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  Maria, ragazza singolare, anima riconoscente e credente gioiosa 
Riforma

Da Maria nei Vangeli. Una rilettura del Magnificat di Giorgio Tourn, in Paolo Ricca - Giorgio Tourn, Gli evangelici e Maria, Claudiana, Torino 2005, pp. 35-46.



1. Ragazza singolare

Ragazza singolare questa Maria di Nazareth, di cui i cristiani parlano da secoli e che nessuno conosce. A rileggere la sua preghiera, quel notissimo Magnificat, che Luca le pone in bocca durante la visita a Elisabetta (Lc. 1,46-56), viene da chiedersi se a dettare quelle parole sia stata un'ingenuità sconfinata, quasi ai limiti dell'incoscienza, o una intuizione sorprendente, quasi profetica. Che coca, infatti, si intende dire realmente con le parole: «la mia anima magnifica il Signore?» La frase suona alle nostre orecchie chiara, semplice, esplicita, ma può significare poco, molto, tutto o addirittura 1'inesprimibile intuizione della fede. Può, nel caso di Maria, essere semplicemente espressione della riconoscenza che riempie il suo cuore di ragazza per la maternità che le è stata preannunziata. Gioiosa riconoscenza per la nuova vita che sta per crescere in lei. Ma può anche essere, e lo è certamente, espressione di un sentimento più profondo, dell'intuizione che in quella maternità la sua vita intera troverà piena realizzazione, raggiungerà il suo culmine. «Magnifico il Signore» può cioè esprimere sia riconoscenza, in questo caso gioiosa riconoscenza, sia fede; può essere cioè espressione di un sentimento umano molto bello e legittimo o di una vera e propria coscienza credente che sa ricondurre al Signore stesso l'origine e il senso di quanto sta avvenendo in lei e di cui diventerà essa stessa protagonista. E tutto questo come lo dice? Come lo diciamo spesso anche noi ripetendo parole, versetti biblici, strofe di inni studiati nell'infanzia o appresi dalle nonne, frammenti di fede e di pietà antichi che giacciono nel fondo della coscienza e della memoria. Anche Maria ripete parole antiche che fanno parte del suo patrimonio religioso di piccola ebrea. Ma l'espressione «magnificare il Signore», pur significando tutto questo, dice molto di più e sorge il dubbio che Maria abbia compreso questo di più, abbia cioè valutato appieno quello che stava dicendo, che il suo sia un misto fra l'ingenuità dei semplici e l'irresponsabilità dei candidi. Che significa infatti magnificare? Magni da magnus = grande; magni-facere, fare grande. L'anima mia magnifica il Signore significa letteralmente: «io rendo grande il Signore», «la mia vita fa essere grande Dio». Questo significa che la mia vita è il luogo dove il Signore esercita il suo potere e dove esso viene riconosciuto. Significa che la mia esistenza si sottomette alla sua autorità e vive di essa. Ma forse significa qualcosa di più, anzi molto di più. Significa che non è Dio a rendere grandi noi ma noi a render grande lui, nella visione della fede non siamo oggetti della onnipotenza divina, esistenze su cui cadono le briciole del suo potere assoluto, ma che sulla base delle nostre esistenze insignificanti poggia la sua potenza. Non è Dio che dà vita alla sua creatura ma lei che