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  Consacrati al Vivente in Maria 
Spiritualità

Dal libro di Giuseppe Forlai, Madre degli Apostoli. Vivere Maria per annunciare Cristo, San Paolo, Cinisello Balsamo 2014, pp. 69-85.

 



Il battesimo che abbiamo ricevuto ci colloca nello spazio vitale del Cristo: in lui respiriamo, ci muoviamo, pensiamo, amiamo (cfr. At 17,28). Un germe di vita eterna viene trapiantato nella nostra anima affinché maturi e venga a contagiare ogni fibra dell'essere. Il battesimo è una realtà dinamica: ci catapulta sulla pista di uno stadio dove, circondati dai santi che fanno il tifo per noi, corriamo non verso una coppa d'argento, bensì verso un Padre misericordioso che ci aspetta a braccia aperte per farci partecipare alla gloria del Figlio, di quel Gesù, artefice e perfezionatore della fede, che prima di noi ha corso la stessa gara al fine di aprirci una strada (cfr. Eb 12,1-2). Non finiremo mai di stupirci di quello che il primo dei sacramenti opera dentro di noi: come nel seno di Maria si uniscono per la prima volta la natura umana e quella divina; così nel fonte battesimale, vera icona mariana, lo Spirito di Cristo si fonde indissolubilmente con la nostra carne. Il miracolo dell'incarnazione si ripete nella creatura, nella cornice di un natale senza tempo, per renderla partecipe della corsa di Cristo da Betlemme al regno dei cieli, non senza passare attraverso la croce e il silenzio del sabato santo1.

