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  Maria, madre e vergine nella vita della Chiesa 
ChiesaDal libro di José Christo Rey Garcìa Parades, Maria nella Comunità del Regno. Sintesi di Mariologia, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1997, pp. 314-322.

«D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata» (Lc 1,48). Queste parole profetiche manifestano una grande audacia. Sono parole che non sono rimaste lì, nel testo evangelico, come una profezia incompiuta. Venti secoli di storia manifestano la loro verità. Maria è stata onorata e venerata da migliaia e migliaia di credenti nel corso del tempo e non ci sono sintomi che tale venerazione stia per finire. É chiaro che 1'accoglienza che è stata data a Maria nella nostra storia, fa parte della sua verità, della sua identità. Non solo il discepolo amato la accolse tra le sue cose. Anche la Chiesa, che il discepolo amato rappresentava, ha accolto Maria come sua in modo irrinunciabile, come il suo prototipo, il suo modello. E per questo la Chiesa ha contemplato Maria, ha pensato a lei, l'ha venerata e le ha reso culto.

1. Le due madri: Maria e la Chiesa

«Maria è per la Chiesa un "modello perenne"» (RM 42). In Maria la Chiesa scopre se stessa; trova la propria verità. Come Maria, «anche la Chiesa è chiamata madre e vergine» (LG 63; RM, 42). Questi due nomi hanno una «profonda giustificazione biblica e teologica» (RM 42). Meditiamo in primo luogo sulla maternità. Gesù disse ai suoi discepoli che egli era la vita e loro i tralci. Assieme formano una vigna che fa molto frutto, che rimane in eterno (cf Gv 15,5). Partendo dall'immagine della vigna e da luoghi paralleli della Scrittura, i cristiani ebbero presto la convinzione che la Chiesa è una sposa che, unita a Cristo, è la madre degli uomini per la vita eterna, «la Gerusalemme di lassù, la nostra madre» (Gal 4,26). La madre non suscita la vita come un artista fabbrica un oggetto esterno a se stesso; il bambino nasce dalla sostanza vivente di sua madre. Per essere madre, la Chiesa ha bisogno di viscere materne, che le permettano di concepire, di portare avanti la gestazione e di dare alla luce nella fede. E ha bisogno dell'altra forza che la rende feconda. Questa forza è la parola e lo Spirito. La fede nasce solo dalla parola e dallo Spirito, o dalla parola vivificata dallo Spirito. «Lo Spirito rende propria, personalizza, interiorizza la parola perche possa germinare nel cuore stesso dell'uomo»1. Per essere madre, la Chiesa deve custodire e meditare nel suo cuore la parola, animata dallo Spirito. La Chiesa concepisce solo grazie alla forza della parola e per opera dello Spirito. La Chiesa «si fa anche madre mediante della parola di Dio accettata con fedeltà» (LG 63). «Per mezzo della predicazione e del battesimo, la Chiesa genera alla vita nuova e immortale i figli concepiti dallo Spirito Santo e nati da Dio» (LG 64). Il battesimo è il grande sacramento della maternità della Chiesa. L'acqua battesimale e la parola creatrice di Dio, sono i simboli delta sua fecondità. Per mezzo della parola e dello Spirito, Dio Padre genera i suoi figli. Ma li genera nella Chiesa madre. Quando la parola è creduta, lo Spirito manifesta la sua forza. E lì nasce un credente, un figlio della Chiesa. Il «discepolo amato» riceverà lo Spirito, emanato dal seno del Messia, solo «quando diventa figlio della "donna", che è, al tempo stesso, Maria e la Chiesa. Per ricevere lo Spirito di Gesù, bisogna essere figlio di Maria, figlio della Chiesa» (I. de la Potterie). L'affinità tra la Chiesa-madre e Maria-madre è chiara. «Si può affermare che la Chiesa impara da Maria anche la propria maternità; riconosce la dimensione materna della sua vocazione, unita essenzialmente alla sua natura sacramentale. Se la Chiesa è segno e strumento dell'unione intima con Dio, lo è per la sua maternità, perché, vivificata dallo Spirito, "genera" figli e figlie della famiglia umana ad una vita nuova in Cristo. Perché, nello stesso modo in cui Maria è al servizio del mistero dell'incarnazione, così la Chiesa rimane al servizio del mistero dell'adozione come figli per mezzo della grazia». (RM 43). L'affinità tra la Chiesa-madre e la Vergine-madre è tale che i Padri mettevano in rapporto il fonte battesimale con il seno verginale di Maria: «Per ogni uomo che rinasce, l'acqua battesimale è un'immagine del seno verginale: lo stesso Spirito Santo che fecondò la Vergine, feconda anche nel fonte battesimale»2. La Chiesa impara da Maria ad essere madre. Maria fu l'origine della natura umana del Redentore, non solo, dal suo corpo, ma ancor più dal suo spirito; Maria generò suo figlio in un illimitato «» alla proposta di Dio, con una disponibilità senza limiti alla volontà di Dio, con un amore senza frontiere. Maria, in quanto immacolata, poté offrire a Dio un «si» totalmente innocente, senza alcuna ombra di peccato o di vacillamento. Più tardi, la fede di Maria-discepola di Gesù, dopo la prova della croce, diventa fede materna, fede di madre del «discepolo». La Chiesa riconosce in Maria la sua immagine più perfetta. Come lei vuole dire un «» totale alla parola. Come lei genera figli per la predicazione e il battesimo non tanto esercitando una funzione, quanto vivendo in un atteggiamento mistico di unione d'amore con Dio Padre. La Chiesa sa che sarà tanto più feconda quanto più sarà unita a Gesù e al suo Spirito. A partire da questa funzione la Chiesa evangelizza. «Nell'evangelizzazione non esiste la fecondazione in vitro. Si impara a credere convivendo, ascoltando, condividendo»3. La Chiesa evange1izza non solo con la sua azione, ma soprattutto con la sua irradiazione. Irradiare è il suo primo apostolato. É madre feconda quando «vive nello Spirito». É madre, soprattutto, per il suo stile di vita, come Maria.

