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  La Vergine Maria nella Chiesa 
Chiesa

Un intervento di Don Giuseppe Ferretti della raccolta "Chiesa" del sito ufficiale.



La Donna

        Lettura mariana di Gn 3,15.
        15 Io porrò inimicizia tra te e la donna,
        tra la tua stirpe
1
        e la sua stirpe:
        questa t’insidierà alla testa
        e tu le insidierai il calcagno».

La punizione del serpente si esprime in una lotta di generazione in generazione tra la stirpe della donna e quella del serpente: l’uomo tenterà di schiacciargli la testa e il serpente tenterà di ferire l’uomo al calcagno immettendogli il suo veleno mortale. L’ordine della natura è sconvolto dal peccato e solo il Messia riporterà la creazione alla situazione di prima del peccato: «Il lattante si trastullerà sulla buca dell'aspide; il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi. Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la saggezza del Signore riempirà il paese come le acque ricoprono il mare» (Is 11,8-9). In questo cammino verso la redenzione è fondamentale il ruolo della Donna, come la Madre del Redentore. L’inizio della vittoria del Cristo sul satana inizia dalla madre sua. «Il corpo della Vergine è una terra che Dio ha lavorato, la primizia della massa adamitica che è stata divinizzata nel Cristo, l'immagine del tutto somigliante della bellezza divina, l'argilla modellata dalle mani dell'artista divino» (Andrea di Creta, Omelia 1 sulla Dormizione della Beata Vergine Maria" (PG 97,1068). Il corpo puro della Vergine era destinato a diventare santuario di Dio, nel mirabile concepimento di Cristo, Colui che avrebbe distrutto la forza dell’antico serpente, che chiamiamo diavolo e satana. «Per questo stabilì inimicizia tra il serpente e la donna con la sua discendenza, in modo che essi si spiassero a vicenda: la donna sarebbe stata morsa nel tallone rimanendo però così potente da schiacciare il capo dell'avversario; il serpente avrebbe morso e ucciso e impedito il cammino dell'uomo fino alla venuta del Seme destinato a schiacciargli il capo. Questi fu il partorito da Maria, del quale il profeta dice: «Camminerai sopra il serpente e il basilisco, calpesterai il leone e il drago» (Sal 90,13). Ciò significa che il peccato, sorto e diffuso a danno dell'uomo, reso in tal modo freddo cadavere, sarebbe stato abolito insieme al regno della morte e il leone assalitore del genere umano negli ultimi tempi sarebbe stato schiacciato da Cristo che avrebbe legato e assoggettato l'astuto serpente al potere dell'uomo, il vinto di una volta, perché ne schiacci tutta la potenza» (S. Ireneo di Lione, Ad. Haer.). Il ruolo della Madre del Cristo in questa lotta, che inizia fin dalle origini della nostra stirpe, si unisce a quello della Chiesa, il popolo dei redenti, nella sua stessa lotta contro l’enorme drago rosso, come ci è rivelato nel libro dell’Apocalisse.