a. L'itinerario battesimale: partenza e meta


Nel battesimo siamo consacrati al Signore e a lui solo: la nostra vita gli appartiene e la sua si trasfonde in noi per l'eternità. Ci viene detto "di chi siamo" ancor prima di sapere "chi siamo" perché solo nell'appartenenza amorosa a una realtà si può scoprire il vero volto dell'io personale. Resi sacri dallo Spirito, abbiamo la grazia di aderire al suo itinerario mistico: Gesù rivive ancora una volta la sua vicenda esistenziale in chi inizia dal fonte battesimale il suo cammino di vita. Il punto di partenza e il punto di arrivo di questa dinamica cristificante, magistralmente tratteggiata da Paolo nelle sue lettere, sono narrati dai due dogmi moderni riguardanti la Vergine Madre, come se lo Spirito Santo volesse metterci sotto gli occhi i due termini certi del nostro incedere nel divino. Cosa sono infatti i misteri dell'Immacolata Concezione e dell'Assunzione se non la descrizione teologica dei due punti focali del percorso?
        - Nell'immacolato concepimento Maria viene preservata dal peccato originale, nel battesimo siamo liberati dalla colpa della caduta dei progenitori: è la stessa "pienezza di grazia" data alla Donna di Nazaret che viene elargita anche a noi. A Maria la grazia singolare del perdono che preserva viene comunicata in vista della sua singolarissima e unica missione di Madre di Dio, a noi viene data la grazia di un perdono che ci santifica e prepara a diventare "madri e padri" nella fede per gli altri: ma nell'uno e nell'altro caso la musica che risuona è la stessa. Dio fa grazia sempre in vista di un compito, di una missione. Egli non elargisce doni privati ma ricchezze da condividere! Nel cammino della vita cristiana, a prescindere dalla stagione a cui apparteniamo (se principianti o avanzati non importa), dobbiamo sempre ritornare alla grazia delle origini, il cui nome è sempre e solo misericordia. La misericordia che «si estende su quelli che lo temono» (e quindi su Maria come su ciascuno di noi), non è solo l'incipit bensì la "radiazione di fondo" dell'esistenza. Essa ci consente di rimanere piccoli e di ricordarci che senza di essa siamo nulla e nulla rimarrebbero le cose che facciamo! Nel dogma dell'Immacolata l'inizio del cammino battesimale di cristificazione non solo è raccontato ma anche consegnato come uno stile, un modo di procedere, un destino. Tutto è sempre e solo "misericordia", dall'inizio alla fine, da giovani o da vecchi, perché la santità di Maria risiede proprio in ciò, nel riverberarsi all'interno della sua coscienza cristallina di quella bontà divina datale dal momento del concepimento e sino al tramonto della vita terrena. Ma mentre in lei la misericordia di Dio si estende con agilità dall'inizio alla fine poiché nessun ostacolo ne intralcia la diffusione (come un raggio di sole che attraversa l'aria purissima), in noi il diffondersi della stessa misericordia deve incontrarsi con il perdono elargito ogni volta in quel "secondo battesimo" che è la confessione sacramentale. Acconsentire alla grazia che perdona è la divisa permanente del battezzato che rimane, anche quando raggiunge l'apice della vita mistica, semplicemente un peccatore prediletto, «un condannato che non prova più alcuna vergogna2.
        - Nell'assunzione della Vergine contempliamo, invece, il destino che ci attende, la meta da raggiungere, ossia la risurrezione della carne: «Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete salvati. Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli in Cristo Gesù» (Ef 2,4-6). Il battesimo ci dona la vita eterna, non il successo o la considerazione degli uomini. É bene tenerlo a mente: non siamo cristiani per l'al di qua ma per il paradiso, ed è proprio in vista di questa destinazione che tutto quello che viviamo è prezioso. Per il battezzato pensare alle cose di lassù (cfr. Col 3,1) non è fuga dalla realtà ma penetrazione della verità profonda del mondo: ogni creatura, ogni persona, perfino gli animali e le cose inanimate, sono rivoli di una fonte che sgorga in un "luogo" sigillato che un giorno erediteremo. Niente aiuta a vivere con più entusiasmo la vita terrena come il pensiero del cielo, niente ci aiuta tanto a trovare la Fonte custodita in tutte le cose. Il battezzato, in virtù della speranza futura, non è un mero fruitore del creato ma un contemplatore della sua bellezza. In Maria assunta in cielo tutta la bontà della creazione (anche nel suo risvolto tragico della malattia e della morte), un tempo uscita dalle mani di Dio, viene riconsegnata per sempre alle mani dell'Artista e al suo sguardo sereno. Ma è qui che si innesta il senso profondo del mistero: cosa il Padre vuole riconsegnato nelle sue mani? Semplicemente il Cristo, l'Amato esclusivamente, nascosto in tutte le cose! E noi in lui. In quest'ottica il cammino del battezzato è tutto un lasciare che lo Spirito, dito della mano di Dio, dopo aver raschiato la tela dalle impurità con la grazia del perdono, dipinga su di me il nitido volto del Figlio prediletto che si offre al Padre con amore perfetto, al fine di essere da lui riconosciuto dopo la morte ed entrare così nella gioia senza fine dello sguardo compiaciuto del Creatore. Nella conformità a Cristo è la chiave del paradiso: Maria vi entra da subito, primizia eccezionale della risurrezione, in quanto Gesù in lei vive perfettamente, in lei si trasfonde e in lei il Padre si compiace di ammirare i tratti dell'Amato. La Vergine in paradiso - come esclamava il Montfort - è a sua volta "il paradiso di Dio": il Padre in lei si riposa e rallegra come nel settimo giorno della creazione (cfr. Gen 2,3).

