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  Devozione popolare, Santuari e Pellegrinaggi 
DevozioneUn articolo di Emilio Maria Bedont su Credere oggi, Mariologia e devozione mariana 142(2004) n. 4, pp. 6

Si avvicinarono a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro». Allora egli disse questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi aspetta. E il padre divise tra loro le sostanze. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze, vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci, ma nessuno gliene dava. Allora rientrò in se stesso e disse : Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te; non son degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre.
Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa» (Lc 15,1-3.11-24).

Ogni volta che sento parlare di fede e devozione popolare come la parente povera della fede pura, mi si stampa davanti agli occhi la prima parte della parabola del figliol prodigo ora riportata. La corda, la fede, che lega il padre al figlio è un buco nello stomaco del figlio, segno di tante altre privazioni. La conclusione è stupefacente. Non si verifica il tipo di fede, ma si dice: «Facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita». E ancora sull’efficacia della preghiera: «Ebbene io vi dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché, chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. Quale padre, tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono! (Lc 11, 9-13).» Non è possibile sviluppare il simbolo senza il segno: senza il pane, come facciamo a sapere che Dio è vita? Gran parte del Vangelo secondo Giovanni viene scritto secondo questa metodologia: il segno fa emergere il simbolo. Questa deduzione ci pone nell’essenza della dimensione religiosa dell’uomo. E quando parliamo di devozione popolare, di santuari e di pellegrinaggi, forme religiose visibili, ma indefinibili, noi tocchiamo le radici della nostra dimensione religiosa.

1. In principio il santuario

Infatti, in principio c’è il santuario. Troviamo nel Vangelo secondo Giovanni: «In principio era il Verbo, / il Verbo era presso Dio / e il Verbo era Dio. / Egli era in principio presso Dio: / tutto era stato fatto per mezzo di lui, / e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. / In lui era la vita / e la vita era la luce degli uomini» (Gv 1, 1-4). Parole altissime per dire che cosa? «Il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a Oriente, vi pose l’uomo che aveva formato... C’era l’albero della vita... C’era la sorgente di un fiume... C’era Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno...»(Gn 2-3). E dopo la cacciata dall’Eden gli uomini fissarono sempre i loro insediamenti dove c’era un contesto favorevole alla vita: una sorgente, alberi giganteschi dove potersi rifugiare, una caverna, magari con una sorgente, le rive di un fiume, con strapiombi di roccia alle spalle; luoghi soleggiati... E poi la coppia si allarga e gli esseri umani emigrano e si insediano in altri luoghi similari. In tempi dapprima non scritti e poi stabiliti dal calendario si ritorna nel luogo primitivo, che era diventato un luogo mitologico: è il tempo della festa della vita. Il tutto diventa visibile, dichiarando sacro: l’albero, la sorgente, il fiume, il luogo, la tomba, il tempio e le case che accolgono i pellegrini.

Tutte le religioni posseggono un luogo mitologico, che è il loro santuario.  Si allargherebbe troppo l’ambito di queste riflessioni, se dovessimo esemplificare. Ci limiteremo alla religione del Libro, come abbiamo fatto fin dall’inizio.

a)
Il mondo ebraico
Mosè sull’Oreb, la festa di Sukkot e dell’Hannukkà. Dio si manifesta come il Dio della vita: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele» (Es 3, 7-8). Il Signore Dio offre anche un segno: « Io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte» (Es 3. 12). Verrete in pellegrinaggio su questo monte, dopo che avrete sperimentato che io sono il Dio della vita (quaglie, manna, sorgenti d’acqua...): da non-popolo diventerete un popolo e grande sarà la festa. Questa celebrazione o aggregazione ai piedi dell’Oreb-Sinai è rimasta sempre viva tra il popolo d’Israele. Ha subito molte variazioni. Finché con il tempio nella città santa il luogo di memoria di aggregazione, il nuovo santuario, diventa Gerusalemme: la memoria diventa la festa di Sukkot o delle tende o delle capanne o dei tabernacoli. Si celebra alla fine dell’anno agricolo. Il mito Oreb viene trasferito a Gerusalemme, una festa della creazione: il popolo d’Israele, disperso nelle varie diaspore, si ritrova a Gerusalemme, si godranno i nuovi frutti, come in principio, come dono del Dio della vita, il creatore; si danzava e di cantava tra la gioia generale. 