2. Le due vergini: Maria e la Chiesa

«Al tempo stesso, ad esempio di Maria, la Chiesa è la vergine fedele al proprio sposo: "Anche lei è vergine che custodisce in modo puro ed integro la fede promessa allo Sposo" (LG 64)» (RM 43). La Chiesa è la sposa di Cristo (Ef 5,21-33; 2 Cor 11,2), "la sposa dell'agnello" (Ap 21,9). La Chiesa sposa è indissolubilmente unita a Gesù, suo sposo. Gesù fece con lei un'alleanza eterna, alleanza che sigillò col suo sangue, con la donazione totale del suo corpo. La Chiesa, da parte sua, deve ricambiare il suo sposo con una fedeltà totale. É chiamata ad essere la sposa fedele. La fedeltà e il fondamento di ogni alleanza matrimoniale. La fedeltà è anche il segno della donazione totale a Dio nel celibato per il Regno dei cieli, ovvero della verginità consacrata a Dio (RM 43). Gesù è lo sposo vergine che, indissolubilmente unito alla sua sposa, la Chiesa, le chiede fedeltà verginale. Questo voleva significare Paolo alla Chiesa di Corinto quando diceva: «Io provo infatti per voi una specie di gelosia divina, avendovi promessi ad un unico sposo, per presentarvi quale vergine casta a Cristo» (2 Cor 11,2). La Chiesa conserva la sua verginità quando non fa alleanze con «altri signori» e non ascolta il richiamo di non pochi idoli che tentano di sedurla. La fedeltà della Chiesa-sposa, nella sua condizione pellegrinante, è sottomessa alla storia della sua debole libertà. La Chiesa non si vanta della sua fedeltà al Signore. É attenta per non cadere nell'infedeltà che la minaccia costantemente. I Padri riconobbero, soprattutto a partire da sant'Agostino, che l'assoluta fedeltà della Chiesa non sarà una realtà raggiunta in questo mondo. La dialettica tra la Chiesa pura e senza macchia e gli uomini, le comunità e le istituzioni che la formano, non sarà superata fino alla piena e definitiva manifestazione della grazia. La Chiesa è frequentemente sposa infedele nei suoi figli. Vale la pena di rievocare qui un prezioso ed inquietante testo di sant'Agostino: «La Santa Chiesa siamo noi. Onoriamola come la vera sposa di quello sposo. E che dico? Grande e singolare è la benevolenza dello sposo; ha trovato una prostituta e ha fatto di lei una vergine. Essa non negherà che era prostituta, per dimenticare la misericordia del liberatore. E come potrebbe non essere stata prostituta essa, che correva dietro agli idoli e ai demoni? In tutti c'era fornicazione del cuore; in alcuni, della carne; ma in tutti, del cuore. E Cristo venne e la trasformò in vergine. Nella carne, la Chiesa ha poche vergini consacrate; nella fede, deve avere tutti come vergini, tanto gli uomini come le donne. La Chiesa è, dunque, vergine; è vergine e deve essere vergine. Si guardi dal Seduttore, per non trovare in lui il corruttore»4. Lo stesso Concilio Vaticano II insiste su questa prospettiva quando afferma: «Nella debolezza della carne può venir meno la Chiesa nella fedeltà assoluta come sposa del Signore, senza l'aiuto della grazia» (LG 9). E altrove: «Anche se la Chiesa per mezzo della virtù dello Spirito Santo si è mantenuta come sposa fedele del suo Signore e non ha mai smesso di essere segno di salvezza nel mondo, essa sa bene, tuttavia, che non sempre, nel corso della sua lunga storia, tutti i suoi membri, chierici o laici, furono fedeli allo Spirito di Dio. La Chiesa sa anche che ancora oggi è molta la fragilità umana dei messaggeri ai quali è affidato il Vangelo» (GS 43). La Chiesa impara da Maria ad essere vergine fedele all'unico sposo. La Redemptoris Mater afferma che il «consenso di Maria alla maternità è soprattutto frutto della donazione totale a Dio nella verginità» (RM 39). Verginità è la parola che esprime il dono totale, di anima e corpo, a Dio. «Nel vero amore - diceva Nietzsche - l'anima avvolge il corpo». La verginità è l'amore totale della persona a Dio che rapisce nella sua estasi il corpo stesso. In questo senso, l'enciclica continua dicendo: «Maria accettò di essere scelta come madre del Figlio di Dio guidata dall'amore sponsale che "consacra" totalmente una persona umana a Dio. In virtù di questo amore Maria desiderava essere sempre e in tutto "donata a Dio", vivendo la verginità» (RM 39). La Chiesa è vergine, come Maria, quando presta il suo consenso totale alla parola, quando si dona senza riserve al Signore, come sua serva, quando il suo amore per Dio, che si radica nel cuore, avvolge tutto il suo corpo, quando conserva verginalmente la fede integra (LG 64).