b. Consacrati a Gesù "in" Maria

La ricchezza del battesimo è sotto i nostri occhi: quello che ho tentato di descrivere è solo un pallido abbozzo del mistero nel quale siamo immersi, poiché le parole umane sono solo parzialmente in grado di rimandare alla realtà divina. Limiti del linguaggio! Ciò posto, dobbiamo cercare di comprendere come si inserisca Maria dentro questa dinamica. Per farlo riandiamo per un momento al cammino del Verbo: egli, pur essendo come Dio, non considerò un «bottino da nascondere» la sua divinità, ma si è spogliato di tutto per divenire non un uomo potente o privilegiato, bensì un servo. Questa discesa del Verbo nelle cose create ha raggiunto i bassifondi dell'umano fino a lasciarsi annoverare tra i malfattori e i rifiuti sociali sulla croce (cfr. Fil 2,5-9). La cifra del cammino di Gesù è dunque la kènosi: l'abbassamento che si spoglia. E solo dopo aver toccato il fondo, il Maestro risorge alla gloria del Padre. Abbassamento e innalzamento, spogliazione e trionfo. Non esiste altra comprensione sufficiente del mistero cristiano. Questa è la sapienza eterna di Dio3! Torniamo al battesimo. Come abbiamo lungamente osservato, essere battezzati vuol dire arrendersi a Cristo che vuole vivere in me nei suoi misteri (cfr. Gal 2,20) fino a coinvolgermi nel suo ritorno al Padre nella gloria dopo la morte: ma questo cammino, se è veramente il suo, non può che passare attraverso la sua stessa kènosi. Pertanto, se questa cifra cristologica dominante viene trascurata, non viviamo la sua esistenza, ma stiamo solo truccando la vita cristiana! Però l'assunzione di questa logica è lasciata alla mia libertà e rimane il più grande invito del Maestro: «Chi vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24). Il battesimo è una grazia assoluta, ma la sua efficacia vivificante è lasciata anche alla mia libera scelta di accoglierla! Se cosi possiamo dire, con il battesimo in me viene concepito il Cristo, ma è attraverso la continua e libera accoglienza della grazia che egli cresce e si sviluppa in me. Se mi rifiuto o mi sottraggo, questo concepimento può finire in un "aborto spirituale". A mio modo di vedere si colloca qui, in questa libera accettazione della kènosi del Maestro, la consacrazione a Gesù in Maria: scelgo di affidarmi alla Madre per riconoscermi come lei servo del Signore, creatura nella quale il Padre scopre una serena consapevolezza del suo nulla. In tal modo, scegliendo per me l'umiltà e l'abbassamento di Maria, lo Spirito Santo trova nello spazio della mia interiorità la possibilità di far agire fino in fondo la potenza del battesimo. Questa è la grazia profonda dell'affidamento alla Vergine. Riprendiamo il tema con il linguaggio paolino per approfondirlo da un punto di vista complementare. L'Apostolo ricorda che con il battesimo siamo immersi nella morte di Cristo per risorgere con lui alla vita nuova: ciò non avviene una volta per sempre, ma ogni giorno. Ogni momento scegliamo di morire a noi stessi (alle nostre idee illusorie, agli interessi egoistici, ai piaceri che non portano frutto) con l'intento di far crescere l'uomo nuovo. Consacrarsi a Maria comporta sposare la sua umiltà, con l'intento di far morire l'uomo vecchio e ricevere al contempo dalla sua intercessione lo Spirito Santo che crea l'uomo nuovo. Dandoci a lei, come aveva ben compreso san Luigi de Montfort, accettiamo consapevolmente e scegliamo gli impegni battesimali come prima occupazione della vita: demolire l'io per costruire nel Tu divino, spogliarci di noi stessi per rivestire il Cristo (cfr. Ef 4,24).

