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  Maria, la prima fra i "Testimoni" dell'amore di Gesù Cristo 
Mariologia

Di Luigi Gambero in AA. VV., Maria Testimone e Serva di Dio-Amore, Centro di Cultura Mariana "Madre della Chiesa", Roma 2007,  pp. 99-124.



Il titolo porta a sviluppare un soggetto che ha sempre avuto un carattere di perenne attualità. Si tratta dell’impegno nella testimonianza cristiana, ossia di un modo di parlare, di comportarsi e di operare che rientra nel fenomeno della comunicazione tra persone e che, come tale, conserva sempre la sua importanza e dimostra di possedere un’efficacia particolare quando si devono trasmettere dei valori fondamentali per la vita umana e per l’impegno religioso. La testimonianza consiste nel tentativo di convincere altri che certi valori essenziali rientrano nelle possibilità dell’essere e dell’agire umano, perché altre persone come noi ne hanno fatto con successo la meta ideale della loro esistenza, ottenendo risultati gratificanti che hanno dato un senso altamente valido alla loro vita e al loro operare quotidiano. Testimoni sono chiamate quelle persone che incarnano nella loro vita un simile impegno e che per rispettarlo sono disposte a pagare un certo prezzo, che talora potrebbe diventare molto alto, fino al sacrificio totale della vita. Sono quelle persone che noi consideriamo i testimoni per eccellenza, i martiri, i quali continuano ad illustrare la Chiesa anche ai giorni nostri.

1. CRISTO TESTIMONE FEDELE DEL PADRE

Il Signore Gesù, con la sua incarnazione e la sua vita perfetta sul piano della moralità e della santità, ha testimoniato quei valori esistenziali ai quali sono chiamate tutte le creature umane per un’autentica realizzazione della loro persona. Egli stesso ha praticato questi valori in termini unici e mirabili, per indicare a noi che la loro accettazione e la loro messa in pratica costituiscono l’unica via che conduce alla salvezza eterna. Detti valori possono essere sintetizzati in una breve affermazione: conoscere e amare quel Dio, grazie al cui amore preventivo noi “viviamo, ci muoviamo ed esistiamo”(At 17, 28), per usare le parole con cui San Paolo cercava di evangelizzare i filosofi dell’Areopago di Atene. L’amore di Dio per noi è infinito e si è manifestato nel dono più grande che egli poteva farci: ci ha dato ciò che aveva di più caro, suo Figlio: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, affinché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv 3, 16-17). Cristo è venuto ed ha reso una testimonianza stupenda all’amore del Padre celeste, insegnandoci che questo Padre, del quale egli è Figlio per assoluta uguaglianza di natura, è anche nostro Padre per grazia e adozione. Durante la vita che ha condotto con noi su questa terra, ci ha indicato con il suo esempio quale rapporto i figli debbono coltivare nei confronti di questo Padre: fede, obbedienza, amore, fiducia e abbandono filiale. In altre parole: Cristo si presenta come il modello archetipo della vita cristiana perché con la sua parola, il suo insegnamento e la gestualità della sua condotta ha definito perfettamente il tipo di relazione che il credente è chiamato ad impostare con il Padre celeste. Da qui prende forza la sua testimonianza, che ben chiarisce il motivo per il quale l’autore dell’Apocalisse definisce Gesù oJ mavrtu~ oJ pistov~ (Ap 1, 5), il testimone fedele. Egli stesso si è presentato come il testimone per eccellenza, perché ha rivendicato davanti al governatore romano Ponzio Pilato l’obiettivo fondamentale della sua missione terrena, obiettivo che è stato quello di testimoniare la verità: «Sono venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità» (Gv 18, 37). Rendere testimonianza alla verità non significa altro che schierarsi dalla parte di Dio, che è la verità ipostatizzata. Per Gesù questo compito ha comportato che egli prendesse in mano le cose riguardanti il Padre suo, come disse ai suoi genitori quando lo ritrovarono dopo tre giorni nel tempio di Gerusalemme: «Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Lc 2, 49). Per testimoniare la verità non poteva prescindere dal riferirsi al mistero della sua origine divina che è la generazione eterna dal Padre celeste, poiché solo da Dio traggono inizio e consistenza tutte le realtà create e solo Dio ne scruta la natura profonda.

2. IL VERBO INCARNATO È L’AMORE DI DIO PER NOI

Su questa stupefacente verità Benedetto XVI riflette profondamente nella Deus caritas est, quando scrive: «La vera novità del Nuovo Testamento non sta in nuove idee, ma nella figura stessa di Cristo, che dà carne e sangue ai concetti, un realismo inaudito. Già nell’Antico Testamento la novità biblica non consiste semplicemente in nozioni astratte, ma nell’agire imprevedibile e in certo senso inaudito di Dio. Questo agire di Dio acquista ora la sua forma drammatica nel fatto che, in Gesù Cristo, Dio stesso insegue la “pecorella smarrita”, l’umanità sofferente e perduta».1 Il Pontefice richiama le parabole della misericordia, raccolte da Luca nel suo Vangelo, e si sofferma sull’evento della passione e morte del Redentore nel quale l’amore e la misericordia di Dio prorompono dall’esperienza di un’incredibile sofferenza umana da lui ricercata e patita: «Nella sua morte in croce si compie quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale egli si dona per rialzare l’uomo e salvarlo; amore questo nella sua forma più radicale. Lo sguardo rivolto al fianco squarciato di Cristo, di cui parla Giovanni (cf. Gv 19, 37), comprende ciò che è stato il punto di partenza di questa lettera enciclica: Deus caritas est (1 Gv 4, 8). È lì che questa verità può esser contemplata. E partendo da lì, deve ora definirsi che cos’è l’amore. A partire da questo sguardo il cristiano trova la strada del suo vivere e del suo amare».2 Sicuramente la passione e la morte sono il momento della vita di Cristo in cui il suo amore per gli uomini acquista la massima credibilità, e dimostra eloquentemente la verità della sua parola: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 13). L’offerta della propria vita è nello stesso tempo il massimo dono dell’amore e la testimonianza che più di tutte tocca il cuore di chi ne diventa il beneficiario.