        Lettura mariana di Ap 12
       
Nella nostra tradizione fondata sull’Apocalisse (12,9-15; 20,2) noi leggiamo questa parola nello Spirito come rivelatrice dei misteri profondi della storia per cui questa punizione è rivolta a colui che è rappresentato nel serpente. Nei suoi rapporti la donna percepirà sempre una profonda inimicizia che coinvolge tutta la discendenza della donna come pure tutta filiazione spirituale del serpente, che noi chiamiamo il diavolo, il satana. La lotta sarà continua: l’uomo cercherà di schiacciare la testa del serpente e questi insidierà il suo calcagno. Questa lotta si concentra in un solo uomo, Cristo e in una sola donna la Madre sua, che come c’insegna l’Apocalisse diviene immagine della Chiesa. La vittoria sul serpente è il riscatto dell’uomo e in lui di tutta la creazione che geme e soffre per le doglie del parto in attesa della redenzione dei figli di Dio con il riscatto del loro corpo (cfr. Rm 8, 19-23). La maledizione del serpente gli toglie ogni speranza, che invece è lasciata all’uomo; infatti è già prospettata la vittoria della stirpe umana mediante il seme della donna. Nel mistero è un chiaro riferimento al parto verginale di Maria e quindi al Cristo. La lotta tra la stirpe umana e il satana, secondo l’Apocalisse, trova la sua espressione nelle due bestie, che all’epoca in cui l’Apocalisse fu scritta, sono l’impero romano (la bestie che sale dal mare) e la propagazione del culto idolatrico (la bestie che viene dalla terra). Questa lotta ha il suo culmine nella Partoriente, che è allo stesso tempo sia la Chiesa che Maria, perché entrambe partoriscono il Cristo, l’una mediante l’annuncio apostolico dell’Evangelo, l’altra mediante il suo parto verginale della carne del Figlio di Dio. Il rapporto tra la maternità di Maria e la maternità della Chiesa è insegnamento della Tradizione della Chiesa e viene accolto dall’insegnamento del Concilio: «Orbene, la Chiesa contemplando la santità misteriosa della Vergine, imitandone la carità e adempiendo fedelmente la volontà del Padre, per mezzo della parola di Dio accolta con fedeltà diventa essa pure madre, poiché con la predicazione e il battesimo genera a una vita nuova e immortale i figli, concepiti ad opera dello Spirito Santo e nati da Dio. Essa pure è vergine, che custodisce integra e pura la fede data allo sposo; imitando la madre del suo Signore, con la virtù dello Spirito Santo conserva verginalmente integra la fede, salda la speranza, sincera la carità» (LG 64). La vittoria della Chiesa, che è la stessa vittoria della Madre di Dio, avviene mediante la maternità. Questa si esprime sia fisicamente che spiritualmente in rapporto a Gesù, il Cristo e coinvolge in questa vittoria ogni maternità, che dev’esser salutata come vittoria sull’antico avversario del genere umano. Vi è un interscambio tra Maria, la Chiesa e ogni madre. Questo coinvolgimento della Vergine Maria nella storia della salvezza ed esattamente nel suo momento iniziale, che è quello della pienezza dei tempi, porta il pensiero cristiano a contemplare in lei la nuova Eva.

La nuova Eva nella lettura dei Padri
       
Questa dottrina è soprattutto espressa da Ireneo di Lione, che crea un rigoroso parallelo tra Eva e Maria, insegnandoci a contemplare Maria nel movimento di ricapitolazione di tutto in Cristo. «Era conveniente e giusto che Adamo fosse ricapitolato in Cristo, affinché la morte fosse assorbita nell’immortalità e che Eva fosse ricapitolata in Maria, affinché la Vergine, divenuta avvocata di un’altra vergine, potesse annullare e distruggere, con la sua verginale obbedienza, la disobbedienza verginale». Un altro autore, Giustino martire, presenta lo stesso insegnamento. «Eva ancor vergine e incorrotta concepì la parola del serpente e partorì disobbedienza e morte. Maria invece, la Vergine, accogliendo fede e gioia quando l'angelo Gabriele le recò il lieto annuncio [...] rispose: “Mi avvenga secondo la tua parola”. Da lei è nato costui del quale abbiamo mostrato che parlano tante scritture; per mezzo del quale Dio annienta il serpente ingannatore e gli angeli e uomini a lui somiglianti, e libera da morte coloro che si pentono e credono in lui» (Giustino, Dial. 100: PG 6, 709-712). Maria ha pertanto un ruolo fondamentale nella storia della redenzione, che non sostituisce quello della Chiesa, ma al contrario è incorporato in esso in modo che la Chiesa possa sentire l’efficacia dell’azione di Maria nella sua opera di evangelizzazione e di presenza redentrice del Cristo in se stessa e attraverso di sé. Redenta fin dal primo istante del suo concepimento, Maria è parte integrante del segno che Dio dà sia a Israele che alle Genti.