c. La vera devozione

Ciò posto, possiamo tranquillamente affermare che la vera devozione a Maria consiste nella scelta di far lavorare liberamente in noi lo Spirito Santo facendogli spazio con quell'umiltà che (oltre ad essere la conditio sine qua non del cristianesimo) è il tratto inconfondibile del modo proprio di amare il Signore della Vergine Madre: «Nessun santo ha imparato l'umiltà di Gesù più perfettamente di Maria, sua Madre, perché nessuno è penetrato tanto intimamente nella conoscenza e nell'amore di nostro Signore. Vicina a lui, vedeva i motivi per essere umile con una visione chiara, continua e penetrante. Noi perdiamo di vista, dimentichiamo: lei mai!»4. Consacrarsi a Maria non è un'aggiunta effimera, un hobby spirituale, ma la risposta pronta a un dono di Gesù morente: «Ecco tua madre» (Gv 19,27). Non bisogna essere sospettosi con i doni di Dio: egli sa di cosa abbiamo bisogno prima ancora che glielo chiediamo (cfr. Mt 6,8). Forse nessuno come il Montfort è riuscito a inserire questo atto di Gesù in un quadro teologico e simbolico così efficace: per il grande apostolo francese il battezzato deve gettarsi come la creta grezza nella "forma" di Maria, ove lo Spirito lo modellerà5. Ma la forma non imprime la sua propria immagine bensì quella del Cristo, poiché la Madre è la "matrice" del Figlio. Si entra nella forma che è Maria per assumere le sembianze di Gesù e così portare a perfezione il proprio cammino battesimale6. Così si ripete in noi misticamente il miracolo dell'incarnazione del Verbo che, come ha preso forma in Maria, ora prende forma in noi, a condizione che accettiamo di far nostra l'umile malleabilità della Vergine ai moti dello Spirito. Ma cosa vuol dire concretamente entrare nella forma che è Maria? Come possiamo metterci in un clima spirituale idoneo? Ancora una volta la sapienza di san Luigi Grignion ci viene in aiuto: attingendo ad alcuni suoi passaggi letterari possiamo ricavare le indicazioni pratiche per un cammino spirituale serio che cali nella realtà della carne il grande ideale della consacrazione battesimale vissuta in Maria. Montfort scrive che la devozione interiore alla Vergine si concretizza in una vita cristiana vissuta per mezzo - con - in - per Maria7. Queste quattro preposizioni, si noti bene, non sono giustapposte; il loro ordine indica un cammino progressivo e ascensionale che possiamo percorrere con tanta buona volontà e solo per grazia di Dio. Cercherò di offrire un'interpretazione attualizzata di questi "stati dell'animo.

         - Vivere per mezzo di Maria
   
    Significa accettare il "mezzo" attraverso il quale la Madre ha sentito formarsi nel suo grembo il Figlio; è il primo passo della vera devozione, senza il quale gli altri non sono possibili. E questo mezzo, che l'ha formata e accompagnata, è lo Spirito Santo. Vivere attraverso Maria significa non eleggere altra luce se non quella del Consolatore. Lo Spirito che scese su di lei all'annunciazione è lo stesso che opera in me e che vuole generare l'uomo nuovo. Qui tocchiamo un punto delicato della vita spirituale: molte persone credono che vivere nello Spirito significhi semplicemente operare il bene; questo non basta. Per farlo veramente bisogna essere orientati a scegliere ciò che è più gradito a lui e più perfetto per me (cfr. Rm 12,2) e non semplicemente ciò che è bene. Si può essere grandi asceti o persone totalmente dedite alla preghiera, si può servire il povero o insegnare la teologia, ma se non si tende l'orecchio con retta intenzione ai suggerimenti dello Spirito lo si rattrista inevitabilmente (cfr. Ef 4,30). La grande conversione della nostra esistenza cristiana sta nel decidersi per lo Spirito, nel farsi suo servi, nello scegliere quello che ci suggerisce. Viviamo, per mezzo di Maria, attraverso lo Spirito che la possiede e la muove: ella non si è limitata a osservare la legge d'Israele, ma è stata pronta ad andare al di là di essa quando lo Spirito la spingeva verso dimensioni inaspettate e inusitate, comprese attraverso l'attenta osservazione degli eventi e la rettitudine del suo cuore libero. Forse è questo il punto più difficile della vera devozione a Maria: si può amare il suo silenzio e il suo nascondimento, ma quanto è difficile andare lì dove lo Spirito ci conduce rinunciando ai nostri bei progetti e ai nostri sogni missionari (sempre fatti per il bene degli altri!). Quanto è faticoso, per chi non è puro di cuore, rinunciare allo zelo indiscreto per dedicarsi all'opera dello Spirito magari nascosta o priva di apparente successo.