3. I TESTIMONI DELL’AMORE DI CRISTO

Con il dono della sua vita Gesù, anche come uomo, si è acquistato il diritto di essere amato da tutti coloro per i quali è morto, e si comprende allora perché ha voluto dare il comandamento dell’amore a tutti i suoi discepoli presenti e futuri. L’enciclica Deus caritas est lo spiega con profondo acume: «Il comandamento dell’amore diventa possibile solo perché non è unicamente un’esigenza: l’amore può essere comandato perché prima è donato».3 Quanti milioni di creature umane si sono succedute sullo scenario della storia e si sono sentite letteralmente sconvolte dalla grandezza ineffabile del dono che il Redentore ci ha fatto della propria vita! Anzi hanno capito che, al di là dell’amore come comandamento, nasce dal cuore dell’uomo un bisogno di generosità e di contraccambio che spinge verso l’autore del dono e l’amore stesso diventa l’unica moneta, quella più adeguata, per pagare quanto si è ricevuto. I santi, canonizzati o meno, sono quegli esseri umani che hanno ripagato il loro Signore e salvatore con la moneta della vedova del vangelo che aveva offerto due spiccioli al tesoro del tempio. Potremmo immaginare che Gesù si rivolga ancora a noi e, indicando i santi, ripeta le parole pronunciate allora a proposito di quella povera vedova, e dica che i santi hanno dato tutto quello che avevano (cf. Mc 12, 44; Lc 21, 4). La vita intera, che essi hanno consacrato a Cristo, vale alla medesima stregua dei due spiccioli che la vedova ha versato nel tesoro del tempio; due spiccioli che diventano preziosissimi perché in essi i santi hanno messo tutto se stessi per testimoniare che Gesù merita il nostro amore totale e che i fratelli devono pure essere da noi amati, dal momento che il Signore stesso li ama. Si tratta di quella testimonianza d’amore che Gesù esige dai suoi discepoli affinché possano essere assimilati a lui: «Vi do un comandamento nuovo: Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato» (Gv 13, 34). Sant’Agostino interpreta la novità di questo comandamento non solo nell’amore in quanto tale, ma nella sua modalità, vale a dire: dobbiamo amarci come Cristo medesimo ci ha amato e continua ad amarci.4

4. LA TESTIMONIANZA DEI SANTI

Benedetto XVI invita a guardare all’esempio dei santi. Sono cristiani che hanno messo in pratica in maniera eroica il precetto divino della carità, e non li indica genericamente, bensì ne nomina alcuni in particolare, che vissero in tempi diversi e affrontarono situazioni differenti nelle quali cercarono di aprire il loro cuore agli altri e specialmente alle persone che si trovavano nel bisogno o nell’indigenza. Dalla chiesa dei Padri secerne il nome di Martino di Tours († 397), soldato romano convertitosi al cristianesimo e vissuto nel periodo aureo dell’età patristica. Il Papa così giustifica la sua scelta: «Quasi come un’icona, egli mostra il valore insostituibile della testimonianza individuale della carità. Alle porte di Amiens, Martino fa a metà del suo mantello con un povero. Gesù stesso, nella notte, gli appare in sogno rivestito di quel mantello, per confermare la perenne validità della parola evangelica: “Ero nudo e mi avete vestito… Ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”(Mt 25, 36 e 40)».5 Appaiono dunque chiari i motivi per cui Benedetto XVI ha voluto citare questo esempio. Martino era diventato una figura emblematica nella Chiesa, dal IV secolo in poi, grazie al suo impegno eroico ed instancabile al servizio della sua comunità cristiana di Tours, in qualità di vescovo. La fama della sua santità si era sparsa in tutto il mondo cristiano e, dopo la sua morte, il suo sepolcro era diventato meta di continui pellegrinaggi.6 Gli scrittori che si occuparono di lui ne hanno celebrato i meriti in termini di incondizionata ammirazione e di grande entusiasmo. La sua straordinaria lezione di carità cristiana e di santità pastorale è facilmente leggibile anche ai nostri giorni, perché è di marca squisitamente evangelica. Un povero sconosciuto che chiede un vestito ad un soldato romano, ha tutta l’aria di nascondere sotto le sue misere sembianze un personaggio misterioso, che si era avvicinato a Martino con intenzioni ben precise. Cristo si era identificato con il povero per presentarsi a Martino e rivolgergli quell’invito personale che ottenne una risposta pronta e totale. Così la testimonianza del soldato convertito a Cristo e divenuto in seguito pastore della chiesa di Tours, si diffuse in tutta la cristianità e fu interpretata come un esempio paradigmatico di pratica eroica della carità evangelica. Il richiamo della sua tomba a Tours dimostra la forza irresistibile della sua testimonianza d’amore cristiano. Benedetto XVI avrebbe potuto agevolmente introdurre innumerevoli altri fatti riferiti a santi, giacché non vi è santo che non abbia praticato in grado eroico la virtù suprema della carità verso Dio e verso il prossimo. Si è limitato a fare una lunga lista di nomi, a cominciare dagli antichi monaci, molto impegnati nella pratica della carità, dei quali leggiamo nell’enciclica: «Essi avvertivano l’esigenza impellente di trasformare in servizio del prossimo, oltre che di Dio, tutta la propria vita. Si spiegano così le grandi strutture di accoglienza, di ricovero e di cura sorte accanto ai monasteri».7 In seguito, quanti altri Ordini e Congregazioni religiose maschili e femminili hanno seguito il loro esempio e continuano a farlo tutt’oggi. Nell’enciclica seguono i nomi di vari santi, dal medievale Francesco d’Assisi alla contemporanea beata Teresa di Calcutta: «Essi rimangono modelli insigni di carità sociale per tutti gli uomini di buona volontà. I santi sono i veri portatori di luce all’interno della storia, perché sono uomini e donne di fede, di speranza e di amore».8 Il caso personale di Madre Teresa di Calcutta offre al Santo Padre l’occasione per fare un rilievo pertinente sulla pratica della carità cristiana. Scrive: «La beata Teresa di Calcutta è un esempio molto evidente del fatto che il tempo dedicato a Dio nella preghiera non solo non nuoce all’efficacia ed all’operosità dell’amore verso il prossimo, ma in realtà ne è l’inesauribile sorgente».9 A conferma di questa considerazione, Benedetto XVI cita un passo preso da uno scritto nel quale Madre Teresa così esortava i suoi collaboratori laici: «Noi abbiamo bisogno di un intimo legame con Dio nella nostra vita quotidiana. E come possiamo ottenerlo? Attraverso la preghiera».10 La vita e l’attività meravigliosa di Madre Teresa sono una dimostrazione indiscutibile di quel legame tra preghiera e azione o, se vogliamo, tra vita contemplativa e vita attiva che la spiritualità cristiana ha sempre difeso e proposto come valore evangelico ai credenti di tutte le generazioni, a partire dai primissimi secoli della Chiesa. Alcuni Padri vedevano nelle sorelle di Lazzaro, Marta e Maria, amiche di Gesù, i modelli di questi due atteggiamenti esistenziali di vita cristiana, attribuendo alla prima l’esemplarità della vita attiva e alla seconda quella della vita contemplativa. Sappiamo che Gesù, nell’incontro avuto con le due sorelle a Betania, ha espresso una lode preferenziale per la vita contemplativa; comunque la tradizione della Chiesa le valorizza ambedue, da quando gli autori ecclesiastici hanno incominciato a proporre la Vergine Maria come modello che sintetizza nella propria vita le due condizioni di donna contemplativa e donna attiva.