dà vita a Lui, non Dio ci fa essere ciò che siamo ma noi facciamo Lui essere ciò che è. È in qualche modo la fede di Maria che rende Dio grande, che gli dà il suo posto nella realtà degli esseri umani, che lo fa essere quello che deve essere: il Signore e il Salvatore; è lei che crea in sé e attorno a sé lo spazio in cui si realizza l'opera di Dio. Paradossalmente si potrebbe dire che senza di lei l'onnipotenza di Dio non si può esprimere nel mondo. Dio è grande o piccolo agli occhi dell'umanità, a seconda che questa debole creatura gli dia spazio o gli chiuda le porte della sua esistenza. Questo significa «magnificare», rendere grande Dio. Per questo viene da chiedersi se veramente Maria abbia capito il senso delle parole che diceva, se abbia colto il significato profondo del verbo che stava usando. A sentirla parlare così viene da pensare a un acrobata che cammina quasi incosciente sull'abisso dell'incarnazione, leggero e trasognato; viene da chiedersi se capì, e a sentirla enunciare questi sconvolgenti misteri con candore viene naturale chiedersi:«come ha fatto?». E non si può fare a meno di porre la domanda quando si guardi alle spalle di questa esile ragazza di Nazareth e si considerino i giganti della rivelazione; Abramo, che agonizza per giorni, trascinando il figlio verso l'altare del sacrificio dove si esprimerà la sua fede; Mosè e Isaia, che stramazzano a terra e perdono i sensi al solo intravvedere il Santo di Israele; Paolo, che porta per tutta la vita i segni della rivelazione sulla via di Damasco; mentre lei enuncia i misteri della fede discorrendo con Elisabetta quasi si trattasse di faccende domestiche. Come ha fatto, o meglio, perché proprio a lei accaduto tanto accadimento? Domanda senza risposta, anzi domanda fuorviante che ci conduce lontano dalla verità e ci smarrisce nei labirinti della nostra psicologia. La domanda è un'altra: perché Luca (o l'autore di questo vangelo dell'infanzia) ha ritenuto di dover porre sulla soglia del Vangelo questa minuta e timida ragazza diciottenne? Perché ha scelto lei per aprire la porta della rivelazione, lei e la sua preghiera? Per esprimere in forma visiva, concreta, storica il detto di Gesù quando affermò: «Tra i nati di donna nessuno è più grande di Giovanni [Battista]; però, il minimo nel regno di Dio è più grande di lui» (Lc. 7,28). Maria è la prima creatura che sta oltre la soglia del Regno e per questo appartiene al nuovo popolo di Dio ed è maggiore di tutti i profeti, nella sua ingenuità adolescenziale, nella sua sprovvedutezza. Ma dietro di lei migliaia di altre creature, giovani e adulti, donne e fanciulli hanno varcato la soglia del Regno e hanno imparato a magnificare il Signore, hanno appreso - come dirà Paolo ai filippesi - a magnificare Cristo nel loro «corpo mortale» (Fil. 1,20). Maria, singolare e sorprendente nella sua fede, non è altro che l'immagine di tutti i credenti che, accogliendo lo Spirito, si sono inoltrati nel cammino del Signore. Sta lì a ricordarci che ciò che è accaduto a lei accade a noi. Singolare, stupefacente, affascinante non è solo Maria, è la vita di ogni credente che come lei accetta di portare in sé il mistero dell'opera di Dio.

