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Maria, prima discepola nella sofferenza
Società

Dal "Quaderno Mariano" di Antonio Queralt, Maria prima discepola, Centro di Cultura Mariana "Madre della Chiesa", Roma 1986, pp. 36-42.

 



Scegliamo tre brani dei vangeli che considero molto adatti per mettere in rilievo tre gradi progressivi nella conoscenza del dolore. Ridurre però a tre momenti principali l’insegnamento ricevuto dalla Madonna sulla sofferenza non vuol far intendere che tutto quanto essa impara si limiti a questi tre tempi principali. Il dolore e la gioia nella vita di Maria, come in quella di qualsiasi persona umana, s’intrecciano costantemente e conseguentemente si deve imparare in maniera ininterrotta la lezione che essi ci offrono. Tuttavia la peculiare intensità con la quale si presenta la sofferenza in certi momenti della vita, fa sì che la sua lezione si scolpisca più profondamente nel nostro cuore, come avvenne in quello della Madonna. I tre tempi da me scelti sono: la presentazione di Gesù al tempio, la fuga in Egitto e la presenza di Maria sul Calvario ai piedi della croce di Gesù. In questi tre momenti possiamo scorgere una graduatoria nell’insegnamento, non ridotta però a questi tempi, bensì estesa a tutti gli altri della vita di Maria che vengono illuminati da questa luce celeste e in pari tempo trasformati in sorgente vivificante di amore.

1. La Vergine Maria nella presentazione di Gesù

Se la gioia della verginale maternità di Maria ha trasformato la grotta di Betlemme in un angolo di cielo, presto la sua luce sparirà per lasciare spazio alla prima lezione sulla sofferenza. Ciò avviene forse dopo otto giorni nel momento della circoncisione del bambino Gesù, ma in maniera più palese quando Maria e Giuseppe, compiuti i quaranta giorni dalla nascita, vanno al tempio per compiere il rito della purificazione stabilito dalla legge e riscattare il loro primogenito. Sono diverse le lezioni che Maria riceve in questa occasione. Dobbiamo fissare lo sguardo sul contenuto delle parole del vecchio Simeone, che parla pieno di Spirito Santo. Luca, dopo avere trascritto il canto di gioia che é il «Nunc dimittis» e la sorpresa suscitata da queste parole nel cuore di Giuseppe e di Maria, fa sapere il contenuto del mistero redentore con tutt’altro discorso, rivolto in preferenza alla Madre di Gesù. Luca dice: «Simeone li benedisse e parlò a Maria sua madre» (Lc 2, 24). Quello che Simeone dice a Maria desta stupore, e lo stupore cresce vedendo il contrasto tra la gioia di questo santo vegliardo perché ha visto «la salvezza, preparata... davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele», come era suo grande e intenso desiderio, e il destino di questo stesso Bambino Gesù, e ci accorgiamo del dolore di cui egli é portatore per sua madre, Maria. Questa luce di gioia, sul fondo buio del futuro, fa spiccare maggiormente la lezione sulla sofferenza, che Maria ‘prima discepola' deve imparare. Tale lezione é contenuta nelle parole di Simeone, che vogliamo ricordare dividendole in due parti, come fa lo stesso evangelista. La prima dice: «Egli é qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Lc 2, 34-35a); la seconda: «...una spada trafiggerà la tua anima». Soffermiamoci un attimo. Per capire meglio la lezione sulla sofferenza qui contenuta, sarà bene ricordare una doppia proprietà che hanno gli affetti umani. Gli affetti, si voglia o meno, producono intorno a sé come un campo magnetico, o - se si preferisce - spandono, specie la sofferenza, un odore sgradevole che, nascendo