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  Prega per noi... nell'ora della morte. Amen! 
Preghiere

Dal libro di A. Pronzato, L'Ave Maria. Preghiera di tutti, Gribaudi, Milano 1987, pp. 189-194.



Vogliamo parlare della morte?

La recita dell'Ave Maria termina con la supplica: "Prega per noi, peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte". L'assicurazione che stipuliamo con la Madonna, attraverso la "sua" preghiera, non riguarda dunque soltanto la vita, ma anche la morte. É importante, prima di tutto, che della morte ne parliamo. E, attraverso la preghiera, questa preghiera, ne parliamo spesso. J. Sulivan, nel suo libro postumo Exode, fa rilevare come oggi, eliminato il tabu del sesso, si stia imponendo il tabu della morte. Non se ne parla. Il discorso, non appena si avvia in quella direzione, viene immediatamente dirottato, perche crea imbarazzo, fastidio. La "rimozione", tolta dall'ambito del sesso, viene ripristinata nel terreno della morte. "Bisogna nascondere la morte, oppure travestirla in cerimonia, che è la stessa cosa". Perché è una realtà dissolvente, che relativizza ogni progetto, ridicolizza ogni eloquenza, dissacra tutti gli idoli, disturba i soliti discorsi innocui e rassicuranti. Insomma, una realtà "scandalosa". Da evitare accuratamente. In America si a cercato goffamente di travestirla, affidandosi, con la complicità del consumismo, a cosmetici e affini, ottenendo così quella che e stata definita "la pornografia della morte". Anche il linguaggio, perfino in ambienti religiosi, appare significativo. Il cappellano d'ospedale non viene più chiamato per un moribondo, ma per "un malato in fase terminale"! E tutti (interessato, escluso) stanno meglio. Si tratta di una realtà scomoda, ma che non possiamo ignorare (e che non dobbiamo nascondere neppure ai bambini). Occorre guardarla in faccia con un atteggiamento di dignità, consapevolezza, dolore, concretezza.

Fede e paura

Bisogna, prima di tutto, ammettere che la morte ci fa paura. Questa angoscia della morte, questo suo carattere di "terribilità", e pienamente, legittimamente umano e non è incompatibile con la fede, e in particolare con la fede nella resurrezione del Cristo, che ha decretato "la morte della morte", e costituisce il fondamento del nostro destino ultimo di gloria. Cerchiamo di esorcizzare in tante maniere questa paura. Ripetiamo certi slogans come "voglio morire in piedi", o "morire da vivo". Facciamo il verso a Francesco che parla di "sorella morte". Ricorriamo all'ironia, come quel tale che diceva: "Non ho mai capito come mai il verbo morire sia considerato irregolare, dal momento che morire è regolare per tutti". Viene citato un proverbio russo: "Si passa tante volte nei pressi del cimitero che alla fine uno ci cade dentro". Tentiamo di convincerci che la morte non è il termine, ma un inizio; che dobbiam amare la morte come amiamo la vita, anzi dobbiamo amare la vita in essa; che la morte non è nulla, non è una persona; che l'ultima compagna dell'uomo non è la morte ma la Speranza; che morire significa abbandonare la vita per la Vita... Tutte cose belle e, soprattutto, vere. Eppure... Eppure il mistero della morte continua a metterci addosso i brividi. Più che naturale. Gesù stesso ha provato disgusto nell'imminenza della morte e, sulla croce, l'ha salutata con un grido, lacerante. Dobbiamo quindi parlare della morte, ammettere la paura, perfino il terrore. Soprattutto bisogna implorare, senza stancarci: "Prega per noi... nell'ora della nostra morte". La mia morte. Non quella degli altri. Ed è nel momento terribile della mia morte che posso essere sostenuto dalla certezza di non essere solo. Perché non posso aver invocato invano una certa creatura...

