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  Nostra Signora della bellezza  
Arte

Il dialogo tra bellezza e annuncio di fede nel rapporto tra l’arte e Maria, un articolo di Vincenzo Francia, in Riparazione mariana, n 1 2019, pp. 4-6.

 



Tu sei bellezza

Nella celebre preghiera Lodi di Dio Altissimo, Francesco d’Assisi, in un crescendo d’entusiasmo e d’amore verso Dio, grida: «Tu sei bellezza!».1 Dopo aver esaltato il Signore per la sua gloria, l’onnipotenza, la sapienza infinita, la bontà, la giustizia e tutte le virtù e i valori, il santo trova nella bellezza la sintesi di ogni lode. Ma già molti secoli prima di lui il Sapiente di Israele aveva proclamato la bellezza di Dio e del creato: «Dalla grandezza e dalla bellezza delle creature per analogia si contempla il loro autore» (Sap 13,5). Dio è bello e diffonde bellezza nell’universo. In modo particolare la persona umana, immagine di Dio, non solo è bella, ma è anche consapevole dello splendore che regna nel mondo ed è perfino in grado di produrre a sua volta un mondo di incantevole avvenenza. La Bibbia, continuando la sua riflessione sulla bellezza, arriva a contemplarla nel popolo di Israele e specificamente in quella città che simbolizza e sintetizza l’intero popolo, cioè Sion-Gerusalemme: «Da Sion, bellezza perfetta, Dio risplende» (Sal 49,2). Se dunque le creature di Dio sono belle e la più perfetta di loro è la Vergine Maria, figlia di Sion e sintesi di «quantunque in creatura è di bontate», come la proclama Dante Alighieri, è spontaneo il passaggio verso l’affermazione della sua straordinaria bellezza: «Tutta bella, tota pulchra es Maria». E poiché l’uomo, come dicevamo, è capace di produrre bellezza, moltissimi lungo i secoli hanno impegnato il loro talento per manifestarla. Lo studio della bellezza si chiama estetica. La produzione della bellezza si chiama arte. Scegliendo a caso tra le innumerevoli definizioni della bellezza apparse nei secoli,2 essa è «luminosità e splendore del sensibile», «simmetria e proporzione», «forza e capacità di attrazione», «fonte di gioia, dolcezza e dono degli déi». La mentalità pagana, che vede nelle varie arti la presenza delle Muse, esprime proprio questa consapevolezza dell’origine divina della bellezza, mentre nel pensiero cristiano medievale si giungerà a riconoscere che essa è una caratteristica intrinseca a ogni essere. La bellezza è armoniosa convergenza delle forme, cioè una struttura tale da coinvolgere il fruitore in tutte le sue facoltà: corporeità, emotività, razionalità, capacità decisionale. Questa convergenza, dunque, tende a interessare la vita. Non si tratta solo di un’armonia di ciò che si manifesta ai sensi, ma un accordo tra detta struttura e la realtà. La celebre frase di Fëdor Michajlovic Dostoevskij, «la bellezza salverà il mondo», sottolinea proprio questa armonizzazione tra l’oggetto e la vita, tra la proposta di una visione e la sua realizzazione nell’esistenza quotidiana. Così la bellezza tende a unirsi con la bontà, corrispondente all’ideale classico del «kalòs kaì ’agathós» (= bello e buono). Si tratta non solo della contemplazione del bello, ma della sua realizzazione: si compie, a diversi livelli, quello che viene proposto nella Prima lettera di san Giovanni 1,1-3: «Quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato [...] noi lo annunciamo anche a voi». Perciò arte ed evangelizzazione si presentano con la stessa dinamica. Dunque, a pieno titolo e senza alcuna forzatura, l’arte può dialogare con l’annunzio cristiano e contribuire all’evangelizzazione. L’arte è materia trasfigurata: esattamente come l’evangelizzazione è la trasfigurazione del mondo secondo il disegno divino manifestato in Cristo Gesù.