dalla persona o cosa che provoca il dolore, non si limita a produrre un rifiuto della medesima, bensì si stende tutto intorno ad essa e a quanto le somiglia, che viene rifiutato o disprezzato in maniera più o meno inconsapevole. Di modo che, se si tratta di una persona - e ciò fa maggiormente al nostro scopo - , il suo modo di parlare, o anche di muoversi, di sorridere e tutto quanto identifichiamo con essa, produce avversione e antipatia. Ciò può venir superato. La forza che vince questi movimenti istintivi é l’amore, ma esso deve essere tanto più potente quanto più si sono infiltrate nel profondo dell’animo, forse senza accorgercene, le reazioni naturali prodotte dal dolore. A questa proprietà degli affetti di creare intorno a sé un’atmosfera di senso negativo e repellente oppure positivo e attraente secondo la loro natura - cioè il dolore un senso negativo e la gioia un senso positivo -, dobbiamo aggiungere un’altra proprietà molto importante per la vita cristiana. Gli affetti ci spingono all’azione, o ci bloccano dinanzi ad essa, e ciò con una forza tale che possono contrastare le decisioni della nostra libera volontà; in maniera che essa, perché non resti nel campo inoperante dei buoni desideri, è conveniente sia arricchita dai correlativi affetti, che la sostengano e la facciano attuare. Tutto ciò lo possiamo riassumere dicendo: esistono svariate tendenze e forze latenti nel cuore umano che emergono quando siamo davanti a Cristo Gesù, alla sua missione e al suo destino. Alcune di queste tendenze hanno una forte carica di egoismo, altre invece di generosità e di voler bene. Il dolore ci costringe a fare una scelta tra le prime e le seconde. Se eleggiamo di far prevalere la generosità - il voler bene a Gesù -, il nostro cuore si arricchirà della sua presenza e di tutti i vantaggi che porta con sé il dolore accettato. Questa é la lezione che impara la Vergine Maria come prima discepola, perché é lei la prima a sapere in maniera sperimentale e vissuta, quindi con grande copia di affetti, che quel fiore che é suo Figlio Gesù, svelerà l’intimo del cuore umano e sarà causa di dolore. Nelle parole di Simeone é palese il nesso stretto che intercorre tra il fatto che Gesù sia «segno di contraddizione» e sia «causa di rovina e di risurrezione per molti» del popolo eletto, per Israele. Gesù infatti, come pietra angolare ma anche d’inciampo, come profetizzato da Isaia (Is 28, 16 ; 8, 14-15), fa si che per coloro che lo respingono sia causa di rovina, ma per coloro che credono in lui e lo accettano sia causa di risurrezione. Un simile nesso unisce gli altri due elementi contenuti in questa profezia, cioè che Gesù svelerà i pensieri dei cuori e sarà causa di sofferenza, perché in quanto egli soffre e fa soffrire costringe gli uomini a fare la scelta di cui parlavamo, cioè a far prevalere le forze di generosità e di volergli bene, oppure le tendenze egoistiche di rifiuto. Notiamo inoltre che non è la stessa cosa esser «pietra d'inciampo» e «causa di dolore», ancorché intercorra un nesso molto stretto, come abbiamo detto, tra le due realtà. Possiamo asserire che Gesù è causa di dolore per tutti, anche per sua Madre, la cui anima «sarà trapassata da una spada»; ma non sarà per lei pietra di scandalo, appunto perché Maria accetta generosamente il dolore proveniente da Gesù. Maria lo accetta adesso, quando questo dolore è solo preannunciato, e lo abbraccerà strettamente quando si presenterà realmente nella sua vita, come forse ora, dopo aver udito tali parole, stringe più fortemente il suo bambino tra le braccia.