5. LA VERGINE SANTISSIMA MODELLO DI AMORE

Dopo aver proposto la testimonianza eroica che i santi hanno dato nella pratica della carità cristiana, Benedetto XVI riconosce che l’esempio culminante nella pratica dell’amore verso Dio e verso il prossimo ci è offerto dalla Madre di Dio: «Tra i santi eccelle Maria, Madre del Signore e specchio di ogni santità».11 Il Sommo Pontefice si documenta con i testi della Scrittura che, pur nella loro sobrietà, diventano molto efficaci per il carattere ispirato che li qualifica. I testi in questione provengono dai vangeli di Luca e di Giovanni e sono esattamente quelli riguardanti l’annuncio dell’angelo, la visita di Maria alla cugina Elisabetta, le nozze di Cana e la presenza di Maria ai piedi della croce. Si potrebbe pensare che si tratti di testi evangelici scontati, dal momento che sono abitualmente citati nel discorso mariologico; tuttavia avvolti per così dire dal carisma del magistero ecclesiale, essi assumono una luminosità particolare per la vita di fede dei cristiani e una forte dimensione etica capace di spingere i credenti all’ammirazione, alla convinzione e all’imitazione. Accanto a Gesù, la Madre sua si presenta come un modello subarchetipo nel quale l’ideale dell’amore cristiano diventa convincente e più facile da imitare.