b)
Il mondo cristiano
Il mondo cristiano non si estrania da queste forme religiose, perché anche il cristiano non può non esprimersi se non con un linguaggio religioso. Ovviamente con un nuovo innesto, quello della fede. Per esprimerci con chiarezza – possiamo dire: in modo più autentico – riportiamo un inno di san Paolo nella lettera ai Colossesi: « Egli [il Cristo] è immagine del Dio invisibile, / generato prima di ogni creatura; / poiché per mezzo di lui / sono state create tutte le cose, / quelle nei cieli e quelle sulla terra, / quelle visibili e quelle invisibili: /Troni, Dominazioni, / Principati e Potestà. / Tutte le cose sono state create / per mezzo di lui e in vista di lui. / Egli è prima di tutte le cose / e tutte sussistono in lui. / Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa; / il principio, il primogenito di coloro / che risuscitano dai morti, / per ottenere il primato su tutte le cose. / Perché piacque a Dio / di fare abitare in lui ogni pienezza, / e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, / rappacificando con il sangue della sua croce, / cioè per mezzo di lui, / le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli» (Col 1,15-20). La chiave di lettura di ogni fatto «religioso» nel cristianesimo è l’incarnazione del Figlio di Dio. La «carne» può essere oscura o trasparente: in ogni caso è il segno che si trasforma in simbolo, poco o molto luminoso. Forse l’immagine di Maria Maddalena nel giardino presso il sepolcro ci conduce a una completa comprensione: «Donna, perché piangi? Chi cerchi? Essa pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo. Gesù le disse «Maria». Essa allora voltatasi verso di lui, gli rispose in ebraico «Rabbuni», che significa maestro» (Gv 20, 15-16). Essa pellegrina al sepolcro per compiangere almeno il cadavere dell’amato (una reliquia!); ma la fede (il timbro di voce, unico, di Gesù nel chiamarla per nome) trasformò il cadavere in Gesù glorioso. I luoghi della storia sacra (senza distinzioni) diventano la meta del primo grande pellegrinaggio documentato nel cristianesimo: Diario di viaggio di Eteria, monaca spagnola (363 ca). Pellegrinò a Gerusalemme, al Sinai, nei territori di Abramo; sul monte Nebo, dove morì Mosè; nell’Idumea, nei territori dove era vissuto Giobbe; e ancora a Costantinopoli, passando per Tarso, Seleucia, Calcedonia. Ovviamente si è fermata molto tempo a Gerusalemme, partecipando alle varie liturgie e alla vita della chiesa di Gerusalemme. Maria di Magdala era una donna; così pure Eteria e anche Elena, la madre di Costantino il Grande, che cercò in Gerusalemme tutti i segni del passaggio terreno di Gesù e vi costruì la basilica della Natività, dell’Ascensione (327). La conservazione della memoria cosificata è tipicamente femminile. Anche per i cristiani la Palestina costituì la meta principale dei pellegrinaggi: terra santa, perché vi era vissuto e vi aveva camminato Gesù. Per motivi spirituali, il martirio dei santi Pietro e Paolo e ovviamente di altri martiri, dopo l’espansione dell’islam (sec. VII), Roma sostituì in qualche modo la Palestina. L’altro polo di pellegrinaggi divenne san Giacomo di Compostela, con lo stupendo cammino e con un’origine leggendaria. La diffusione del culto dei martiri, anche dove i martiri non erano mai stati martirizzati, si accompagnò all’antica festa ebraica della «Dedicazione». Il successivo anniversario segnò il momento annuale di pellegrinaggio, di festa, di aggregazione.