Il segno: il Bambino e sua Madre
       
La profezia dell’Emmanuele in Is 7,14. Questo segno emerge dalle divine Scritture non nell’immediatezza del testo e della storia, ma nella riflessione successiva, soprattutto nella rilettura della Settanta. Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. "Ecco: la vergine2 ha concepito e sta per partorire un figlio, che chiamerà Emmanuele". Poiché il re rifiuta, il Signore stesso dà il segno. Nulla può impedire l'intervento del Signore. Il segno non è in cielo o negli inferi ma è nel profondo dell’uomo: è nel grembo della vergine. Sappiamo come il testo ebraico abbia un termine che si traduce con «giovane donna» per cui nel suo significato storico potrebbe essere la moglie del re oppure la moglie stessa del profeta che dà al figlio già concepito il nome di «Emmanuele» a indicare che Dio è con noi nel realizzare le sue promesse. La parola «la vergine» proviene dalla Settanta che qui riflette un approfondimento della rivelazione e una rilettura del testo alla luce del Messia (*). «Dal II sec. A.C. e forse già prima, una parte della tradizione ebraica ha dunque visto in questa nascita eccezionale, ancora attesa, la nascita verginale del messia» (TOB). Chi sostiene la lettura puramente storica, si fonda sui verbi che indicano un fatto già in atto. Noi tuttavia siamo ammaestrati che l'evento della nascita verginale del Messia è tale che, pur avvenendo otto secoli dopo, è tuttavia presente in modo simbolico nel bimbo del profeta o, secondo altri, del re. Questi non esaurisce in sé le caratteristiche del segno, ma vi partecipa. Per cui è vero che la liberazione piena, significata dalla cessazione del potere dei re di Siria e d'Israele, si attuerà proprio nel Messia concepito e nato dalla Vergine. Il fatto storico, di per sé normale perché il bimbo è concepito in modo naturale, indica che è già in atto la liberazione, come prima ha annunciato che il regno di Efraim cesserà durante la vita di un bimbo che nasce in quei giorni. Se è vero che con Emmanuel si vedrà la liberazione di Giuda e la cessazione d'Israele come regno; tuttavia la redenzione avverrà con il figlio della Vergine, l’Emmanuel, il Dio con noi. La Parola di Dio non si esaurisce nel primo dato storico, cioè nel senso letterale. Questo, nella sua esattezza storica, è il supporto delle altre letture di cui la principale è quella cristologica. È giusto affermare che non è la storia a rivelare la “metastoria” (cioè il disegno che Dio realizza nella storia) ma è il contrario: è la metastoria a dare senso alla storia. Di fronte al tentativo degli uomini di distruggere le strutture sacre della messianità davidica, il Signore pone questo segno dell’Emmanuel, che nel suo nome annuncia la presenza di Dio tra noi. Chi si chiude entro l’orizzonte del testo ebraico non trova in queste parole nessun riferimento al Cristo; ma noi, che accogliamo con pari venerazione la versione greca dei LXX, troviamo che al termine òìîä – ‘almah corrisponde la parola παρθενος – parthenos, vergine. Questa lettura è accolta nel NT (Mt 1,18-25), che ci narra in che modo è avvenuto il concepimento verginale del Cristo, annunciato in questo testo profetico. L’interpretazione del termine come vergine diviene così normativa nonostante l’affermazione di Delling: «Considerando l’uso linguistico dei LXX non si può andare oltre questa conclusione: παρθενος – parthenos indica una ragazza che non ha avuto rapporti con un uomo fino al concepimento (dell’Emmanuele)» (GLNT, IX,769). Tuttavia poco dopo l’autore afferma: «Sempre in base all’uso linguistico dei LXX è perciò anche possibile che il traduttore di Is 7,14 abbia pensato ad una nascita asessuale del figlio della vergine» (ivi, 770). Sta di fatto che l’oracolo è stato presto sganciato dal suo immediato contesto storico divenendo una testimonianza del Messia, come ci mostra l’evangelista Matteo. A questo ha sicuramente contribuito la solennità dell’oracolo che appare riferentesi a una persona nota cui è dato questo titolo che noi traduciamo «la vergine». La lettura storica è quindi assorbita dal mistero in essa contenuto. La lettura cristologica, che emerge nell’evangelo secondo Matteo, ci mostra quindi come la profezia si sia attuata perfettamente in Gesù. Egli, il figlio della Vergine, è il Dio con noi, che ci salva distruggendo i nostri peccati. Non dimentichiamo che il vangelo di Matteo riflette la fede dell’ambiente giudeo-cristiano e ci offre quindi una preziosa testimonianza della lettura cristologica del testo. Nel secondo secolo Giustino scrive il Dialogo con Trifone (c. 160) nel quale affronta anche la lettura del nostro testo. In 67,1 Trifone obietta a Giustino che «la Scrittura non ha Ecco la vergine concepirà e partorirà un figlio, bensì Ecco la fanciulla concepirà e partorirà un figlio. Trifone sembra riferirsi alle recenti traduzioni del testo ebraico in greco (soprattutto Aquila) che correggono la versione dei Settanta. Giustino accusa i maestri d’Israele «i quali non riconoscono come valida la versione fatta dai settanta anziani per iniziativa di Tolomeo re d’Egitto e si provano piuttosto a fare essi stessi una traduzione» (71,1). Sulla stessa linea si trova Ireneo, che nel trattato Contro le eresie (III,21,1) afferma. «Fu, dunque, Dio a farsi uomo e il Signore in persona ci salvò, egli che ci diede il segno della Vergine (Is 7,14). Non è perciò vera l'interpretazione di alcuni che osano tradurre la Scrittura così: Ecco, una giovane porterà nel seno e partorirà un figlio, come fecero Teodozione di Efeso e Aquila del Ponto, entrambi proseliti giudei, i quali furono seguiti dagli Ebionesi. Essi dicono che (Cristo) fu generato da Giuseppe, distruggendo, quanto sta a loro, l'economia di Dio e rendendo vana la testimonianza dei profeti, di cui è autore Dio. Questa profezia fu fatta prima che avvenisse la deportazione del popolo in Babilonia, cioè prima che i Medi e i Persiani prendessero il potere e fu tradotta in greco dagli stessi giudei molto tempo prima della venuta del Signore nostro, cosicché è fuori di ogni sospetto che abbiano così tradotto sotto l'influenza cristiana». La questione rimane aperta perché essa non si risolve in modo razionale; le Scritture, essendo divine, non si esauriscono nella capacità di comprensione umana; ma esse hanno punti oscuri, che non sono dovuti all’ignoranza o alla cultura dei copisti, ma alla forza dello Spirito Santo che le rende vive nell’alveo della tradizione d’Israele e della Chiesa e le finalizza verso l’evento centrale che è il Cristo. Questa lettura della profezia, alla luce del Nuovo Testamento e dei Padri, ci porta a comprendere come il segno sia sufficientemente nascosto allo sguardo della critica storica e si rivela a quanti lo accolgono nella fede, cioè sanno leggere la Parola di Dio nella luce dello Spirito Santo, che è il silenzio del ragionamento e l’illuminazione dell’intelligenza in rapporto alla rivelazione, che a noi è data nelle divina Scrittura non nel semplice suono della lettera ma nello spessore di quella Tradizione, nella quale dalla divina Scrittura si riversa come in un vaso il profumo della divina Parola. Maria è nel cuore della Parola di Dio nello stesso modo in cui vi è il Figlio suo, cioè nella kenosi, che per lei è l’umiltà e il sì dell’accoglienza propria della fede.