2. La fuga in Egitto

Possiamo fondatamente supporre che questo preannunzio e questa lezione su Gesù, causa di sofferenza, non si allontanerà più dalla memoria di Maria, madre amantissima del suo Figlio. Tale costante ricordo è già fonte, fin d'adesso, di preoccupazione angosciosa e di prevedibile dolore, ogni volta che spunta un pericolo; ma in pari tempo svela la ricchezza di amore del cuore della Vergine Madre, perché ella accetta il mistero del dolore in tutta l'intensità che le possa provenire per essere così vicina e intimamente unita a suo Figlio. Non sappiamo quando, ma certamente poco dopo questa prima lezione, Maria deve impararne un 'altra, sempre sullo stesso tema della sofferenza. L'evangelista Matteo ci informa sulla visita dei Magi quando ancora Giuseppe, Maria e il bambino Gesù si trovavano a Betlemme. I magi, personaggi interessanti, generosi, ossequiosi, intraprendenti, guidati da una stella e dalla loro fede, appaiono all'improvviso nel mezzo di Gerusalemme. Essi hanno un desiderio nel cuore e il titolo di «re dei Giudei» sulle labbra; senza accorgersi di quanto era pericoloso tale titolo e tale desiderio per loro e per il re che volevano adorare. Qui possiamo vedere una seconda lezione sulla sofferenza a causa di Gesù, che deve imparare la nostra 'prima discepola', la Vergine Maria. Il pericolo non incombe direttamente su di lei, ma sovrasta al Figlio Gesù e minaccia la sua vita. Se la prima lezione, preannunziando la sofferenza, fa imparare a Maria che l'amore che la unisce al Figlio Gesù deve essere più forte della forza ripulsiva scatenata dalla possibile sofferenza, ora le fa comprendere in maniera vissuta, che chi resta accanto a Gesù deve patire spesso non poche tribolazioni a causa di lui. Le parole di Matteo, che racconta gli eventi dal punto di vista di Giuseppe, fanno intravedere il modo, cosi umano, secondo il quale Dio imparte questa nuova lezione a Maria. L'evangelista dice: «I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: 'Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo'» (Mt 2, 13). Da questi scarsi tratti, dati da Matteo, sappiamo che era notte, che è Giuseppe che prende l'iniziativa, che devono fuggire in un paese lontano, che gli sbirri del re Erode cercano il bambino per ucciderlo. Maria non deve fare altro che credere e obbedire. Qui tutto le viene imposto: la fretta, la fuga, il paese. Noi possiamo immaginare, parlando in modo umano, che Maria, vedendo il turbamento di Giuseppe, con fiducia di sposa, gli abbia detto: 'Rasserenati! perché tanta fretta? Chi può desiderare la morte di un bambino così dolce e così inerme come il nostro Gesù? E perché andare tanto lontano, nel paese della schiavitù ove noi ebrei non siamo ben visti?'. Certamente non può sfiorare la mente di nessun cristiano, tanto meno di una vera madre cristiana, che Maria potesse pensare neppure per un attimo di sfuggire al pericolo, separandosi da Gesù. Questa lezione ha un seguito. Non sappiamo per quanto tempo restarono Giuseppe, Maria e Gesù in Egitto, né quali disagi e tribolazioni abbiano sofferto, benché non appaia azzardato pensare che un lungo viaggio, per gran parte nel deserto, intrapreso con tanta fretta (ancorché l'ossequio dei Magi abbia alleviato la loro povertà), e la sosta in un paese sconosciuto di lingua differente, siano stati causa di non poche pene e sofferenze, oltre all'angoscia durata per più giorni per la minaccia incombente sulla vita del bambino. Tutto ciò accettato, superato, sopportato da Maria con amore materno, le insegna che è anche dolce soffrire con Gesù e per Gesù, senza che ciò diminuisca il travaglio che la sofferenza porta con sé. Maria dopo questi anni si sente maggiormente unita con Gesù, non solo come credente, bensì come 'discepola' che impara a unirsi con tutto il suo cuore, persona e affettività, a Gesù nella sofferenza. 