c)
Il santuario dei tempi antichi
Dopo il concilio di Trento, anche per un motivo di purificazione delle reliquie, si favorì il santuario mariano, che diventò quasi esclusivo. I santuari dei santi conobbero un forte declino, che si estese anche alla pia pratica delle litanie dei santi, quasi sempre sostituite dalle litanie mariane. Interessante ricordare un tipo di dedicazione detta la «dedicazione angelica»: il riferimento è alla primitiva cappella di Einsiedeln. La cappella primitiva fu dedicata il 14 di settembre 948 da Corrado, vescovo di Costanza. La leggenda narra che il prelato, vegliando la notte precedente la dedicazione, sentì nella cappella dei canti angelici, e precisamente quelli del rito della dedicazione. La mattina, all’inizio della liturgia della dedicazione, una voce celeste gridò per tre volte che il santuario era stato consacrato con l’intervento divino. Quando il 14 settembre cade di domenica, allora i festeggiamenti della memoria della dedicazione e i relativi pellegrinaggi durano otto giorni. Grande valore acquistano nel nostro contesto le istruzioni che il papa Gregorio Magno spediva all’apostolo d’Inghilterra, il monaco Agostino. Tali istruzioni possono essere prese come il riassunto della tattica della chiesa in fatto di conversione e di uso dei luoghi sacri pagani: «Non bisogna distruggere i templi pagani, ma battezzarli con acqua benedetta, erigervi altari, collocarvi delle reliquie. Là dove si ha costume di offrire sacrifici agli idoli diabolici, permettere ai fedeli di celebrare, nella stessa data, delle feste cristiane sotto altra forma. Per esempio, il giorno della festa dei santi martiri, far erigere dai fedeli delle capanne di fronde e organizzare delle agapi. Permettendo loro certe gioie esteriori saranno più facilmente raggiungibili per loro anche quelle interiori. Non si può in questi cuori selvaggi eliminare in un sol colpo tutto il passato. Non è saltando che si supera la montagna, ma a passi lenti» ( Epistola, 70).

