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Maria di Nazareth, una donna ebrea
Storia

Tratto da Cettina Militello, Maria di Nazareth, donna mediterranea, in AA. VV., Maria Discepola e Sorella, Madre di misericordia, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2017, pp. 34-39.



La madre di Gesù è una donna ebrea d'epoca intertestamentaria. C'è oggi una letteratura fiorente sul "Gesù della storia". Sono davvero tanti e intriganti gli studi di carattere socio-antropologico volti a ricostruire e comprendere quello che era l'ambiente della Palestina ai tempi di Gesù. Se ne fa eco Elizabeth Johnson nel suo saggio su Maria (Vera nostra sorella. Una teologia di Maria nella comunione dei santi, Brescia 2005).
La Galilea, assieme alla Giudea e alla Samaria, è una delle regioni in cui al tempo di Gesù era divisa la Palestina. Si tratta di una regione della cui particolarità troviamo eco nei vangeli con l'espressione "Galilea delle genti". Si tratta cioè di una zona di frontiera, in cui e molto facile entrare in rapporto con persone che non sono assolutamente ligie alla pratica religiosa così come la si praticava in Giudea e soprattutto nella prossimità al Tempio. La Galilea - come sa bene chi l'ha visitata - e una regione bellissima ricca di acqua. Il che la rende idonea sia all'agricoltura che all'allevamento. Al tempo di Gesù era caratterizzata da un sistema di villaggi e di piccole città. Quando parliamo di città le cifre sono molto diverse da quelle a cui oggi siamo abituati. Nazareth non doveva avere più di 400 abitanti. Era dunque un piccolissimo centro. Era lontana dalle grandi vie, quelle che portavano alle città, che, nella fattispecie, erano state create o incrementate nel periodo di Erode il Grande e poi di Erode Antipa.
Quello che ci può essere utile per capire Maria è innanzitutto leggere l'urbanistica dei villaggi, costituiti da piccole unità abitative raccolte attorno a un cortile evidentemente abitato da più famiglie legate da un vincolo di parentela. Ciò comportava l'avere in comune determinati strumenti necessari alla vita: il forno, il frantoio, e tutti quegli altri che consentivano la sopravvivenza. Probabilmente queste piccole unità abitative avevano in prossimità degli spazi coltivati ad orto; più lontano stavano i campi dove si coltivavano graminacee, uva, olio, mandorle... Naturalmente le unità abitative variavano secondo la condizione sociale. Per quanto riguarda Nazareth non siamo dinanzi a una situazione sociale di tipo elevato. Il villaggio è fondamentalmente povero e vi si pratica quella che viene chiamata una agricoltura di sussistenza. Si produce, cioè, quello che è necessario a vivere senza che si riesca a ottenere un di più.
Giuseppe, il promesso sposo di Maria, e poi il figlio sono indicati nei vangeli con l'espressione "tekton" che vuol dire carpentiere. Il termine può significare non soltanto falegname, come nella nostra tradizione, ma anche muratore. Si tratta, comunque, di un artigiano che ha a che fare con quello che riguarda o costruire mobili o edificare una casa. In verità il verbo edificare è eccessivo perché quelle di Nazareth sono case assai povere. La guarigione di un paralitico avviene calando giù dal soffitto il lettuccio dello stesso. Il tetto viene cioè scoperchiato facilmente. E ciò vuol dire che era coperto non da tegole, ma da un incannucciato legato insieme da fango pressato. Le pietre, quelle poche che c'erano, nella costruzione erano frammiste a terra e a malta. Le mura dunque erano tutt'altro che solide. Gli scavi archeologici ci testimoniano questa estrema povertà. Inutile dire, che nella casa ci si dormiva soltanto; si viveva all'aperto, nel cortile, dove stavano anche le bestie: galline, capre, asini.
Un artigiano in un paese povero non poteva davvero essere ricco. Certo la famiglia di Gesù non era nell'ultimo gradino della scala sociale, ma vivendo in un quadro di economia di sopravvivenza o addirittura di sussistenza non è che potesse avere chissà quali commesse. A meno che, e là sono gli apocrifi che entrano in scena, non ricevesse delle commesse esterne ed emigrasse per lunghi periodi - secondo gli apocrifi Giuseppe era in Egitto all'epoca dell'annunciazione e solo al ritorno avrebbe trovato la fidanzata incinta.
Quello che aggrava una situazione di povertà oggettiva è però la situazione politica. La Palestina è occupata dai romani i quali, per così dire, la spolpano sino all'osso. Nel film "Io sono con te" di Mario Chiesa si vede, in una delle scene iniziali, un poveraccio a cui i romani portano via l'asino perché non è in grado di pagare il tributo. Così gli tolgono il mezzo per andare in campagna, per potere arare la terra e ricavarne ciò di cui la sua famiglia ha bisogno. La tassazione romana, pesantissima, aveva incrementato un progressivo impoverimento. Alla morte di Erode il Grande, responsabile per la sua parte di questa situazione, era scoppiata una rivolta. La pressione e la tassazione iniqua, a tutti i livelli, divenne ancora più forte sotto Erode Antipa, impegnato nella costruzione di nuove città, ad esempio Tiberiade, edificata dal nulla con sfoggio di mezzi evidentemente sottratti ai poveri.