5.1. Il racconto dell’annuncio dell’angelo
Nel vangelo dell’Annunciazione la Deus caritas est coglie degli elementi che rendono estremamente eloquente la testimonianza della Madre di Dio. Scrive Benedetto XVI: «Maria è grande proprio perché non vuole rendere grande se stessa, ma Dio. Ella è umile: non vuole essere nient’altro che l’ancella del Signore (cf. Lc 1, 38, 48). Ella sa di contribuire alla salvezza del mondo non compiendo una sua opera, ma solo mettendosi a disposizione delle iniziative di Dio. È una donna di speranza: solo perché crede alle promesse di Dio e attende la salvezza d’Israele, l’angelo può venire da lei e chiamarla al servizio decisivo di queste promesse. Ella è una donna di fede: “Beata sei tu che hai creduto”, le dice Elisabetta (cf. Lc 1, 45)».12 Il Papa attira giustamente l’attenzione sulle disposizioni interiori fondamentali che hanno fatto di Maria la persona più adatta a collaborare con Dio nell’attuazione del suo progetto soteriologico a favore del genere umano. Sicuramente, prima dell’Annunciazione, Maria era ritenuta dai suoi parenti e conoscenti una brava ragazza qualsiasi e lei stessa ignorava le ricchezze meravigliose che ornavano la sua anima, dovute alla benevolenza ineffabile del Signore nei suoi riguardi, ma è proprio a causa di questo tesoro che ella portava nascostamente nella sua anima che l’angelo Gabriele fu inviato a lei: per la sua semplice ma totale disponibilità a compiere il volere supremo di Dio; una disponibilità sorretta dalla volontà di servire il Signore in qualità di umile serva. L’umiltà la spingeva a cercare unicamente la gloria di Dio, mettendo da parte se stessa. San Bernardo di Chiaravalle († 1153), il quale già non risparmiava le lodi alle virtù e alle disposizioni interiori di Maria, rimaneva addirittura affascinato davanti alla sua umiltà, che egli esaltava più ancora che non la sua verginità. Parlando delle virtù cristiane, scriveva a proposito della testimonianza che la Vergine ha dato nella pratica della sua vita: «Essendo umile e vergine, è detto che il Signore guardò non alla verginità, bensì alla sua umiltà (cf. Lc 1, 48)».13 Su questo punto Bernardo aggiunge dichiarazioni ardite che non mancano di suscitare una certa sorpresa, come quando scrive: «Oso dire che senza l’umiltà neppure la verginità sarebbe piaciuta (a Dio)».14 Conosciamo la famosa frase con cui Bernardo in termini plastici presenta l’umiltà di Maria: «Si placuit ex virginitate, tamen ex humilitate concepit».15 Il grande monaco cistercense e dottore della Chiesa abbina le due virtù, verginità e umiltà, ma fa capire che la verginità di Maria, da sola, non sarebbe bastata ad indurre Dio a fare la scelta di lei. L’umiltà è una virtù basilare nella vita spirituale del cristiano, perché lo aiuta a trovare la posizione giusta davanti a Dio. L’umiltà è la sua vera posizione di fronte a Colui al quale egli tutto deve. Per questo umiltà e verità procedono in sintonia e inoltre lasciano trasparire una mirabile forza di testimonianza, giacché mettono di fronte a noi una persona nella sua autenticità, ce la fanno conoscere per quello che veramente è, quello che veramente ha, e quindi anche i doni che ha ricevuto dall’alto e l’uso che ne fa. La testimonianza di valori quali la verità e l’umiltà, rende sicuramente maestri di vita credibili ed efficaci. Per questo Maria è diventata una meravigliosa maestra di vita per tutte le generazioni cristiane, a cominciare dalla comunità ecclesiale di Gerusalemme, dove gli apostoli e i discepoli si riunivano intorno a lei per fare le prime esperienze di vita cristiana. Un eminente teologo e maestro di sapienza monastica, Rupert von Deutz († ca. 1129), attribuiva a Maria il titolo di magistra apostolorum16 e giustamente, poiché i Dodici hanno appreso molte cose dalla Vergine santissima: eventi e parole riguardanti la vita di Gesù prima della loro chiamata alla sequela di lui. Hanno sicuramente ammirato i sentimenti e l’amore della Madre verso quel Figlio che era Figlio suo ma anche Figlio di Dio; hanno certamente valutato l’entità incommensurabile della risposta che ella ha dato alla chiamata del Signore e che ha fatto sì che il piano divino della salvezza andasse a compimento.17 L’umiltà conduce al servizio di quel Dio che non ha voluto operare per noi senza di noi. Il celeberrimo detto di Sant’Agostino acquista tutta la sua verità nella vita di Maria: «Qui ergo fecit te sine te, non te iustificat sine te».18 La Vergine ha servito Dio non soltanto nel processo della sua santificazione e della sua salvezza personale per cui è detta la prima e la più perfetta dei redenti. Ha servito in modo unico il Signore anche per il compimento della salvezza di tutti gli esseri umani e per questo motivo è giustamente considerata la cooperatrice per eccellenza del Redentore nel piano salvifico di Dio. Molti santi si sono sentiti spinti ad imitare il comportamento di servizio della Vergine nella collaborazione alla propria e all’altrui salvezza. Non solo si sono messi al servizio del Redentore, ma si sono dichiarati anche servi della Vergine stessa. Pensiamo alla spiritualità della schiavitù d’amore verso Maria, diffusa da San Luigi Maria Grignion de Montfort († 1716). Questo tipo di schiavitù comporta l’impegno di vivere compiendo ogni atto tramite Maria, con Maria, in Maria e per Maria, al fine di operare più perfettamente tramite Gesù, con Gesù, in Gesù e per Gesù. Ci sembra una spiritualità non del tutto nuova. Già nei secoli antichi si incontrano Padri della Chiesa o autori cristiani che hanno risentito fortemente il richiamo della testimonianza del servizio dato dalla Madre del Signore e che hanno voluto imitarla consacrandosi a lei e ricorrendo alla tipologia del servizio medesimo. San Germano di Costantinopoli († 733) lo dichiara in una sua omelia che vale come un’eloquente testimonianza per il suo tempo. Egli definisce servi di Maria (douloi) se stesso e i fedeli che ricorrono a lei per ottenere protezione e salvezza: «Respingendo gli attacchi del maligno, o Santissima, tu metti in salvo i tuoi servi semplicemente perché ricorrono all’invocazione del tuo nome».19 Lo stesso concetto si trova in San Giovanni Damasceno († ca. 750) il quale però non usa il termine “servo” (doulos) e tuttavia ne esprime l’atteggiamento, che è quello di consacrarsi totalmente al servizio della Vergine: «Leghiamo le nostre anime alla tua speranza come ad un’ancora saldissima e del tutto infrangibile, consacrandoti (anathemenoi) mente, anima, corpo e tutto il nostro essere e onorandoti, per quanto è a noi possibile, con salmi, inni e cantici spirituali».20 Tra i Padri della Chiesa latina, si incontra la medesima idea in Sant’Ildefonso di Toledo († 667): «Mi riconosco tuo servo, perché il Figlio tuo è il mio Signore e tu sei la mia Signora, giacché sei serva del mio Signore. Io sono servo della serva del mio Signore perché tu sei diventata la mia Signora, sei stata fatta Madre del mio Signore. Io sono tuo servo perché tu sei diventata Madre del mio Creatore».21 La Vergine si è due volte autoproclamata serva del Signore e senza dare altre spiegazioni ha fatto scuola con la sua testimonianza. Certamente ha appreso questa preziosa lezione dal Figlio suo, che per amore si è fatto servo dei suoi fratelli, e così, con il suo esempio, la Madre del Signore ispira ai suoi devoti la pratica del servizio per amore. Un’altra testimonianza che scaturisce dal vangelo dell’Annunciazione e che la Deus caritas est non manca di rilevare, è la pratica della virtù della speranza. Il Papa definisce Maria donna di speranza,22 e lo è per il fatto che ella ha prestato fede alla parola di Dio, la quale non delude mai nessuno, dal momento che Dio mantiene la sua parola e mette in atto le sue promesse. La tradizione cristiana ha da sempre enfatizzato l’atteggiamento di fede della Vergine di fronte al messaggio di Dio recatole dall’angelo e lo ha fatto servendosi di un parallelismo che è diventato classico fin dall’antichità, ossia il parallelo Eva Maria. Abbiamo dei testi bellissimi in Giustino, Tertulliano e specialmente in Ireneo di Lione (II secolo). Quest’ultimo ha costruito una vera e propria teologia di questo parallelo, trasmettendoci in tal modo il primo sviluppo della dottrina circa la collaborazione di Maria all’opera della salvezza. Ma la fede vera non può mai essere da sola; come virtù teologale postula necessariamente la speranza e la carità, perché è impossibile credere veramente in Dio senza sperare in lui e amarlo. Per questo Benedetto XVI ha riconosciuto che all’Annunciazione Maria si è rivelata non solo donna di fede ma anche donna di speranza, con l’animo ricolmo di carità. L’enciclica precisa che il suo grande amore nasce dalla parola di Dio, da lei accolta con piena apertura del suo cuore, e aggiunge: «Maria è una donna che ama. Come potrebbe essere diversamente? In quanto credente, che nella fede pensa con i pensieri di Dio e vuole con la volontà di Dio, ella non può essere che una donna che ama. Noi lo intuiamo nei gesti silenziosi di cui ci riferiscono i racconti evangelici dell’infanzia».23 A questo punto l’enciclica esemplifica con il ricorso ai suddetti racconti evangelici.