2. Anima riconoscente

Immagine del credente, credente del Nuovo Patto, Maria lo è in due modi. Anzitutto per la coscienza di sé che ha dinnanzi a Dio, e in secondo luogo per l'atteggiamento che assume davanti a Dio stesso. La definizione che essa dà di se stessa è molto caratteristica: io sono una creatura che può essere serva dell'Altissimo perché Egli ha guardato alla sua bassezza: Altissimo - bassezza, Salvatore - serva. Maria vive ciò che Paolo formulerà in termini molto più precisi e dotti: Dio si serve delle cose deboli del mondo per svergognare le forti, si serve delle realtà che non hanno alcuna consistenza per distruggere le realtà forti dell'essere umano. Ma questa è la condizione di tutti i credenti, non di Maria soltanto; un contadino analfabeta converte una tribù e un celebre teologo (o un importante prelato) non riesce a fare un discepolo. Bisogna saperlo. Maria lo sa e per questo la sua fede è esemplare e stupisce per la sua fragilità. La Bibbia ci appare affollata di uomini e donne dalla fede convinta, salda: i patriarchi, i profeti, gli apostoli fanno pensare a esistenze massicce, compatte, gente che ha affrontato sofferenze, martirio, opposizione senza muovere di un pollice, incrollabili come montagne avvolte dalla bufera. E non solo la Bibbia ma la stessa storia della chiesa è piena di esempi di fede coraggiosa, virile, è piena di martiri e di testimoni. Maria è certo convinta ma non sono il suo coraggio, la sua fermezza che colpiscono, quanto la leggerezza del suo stupore. Se scavi sotto le sue parole e i suoi sentimenti non trovi nel profondo della sua anima passione, slancio, fermezza, compattezza, ma un sentimento di smarrito stupore, di ingenuo interrogativo come di uno che se ne sta con la bocca aperta a guardare una realtà imprevista, inattesa, sorprendente. L'opera di Dio la riempie di stupore. Che cosa stupisce Maria? Il fatto di essere stata inserita da Dio nel suo piano di salvezza, di poter diventare nelle sue mani strumento di rinnovamento, di poter rendere grande, nella sua esistenza, Dio. E Maria sa molto bene che tutto questo non viene da lei, non è frutto della sua intelligenza e delle sue virtù e neppure della sua pietà, sa molto bene che la grazia consiste nel fatto che l'Altissimo si abbassa fino a prendere, quali suoi strumenti, esseri deboli e fragili come lei, contadina analfabeta. Di qui la riconoscenza, di cui è espressione il suo «cantico» che è appunto un canto di ringraziamento. Per questo il suo stupore è uno stupore riconoscente; questa è la peculiarità del suo atteggiamento. Guardando all'opera di Dio, le sembra di vedere la vita in modo nuovo, come se all'improvviso un'immagine sfocata fosse stata messa a fuoco e tutto fosse diventato chiaro. Le cose sono come prima ma sono diverse, è lei ma non è pià lei, e questa diversità nasce dal fatto che si sa al centro di una vicenda senza essere egocentrica, si sente attrice di una storia senza esserne protagonista, prende coscienza del fatto che è indispensabile a Dio ma senza che possano nascere in lei orgoglio e presunzione. Questa è riconoscenza: non un sentirsi debitore, dipendente, sottoposto ad altri, ma un sentire che quanto ti è stato dato ti fa altro da prima, nuovo, diverso perché ti ha fatto scoprire che non sei solo. La riconoscenza nasce soltanto quando è stato vinto l'egoismo. La fede è anzitutto riconoscenza perché è coscienza del fatto che quanto Dio ci ha dato, e la sua vocazione, fanno di noi esseri nuovi. Sei diverso perché hai molto ricevuto, perché hai ricevuto tutto, il tuo avere e il tuo essere. Espressione di questa riconoscenza attonita, Maria non fa nulla, non si impegna in nulla, se ne sta tranquillamente seduta in cucina con le mani in grembo, nemmeno si preoccupa di testimoniare, di parlare; la chiacchierata con Elisabetta è una confessione privata, trepidante di sensazioni intime, di pudori, è la confidenza di una ragazza emozionata e preoccupata a una vecchia parente, è una richiesta di solidarietà e comprensione, non una predica in piazza. É forse questa la fede che manca a noi credenti d'oggi, troppo impegnati per sapere ancora guardare con stupore e riconoscenza all'opera di Dio. Proiettati fuori di noi in dibattiti, azioni, testimonianze, perennemente ossessionati dal ruolo che dobbiamo incarnare e dalla volontà di trasformare le situazioni, siamo incapaci di vivere questa condizione, questa percezione di sé e delle cose, questo modo di sentire il reale o, per usare un termine oggi squalificato, questo sentimento. Per paura forse di una interiorità male intesa che finisca con il rinchiudersi su se stessa, per paura di perdere tempo nel fermarci un istante a guardare noi e il mondo e lasciare che le cose siano nel loro esistere e noi con esse, ci protendiamo in avanti, fuori di noi, per prendere o per dare, per dire o fare, raccogliere o seminare, senza accorgerci che il mistero della fede consiste nel ricevere, o, più esattamente, nel lasciarsi rinnovare, trasformare, permeare da ciò che abbiamo ricevuto e riceviamo ogni giorno. Ricevendo il Cristo in sé, Maria ha ricevuto tutto e perciò la sua riconoscenza é totale, assoluta, perché corrisponde alla totalità e all'assolutezza del dono. E dalla qualità del dono, cioè della grazia, che nasce la misura della nostra riconoscenza. La condizione nostra di credenti non è diversa da quella di Maria, forse sono diversi i nostri occhi perché non vediamo, o sappiamo vedere, che la nostra vita è ciò che abbiamo ricevuto. E non solo l'evangelo ma la giornata di sole e la serata con gli amici, il sorriso di un bimbo e un ciliegio in fiore.