La Chiesa e l’arte

La Chiesa, la comunità di colui che è «il più bello tra i figli dell’uomo » (cf. Sal 45,3), ha annunziato e comunicato la fede anche attraverso la dimensione estetica e la realizzazione di opere d’arte. Estetica e arte, tuttavia, non sono uno scopo ma un mezzo: intendono attirare e concentrare l’attenzione non su un oggetto per quanto bello possa essere, ma sul messaggio che quell’oggetto contiene e propone anche mediante la propria armonia. L’arte esprime l’elaborazione della bellezza in molteplici forme, sostanzialmente fondate sui nostri sensi, che sono gli “strumenti” con i quali noi entriamo in contatto con il mondo e compiamo la nostra esperienza. In modo speciale la vista e l’udito, pur basandosi su fattori materiali, sembrano più adatti a elevarci verso un mondo di valori diversi (ma non opposti!) da quelli della materia; perciò saranno soprattutto la letteratura e la musica (arti che fanno appello all’udito) e l’architettura-pittura-scultura, cioè le cosiddette “arti figurative” (che fanno appello alla vista) quelle in grado di comunicare efficacemente il messaggio evangelico della Chiesa. Naturalmente non bisogna essere rigidi in queste classificazioni: basti pensare come la danza unisca in sé sia l’elemento uditivo della musica che quello visivo del movimento; così, con l’invenzione della fotografia e poi del cinema, l’aspetto visivo dell’arte si è enormemente dilatato; la parola poi, dopo l’invenzione della scrittura, non fa riferimento solo all’udito ma anche alla dimensione visuale dei caratteri; e così via. Nel corso della storia la produzione della bellezza, cioè l’arte, cambia in modo molto significativo. La Chiesa ne prende atto e, con maggiore o minore efficacia, assume i linguaggi umani e i diversi stili per comunicare il suo messaggio. La Chiesa, ricorda il Vaticano II, non è legata a questo o a quello stile preciso, ma «secondo l’indole e le condizioni dei popoli e le esigenze dei vari Riti, ha ammesso le forme artistiche di ogni epoca» (Sacrosanctum Concilium, n. 123). C’è da notare, tuttavia, un particolare. L’arte si presenta come un evento comunicativo, cioè la trasmissione di un contenuto. Ciò vale per ogni tipo di arte: la poesia, la musica, la danza, ecc. e, naturalmente, anche l’arte figurativa, quell’esperienza basata su una figura, cioè su un disegno, e tendente alla realizzazione di un’immagine. Ora, proprio la questione delle immagini a volte è stata compresa come un fatto problematico; anzi possiamo dire che con ritmo ricorrente la contestazione alle immagini si affaccia nella consapevolezza ecclesiale. È noto che tale contestazione ha un indubbio fondamento biblico: la celebre frase, inserita nella pagina dei Dieci Comandamenti: «Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai» (Es 20,4-5). Una lettura materialistica di questa pagina ha fatto sì che alcuni cristiani si rifiutassero di produrre immagini o addirittura distruggessero quelle già esistenti. Non è qui il luogo per affrontare questo problema. Ci limitiamo a constatare che la Chiesa ha interpretato la biblica condanna delle immagini come qualcosa che riguardava l’idolatria e la pretesa di inquadrare Dio all’interno di una limitazione. Ma, da quando Dio stesso si è fatto uomo, quel divieto è caduto, perché è lo stesso Creatore che è diventato creatura e perciò un essere visibile. Di conseguenza egli si è reso “raffigurabile”, proprio come ogni altra realtà creata. Anche l’arte figurativa, l’immagine dunque, ha legittimità nell’esperienza religiosa in genere e in quella cristiana in particolare. Anzi, a voler essere precisi, c’è da notare che nell’uso corrente la parola arte sembra indicare prevalentemente (se non esclusivamente) la raffigurazione. L’immagine, in tal modo, diventa un momento privilegiato di quella via della bellezza (via pulchritudinis) che favorisce il nostro incontro con Dio e ci introduce con maggiore intensità nella storia della salvezza. La produzione e lo studio delle immagini si chiama iconografia. Lo sviluppo successivo dell’iconografia è l’iconologia, che consiste nel vedere il posto di una immagine all’interno di un contesto culturale. In estrema sintesi, l’iconografia è descrizione, l’iconologia è interpretazione. Le immagini sono come le pagine di un libro e, come ogni pagina, quanto più vengono da noi comprese tanto più producono frutti di conversione, contemplazione, comunione. È possibile pregare e meditare davanti a una immagine, con lo scopo di tradurre nell’esistenza di tutti i giorni quei valori che l’immagine comunica.