Se abbiamo aperto la finestra socio-politica, ovviamente è per cercare di approssimarci, quanto più possibile, al vissuto concreto di Maria che, dunque va collocata in questo preciso quadro. Maria subisce anch'essa i contraccolpi di questo sistema esoso e, probabilmente, se è stata testimone della rivolta alla morte di Erode il Grande, anche lei sarà scappata con le altre donne per trovare scampo mentre gli uomini combattevano.
Quanto all'orizzonte religioso di Maria dobbiamo collocarla nel giudaismo del secondo Tempio. Al suo interno l'istruzione avviene all'interno della famiglia perché non esistono scuole e le pratiche religiose sono quelle legate al codice di purità; c'è una prassi di preghiera che scandisce soprattutto il mattino e la sera; c'è la celebrazione del sabato con il raduno sinagogale che probabilmente, visto che gli archeologi non hanno trovato sinagoghe a Nazareth, si faceva nel cortile all'aperto e non in uno specifico edificio, come testimoniato altrove. Ancora, c'è il pellegrinaggio a Gerusalemme che costituiva un dovere per il pio credente almeno una volta o in circostanze particolari come la nascita dei figli.
Dal punto di vista socio economico familiare Maria è dunque la moglie di un carpentiere ed è madre di un carpentiere (cf. Mc 6,3; Mt 13,55-56); ha i doveri di una donna che vive in una famiglia allargata visto che i vangeli ci parlano dei fratelli e delle sorelle di Gesù. Lascio perdere il problema se sono cugini o figli di Giuseppe dal primo matrimonio, il fatto che vengono nominati e la leadership di Giacomo, fratello del Signore, nella comunità delle origini, ci dice che Maria è coinvolta in questo intreccio abbastanza largo.
Probabilmente viene fidanzata tra i 12 e i 14 anni, perché questa e l'età della pubertà e il matrimonio aveva luogo o poco prima o poco dopo. Il suo ovviamente è un matrimonio combinato perché tali sono tutti i matrimoni del tempo. Erano il padre della sposa e il pretendente ad accordarsi, in particolare, sul prezzo che quest'ultimo doveva corrispondere al padre.
Mc 3,31-35 e paralleli attesta la appartenenza di Maria e di Gesù a un clan familiare che non gradisce molto le scelte che quest'ultimo ha fatto. In più circostanze Gesù appare come una sorta di matto, uno le cui scelte suscitano la loro disapprovazione. Comunque si provi a interpretare i versetti di Marco - don Tonino Bello additando Maria come la "donna fatta popolo" ha santamente risolto la cosa al positivo - le parole di Gesù stanno ad indicare che non riconosce come sua madre e suoi fratelli quelli che sono venuti per riportarselo a Nazareth (Maria donna del nostri giorni, Milano 1993).
Uno spaccato dei doveri di Maria da un punto di vista sociale e familiare ci viene dalle nozze di Cana. Dobbiamo supporla presente alla festa di nozze così come vi si partecipava o per rapporti di amicizia o per rapporti di vicinato o per rapporti di parentela. Anche la visita a Elisabetta, si iscrive in quel prendersi cura delle donne che è legato al ciclo vitale in particolare alla gravidanza e al parto.