5.2. L’amore di Maria testimoniato dal vangelo
L’enciclica ripercorre i noti testi del vangelo dove si vede la Madre del Signore protagonista di eventi significativi e decisivi. La visita alla cugina Elisabetta è un’occasione per la Vergine di praticare la carità verso una donna che deve portare avanti una gravidanza ad un’età avanzata. Durante tre mesi, quando ormai Elisabetta è giunta alla fase terminale della sua gravidanza, Maria l’assiste con premura e carità, lasciando trasparire dalla sua pratica di vita il programma della propria santificazione personale che Benedetto XVI sintetizza in poche ma dense parole: «Non mettere se stessa al centro, ma fare spazio a Dio, incontrato sia nella preghiera che nel servizio del prossimo; solo allora il mondo diventa buono».24 L’amore, che ispira alla Vergine la decisione di rendere il proprio servizio ad Elisabetta, non è la sola spiegazione addotta dai Padri della Chiesa e da altri autori cristiani a proposito della visita ad Elisabetta. Sono state portate anche altre motivazioni. Origene, ad esempio, preferisce dilungarsi su ragioni propriamente morali ed ascetiche e presentare interpretazioni di carattere tipologico.25 Tuttavia nella letteratura cristiana tradizionale, la lettura in chiave agapica sembra essere quella prevalente. Sant’Ambrogio nel suo commento al Vangelo di Luca può bene rappresentare questo tipo di ermeneutica. Leggiamo: «Imparate, o pie donne: quale premura dovete testimoniare alle vostre parenti che stanno per diventare madri! Maria, fino a quel momento, viveva da sola, nella più stretta solitudine, e tuttavia non si è trattenuta, per pudore verginale, dal presentarsi in pubblico; né ha rinunciato al suo proposito a causa dell’asprezza delle montagne; né ha esitato a rendere il servizio per la lunghezza del cammino. La Vergine si affrettò verso le altezze; lei che pensava di servire dimenticando il suo disagio; lei la cui forza era l’amore e che ignorava la debolezza della sua natura femminile, lascia la sua casa e si mette in viaggio… Dimorò tre mesi presso la cugina perché, essendosi recata a rendere un servizio, se lo è preso a cuore».26 La Deus caritas est accenna ad altri testi evangelici nei quali la condotta della Madre del Signore è una testimonianza vivente di amore al prossimo. A proposito del racconto delle nozze di Cana vi si legge: «Lo vediamo nella delicatezza con la quale a Cana percepisce la necessità in cui versano gli sposi e la presenta a Gesù».27 Alle nozze di Cana Maria intervenne con delicata premura e con ammirevole discrezione. Dopo aver ricordato al Figlio la situazione che si era creata, la Vergine santa non andò oltre, ben sapendo che solo Gesù avrebbe potuto agire al di là dei limiti di sua Madre. Tutta la forza di Maria nasceva dalla sua fiducia nella bontà e nell’amore del Figlio che lei, nella sua umiltà e modestia, cercava di imitare. Con tutta probabilità la testimonianza di carità di Maria passò inosservata presso gli invitati al matrimonio di Cana. Ella agiva nascostamente e con estrema modestia;28 ma la sua testimonianza incominciò a riverberarsi dalle pagine del vangelo a tutte le successive generazioni cristiane ed è destinata a continuare fino a quando e dovunque il vangelo sarà predicato. La Deus caritas est continua nella sua rapida analisi delle circostanze in cui il vangelo notifica la presenza e il comportamento di Maria. Vi si legge, sempre a proposito della testimonianza di amore data dalla Madre di Dio: «Lo vediamo nell’umiltà con cui ella accetta di essere trascurata nel periodo della vita pubblica di Gesù, sapendo che il Figlio deve fondare una nuova famiglia e che l’ora della Madre avverrà soltanto nel momento della croce, che sarà la vera ora di Gesù (cf. Gv 2, 4; 13, 1). Allora quando i discepoli saranno fuggiti, lei resterà sotto la croce (cf. Gv 19, 25-27); più tardi, nell’ora della Pentecoste, saranno loro a stringersi intorno a lei nell’attesa dello Spirito Santo (cf. At 1, 14)».29 Il Papa vuole precisare che l’amore ha molte sfumature e che, attraverso queste sfumature, acquista una certa varietà nelle forme della testimonianza. Durante la vita pubblica di Gesù, la testimonianza d’amore della Madre si colora con i riverberi dell’umiltà. Non vuole rischiare di porre ostacoli, con una sua presenza eventualmente indiscreta anche se non ossessiva, alla missione di Gesù che con la predicazione della parola di Dio si proponeva di istituire una sua nuova famiglia, i cui membri dovevano essere a lui uniti con vincoli spirituali, fondati sull’ascolto e la messa in pratica della parola di Dio, secondo quanto da lui annunciato: «Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12, 49). Infatti, in alcune circostanze, si deve amare operando; in altre circostanze l’amore può manifestarsi nell’astenersi dal fare, in ossequio alle virtù della discrezione e del riserbo. Così ha fatto Maria negli anni della vita pubblica di Gesù: si è tirata fuori della scena evangelica per lasciare tutto lo spazio alla persona del Figlio, che doveva dedicarsi interamente alla missione affidatagli dal Padre celeste. In questo periodo tuttavia la Vergine non ha vissuto un tempo vuoto e sterile; al contrario il suo è stato un tempo di attesa feconda, perché chi ama produce in qualsiasi circostanza frutti copiosi di benedizioni celesti e di testimonianza evangelica. Maria, quantunque materialmente lontana dal Figlio, gli era pur sempre vicina con la sua fede irremovibile, il suo amore a tutta prova e la sua preghiera materna. Quale attesa viveva la Vergine santa durante gli anni della vita pubblica di Cristo? Benedetto XVI, come si è visto, parla dell’attesa della sua ora, l’ora della Madre, che sarebbe coincisa con l’ora del Figlio; un’ora tragica perché dominata dall’ombra della croce, ma della massima importanza perché avrebbe sigillato la salvezza del genere umano. A Cana di Galilea Gesù aveva avvertito la Madre che la sua ora non era ancora giunta (cf. Gv 2, 4); ma quando vide ormai imminente la sua passione e morte, si rivolse in preghiera al Padre suo e, quasi con un senso di gioia e di soddisfazione, gli dice: «Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te» (Gv 17, 1). Maria attendeva anche lei quest’ora come l’ora della salvezza; una salvezza che per lei si era già compiuta nel mistero della sua Immacolata Concezione proprio in previsione dell’ora della passione e morte del Figlio suo. Era per noi che la Vergine Madre attendeva quell’ora con l’intenso desiderio ispiratole dall’amore che nutriva e continua a nutrire nei nostri riguardi. Come un giorno aveva atteso con indicibile amore la nascita del suo Primogenito, con altrettanta forza d’amore attendeva l’ora nella quale altri innumerevoli figli sarebbero rinati alla vita della grazia dopo essere stati redenti dal sangue del Figlio suo divino. Era disposta a dare tutta la collaborazione che il Figlio le avrebbe chiesto e sentiva che si sarebbe trattato di una collaborazione d’amore scaturita dal suo cuore di Madre. Gesù non aveva bisogno d’altro. I testi mariani del Vangelo di Giovanni sono di una notevole profondità ed esigono una riflessione illuminata non solo dall’intelligenza, ma, direi, soprattutto dalla luce della fede e dalla forza dell’amore. Origene, nel suo commento al IV Vangelo, introdusse un’osservazione che fa proprio al nostro caso allorché scrisse: «Primizia dei vangeli è quello secondo Giovanni, il cui senso profondo non può cogliere colui che non ha poggiato il capo sul petto di Gesù e non ha ricevuto da lui Maria come sua propria madre».30 Questa osservazione di Origene suona come salutare avvertimento per noi, per la nostra vita spirituale. Per capire certe verità occorre entrare nella sfera della vita affettiva di Gesù e della Madre sua. Sant’Ambrogio ha due testi illuminanti sul nostro argomento. In uno di essi, commenta la scena del Calvario con queste parole: «Maria stava davanti alla croce e contemplava con uno sguardo pieno di tenerezza le ferite del Figlio suo, in attesa non della morte del Figlio ma della salvezza del mondo. Sapendo che la morte del Figlio suo avrebbe causato la redenzione del mondo, forse anche lei, “la stanza regale”(Ez 44, 3), pensava che la propria morte potesse aggiungere qualcosa alla grazia data a tutti; ma Gesù non aveva bisogno di aiuto per la redenzione di tutti… Certamente ha gradito l’intenzione della Madre ma non ha desiderato alcun aiuto umano».31 In questo testo Ambrogio ribadisce alcune verità fondamentali, vale a dire i dogmi dell’unico Redentore e dell’universalità della sua opera redentrice e la tesi della partecipazione di Maria alla salvezza tramite un contributo di carattere etico affettivo. Maria ama gli uomini, si preoccupa della loro salvezza e desidera contribuirvi con un apporto che rientra nel dinamismo della carità; e infatti l’amore che ella nutre per il suo Primogenito si traduce in un prezioso contributo alla salvezza del genere umano. Al vescovo di Milano fa eco Agostino con una dichiarazione che il Vaticano II ha creduto bene di incorporare nei suoi documenti. Agostino afferma che la maternità di Maria nei confronti di tutte le creature umane è giustificata dall’amore che ella porta ad esse e dalla cooperazione che ella ha dato alla loro rinascita nella Chiesa: «Maria è madre delle sue membra (di Cristo), che siamo noi, perché con la sua carità ha cooperato alla nascita dei fedeli nella Chiesa, i quali sono le membra del Capo (Cristo), mentre corporalmente ella è madre del Capo».32 È opportuno tener conto di questa impostazione agostiniana della questione, che è abbastanza comune nei Padri della Chiesa. Il mistero di Maria tanto più si chiarisce quanto più viene accostato al mistero di Cristo e viceversa. La salvezza è la conseguenza dell’amore di Dio, manifestatosi nella persona e nell’opera del Verbo Incarnato. Maria è entrata pienamente nella sfera dell’agape di Dio e ne è diventata contributrice e testimone. Il suo amore di madre rispecchia l’amore di Gesù e contribuisce a renderlo attuale fra noi. La Deus caritas est ricorda anche il dettaglio molto rilevante della presenza di Maria nella Chiesa nascente, specialmente dopo la venuta dello Spirito Santo in occasione della Pentecoste. L’evangelista Luca ci fornisce questa preziosa informazione (At 1, 14), dimostrando ancora una volta la sua geniale capacità di periodicizzare il corso della storia della salvezza. Nei due primi capitoli del Vangelo propone il periodo dell’infanzia di Gesù, quale preparazione alla predicazione del regno di Dio. Nel resto del Vangelo testimonia la predicazione stessa del regno. Negli Atti degli Apostoli, segue le prime vicende della diffusione del regno in tutto il mondo.33 Durante l’ultimo periodo, cioè quello della Chiesa, la persona di Maria rimane nell’ombra del silenzio scritturistico, tuttavia la tradizione della Chiesa, attestata non solo dagli apocrifi ma soprattutto dagli scritti di molti Padri, ha documentato la presenza e l’azione di Maria nella Chiesa primitiva. Nell’assenza fisica di Gesù, i discepoli potevano contemplare nella Madre di lui non solo i suoi tratti fisici (filii matrizant) ma soprattutto le sue doti umane di intelligenza e di amore. Perciò non mancarono autori che ipotizzarono qualche incarico di responsabilità ricoperto da Maria nel collegio apostolico, dopo che lo Spirito Santo era disceso sui discepoli in presenza di lei e che lei pure ricevette una nuova effusione del medesimo Spirito. Si potrebbero citare molti autori che hanno immaginato Maria attiva nella Chiesa apostolica, presso la quale ella dava, con il suo esempio, splendide lezioni di vita cristiana, supplendo in tal modo all’assenza fisica di Gesù, di cui si sforzava di riprodurre l’amore verso la Chiesa. In questa linea di pensiero si esprimeva l’ignoto autore orientale di una biografia della Vergine, attribuita a Massimo il Confessore († 662): «I santi apostoli l’avevano scelta come guida e maestra; le notificavano ogni problema che si presentasse. Da lei ricevevano proposte e consigli sul da farsi, al punto che quelli che erano vicini a Gerusalemme, tornavano per vederla. Di volta in volta si recavano da lei e la ragguagliavano su tutto ciò che avevano fatto e sul modo con cui predicavano. Essi poi compivano tutto secondo le sue direttive».34 In occidente suona eloquente una dichiarazione di Cromazio di Aquileia († 407) che considera indispensabile la presenza di Maria nella Chiesa: «La Chiesa non può essere detta tale se non è presente Maria, la Madre del Signore, insieme con i suoi fratelli. Infatti la Chiesa di Cristo esiste là dove si predica l’Incarnazione di Cristo dalla Vergine; e dove predicano gli apostoli, che sono i fratelli del Signore, là si ascolta il vangelo».35 Evidentemente la Vergine santa era la persona che con maggior incisività richiamava alla piccola comunità cristiana di Gerusalemme la presenza di Cristo, il suo amore ineffabile, capace di trasformare i cuori di coloro che lo accolgono per la loro salvezza. Nella potenza dello Spirito, effuso a Pentecoste, la Madre di Dio rendeva una duratura testimonianza all’amore salvifico del Figlio suo, prendendosi maternamente cura della Chiesa nascente.

