima in modo sprezzante, quasi disorientante. «Vi ho ascoltate, dice, ma non posso fare nulla per voi, né darvi giustizia, né offrirvi vendetta. Se avessi potuto salvare mio figlio dalla croce, credete che non l'avrei fatto? Ancor oggi non ho perdonato Dio per non aver salvato mio figlio. Eppure se l'avessi fatto - continua Maryam - voi mi considerereste una privilegiata e nemmeno vi rivolgereste a me». Ma poi le parole di Maryam si fanno un caldo abbraccio per quelle donne povere e infelici: «invece voi mi amate, e io amo voi, perché abbiamo vissuto lo stesso dolore e finanche comprensione per quel Dio Padre silente che ha abbandonato il suo figlio da solo sulla croce al cospetto della sua Passione. Il vostro dolore è il mio e mi lacera le carni ancora oggi. Le vostre lacrime sono state già piante da Dio nell'attimo della Creazione»: l'onnipotenza impotente dell'amore.

Nei drammi di ogni tempo

La scena è disegnata dalle luci: una chiesa-moschea, gente in un paesaggio devastato dalla guerra, una donna musulmana e dai versi in lingua araba proiettati su un telo trasparente. I drammi di ieri sono i drammi di oggi e, sembra dire Maryam, saranno anche quelli di domani. Mentre sul velatino una dissolvenza incrociata mostra immagini di devastazione, di migrazione di massa e di palazzi sventrati dalle bombe, il palco si riempie di tagli di luce rossa e uno schermo decentrato tiene per lunghi minuti il primo piano quasi immobile di Khadija Assoulaimani, incorniciata dal colore acceso del velo. La sua fronte ampia e pulita si fa simulacro di rassegnazione, la sua espressione neutra è quella di chi ha smarrito la via che porta a una speranza duratura. Maryam è Maria, la Madre di Gesù nel Corano. Maryam ci racconta come sia centrale questa figura nella cultura islamica. In tempi di terrorismi e di ferocia, Maryam si pone come la "donna dell'incontro", un ponte tra cristianesimo, islam e cultura contemporanea. Nell'agosto del 2016, al Meeting di Rimini, così Doninelli commentava il titolo della manifestazione, "Tu sei un bene per me": «Un'immagine si è fatta largo: quella di Maria che accoglie sul suo grembo il corpo del Figlio morto. Per lei Gesù era il figlio che aveva allattato, amato, accudito, fatto crescere, quello che più di chiunque altro le aveva fatto sussultare il cuore. E al tempo stesso era il Figlio dell'Altissimo. Per lei le due cose erano una sola. E adesso era morto, inerte tra le sue braccia. Cosa poteva significare per Maria, in quell'istante, "tu sei un bene per me"? Questo è l'abisso che si apre per chi voglia affrontare questo tema senza retorica: un abisso in cui è facile cadere se una grazia inimmaginabile, impossibile, non fosse accaduta, se io stesso non avessi fatto e non facessi I'esperienza di qualcuno che mi dice - qui, adesso - "tu sei un bene per me"». Questo è l'abisso che Maryam prova a condividere con tutte le madri come lei.

 

Inserito Giovedi 27 Aprile 2017, alle ore 9:37:56 da latheotokos
 
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IDEATO E REALIZZATO DA ANTONINO GRASSO
DOTTORE IN S. TEOLOGIA CON SPECIALIZZAZIONE IN MARIOLOGIA
DOCENTE ALL'ISSR "SAN LUCA" DI CATANIA

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