3. La chiesa madre e vergine con la cooperazione di Maria

Maria non è unicamente il modello, la figura della Chiesa. E molto di più! «La maternità della Chiesa si porta a compimento non solo secondo il modello e la figura della madre di Dio, ma anche con la sua "cooperazione"» (RM 44). Durante il Concilio, Paolo VI proclamò solennemente che «Maria è Madre della Chiesa», vale a dire, madre di tutto il popolo di Dio. Nel «Credo del popolo di Dio» (1968) confessò: «Crediamo che la santissima madre di Dio, nuova Eva, madre della Chiesa, continua nel cielo la sua missione materna verso le membra di Cristo, cooperando alla nascita e allo sviluppo della vita divina nell'anima dei redenti» (cf RM 47). Questa cooperazione di Maria, che fa che la Chiesa sia se stessa, è la sua mediazione materna, il suo amore materno con il quale coopera alla generazione e all'educazione dei figli della madre Chiesa (RM 44). É una maternità che «implora il dono dello Spirito Santo, che suscita i nuovi figli di Dio, redenti mediante il sacrificio di Cristo: quello Spirito che, con la Chiesa, anche Maria ha ricevuto nel giorno di Pentecoste» (RM 44). Senza smettere di essere Chiesa, Maria esercita in essa una funzione nella sua permanente ecclesiogenesi. Là dove la Chiesa ha origine, lì appare carismaticamente la sua presenza misteriosa, materna. Questa è la testimonianza dei credenti, delle comunità, delle singole chiese. Maria fa parte, in un modo straordinario, di quella Chiesa che collabora con Cristo nella sua permanente rigenerazione.