        - Vivere con Maria
       
Bisogna unirsi alle intenzioni della Madre, che sono le stesse di Gesù. Il Figlio vive per la gloria del Padre e questa gloria sulla terra coincide con l'invocazione del Padre nostro: «sia santificato il tuo nome». L'intenzione di Gesù e di Maria è semplicemente che il nome di Dio sia magnificato, che tutti riconoscano e facciano esperienza della sua fedeltà e misericordia. Il Signore ha voluto solo questo nella vita. Sua Madre lo ha seguito non solo fisicamente, ma facendo proprio il suo desiderio di fondo: «Padre, glorifica il mio nome» (Gv 12,28). Vivere con Maria vuol dire assimilare questa tensione verso la gloria di Dio ripetendo incessantemente: «Non a noi, Signore, ma al tuo nome da' gloria» (Sal 115). Gli uomini pensano di guadagnare la felicità facendosi "dei", quasi rubando la gloria al Creatore, non comprendendo che la pace del cuore si acquisisce solo nel sereno abbandono a quella santa creaturalità piena di limiti e deficienze che il Padre buono ha assegnato a ciascuno di noi. La gloria di Dio è la nostra pace. Maria ha vissuto così, dicendo si alla volontà buona di colui che stende il suo sguardo sereno su tutto ciò che umilmente si arrende alla sua tenerezza. Questo punto nevralgico si potrebbe riassumere tutto nell'invito a sposare la fede umile della Serva del Signore.

        - Vivere in Maria
        É necessario entrare nella "cella" del suo silenzio umile, quasi scomparire in essa misticamente, sull'esempio di Gesù che si è nascosto in Maria per nove mesi. Dio non parla nel chiasso, e quando si pretende che lui ci si comunichi nell'agitazione del cuore si rischia di rimanere profondamente delusi. É necessario il silenzio, sia quello formale che ci fa digiunare dalle parole dette e ascoltate (la maggior parte delle quali si rivela inutile nella migliore delle ipotesi), sia quello interiore che coincide con la sobrietà di una mente che la smetta di avvitarsi sui pensieri inconcludenti e disperanti. Il silenzio è la medicina necessaria per renderci aperti alla vita spirituale: non si può ascoltare Dio se non si smette di ascoltare se stessi. Si dice spesso che la vita di Maria è trascorsa nel silenzio: di lei nei Vangeli abbiamo pochissime parole! Ma ciò non ci dice molto sul suo stile. Ciò che ci ammaestra è piuttosto, come osservava il Bérulle, il suo silenzio trasformante: quello della Madre non è un vuoto mentale, ma un esercizio di fede in cui ai mille pensieri si sostituisce la roccia della Parola, anche quando essa non è pienamente compresa o peggio smentita dai fatti. Se volessimo usare un'immagine riassuntiva di questo "vivere in Maria" potremmo valerci di un luogo: Nazaret! Li si esercita il silenzio umile e meditante della Vergine: umile perché si nutre di una ordinarietà che non luccica, meditante perché tutto trasforma in oggetto di contemplazione. Convertirsi a Nazaret è decidersi una buona volta a comunicare con Dio a partire dalla mia realtà, qualunque essa sia, rinunciando a sogni illusori e a paure infondate, per poter esclamare come Giacobbe a Betel: «Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo» (Gen 28,16).

        - Vivere per Maria
       
Infine, la vera devozione ci suggerisce un'esistenza di fiducia nella maternità spirituale della Vergine. É da precisare che noi dobbiamo e vogliamo vivere solo per Dio. Lui solo basta. Ma noi non andiamo di fronte al Signore come eroi solitari o avventurieri antisociali, bensì stando in comunione con gli altri battezzati e con tutti i santi del passato e del presente. Per questo motivo dobbiamo uscire da una visione elitaria e individualistica della vita nello Spirito per convertirci allo spessore ecclesiale della santità, purtroppo spesso ridotta a qualità individuale di alcune anime belle. L'espressione "vivere per Maria" non può togliere nulla alla dedizione per la persona di Cristo; piuttosto vi aggiunge la dimensione comunitaria. In tal senso l'espressione è gemella dell'altra: "vivere per la Chiesa". Si dedica la vita alla Chiesa e in essa a Maria, primizia della Chiesa, affidandosi all'una e all'altra per rispondere al duplice comando del Signore: «Chi ascolta voi ascolta me» ed «Ecco tua madre» (cfr. Lc1O,16; Gv 19,27). Il miracolo di Cana di Galilea è rimando estremamente ricco per una comprensione del "vivere per Maria": come i servi si sono affidati al suo invito, così noi per lei ci mettiamo a disposizione della festa di nozze che il Maestro celebra con il suo popolo. Il nostro agire cristianamente scaturisce dall'invito della Vergine: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (Gv 25). Inoltre nella mente di san Luigi Grignion il "vivere per Maria" comporta anche un aspetto decisamente missionario: si tratta di comunicare agli altri i contenuti evangelici e dogmatici che la riguardano, in quanto la Vergine è «l'ambiente misterioso e il mezzo facile» per incontrare Cristo. Far conoscere l'esemplare vicenda di Maria vuol dire regalare alle persone la forma affettuosa e corretta dell'esistenza battesimale. Questa è la meta ultima della vera devozione: il servizio nella Chiesa e l'annuncio del vangelo!