3. Credente gioiosa

Quando è riconoscente, come quella di Maria, la fede, che nasce dall'opera di Dio, è anche caratterizzata da un altro elemento: la gioia. Maria è una cristiana gioiosa. A guardare invece l'iconografia cristiana tradizionale si direbbe di no. La donna che ci guarda dalle icone bizantine e russe è un personaggio distante, enigmatico; dai suoi occhi a mandorla, dal suo volto affilato, che emerge fra il manto d'argento e la corona, promana un senso di mistero, di ideale perduto e irraggiungibile. Tutto in lei suggerisce pensosità non allegrezza. Abissi di compassionevole dolcezza sono evocati dal suo sorriso, invito a un incontro oltre l'umano e il terreno nell'eternità immobile delle idee. E la Madonna della tradizione occidentale? Meno astratta, certo, ma quanto poco gioiosa! Trasognata, quasi angelicata nell'incontro dell'annunciazione, assorta e adorante al presepe, languente e dilacerata al calvario o regale in trono è sempre altra dalla ragazza del Magnificat, la gioiosa adolescente che scherzava con le compagne di lavatoio e cantava spigolando i campi sulle colline di Nazareth; non è la Maria dei vangeli. Certo dobbiamo essere attenti a non rinchiuderla anche noi in uno schema che, pur opposto a quello dell'icona, non sarebbe meno rigido, quello della ragazza gioviale e spensierata, un misto di donzelletta leopardiana e di robusta contadinotta. La gioia di Maria non è frutto di temperamento soltanto, anzi non lo è affatto: si può essere melanconici di temperamento ed essere gioiosi della gioia della fede. Non è Maria che è gioiosa, è la sua fede. La sua preghiera è esemplare perché una preghiera che nasce dalla gioia, è una preghiera esultante, un'esplosione di riconoscenza che prorompe dal suo essere. E molto più che espressione di fede, formulazione di pensieri e sentimenti suoi, è l'uscita di sé, è lei che parla ma dice cose non sue, allude a realtà che sono ben oltre il suo sentire. La nostra generazione è stata affascinata dalla profezia. Amos ed Elia, Geremia e Michea, Osea e Isaia esistono da secoli nella comunità dei credenti, le loro testimonianze non sono ignote, ma oggi sono di casa nella chiesa, altrettanto e a volte più degli stessi apostoli; le loro invettive e i loro interventi nella storia hanno per noi un fascino ed esercitano una presa immediata perché abbiamo fame di profezia, cioè di parole autorevoli, autentiche, di parole che significano, creano, esprimono, fanno essere ciò che ha da essere. Il maggior elogio che si possa fare oggi a un predicatore, un messaggero, un proclamatore, non è forse quello di essere «profetico»? É probabilmente giusto che sia così, in un tempo di tragedie incombenti, in un'atmosfera di crepuscolare incertezza, nel tempo dei cavalieri dell'Apocalisse (o che si suppone sia tale), è inevitabile sognare profeti che siano punti di riferimento, fan di luce nella notte, ma il dubbio va posto nel cuore dei credenti che per la chiesa di Gesù Cristo, e per la stessa realtà dell'evangelo, sia più importante una Maria gioiosa di un Giovanni Battista vaticinante (per riferirci a un profeta a lei vicino e suo parente). E la comunità cristiana non potrà che ricavare giovamento dall'insinuarsi di questo dubbio: il sorriso della ragazza di Nazareth non sarebbe costitutivo della fede più delle visioni e degli oracoli con cui i grandi uomini di Dio hanno scandito la storia? Più che un dubbio è forse un ammonimento del Signore che ci ricorda ora che la serietà dell'impegno, la tensione della predicazione apostolica, l'urgenza della missione e il rischio della testimonianza non sono nulla senza gioia; a ricordarci che la nostra fede e la realtà della nostra comunità cristiana sono come un paesaggio di monti e valli, picchi e pianure, ricco, complesso ma che si trasforma solo con un raggio di sole. La gioia di Maria è il raggio di sole che fa la fede essere ciò che è. Accogliere la lezione di Maria è dunque quanto mai opportuno per noi cristiani moderni, individui seri e cresciuti nella convinzione che credere sia scelta di tanta serietà esistenziale da impegnare tutta la vita e debba perciò ammantarsi di gravità. Uno non crede se non sono coinvolti anima, cuore, pensiero e persino i muscoli del viso. Uno non crede se non è concentrato e la concentrazione sembra escludere il riso, l'allegrezza. E invece la fede è intimamente connessa con la gioia; vive nella gioia e della gioia, o è gioiosa o non è. La fede vera, s'intende, quella del Magnificat ciò che la gente chiama fede, spesso altro non è che superstizione e paura del mistero e perciò è cupa, bizzosa, angosciata, e intessuta di ripicche e di impennate, raramente serena, libera, distesa come invece dovrebbe essere. Riacquistare la gioia della fede non sarà facile, per noi cristiani di questo inizio di XXI secolo; richiede da parte nostra una profonda conversione ma è indispensabile. La gioia di Maria non si può certo copiare, imitare e neppure inventare con un po' di buona volontà. Non basta sorridere, o dare amichevoli pacche sulle spalle, o cantare un'arietta per essere gioiosi; si può al massimo essere allegri. Ma se non si può fabbricare, imitare, copiare la gioia dell'evangelo, si può prepararle la strada, dare posto, crearle spazio; forse bisogna anche difenderla perché è debole, fragile, sprovveduta. Farlo come la Maria del Magnificat.

 

Inserito Venerdi 16 Novembre 2018, alle ore 19:50:21 da latheotokos
 
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