L’arte celebra la bellezza di Maria

In questa ottica si colloca l’arte mariana. Essa è un capitolo importantissimo nella storia dell’arte e dell’arte cristiana. L’immagine di Maria ci accompagna in tutta la nostra vita e ci aiuta a rendere presente alla nostra anima il volto di colei che è la bellezza personificata. Ogni immagine mariana è un “invito al viaggio”, una sollecitazione per noi a crescere nell’invocazione e nell’imitazione delle sue virtù; è uno specchio della fede, della devozione e della cultura, cioè della mentalità di un’epoca e di una comunità; una calamita e un crogiolo di valori, di tanti aspetti della vita, emozioni e idee, progetti e scelte, che a volte sfuggono a una precisa elencazione ma che vengono tenuti insieme dal miracolo della bellezza. La più antica chiesa di Roma e una delle più antiche del mondo, Santa Maria in Trastevere, accoglie nella sua abside uno splendido mosaico, risalente al 1140 circa: insieme con alcuni santi, vi appare Gesù sul trono della gloria che abbraccia Maria seduta alla sua destra. L’iscrizione che accompagna questa immagine è una meravigliosa sintesi di fede, di storia e di arte: «O fulgida madre dell’onore, risplende per il fulgore di un decoro divino questa reggia in tuo onore, nella quale siedi in eterno, o Cristo, sede che rimarrà oltre i secoli. Degna di stare alla tua destra è colei che l’aurea veste ricopre. Poiché l’antico edificio era rovinoso, papa Innocenzo II, originario di qui, lo ha rinnovato». La frase inizia con una invocazione a Maria («fulgida madre dell’onore »), alla quale è dedicato questo luogo, bello come la casa di una regina, ma poi si volge verso Gesù che siede in eterno in questa reggia. Ma qual è questa reggia «che rimarrà oltre i secoli»? Non può essere la chiesa materiale, perché immediatamente dopo si fa memoria della condizione disastrosa nella quale si trovava prima che papa Innocenzo II, il trasteverino Gregorio Papareschi, ne curasse il restauro. La vera sede eterna nella quale Cristo sarà l’immortale sovrano è la Chiesa costituita dai suoi discepoli, Chiesa che in Maria trova la sua icona più perfetta. All’espressione «Degna di stare alla tua destra è colei che l’aurea veste ricopre» corrisponde la tavoletta che Gesù regge con la sua sinistra: «Vieni, o mia eletta, e porrò in te il mio trono». Con la destra il Signore circonda Maria, la cui tavoletta riporta la celebre espressione del Cantico dei Cantici (2,6): «La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia», che ancora una volta sottolinea l’identificazione di Maria con la Sposa del Cantico, simbolo di Israele e della comunità cristiana. Dice uno scrittore contemporaneo - Elias Canetti - che «quando ci sentiamo sopraffatti dal fuggire dell’esperienza, ci rivolgiamo a un’immagine ». L’immagine è la nostra memoria. Ogni immagine di Maria è la memoria di ciò che siamo e di ciò che siamo chiamati ad essere.

NOTE
1 Cf. Fonti Francescane, Edizioni Biblioteca Francescana, Milano 2013, n. 261.
2 Per questi e altri aspetti della questione estetica, cf. GIANNI VATTIMO, voce Estetica, in AA. VV. Enciclopedia di Filosofia, Garzanti, Milano 1981, pp. 274-278.

 

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Inserito Mercoledi 23 Ottobre 2019, alle ore 23:53:21 da latheotokos
 
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