d. Sentire con la Chiesa: verifica della vera devozione

Abbiamo appena notato che la vera devozione alla Madre del Signore ci porta a servire la Chiesa: sovente si è inteso ridurre la spiritualità mariana a qualcosa di intimistico o che al massimo poteva avere una ricaduta forte sulla sola vita individuale. Niente di più fuorviante! L'itinerario della consacrazione a Gesù in Maria, che mette in circolo la grazia del battesimo nel nostro organismo spirituale, non può che portarci al servizio. Ma non perché così facendo "diventiamo bravi o capaci", quanto perché vivendo in Maria consentiamo allo Spirito Santo di plasmare Cristo in noi. Ora, siccome questo Gesù è il "missionario del Padre", è consequenziale che anche noi, se veramente siamo sotto il dominio della grazia del battesimo, veniamo trasfigurati in "missionari del Regno". Non si tratta semplicemente di acquisire delle competenze, ma una vera e propria forma cristica: la missione, quella autentica, è affare da mistici non da tecnici! Mi preme nuovamente sottolineare la dimensione ecclesiale della devozione a Maria: vivere in lei comporta il vivere la Chiesa, sentirla come madre, non come matrigna, servirla come figli e non da impiegati mal pagati. Il mondo emotivo di una madre e di un figlio nei primi anni di vita quasi si identificano, niente si interpone a quest'empatia immediata che consente a una donna di capire cosa sente il suo bambino. La Vergine di Nazaret ha vissuto una simbiosi santa con Gesù, lo ha emotivamente percepito anche quando non lo ha intellettivamente compreso. Dopo la morte del Figlio la sua capacità di coinvolgersi interiormente si è trasferita sulla comunità nascente, sui suoi timori, sulle sue incertezze. Maria, come testimonia Luca, è al cuore del Corpo mistico di Cristo con la sua assidua preghiera e con la sua lode (cfr. At 1,14; 2,46). Notato ciò, di lei niente più si racconta: il silenzio della Scrittura è totale! La sua esistenza si perde in quella della Chiesa, quasi a dire che non è più necessario parlarne singolarmente in quanto si tratta di due vicende inseparabili. La vera devozione a Maria non ci pone di fronte alla Chiesa, ma nella Chiesa: sarebbe assurdo consacrarsi alla Madre rimanendo poi ai margini della comunità cristiana, come assurdo e ridicolo apparirebbe un uomo che volesse sposare solo l'anima della donna senza amarne anche il corpo! Chi vive Maria vive ugualmente per mezzo dei sacramenti della Chiesa, cresce nella fede con dei fratelli; ama e pensa nella Chiesa, edifica la comunità con la sua dedizione lavorando per il vangelo. Non vogliamo e non dobbiamo però essere ingenui o irenici: una cosa è darsi a Maria, la donna senza macchia di peccato, una cosa è stare nella Chiesa amandola per quello che è, ma soprattutto per ciò che è destinata a essere. Ci sono persone che vivono nella comunità semplicemente per trarne vantaggi, anche solo affettivi: il bisogno di essere riconosciuti soffoca in loro la gratuità e la pace. La presenza di questi fratelli è di gran lunga peggiore e dannosa per la comunità rispetto a chi della Chiesa non vuole nemmeno sentir parlare. Non di rado persone che non hanno raggiunto il potere che bramavano nella vita sociale o lavorativa impiegano le loro energie in un "servizio" alla comunità con la mal celata intenzione di rifarsi sulla vita. Di fronte alle false motivazioni, dalle quali nessuno può presumersi esente, Maria ci insegna come bisogna stare nella Chiesa senza interessi personali o doppi fini che dir si voglia. L'immagine è chiara: sul Calvario, nel momento in cui il Messia genera la sua comunità dal fianco trafitto, Maria si ritrova a perdere ciò che di più prezioso aveva, come Abramo con il figlio Isacco sul monte Moria (cfr. Gen 22). Il Figlio amato sta per morire ma non le consente di chiudersi nel dolore, tant'è che le affida il discepolo prediletto, rilanciando e riorientando in maniera inaspettata la sua dedizione materna. Questo è l'ultimo miracolo di Gesù: far sì che il dolore della Madre non diventi un muro ma porta spalancata all'amore. Cosi la Madre del Signore, vedova e in procinto di perdere l'unico Figlio, impersona la Gerusalemme che, dopo aver contemplato il Servo di Dio spogliato fino alla morte, esulta di gioia perché i figli dell'abbandonata sono diventati più numerosi di quelli della maritata (cfr. Is 53-54). Questo soffrire per la Chiesa, questo dolore "mariano" che apre all'amore generativo e senza pretese, è l'unico modo serio di stare nella comunità, anche quando alcuni suoi membri ci scandalizzano o quando ci scontriamo con diffusi atteggiamenti antievangelici. Ai piedi delle "croci" che il nostro egoismo sovente pianta sul terreno della comunità non servono sdegnose lamentele o censure, ma presenze "mariali", capaci cioè di trasformare il dolore dello scandalo in occasione di guarigione e rinascita a comportamenti evangelicamente trasparenti.