Maria Madre della Chiesa

Al termine della terza sessione del Concilio Ecumenico Vaticano II, Paolo VI ha proclamato Maria Vergine Madre della Chiesa con queste parole: «A gloria della Vergine e a nostro conforto, noi proclamiamo Maria SS. ‘Madre della Chiesa’ cioè di tutto il popolo di Dio, tanto dei fedeli come dei Pastori, che la chiamano Madre amorosissima... È Madre di Colui (Gesù) che fin dal primo istante della sua incarnazione nel suo seno verginale, ha unito a Sé, come Capo, il suo Corpo Mistico che è la Chiesa. È vera Madre nostra, poiché attraverso di lei abbiamo ricevuto la vita divina. Ella ci ha dato con Gesù la sorgente stessa della grazia». Che cosa implica questo titolo? Il Catechismo della Chiesa Cattolica (963-) ha ricapitolato questo insegnamento partendo dai titoli di vera Madre di Dio e del Redentore per giungere a quello di «Madre delle membra (di Cristo), [...] perché ha cooperato con la sua carità alla nascita dei fedeli nella Chiesa, i quali di quel Capo sono le membra» (Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 53). Questa sua maternità scaturisce dal fatto che Maria è unita intimamente al Figlio nell’opera della redenzione. «Questa unione della Madre col Figlio nell'opera della redenzione si manifesta dal momento della concezione verginale di Cristo fino alla morte di lui» (Ivi, 57). Davanti alla Croce «se ne stette ritta, soffrì profondamente col suo Figlio unigenito e si associò con animo materno al sacrificio di lui, amorosamente consenziente all'immolazione della vittima da lei generata; e finalmente, dallo stesso Cristo Gesù morente in croce fu data come madre al discepolo con queste parole: "Donna, ecco il tuo figlio" (cf Gv 19,26-27)» (Ivi, 58). Dopo l’ascensione Maria inizia la sua missione materna: «con le sue preghiere aiutò le primizie della Chiesa». Riunita con gli Apostoli e alcune donne, «anche Maria implorava con le sue preghiere il dono dello Spirito, che l'aveva già presa sotto la sua ombra nell'annunciazione» (Ivi, 58). La sua missione continua con l’assunzione. Assunta nella gloria coopera alla redenzione: «Ella ha cooperato in modo tutto speciale all'opera del Salvatore, con l'obbedienza, la fede, la speranza e l'ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. Per questo è stata per noi la Madre nell'ordine della grazia» (Ivi, 61). Ella esercita questa sua maternità con la sua preghiera, la sua intercessione «continua ad ottenerci i doni della salvezza eterna. [...] Per questo la beata Vergine è invocata nella Chiesa con i titoli di Avvocata, Ausiliatrice, Soccorritrice, Mediatrice» (Ivi, 62).