3. Maria ai piedi della croce

Penso sia legittimo vedere nella scena del Calvario il punto culminante della sofferenza di Maria. Qui il dolore agisce da maestro. Se consideriamo la sofferenza di Gesù, dobbiamo distinguere due momenti nei quali l’intensità del dolore è massima: all'orazione nell’Orto degli Ulivi e sulla croce. Da notare però questa diversità: lì la sofferenza di Gesù, che gli fa sudare sangue, é certamente massima a causa non di un dolore fisico, bensì morale, per la previsione di quanto gli accadrà; qui invece il dolore é prevalentemente fisico, ancorché le parole del Salmo 21 pronunziate da lui facciano intendere che é anche di ordine morale. Il dolore di Maria ai piedi della Croce é di ordine morale, cioè psicologico e affettivo. In questo senso la sofferenza della Madonna si deve situare al livello dell’agonia di Gesù nell’orto. Essa infatti non ha quel dolore fisico che è piombato sul corpo di Gesù e che forma parte del mistero redentore. Tuttavia il cuore di Maria viene dilacerato in tutte le sue fibre più intime e più sensibili. É una proprietà dell’essere umano infatti poter partecipare alle sofferenze fisiche della persona a cui si vuol bene, nonostante esse non tocchino neppure minimamente il nostro corpo. Ciò presuppone che fra l’amante e l'amato intercorra il misterioso, ma realissimo vincolo creato dall’amore. Quando esso é maggiormente intenso - e l’unione quindi più stretta -, qualunque colpo, qualsiasi ferita che l’amico riceve nel suo corpo, riecheggia nell’animo della persona che ama con tanta maggiore intensità, producendo dolore pari o più acerbo e straziante. Maria quindi accanto a Gesù crocifisso soffre una vera passione, come Madre amantissima, come credente in grado massimo e come chi occupa il primo posto tra coloro che imparano in maniera vissuta il mistero del dolore redentivo. La lezione che la Vergine Maria apprende lì, o meglio che lei da a tutti noi, é questa: il dolore di Gesù deve essere la nostra massima sofferenza. Diciamo lo stesso con altre parole: né il nostro dolore fisico, che può essere tanto intenso e tanto svariato, né il nostro dolore morale - causato dalla beffa, dal disprezzo, dal vilipendio degli altri -, deve contenere una portata così grande di sofferenza, un tasso tanto forte di amarezza, quanto quello che ci proviene dal dolore sofferto da Gesù. In paragone ad esso tutti gli altri nostri dolori devono impallidire e come indietreggiare a un secondo piano d’importanza. Per meglio far capire il senso di questa lezione che ci conduce alla cima di uno dei versanti del monte della perfezione cristiana, dobbiamo ricordare l’insegnamento di san Paolo riguardo al disegno di Dio Padre, nell’attuare i suoi piani di salvezza. L’Apostolo, nel capitolo ottavo della sua lettera ai Romani, ove parla della vita nello Spirito Santo e delle sofferenze «del momento presente, che non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi» (Rom 8, 18), ci fa salire al cielo, e introducendoci nella camera di consiglio della divina Maestà, ci svela i diversi gradi stabiliti dalla Sapienza divina per condurre alla glorificazione quanti entrano e collaborano al suo piano di salvezza. Orbene, tutti questi fortunati e beati, che sono stati predestinati, giustificati, glorificati, sono stati anche per primi chiamati secondo un preciso disegno. Ascoltiamo attentamente le parole con cui Paolo espone questo disegno divino: «Quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli» (Rm 8, 29). Da queste parole emerge nitidamente l’immagine del Figlio di Dio come ‘prototipo al quale tutti gli eletti devono conformarsi. Gesù é il capolavoro dell’amore del Padre, che ha voluto e ha saputo concentrare in lui ogni pienezza divina (Col 2, 9) e umana. Egli é il primogenito nel senso più pieno della parola, creatore, padrone del tempo e della storia, capo della Chiesa, principio e fine di tutto il creato. Dal ricchissimo contenuto di questo testo dobbiamo ricavare due principali insegnamenti. Questa ‘immagine’ in quanto uomo e in quanto salvatore é stata scolpita dal dolore. Se in ogni vita umana la sofferenza lascia, quando é profonda, la sua impronta indelebile e modella tutto l’intimo del cuore, così in Gesù essa ha stampato il suo sigillo e fatto unica la sua effigie. La configurazione quindi con il nostro modello impone a ognuno di non indurire il proprio cuore, ma permettere che esso sia configurato all’immagine del crocifisso. Possiamo asserire che quanto più profondamente le sofferenze di Gesù, e proprio per essere sue, lasciano il loro marchio di fuoco nell’intimo del nostro essere, maggiormente siamo assimilati a lui. Orbene Maria, in virtù della sua delicatissima sensibilità di madre e la sua perfetta prossimità e unione di sentimenti amorevoli, é colei che meglio ha configurato il suo cuore ai patimenti del suo Figlio Gesù. Non c’é dubbio che tra tutte le sofferenze che la Vergine Maria ha potuto avere in questa vita, quelle provenienti dal vedere morire Gesù e morire in croce siano state le più intense e profonde. E se ogni cristiano, come fece Paolo, deve completare nella propria carne «quello che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che é la Chiesa» (Col 1, 24), Maria ai piedi della croce lo fa come ‘prima discepola’ e come egregia maestra. Ai patimenti di Cristo non manca nulla, in quanto egli é modello, e tuttavia si può dire che manchi qualcosa, in quanto dobbiamo configurarci a lui nella sofferenza e fare nostra la sua sofferenza. Cosi il Cristo completo, il capo e le membra, raggiungeranno la pienezza, la somiglianza arricchente di avere - ambedue i termini - la stessa effige e la medesima figura. Così possiamo asserire che la Vergine Maria impara in maniera vissuta la lezione del dolore. Dalla presentazione al tempio fino alla croce, dove muore il Servo sofferente di Jahvé, ha fatto progressi nell’amore verso suo Figlio. Il preannunzio di Simeone, che una spada trafiggerà l’anima di lei, fa consapevole Maria del bisogno di avere un cuore puro e infiammato di amore per Gesù, affinché gli insegnamenti, la vita e le sofferenze di colui che é modello da riprodurre, non diventino pietra d’inciampo, bensì causa di risurrezione. La persecuzione, la fuga, l’esilio e quanto esso comporta di sofferenza, hanno accresciuto in Maria l’amore unitivo con Gesù e l’hanno preparata perché in maniera perfetta conformasse tutto il suo essere all’immagine del Figlio, quale servo dolente e redentore, sicché la fonte più profonda delle sofferenze di Maria é stata la stessa da cui Gesù ha attinto i suoi dolori. Cosi la Madonna, provata nel crogiuolo della sofferenza, risplende come oro purissimo e riproduce nitidamente l'immagine del Figlio nella sua sofferenza, che sarà completata in seguito con perfezione insuperabile.

 

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Inserito Lunedi 1 Marzo 2021, alle ore 11:36:42 da latheotokos
 
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