4. L'affidamento filiale a Maria

Alle parole di Gesù: «Donna, ecco il tuo figlio», corrispondono le parole di Gesù al discepolo: «Ecco la tua madre». Se il dovere della madre è preoccuparsi del figlio, il dovere del figlio è accogliere la madre e renderla parte integrante del proprio mondo. La maternità si stabilisce in modo totalmente unico tra la madre e il figlio. Un'autentica madre lo è in modo diverso con ognuno dei suoi figli. Chiama ognuno con il suo nome. A ognuno si dona totalmente, ma in modo diverso. «É essenziale alla maternità il riferimento alla persona. La maternità determina sempre un rapporto unico e irripetibile tra due persone: quello della madre con il figlio e quello del figlio con la madre. Anche quando una stessa donna è madre di molti figli, il suo rapporto personale con ognuno di essi caratterizza la maternità nella sua stessa essenza; Ogni figlio è generato in un modo unico e irripetibile e questo vale tanto per la madre come per il figlio. Ogni figlio è avvolto allo stesso modo da quell'amore materno sul quale si basa la sua formazione e maturazione nell'umiltà» (RM 45). Questa riflessione serve per capire l'unica e irripetibile relazione che si stabilisce e si deve stabilire tra Maria-madre e ognuno dei credenti. L'analogia tra Ia maternità fisica e la maternità spirituale è giustamente valida. Perché Maria è affidata come madre non a tutti i discepoli in generale, ma solo «al discepolo amato»? L'enciclica Redemptoris Mater risponde: «In questa luce diventa più comprensibile il fatto che, nel testamento di Cristo sul Golgota, la nuova maternità di sua madre sia stata espressa al singolare, riferendosi ad un uomo». (RM 45). Pertanto, con ognuno dei credenti, Maria ha un rapporto materno del tutto peculiare. Ogni credente riceve da Cristo redentore il dono di Maria-madre, «Un dono che Cristo stesso fa personalmente ad ogni uomo» (RM 45). Migliaia e migliaia di testimonianze dei cristiani attraverso il tempo e lo spazio rivelano che Maria esercita questa funzione materna con dedicazione e sollecitudine straordinarie. Alla Madre che ci è stata affidata come un dono, dobbiamo rispondere. Maria deve essere accolta come madre e ognuno dei credenti deve sentirsi figlio suo. Il figlio deve rapportarsi intimamente con la madre, affidarsi a lei. «Il dono di sé è la risposta all'amore di una persona e, concretamente, all'amore della madre» (RM 45). L'atteggiamento del discepolo amato, che si dona a Maria, deve trovare continuità nella Chiesa in quanto comunità e in ognuno dei credenti. «Donandosi filialmente a Maria, il cristiano "accoglie tra le sue cose" la madre di Cristo e la introduce in tutto lo spazio della sua vita interiore, vale a dire, nel suo "io" umano e cristiano» (RM 45). L'enciclica Redemptoris Mater non parla della consacrazione a Maria. Preferisce l'altra espressione, molto più comprensibile e fondata nella parola di Dio, di affidamento, «affidamento filiale»5. Chi si affida a Maria si accorge che ella lo rimanda immediatamente a Gesù: «Fate quello che egli vi dirà». Gesù è per Maria «la via, la verità e la vita», è l'inviato dal Padre. Maria sa di essere la sua «schiava» e «serva». Maria conduce i suoi figli a scoprire le «imperscrutabili ricchezze di Cristo» (Ef 3,8). Maria, madre-sposa-vergine, è per la Chiesa e per ognuno dei cristiani il modello, I'immagine di ciò che sono chiamati ad essere. Come diceva Paolo VI: «La Chiesa trova in Maria la più autentica forma della perfetta imitazione di Cristo» (Discorso del 21 novembre 1964). La verità su Maria coincide con la verità sulla Chiesa. L'ortodossia mariana è ortodossia ecclesiologica e viceversa. Ogni credente conoscerà meglio il progetto di Dio su di lui contemplando Maria, rapportandosi a lei, accogliendo la sua maternità spirituale. Quando manca Maria nella propria esperienza spirituale, qualcosa di sintomatico sta mancando. Maria non è tutto, ma è il simbolo della totalità. Davanti a lei, gli sposi cristiani imparano il mistero del matrimonio. Davanti a lei, le persone consacrate capiscono il mistero e il valore della verginità, della povertà e dell'obbedienza. Davanti a lei, i ministri ordinati colgono come l'annuncio della fede senza una profonda esperienza interiore della fede e parola esteriore, sprovvista della forza spirituale. Se la Chiesa non capisse Maria, denuncerebbe di non capire se stessa. Se la Chiesa non venerasse Maria, indicherebbe con questo di non capire il proprio valore e di non riconoscere il dono di Dio. In Maria e attraverso di lei, la Chiesa deve tornare a chiedersi: «Che cosa significa essere donna? Qual è la funzione della donna nell'economia della salvezza?». Il riconoscimento di Maria nella Chiesa non è falsato quando si riconosce allo stesso modo la funzione della donna credente in essa. Qualsiasi donna credente ha la vocazione, come Maria, ad essere una nuova Eva, madre dei viventi, dei credenti. Non bisogna dimenticare che Gesù, secondo il quarto evangelista, si rivolse a sua madre chiamandola «Donna!», come alla samaritana, come a Maria Maddalena. La verità su Maria che non sia al tempo stesso verità sulla donna, infatti, è una verità dimezzata.

NOTE
1 R. BLAZQUEZ, «La mujer consagrada: ungida pot el Espiritu», in Maria en la Vida Religiosa, Publicaciones Claretianas, Madrid 1968, p. 78.
2 S. LEONE MAGNO, Sermo 24,3: PL 54, 201 A.
3 R. BLAZQUEZ, art. cit., p. 89.
4 SANT'AGOSTINO, Sermo 113, 7.
5  Cf AA. Vv., L'affidamento a Maria, LAS, Roma 1984; specialmente il capitolo di D. Bertetto: «Consacrazione e affidamento. Senso ed esigenze dell'affidamento a Maria», in op. cit., p. 75-100.

 

Inserito Lunedi 24 Maggio 2021, alle ore 9:19:14 da latheotokos
 
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DOTTORE IN S. TEOLOGIA CON SPECIALIZZAZIONE IN MARIOLOGIA
DOCENTE ALL'ISSR "SAN LUCA" DI CATANIA

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