La devozione a Maria

Da quanto si è detto in precedenza risulta che la devozione a Maria deve esser vissuta nel mistero di Cristo e della Chiesa. Essa deve alimentarsi alle fonti della vita spirituale della Chiesa, massimamente la Liturgia e la divina Scrittura.

        Maria corifea nella liturgia
.
       Un ruolo particolare è esercitato da Maria nella liturgia. Ella ci guida nell’ascolto della Parola di Dio e c’insegna come offrire noi stessi assieme alla Vittima spirituale e ci guida amorevolmente nella preghiera. È importante non isolare Maria dalla liturgia facendo quasi un culto parallelo. «La pietà della Chiesa verso la santa Vergine è elemento intrinseco del culto cristiano» (Paolo VI, Esort. ap. Marialis cultus, 58). Il papa aggiunge: «Ci è di conforto il pensiero che il lavoro compiuto, in adempimento delle norme del Concilio, da questa Sede Apostolica e da voi stessi – in particolar modo, la riforma liturgica – sia valida premessa per un culto a Dio, Padre e Figlio e Spirito, sempre più vivo e adorante, e per la crescita della vita cristiana nei fedeli. Ci è motivo di fiducia la constatazione che la rinnovata Liturgia Romana costituisce, anche nel suo insieme, fulgida testimonianza della pietà della Chiesa verso la Vergine» (Ivi).

        Il rosario in occidente
       «È stato, altresì, compreso più facilmente come l'ordinato e graduale svolgimento del Rosario rifletta il modo stesso con cui il Verbo di Dio, inserendosi per misericordiosa determinazione nella vicenda umana, ha operato la redenzione: di essa il rosario considera, infatti, in ordinata successione i principali eventi salvifici che si sono compiuti in Cristo: dalla concezione verginale e dai misteri dell'infanzia fino ai momenti culminanti della Pasqua – la beata Passione e la gloriosa Risurrezione – ed agli effetti che essa ebbe sia sulla Chiesa nascente nel giorno di Pentecoste, sia sulla Vergine Maria nel giorno in cui, dopo l'esilio terreno, ella fu assunta in corpo e anima alla patria celeste. Ed è stato ancora osservato come la triplice partizione dei misteri del Rosario non solo aderisca strettamente all'ordine cronologico dei fatti, ma soprattutto rifletta lo schema del primitivo annuncio della fede e riproponga il mistero di Cristo nel modo stesso in cui è visto da san Paolo nel celebre inno della Lettera ai Filippesi: umiliazione, morte, esaltazione (Fil 2,6-11)» (Paolo VI, Esort. ap. Marialis cultus, 45).

