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Maria, Mater unitatis
Ecumenismo

Un intervento di Graziella Tullio nell'VIII Convegno "Maria, madre di misericordia, sulla via della riconciliazione" - agosto 2016, nella Diocesi di Sora.



«Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me» Gv 12,32

É
Gesù che parla della sua crocifissione.  Un battesimo che ardentemente desidera per portare fuoco su una terra grigia e su un’umanità dispersa.
Ma sotto quella croce c’è un cuore di madre che batte all’unisono con quello del figlio mentre pulsa spasimi di dolore e di amore. L’icona di Maria ai piedi della croce evoca un dolore acuto, acerbo, immenso. Maria addolorata, Maria desolata: è il dolore stesso fatto persona. Ma dolore d’amore.  Dolore fecondo di vita: "Charitas est passio". “Padre perdona…..” sente dire da Gesù.  Maria ascolta e si associa facendo sue quelle parole. É madre ma non cessa di essere discepola. Tutta la sua vita è stata un discepolato alla sequela del figlio.
In profonda comunione d’amore con Gesù, Maria coopera con tutta se stessa al mistero della redenzione. Il suo è un travaglio di parto: da lei sta nascendo un nuovo popolo, il popolo credente, la Chiesa, rappresentata lì, sotto la croce, da Giovanni. L’unione della Vergine col Figlio attinge la sua espressione più umana e meritoria soprattutto nel dolore: “Così anche la Beata Vergine avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette soffrendo profondamente col suo Unigenito e associandosi con animo materno al sacrificio di Lui, amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei generata; e finalmente, dallo stesso Gesù morente in croce fu data quale Madre al discepolo….” ( LG 58).

«Donna, ecco tuo figlio» , «Figlio, ecco tua madre» Gv 19,26
 
Gesù non soltanto affida sua madre al discepolo, ma si rivolge in primo luogo a lei, intendendo porre in risalto il compito che sta per affidarle.  Il discepolo sotto la croce è figura di ogni discepolo e di tutti i discepoli, di ciascun uomo e di tutta l’umanità. In Giovanni ci siamo tutti noi. Da una catechesi di S. Giovanni Paolo II: “Il gesto di Gesù….ha un valore simbolico. Non è solo un gesto di ordine familiare, come di un figlio che prende a cuore la sorte di sua madre, ma è il gesto del Redentore del mondo che assicura a Maria, come «donna», un ruolo di una nuova maternità in rapporto a tutti gli uomini, chiamati a riunirsi nella Chiesa In quel momento Maria è costituita, e quasi si direbbe consacrata, come madre della Chiesa dall’alto della croce”.  
É
possibile riconoscere una valenza ecumenica nella persona di Giovanni, il discepolo amato, e nella stessa maternità spirituale di Maria. Ciò ha un solido fondamento nel vangelo di Giovanni, dove Gesù è il Salvatore del mondo (Gv 4,41), è il dono supremo in cui splende visibilmente l’amore e la misericordia di Dio verso il mondo. Gesù, afferma lo stesso evangelista "doveva morire per la nazione (ebraica), e non soltanto per la nazione, ma anche per radunare nell’unità i figli di Dio che erano dispersi" ( Gv 11, 51-52).
La riunione dei dispersi figli di Dio a cui fa riferimento Giovanni, è un tema dell’Antico Testamento, e racchiude molteplici risonanze. I «figli di Dio» sono i membri del popolo d’Israele e godono di questo titolo in forza dell’Alleanza sinaitica. Sono detti «dispersi» in riferimento al tempo in cui furono esiliati in terra straniera, specialmente a Babilonia, a causa della loro infedeltà all’Alleanza. L’esilio sarà un’esperienza purificatrice. Ammaestrato dalla voce dei profeti, il popolo si converte alla fedeltà verso il Signore e col ritorno dalla deportazione (538 a. C.), Dio raduna di nuovo i suoi figli in Palestina mediante l’opera del suo Servo sofferente (Is 49, 5-6). Il Tempio, ricostruito dalle rovine, diventa luogo emblematico del raduno dei figli dispersi. Gerusalemme accoglie nelle sue mura, questi figli ebrei e gentili e diventa madre universale di tutti i popoli.
Giovanni rilegge tutto ciò alla luce del mistero pasquale di Cristo. Nella sua ottica i figli di Dio non sono solo gli appartenenti al popolo d’Israele ma anche tutti coloro che accolgono Gesù e la sua parola. Tutta l’umanità è dispersa in quanto esposta agli assalti del maligno, ma Cristo, Servo sofferente del Padre, muore per radunare i  figli di Dio dispersi ricomponendo l’unità del genere umano nel nuovo tempio della sua Persona, in cui sussiste l’unità del Padre e del Figlio.  La nuova Gerusalemme – Madre è la Chiesa simboleggiata nella persona di Maria, Madre di Gesù, la Donna ai piedi della croce in offerta col sacrificio del Figlio. Nell’economia del Nuovo Patto, sancito col mistero pasquale, la Madre di Gesù diventa la personificazione della Nuova Gerusalemme, diventa la Madre universale dei figli dispersi unificati nella persona di Cristo che ella ha rivestito della nostra carne nel suo grembo materno. Maria è figura della chiesa in quanto Madre, in quanto comunità entro la quale sono radunati tutti i figli di Dio. Possiamo anche chiamarla Mater unitatis, chiarendo il principio fondamentale che l’unità della chiesa si edifica non in Maria ma in Cristo, nell’obbedienza docile alla sua parola sotto l’impulso dello Spirito Santo. Il mistero di Maria si colloca sempre all’interno del mistero di Cristo e della Chiesa.