5.3. Il “martirio”, testimonianza suprema di Maria
Nella Chiesa primitiva il martirio, come sacrificio della vita per professare apertamente la propria fede, era considerato la forma suprema di testimonianza e di fedeltà a Cristo Signore. Ambrogio di Milano († 397) faceva un grande elogio dei martiri, anche se al tempo suo le persecuzioni contro i cristiani erano terminate. Forse ricordando Tertulliano, li paragona ad un seme che nel tempo è destinato a produrre molto frutto: «Avevano il profumo della fede e noi li ignoravamo. Ma venuta la persecuzione… la loro eco si è diffusa su tutta la terra».36 Si comprende allora come i cristiani, condizionati da questa eccelsa idea che si facevano del martirio, potessero porsi la domanda: La Vergine santa ha forse sacrificato anche lei in modo cruento la sua vita per testimoniare il suo amore e la sua fedeltà al suo Figlio divino? Però, stando ad una dichiarazione di Epifanio di Salamina († 403), la domanda non poteva avere una risposta, come si comprende da un suo lungo testo nel quale avanza alcune ipotesi: «Se la santa Vergine è morta ed è stata sepolta, sicuramente la sua dormizione avvenne con grande onore, la sua fine fu purissima e coronata dalla verginità. Se fu uccisa, secondo quanto è scritto: “Una spada trapasserà la tua anima” (Lc 2, 35), allora ottenne la gloria insieme ai martiri e il suo corpo santo, dal quale risplendette la luce per il mondo intero, dimora tra coloro che riposano beati. Oppure rimase in vita. A Dio infatti non risulta impossibile fare tutto ciò che vuole e d’altra parte nessuno conosce esattamente la fine di lei».37 Il martirio cruento di Maria era dunque una eventualità a cui qualche cristiano pensava, ma che non vantava nessuna evidenza storica. Eppure nella tradizione cristiana è invalso l’uso di chiamare la Vergine santa Regina martyrum. Effettivamente il martirio di Maria è una realtà addotta da vari autori fin dall’antichità, ma non nel senso che ella abbia perso la vita in maniera violenta. Piuttosto ella era considerata martire del Calvario. È stato ai piedi della croce di Gesù, come già abbiamo notato, che la Vergine Madre ha consumato un martirio incruento ma straziante, e spiritualmente prezioso. Sul Calvario si è compiuta la profezia di Simeone e la Vergine Madre ha dato una testimonianza sublime di amore verso il Figlio suo. Allorché quasi tutti i discepoli, compresi gli apostoli, abbandonarono il Maestro, Maria rimase ferma e coraggiosa ai piedi della croce con l’apostolo Giovanni e qualche pia donna, mostrando ai presenti il suo incrollabile attaccamento a Gesù e la sua volontà di affrontare ogni rischio e pericolo per rimanere a lui fedele fino alla fine. Giovanni, nel suo vangelo, ha ritenuto importante tramandare questa testimonianza alle future generazioni di credenti, cosicché l’esempio di Maria è divenuto paradigmatico per ogni forma di martirio e giustamente la si può chiamare Regina dei martiri. Per la precisione si deve ricordare che, sulla profezia di Simeone, la tradizione dei Padri della Chiesa ha registrato col tempo un mutamento esegetico importante. Dopo alcuni secoli di interpretazione origeniana, secondo la quale la spada di Simeone sarebbe stata per Maria l’incredulità, o il dubbio, o l’esitazione, o l’incertezza, i Padri della Chiesa hanno imboccato le vera pista ermeneutica, quella che vede nella spada la sofferenza, il dolore. Esempio di questo cambiamento di rotta potrebbe essere il grande poeta siriaco Romano detto il Melode († ca. 556). In un suo inno per l’Ipapante, condivide l’interpretazione origeniana: «Di un così grande mistero si discorrerà in modo contraddittorio, sì che il dubbio nascerà nella tua mente; quando infatti vedrai inchiodato alla croce il Figlio tuo…, ti coglierà improvvisamente il dubbio. Come una spada il dolore sarà per te l’esitazione».38 Ma nell’inno dedicato proprio a Maria ai piedi della croce, che è l’inno più conosciuto e il più tradotto, si intreccia un dialogo tra il Figlio e la Madre dal quale emerge con chiarezza che la spada di Simeone è la sofferenza di una Madre che vede il proprio Figlio maltrattato a quel modo: «O Figlio, mai avrei pensato di vederti ridotto in queste condizioni. Né mai avrei creduto che i malvagi sarebbero giunti a tal punto da mettere ingiustamente le mani su di te. Io voglio sapere perché si estingue la mia luce; perché ad una croce viene inchiodato colui che mi è Figlio e Dio».39 In un altro inno Romano presenta la Vergine sofferente sotto la metafora dell’agnella: «L’Agnella, vedendo l’Agnello, il pastore e redentore innalzato ingiustamente sulla croce, gridò piangendo amaramente: Il mondo si è rallegrato nell’accogliere da te la redenzione, ma le mie viscere bruciano mentre vedo la tua crocifissione».40 Il martirio di Maria è dunque la sofferenza del Calvario e su questa interpretazione si allineò ben presto la tradizione ecclesiale. A questo proposito torna alla mente il nome illustre di Bernardo di Chiaravalle il quale ribadiva che la Vergine affrontò il martirio sotto la croce, perché lì si verificò la profezia di Simeone.41