NOTE
1 «La nostra nascita nel battesimo è quindi un'imitazione di quella nascita che nella fecondazione dello Spirito Santo ci ha donato il Salvatore dalla Vergine Madre» (H. Rahner, Maria e la Chiesa, Jaca Book, Milano 19913, p. 66).
2 Giovanni Climaco, La scala, Discorso V, Qiqajon, Magnano 2005, p. 165.
3 Legge tutta la vicenda di Maria alla luce della dinamica abbassamento/esaltazione il carissimo e compianto padre Stefano De Fiores, monfortiano, nel suo Maria Madre di Gesù. Sintesi storico-salvifica, EDB, Bologna 20024, pp. 212-233.
4 L. Beaudenom, L'ultimo di tutti (Mc 9,35). Formazione all'umiltà, Edizioni Casa di Nazareth, Roma 20042, p. 171.
5 Il segreto di Maria, nn. 16-17.
6 In tal senso la professione dei consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza, e la consacrazione a Maria, benché non equivalenti come credeva il card. de Bérulle, sono perfettamente complementari: entrambi gli atti trovano il fondamento teologico nel battesimo, entrambi hanno come scopo la cristificazione della persona. Il mio personale parere è che la consacrazione mariana, rappresentando l'accoglienza del dono di Maria al discepolo prediletto (che è un atto finale, autorevole e riassuntivo di Gesù Sposo e Signore), sia in senso "mistico" superiore alla professione dei consigli, che si innesta invece nella logica della sequela dello stile di vita del Gesù storico. Sottolineo la superiorità "mistica" della consacrazione a Gesù in Maria e non certamente quella canonica o teologica rispetto ai voti pubblici.
7 Cfr. Il segreto di Maria, nn. 43-49; Trattato della vera devozione, nn. 257-265.

 

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Inserito Giovedi 27 Giugno 2019, alle ore 8:55:26 da latheotokos
 
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DOTTORE IN S. TEOLOGIA CON SPECIALIZZAZIONE IN MARIOLOGIA
DOCENTE ALL'ISSR "SAN LUCA" DI CATANIA

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