2. Il pellegrinaggio

In tutte le religioni la più antica forma di culto pubblico è il pellegrinaggio, che viene poi semplificato nella processione. È il ritornare all’origine mitica della vita; il richiamo a ciò che ci accomuna, nella diversità, all’unità e alla semplicità dell’origine; è un ritrovarsi dove la vita si è originata, è stata protetta, si è sviluppata. Ma il luogo rimane sempre mitico, trasmette ciò che si vede e favorisce la comunione con l’infinito. È il luogo dove sparisce la paura, l’isolamento, la solitudine, l’angoscia: si trova la comunione tra cielo e terra e allora si fa festa, perché si è ritrovata la vita. Nel pianeta cristiano, progressivamente, si è accentuata la dimensione purificatoria, penitenziale del pellegrinaggio. Nei «tariffari» antichi per la penitenza il perdono pieno del peccato era spesso legato a un pellegrinaggio. Nella spiritualità monastica, specialmente dei monaci scozzesi, il martirio è sostituito dall’itineranza, dall’abbandonare la propria terra e la propria parentela e le proprie sicurezze: senza meta. Una volta posta la meta, Terra Santa, Roma, San Giacomo di Compostela o altro, l’itineranza diventava pellegrinaggio. Il pellegrinaggio è una ricerca archetipa, dove cielo e terra si possono toccare, l’Eden, il paradiso terrestre. Ma per ritornarvi bisogna ritrovare la nudità originaria, liberarsi di tutte le foglie di fico, delle quali ci siamo ricoperti, dopo la disobbedienza originaria. Mai canto è stato più realistico di quello di Giobbe: «Nudo uscii dal seno di mia madre, / e nudo vi ritornerò» (Gb 1,21). Anche san Francesco, dopo il pellegrinaggio terreno, si è fatto stendere nudo, sulla nuda terra. Emblematico è il pellegrinaggio verso Roma degli abitanti dei paesi nordici, almeno fino ai tempi di santa Brigida (sec. XV): si sperava di morire a Roma, perché si sarebbe andati direttamente in paradiso, senza passare attraverso il purgatorio. Il lungo excursus sulle tradizioni popolari dei santuari e dei pellegrinaggi, excursus privo di conclusioni e di puntualizzazioni, serve a costruire la tonalità entro la quale vive e si sviluppa anche la pietà popolare dei nostri tempi. Ufficialmente siamo la «religione del Libro»; in realtà siamo la «religione della carne»: il Verbo si è fatto carne! La persistenza della nostra religione è carnale, è nella carne, incarnata. Prova ne sia la cultura religiosa dotta, basata sul Libro, cristocentrica, caratterizzata dalle esigenze della fede pura. Ogni volta che questa ha tentato di denunciare la cultura religiosa popolare, di un’oralità tradizionale, di una partecipazione cosmica e che perciò non fa distinzione fra sacro e profano, organicamente di massa, ha sempre prodotto la scristianizzazione delle masse. Già in tempi non sospetti, nel 1500, ai tempi della fede evangelicamente pura (Riforma protestante), della lotta alle indulgenze e alle reliquie, Erasmo riportava queste considerazioni del buon cardinale Sadoleto: « Non che non sia molto più giusto fissare nel Cristo tutta la nostra meditazione; ma questi culti popolari non sono estranei alla nostra fede, mentre non tutti possono elevarsi con facilità all’altezza della meditazione cristocentrica».