Se immaginiamo la vita quotidiana di Maria, di Maria donna mediterranea, quello che lei fa è simile a quanto hanno fatto le donne di queste regioni sino a non molto tempo fa, anzi che fanno ancora nelle aree più depresse d'ambiente rurale. Maria deve rifornirsi d'acqua perché questo è un compito delle donne; deve tenere acceso il fuoco. Deve occuparsi del cibo sia nel senso del coltivare l'orto o dell'andare a lavorare nei campi, sia nel senso conservarlo. Alle donne spetta infatti la trebbiatura, la separazione del grano dalla paglia, la sua conservazione nei silos per attingervi secondo i bisogni. Sto esemplificando con il grano, ma vale lo stesso per il mosto, per l'olio, per le mandorle, per i fichi. Tocca alle donne cucinare e nell'ebraismo le donne hanno un ruolo importante perché devono seguire le prescrizioni della Torah. Le donne si occupano anche dei vestiti nel senso che devono cardare la lana che magari tosano gli uomini; tocca a loro lavorarla sino a che possa essere filata e poi tessuta. Tocca a loro cucire gli abiti, intrecciare le ceste per uso domestico; forse, anche plasmare con la creta le ciotole, abitualmente in uso per il cibo.
E stato calcolato che il lavoro standard di una donna e quindi anche di Maria di Nazareth a quel tempo fosse di 10 ore. Ed era un lavoro impegnativo. Ci si alzava molto presto, prima del sole, e si andava a dormire praticamente al tramonto. Le parabole ci danno uno spaccato di questo vissuto che Gesù tesaurizza facendolo diventare un segno del Regno che viene. La parabola più bella dal punto di vista della manualità femminile e quella del "lievito" perché Gesù dà pure la misura di quanta farina bisogna prendere per impastarla. Bisognava prima fare il panetto mettendo insieme lievito e farina, poi lo si faceva riposare e fermentare, dopo di che si passava a mescolarlo con la massa più grande di farina, così da lievitarla. Il pane, fatto nel forno comune, probabilmente non serviva per una sola unità familiare ma per tutti quelli che abitavano nelle case adiacenti il cortile. Anche la parabola della "dracma perduta" nella sua paradossalità e segno di questo spaccato femminile che ovviamente non accede al denaro perché non può produrre autonomamente e dunque, a maggior ragione, considera un tesoro la piccola moneta perduta e ritrovata.

Dal punto di vista di rapporti socio politici non saprei aggiungere altro a quanto già detto. Dobbiamo supporre che anche lei subisse e avversasse l'imperialismo romano, non ultimo per il fatto che non erano rari gli episodi di mancato rispetto sia delle donne che della religione d'Israele.
Dal punto di vista religioso due contesti ci mostrano Maria nell'aderire, assieme a Giuseppe, alla prassi religiosa vigente: l'episodio della presentazione di Gesù al Tempio, lo smarrimento di Gesù adolescente al Tempio. Evidentemente Maria e Giuseppe, in entrambi gli episodi, ci appaiono rispettosi della legge, in ciò che prescrive alla nascita del primogenito, nella prassi del pellegrinaggio alla Città santa.
Va detto anche che i vangeli ci dicono anche di più nei ritratti teologici che ci danno sia di Maria che di Giuseppe. Luca, in particolare, iscrive Maria nella spiritualità dei poveri del Signore, il che suppone un abbandono fiduciale in Dio, una familiarità con la preghiera salmica che, non dimentichiamo, poteva benissimo essere fatta propria anche da una donna a ragione della trasmissione orale della Scrittura secondo ritmi che ne favorivano la memorizzazione.
In quel contesto storico-culturale pochissimi sanno leggere e scrivere. Ma ciò non impedisce la conoscenza e la meditazione della Scrittura.
Un elemento sulla statura religiosa di Maria ci viene anche dal vangelo di Giovanni dal suo assumerla come "donna", come figura rappresentativa della comunità credente. Lo stesso vale per la testimonianza relativa alla presenza di lei nel cenacolo in attesa dello Spirito.
Certo nel cogliere Maria, la singolarità della sua fede e del suo vissuto religioso come pure nel disegnare il suo vissuto quotidiano facciamo delle congetture. Tesaurizziamo certo elementi oggettivi ma vi aggiungiamo affetto e devozione e immaginazione.
Per citare ancora don Tonino Bello è facile attribuirle le incombenze familiari delle donne pugliesi, o il loro collaborare alla fatica degli uomini nei campi. Conosciamo, perché l'abbiamo vista in opera fino all'altro ieri, questa fatica delle donne sulle sponde del Mediterraneo che, certo, non doveva essere molto diversa da quella quotidiana di Maria, la sposa di Giuseppe, la madre di Gesù.

 

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Inserito Martedi 5 Settembre 2017, alle ore 11:49:52 da latheotokos
 
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