Quale significato assegnare allora al titolo di Maria madre misericordiosa e quale relazione  tra Maria e la riconciliazione operata da Cristo.

La misericordia nasce da una passione d’amore: Dio è il misericordioso perché è l’appassionato dell’uomo. “I patimenti di Cristo sono il patire di un Dio appassionato. Per questo la voce passione, nel suo doppio significato di patire e di appassionarsi, esprime la verità centrale della fede cristiana. La fede cristiana vive del patire di un grande appassionato e diventa essa stessa capacità di soffrire per la vita. Da sempre Dio prova dolore per il dolore del mondo” (E. Ronchi, Bibbia e pietà mariana). Misericordia è soffrire insieme, è amore che si dona, è perdono. L’amore redime, l’amore unisce e riconcilia perdonando, l’amore purifica gli egoismi, ricompone incomprensioni e disgregazioni, conforta le solitudini, rende padri, madri, sorelle e fratelli.
Maria, fin dalla sua concezione immacolata nel grembo di sua madre e poi in un crescendo di predilezione nell’evento dell’incarnazione, respira il soffio dell’amore misericordioso del Padre che vive in Gesù. Ella sa di essere stata redenta da quell’amore di misericordia, si sente oggetto della misericordia di Dio e sente di doverla donare. Grazie a lei, al suo Si, il mondo è riconciliato con Dio. Viscere di misericordia è il suo grembo verginale, dall’Annunciazione al Calvario. “ Maria è evento di misericordia, figlia della misericordia, sorella di misericordia e madre di misericordia…… il suo farsi prossimo raggiunge il culmine sotto la croce”  (E. Ronchi, Bibbia e pietà mariana). Ai piedi della croce è testimone di vita donata e di perdono.  
La madre – discepola continua ad imparare e resa perfetta icona del Figlio e quindi del Padre ci indica la via per essere a nostra volta icone di misericordia e strumenti di riconciliazione.  Essere misericordiosi significa farci ponte (come ci dice papa Francesco) attraverso cui la grazia e la pietà del Padre continuano a incarnarsi nella storia per aiutarci diventare costruttori di unità. É la missione della Chiesa madre delle genti. É la missione di ogni cristiano.

Inserito Lunedi 20 Gennaio 2020, alle ore 9:47:21 da latheotokos
 
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