        L’acathistos nell’oriente bizantino
        Terminiamo con questa nota su uno dei più celebri inni della Chiesa bizantina. È uno tra i più famosi inni che la Chiesa Ortodossa dedica alla Theotokos (Genitrice di Dio). Viene cantato nei venerdì della Grande Quaresima. Nella storia letteraria e liturgica del Cristianesimo non esiste nulla di simile. Più che essere sbocciato dalla mente di un dotto è il prodotto del cuore della Chiesa la quale gli ha dato un nome singolare: akathistos, ossia "in piedi" perché, lungo il canto di tale inno, i fedeli non stanno seduti. L'inno si configura in due grandi scenari: il primo riporta il racconto evangelico, dall'Annunciazione all'incontro con Simeone nel tempio; il secondo, i fondamentali articoli di fede riguardanti la Theotokos (vita verginale, verginale concepimento, divina maternità, parto verginale, perpetua verginità, presenza ecclesiale). Le stanze poetiche alternano quadri mariani a temi cristologici includendo assieme il Figlio e la Madre: le une prorompono in acclamazioni alla Vergine, le altre si chiudono acclamando al Signore. Tutte cominciano con la presentazione di un fatto o di un tema. Le stanze mariane sviluppano poi tale argomento in un susseguirsi, in forma binaria, di sentenze concise, di lapidarie asserzioni molto spesso bibliche che si chiudono con una spontanea solenne ovazione: Ave, Sposa non sposata! Perché questa disposizione? Perché l'inno è una splendida liturgia di lode. L'autore di quest'inno, composto verso la fine del V secolo, è anonimo. Sicuramente era un grande poeta e teologo che ha preferito attribuire alla voce della Chiesa le alte espressioni del suo cuore contemplativo.

        Inno Akathistos - Parte Narrativa
        Il più eccelso degli Angeli
        fu mandato dal Cielo
        per dir "Ave" alla Genitrice di Dio.
        Al suo incorporeo saluto
        vedendoti in Lei fatto uomo,
        Signore, in estasi stette,
        acclamando la Madre così:
       
        Ave, per Te la gioia risplende; Ave, per Te il dolore s'estingue.
        Ave, salvezza di Adamo caduto; Ave, riscatto del pianto di Eva.
        Ave, Tu vetta sublime a umano intelletto; Ave, Tu abisso profondo agli occhi degli Angeli.
        Ave, in Te fu elevato il trono del Re; Ave, Tu porti Colui che il tutto sostiene.
        Ave, o stella che il Sole precorri; Ave, o grembo del Dio che s'incarna.
        Ave, per Te si rinnova il creato; Ave, per Te il Creatore è bambino.
        Ave, Sposa non sposata!

        Ben sapeva Maria
        d'esser Vergine sacra e così a Gabriele diceva:
        «Il tuo singolare messaggio all'anima mia incomprensibile appare:
        da grembo di vergine un parto predici, esclamando:
        Alleluia!»

        Desiderava la Vergine di capire il mistero
        e al nunzio divino chiedeva:
        «Potrà il verginale mio seno
        mai dare alla luce un bambino? Dimmelo!»
        E Quegli riverente acclamandola disse così:

        Ave, Tu guida al superno consiglio; Ave, Tu prova d'arcano mistero.
        Ave, Tu il primo prodigio di Cristo; Ave, compendio di sue verità.
        Ave, o scala celeste che scese l'Eterno; Ave, o ponte che porti gli uomini al cielo.
        Ave, dai cori degli Angeli cantato portento; Ave, dall'orde dei dèmoni esecrato flagello.
        Ave, la Luce ineffabile hai dato; Ave, Tu il «modo» a nessuno hai svelato.
        Ave, la scienza dei dotti trascendi; Ave, al cuor dei credenti risplendi.
        Ave, Sposa non sposata!

        La Virtù dell'Altissimo adombrò
        e rese Madre la Vergine ignara di nozze:
        quel seno, fecondo dall'alto,
        divenne qual campo ubertoso per tutti,
        che vogliono coglier salvezza cantando così:
        Alleluia!

NOTE
1 lett.: seme. Il tuo seme, prima era detto solo degli animali.
2 «Il termine ebraico 'almah è tradotto nei Settanta con parthénos che è la traduzione regolare di betulah. Notiamo come nel racconto del servo di Abramo Eliezer, Rebecca è chiamata betulah, 'almah, na'rah, termini tutti tradotti nei Settanta con parthénos» (Hacam, op. cit., n. 26,5, p. 83).

 

Inserito Venerdi 13 Luglio 2018, alle ore 10:08:18 da latheotokos
 
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DOTTORE IN S. TEOLOGIA CON SPECIALIZZAZIONE IN MARIOLOGIA
DOCENTE ALL'ISSR "SAN LUCA" DI CATANIA

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