3. Le contraddizioni

La Conferenza episcopale italiana ha collocato la pastorale dei pellegrinaggi negli Uffici dello sport e tempo libero. Come funghi sorgono le agenzie o le opere dei pellegrinaggi. Si parla di più di 25 milioni di possibili fruitori. Aiutare le persone, soprattutto i pensionati, a occupare «pulitamente» il tempo libero è sicuramente opera meritevole. Confondere la pastorale dei santuari e dei pellegrinaggi – perché la pietà popolare dovrebbe essere a livello di optional – con le attività dell’oratorio, non può considerarsi una «cosa buona». Si cambi il nome: «Vado in gita in aereo», «vado a visitare un santuario», ma non «vado in pellegrinaggio», dimensione preziosissima del linguaggio della fede. Che senso ha visitare un «santuario»? Non lo so! Sa molto di magia. La pietà popolare è fragile. Il passaggio dalla fede alla superstizione o alla magia è quasi immediato. Il santuario conserva, più facilmente, la sua identità santa, se è locale o al massimo regionale. Se quindi è un luogo religioso del quale si è sempre sentito parlare: dove si radunano certamente molte persone, dove c’è una reliquia «nostra»; dove il santo venerato è vissuto ed è morto; dov’è apparsa la Madonna per un problema che sta alla porta di casa; dove, da sempre, la famiglia si è recata a pregare e ne ha fatto il punto supremo di riferimento, nelle sue gioie e nelle sue sofferenze. Ricordo un evento emblematico che mi ha fatto molto riflettere. Un frate, mio amico, grande studioso di Sacra Scrittura, dovendo insegnare in un Istituto teologico presso un santuario e del quale ero allora preside, prima delle lezioni entrava in santuario. Con gioioso stupore gli chiesi: «Come mai un professore di Sacra Scrittura entra così spesso in un santuario? Va bene per un piccolo studioso di storia, come sono io! Ma per uno studioso di Scrittura Sacra è piuttosto strano». Mi rispose: «Io sono nato a una ventina di chilometri da questo santuario. Tutta la mia famiglia, tutto il mio paese è devoto, da sempre, a questa Madonna. Quando mia madre s’accorse di essere incinta di me, è venuta al santuario per informare la Madonna, che aveva un altro figlio a cui attendere. E così aveva fatto con i miei fratelli. E penso che sempre così sia avvenuto per i miei genitori, nonni, bisnonni e indietro fino ai tempi delle prime apparizioni. Sto nella penombra del santuario insieme a tutta la mia stirpe, davanti alla Madonna che sorride: è il mio paradiso. Non so se nel paradiso, cosiddetto vero, mi troverò più gioioso». La grande fortuna per la nostra fede incarnata è di non avere in Italia un santuario nazionale, indefinito, per tutte le stagioni. Certamente la Madonna e i santi sono un patrimonio della chiesa: ma la mia fede la devo vivere nella quotidianità. Chissà quanta gente si è sposata in Palestina nel giorno o nel mese o nell’anno in cui Gesù compì il miracolo di Cana. Ma Gesù era carne, la Madonna era carne, non potevano essere ovunque. Per questo abbiamo la stupenda conclusione: « Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli cedettero in lui »(Gv 2,11). Come vi siete accorti, il discorso tende a diventare sempre più soggettivo. Supportato da una lunga frequentazione di volumi sulla pietà popolare, da un grande amore ai pellegrini e da grande curiosità e attenzione. Riguardo ai pellegrinaggi organizzati, di solito, ho l’impressione che siano occasionali; che non facciano parte di una programmazione pastorale, diciamo, né parrocchiale né diocesana. Tutto questo non è un bene, ma forse neanche un male. Di solito i luoghi di pellegrinaggio sorgono in maniera imprevedibile, lontano dai centri riconosciuti della religione istituzionale e sfuggono al controllo della loro autorità. Si può forse attribuirlo al senso di umorismo di Dio che impedisce all’autorità legittima, ecclesiastica o accademica, di prendersi così tanto sul serio, da confondere se stessa con Dio. Questi luoghi non sono contro la religione ufficiale e la sua legittima autorità, anzi vi apportano nuova vita: sono semplicemente il modo con il quale Dio mantiene umile l’autorità dimostrando la mediazione dei poveri e degli umili. La tenerezza di Dio non conosce limiti e continua a non tenere conto di tutti i criteri e le valutazioni umane nello scegliere i suoi messaggeri speciali per l’umanità. La mancanza di una programmazione toglie lo spazio a ogni forma di difesa e contribuisce a raggiungere il primo obiettivo del pellegrinaggio: creare comunità oltre i legami parentali. Se poi la situazione è favorevole, come nei santuari con le chiese piccole, ove si è costretti a celebrazioni in libertà, allora si crea un’esperienza indicibile. La comunione della santa messa è preceduta da un altro tipo di comunione, elementare, spontanea, libera, senza difesa e che verte sul secondo motivo per cui si va in un santuario: il «bisogno di vita», cioè la richiesta della grazia per problemi fisici e spirituali, familiari e sociali, oppure la testimonianza di grazie ricevute. Si tratta di discorsi altamente spirituali e che non debbono essere bloccati da eccessivo devozionismo, come la recita del rosario (più sacra!). Il custode del santuario sappia che la presenza del divino è al di fuori della normalità e quindi ogni forma di mediazione deve essere ridotta al minimo. Certamente all’inizio della celebrazione eucaristica il custode del santuario può aiutare i pellegrini a prendere coscienza dell’esperienza di chiesa che stanno vivendo, quella della chiesa universale. Sarebbe opportuno ricordare la preghiera della Didachè: «Nel modo in cui questo pane spezzato era sparso / qua e là sopra i colli / e raccolto divenne una cosa sola, / così si raccolga la tua chiesa nel tuo regno / dai confini della terra; / perché tua è la gloria e la potenza, / per Gesù Cristo nei secoli.»  Tolto questo, la discrezione è sovrana, anche nel cosiddetto «messaggio» del santuario. Le parole sono tante (soprattutto nelle interminabili apparizioni dei nostri tempi). In effetti il messaggio non si discosta dal vangelo: fate penitenza (il Battista); convertitevi e credete al vangelo (Gesù); i miracoli sono segno che il cielo è vicino. E il grande invito alla preghiera, perché la comunione con Dio è insostituibile. Emblematico è Lourdes. La Vergine dice a Bernadette: «Io sono l’immacolata concezione». Cioè io sono colei che è rimasta pura e santa e senza macchia come sono stata concepita dal Padre. Norma fondamentale e perenne della mia vita è l’obbedienza alla volontà del Padre: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1, 38). Altissimo messaggio; ma a Lourdes vanno, con fede e speranza, gli ammalati, disposti ad accettare qualunque tipo di grazia, come si va a ogni altro santuario. Più fortunati sono i pellegrini ai santuari posti sui monti e che ancora conservano le antiche vie al santuario. Normalmente sono vie segnate dalla Via crucis. Una delle simbologie del pellegrinaggio è quello di essere la via della vita. Vita con gioie e dolori, amicizie e solitudini: in ogni caso (è il significato della Via crucis ivi collocata), mai saremo soli, sempre in unione con Gesù e sua Madre, la Vergine Maria.