6. CONCLUSIONE

La testimonianza che la Chiesa e il singolo cristiano possono rendere al Cristo Signore e Redentore del genere umano, non è un optional. Si tratta piuttosto di una consegna fondamentale affidata dal Signore medesimo ai suoi discepoli presenti e futuri. Più di una volta Gesù insiste su questo impegno come quando ammonisce: «Chi mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli» (Mt 10, 32). Nel congedarsi dai suoi discepoli prima di salire al cielo, ricorda loro nuovamente questo impegno: «Mi sarete testimoni in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra» (At 1, 8). L’Apostolo, probabilmente ricordando questa consegna del divin Maestro, precisava che la professione della fede non può rimanere nascosta nell’intimo del credente, ma deve avere anche la sua manifestazione esterna; per cui esortava i romani, destinatari di una importante lettera: «Con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per conseguire la salvezza» (Rm 10, 10). I martiri non hanno fatto altro che mettere in pratica queste parole. In seguito anche la prassi della catechesi battesimale ha colto la stessa esigenza: diventare cristiani significa diventare testimoni dell’amore di Cristo per gli uomini. Ed è su questa nota che Benedetto XVI chiude la sua bella enciclica mettendoci davanti la figura mirabile della Madre di Dio come donna ardente di carità e testimone dell’amore di Dio: «Maria, la Vergine, la Madre, ci mostra che cos’è l’amore e da dove esso trae la sua origine, la sua forza sempre rinnovata. A lei affidiamo la Chiesa, la sua missione al servizio dell’amore». La breve preghiera conclusiva termina con una invocazione che ci coinvolge: «Insegnaci a conoscere e ad amare Gesù, perché possiamo anche noi diventare capaci di vero amore ed essere sorgente di acqua viva in mezzo ad un mondo assetato».42