La vita come preparazione alla morte

A me piace unire e quasi confondere i due termini della preghiera: "adesso" - "nell'ora della morte". Non si tratta di due momenti successivi. Ci si prepara alla morte imparando a vivere. E si impara a vivere preparandosi alla morte. Le due realtà si intrecciano in maniera inestricabile. Padre Kolbe ammoniva: " La morte non si improvvisa. Si merita con tutta la vita". E P. Sertilianges faceva notare che "contro la morte c'è un rimedio sicuro: condurre una vita immortale". La morte, quindi, sposta necessariamente il discorso sulla vita. Sul perché si vive. Per che cosa si vive. Come Si vive. Affermava, con una punta di umorismo, J. Le Gentil: "Dio ha fatto bene a mettere la morte alla fine della vita, anziché al principio, in tal modo gli uomini hanno tempo di prepararvisi". Resta da dimostrare che i più ci riescano. La preparazione, manco a dirlo, non consiste nello stare ad aspettare. La vita non è una sala d'attesa in cui ci si rassegna, bene o male, ad accamparsi, finché non arrivi il treno che ci sbarchi nell'al di là. La vita è itinerario, impegno, amore. "Certuni perché muoiono si sa che furon vivi" (L. Carrer). Tutto sta a non confondere, l'essere vivi con l'agitazione, il progredire con il correre, la pienezza con l'agitazione, il crescere con l'accumulare. Tremendo, nel suo sarcasmo, questo epitaffio:
"Non aveva tempo di buttare giù una riga
Non aveva tempo di andare a trovare un vecchio
Non aveva tempo di cantare una canzone
Non aveva tempo di raddrizzare un torto
Non aveva tempo di amare o di donare
Non aveva tempo di vivere per davvero
D'ora in poi avrà tempo a non finire
Oggi è morto il mio amico "sempre occupato"".
Osservava E. Fromm: "Morire è tremendo. Ma l'idea di dover morire senza aver vissuto è insopportabile". E R. Garaudy confessa onestamente: "Devo ancora imparare a meritare la mia morte". Il poeta Rilke, da parte sua, pregava: "Signore, dona a ciascuno la propria morte, nata dalla propria vita".

Il Crocifisso è risorto!

Come credenti, non dobbiamo dimenticare di riflettere sulla realtà della croce. Grazie alla croce, Cristo ha sconfitto la morte. Aveva lanciato una sfida incredibile: "Morte, sarò la tua vittoria". L'esistenza cristiana, o è illuminata da questo mistero della morte-resurrezione del Cristo, oppure non si salva dalla disperazione, dal nulla. Il Crocifisso è risorto! In questo grido si riassume la speranza cristiana nel suo più autentico spessore. Non ci stancheremo mai di ripeterlo: la vocazione del cristiano è una vocazione alla vita. L. Bloy affermava categoricamente: "Imparate, fratelli miei, che non dovete morire". E P. Sertillanges, sul versante teologico, confermava: "La morte è fatta per non morire più".

Ci vuole una madre per morire

Dobbiamo concludere, anche se l'argomento è stato appena sfiorato. Nel film di Ingmar Bergman Sussurri e grida c'è una scena di rara efficacia. La protagonista non ce la fa... a morire. Un'agonia crudele, interminabile. Si ha l'impressione che la morte, per lei, sia impossibile. Ed è uno strazio che lascia senza flato. Poi, a un tratto, arriva la vecchia nutrice. Si avvicina al capezzale, prende in braccio la donna, che si accoccola nella posizione fetale, la culla dolcemente, la carezza con tanta delicatezza, le mormora parole d'amore, come a una neonata... E soltanto in questa maniera, rasserenata, distesa, può finalmente morire. L'Ave Maria, più che una soluzione, più che un ragionamento convincente per risolvere l'angosciante problema della morte, ci offre un'immagine: la Madonna che prega per noi nell'ora della nostra morte. Se la morte, come credo fermamente, è la porta d'ingresso (angusta, soffocante, crudele, lacerante) nella vita, è necessario che appostata a questa porta che ci mette tanta paura ci sia una madre. Sara bene non dimenticarlo. L'ingresso nella vita è "protetto", vigilato dalla presenza di una madre... Una madre che "ha dato la vita all'Autore della vita".

Amen

Non è la parola finale. L'amen della preghiera dà piuttosto l'idea di solidità. Qualcosa di sicuro, fermo. Di cui ci si può fidare. Una roccia cui allacciare la corda della nostra speranza. La preghiera ha bisogno dell'amen finale per ricordarci che le nostre richieste sono giunte a destinazione, stanno al sicuro. Non dobbiamo avere dubbi. Prendiamo respiro. Amen.
Una madre che non può dimenticare una richiesta.
Una madre non delude.
Una madre che "c'è".
Una madre che interviene.
Amen
. E trovo la pace. Anche se in superficie infuria la tempesta. Perché l'amen poggia nelle profondità del mistero e dell'Amore. No. L'amen non è una conclusione, o, se vogliamo, è una conclusione provvisoria. In vista di un nuovo inizio. La preghiera termina e riprende dall'amen.
Amen-Ave Maria.
Cosi ricomincio.
E sono sicuro che non mi stancherò.
E nemmeno lei sarà mai stanca di ascoltarmi.
 

Inserito Giovedi 26 Settembre 2019, alle ore 12:24:40 da latheotokos
 
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