NOTE
1 Deus caritas est 12, AAS 98 (2006), pp. 227-228.
2 Ibid.
3 Deus caritas est 14, p. 229.
4 Il vescovo di Ippona, commentando il citato versetto giovanneo, espone alcuni motivi per cui si deve considerare nuovo il comandamento di Gesù e accentua in particolare il motivo della imitazione dell’amore stesso di Cristo. Cf. In Joannis Evangelium, tr. LXV, PL 35, 1807-1810.
5 Deus caritas est 40, 250.
6 La santità di Martino è stata celebrata da autori cristiani famosi. Una prima biografia è dovuta alla penna di uno storico suo contemporaneo, Sulpicio Severo († c. 420), edita in PL 20, 159-176. Un altro storico più tardivo, Gregorio di Tours († 594) ha scritto un’opera in 4 libri dal titolo: De miraculis sancti Martini (PL 71, 913-1008). Il celebre poeta Venanzio Fortunato († ca. 610) gli ha dedicato una composizione in versi, in 4 libri, nei quali traccia rammenta i fatti e le circostanze salienti della vita di Martino (PL 88, 365-426).
7 Deus caritas est 40, 250.
8 Ibid., 251.
9 Deus caritas est 36, 248.
10 Ibid.
11 Deus caritas est 41, 251.
12 Ibid.
13 De statu virtutum 13, PL 184, 798.
14 Sine humilitate audeo dicere nec virginitate placuisse (Super Missus est 1, 5, Sancti Bernardi Opera, a cura di J. Leclercq e H. Rochais, Editiones Cistercienses, Romae 1966, p. 18.).
15 Ibid.
16 Magistra magistrorum, id est apostolorum (In Cantica canticorum 1, PL 168, 850).
17 Riferendosi al periodo della prima diffusione del cherigma evangelico, Rupert osservava acutamente che la Vergine dapprima visse alcuni anni nei quali doveva tacere e meditare i misteri dei quali era diventata importante protagonista (cf. Lc 2, 19 e 51). Successivamente, dopo che gli apostoli e i discepoli ricevettero lo Spirito Santo nel giorno della Pentecoste, giunse per Maria il tempo di parlare e di testimoniare, cioè di raccontare loro le parole e gli eventi relativi all’infanzia e alla vita nascosta di Gesù, essendo i discepoli divenuti capaci di accogliere e comprendere la sua testimonianza (Cf. In Matthaeum 2, PL 168, 1340).
18 Sermo 169, 13, PL 38, 923.
19 Omelia III sulla Dormizione, PG 98, 381.
20 Omelia I sulla Dormizione 14, PG 96, 720
21 Libellus de virginitate perpetua sanctae Mariae contra tres infideles 12, PL 96, 105.
22 Deus caritas est 41, 251.
23 Ibid.
24 Ibid.
25 Vedi le omelie 8 e 9 sul Vangelo di Luca (PG 13, 1815-1823.
26 In Lucam II, 20-21, PL 15, 1640; SC 45, 81.
27 Deus caritas est 41, 251.
28 Modestia non significa esitazione o insicurezza. Maria non sembra imbarazzata per la risposta del Figlio; anzi la interpreta positivamente. Leggiamo in Cirillo Alessandrino: «Maria prega (Gesù) perché usi la sua solita bontà e benignità dicendogli: “Non hanno vino” (Gv 2, 3). Lo esorta a fare un miracolo ritenendo che sia in potere di lui fare tutto quello che vuole. La risposta di Gesù, che suona come un rifiuto, si spiega così: le cose desiderate non debbono esser concesse troppo in fretta. Se infatti sembrano difficili da ottenere, sono più apprezzate quando vengono concesse» (In Joannis Evangelium 2, PG 73, 225).
29 Deus caritas est 41, 251.
30 Commento al Vangelo di Giovanni 1, 6, PG 14, 32; GCS 10, Origenes Werke IV, pp. 8-9.
31 In Lucam 10, 132, PL 15, 1930; SC 52, 200.
32 De sancta virginitate 6, 6, PL 40, 399; NBA 7/1, p. 80. Cf. Lumen gentium 54..
33 Cf. R. Filippini, Per una teologia lucana della testimonianza. Un’indagine nel libro degli Atti degli Apostoli, in Testimonianza e verità, a cura di P. Ciardella e M. Gronchi, Città Nuova Editrice, Roma 2000, pp. 116-118.
34 È andato perduto il testo originale greco, ma ci è pervenuta una versione in lingua georgiana, pubblicata in edizione critica da M. J. Esbroeck in CSCO 478. Lo stesso Esbroeck ha provveduto ad una traduzione in francese edita nel vol. 79 della stessa collana, da cui abbiamo preso il testo a pag. 87. La traduzione italiana della Vita è reperibile in Testi Mariani del Primo Millennio, a cura di G. Gharib, E. Toniolo, L. Gambero, G. Di Nola, vol. II, Roma 1989, p. 262.
35 Sermo 30, 1, SC 164, 135.
36 In Lucam 7, 176 ss., SC 52, 74 -75.
37 Panarion, haer. 78, 23, PG 42, 737.
38 Hymnus 14, 13, SC 110, 190.
39 Hymnus 35, 2, SC 128, 162.
40 Citato da J. Ledit, Marie dans la liturgie de Byzance, Paris 1976, 194-195. Cf. L. Gambero, La presenza di Maria al Calvario nella riflessione dei Padri della Chiesa, in Maria ai piedi della croce, ed. da G. Segalla, L. Gambero, Th. Koehler, Ed. Piemme, Casale Monferrato 1989, pp. 41-47.
41 Cf. De Annuntiatione Domini, sermo I, 4, PL 185, 118. Aggiunge Bernardo: La Madre di colui che fu vergine e martire per eccellenza, doveva lei pure essere vergine e martire.
42 Deus caritas est 42, 252.

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