4. Gli ex voto

Se poi il santuario conserva gli ex voto, la piccola Cana quotidiana che si ripete all’infinito, allora la fede diventa pane da masticare. L’ex voto non ha una definizione tanto per dire, non sempre è un voto. È una specie di dichiarazione per cui si fa parte della famiglia del santuario, che è locale, una foto di famiglia. Vi si raffigurano le persone con i propri costumi, luoghi e case conosciute, persone conosciute: in questi luoghi, su queste persone, a me vicine, si è operato l’evento prodigioso. Ricordo un episodio. In un santuario, una persona anziana staccò un ex voto raffigurante un luogo dove infuriava una battaglia e lo mostrò a un bambino, forse un nipotino. Gli disse: «Vedi questi due soldati? Ebbene, questo è un mio fratello (e disse un nome). Vedi questa piccola casa? Tutti e due vi si erano rifugiati, perché feriti. Mio fratello convinse l’altro a trascinarsi fuori, perché aveva paura, era stato preso da una cattiva sensazione. Appena usciti una granata colpì la casupola, distruggendola». Non vi dico la faccia del bambino, con la bocca aperta e pieno di stupore. Proprio come si legge nel Vangelo: «E la folla era piena di stupore nel vedere i muti che parlavano, gli storpi raddrizzati, gli zoppi che camminavano e i cechi che vedevano. E glorificavano il Dio di Israele» (Mt 15, 31). Non c’è da meravigliarsi se la Parola, annunciata nella predicazione del santuario, trova terreno favorevole per crescere. Non c’è da meravigliarsi se al proprio santuario si ritornerà sempre, anche quando la vita può aver sepolto in qualche modo la fede. Che torna a riemergere più spesso di quanto si creda. Si percepisce lo spirito dei genitori che ci hanno insegnato la prima preghiera; che ci hanno portato alla prima confessione o comunione...; del nostro spirito, quando si era ingenui: con il primo amore, davanti alla Madonna; con il primo figlio, davanti alla Madonna. Questo spirito viene talora chiamato «magnetismo particolare»; certo l’aria di un santuario, specialmente se lontano da agglomerati urbani, è tutta particolare, favorevole all’interiorizzazione.

5. Come organizzare un pellegrinaggio. Suggerimenti pastorali

Come abbiamo voluto in qualche modo far risaltare, il pellegrinaggio è uno degli esercizi fisico-spirituali più antichi dell’umanità e della nostra tradizione cristiana. Esso può certamente avere significati e funzioni diverse in persone diverse. Tuttavia, il fenomeno del pellegrinaggio appare come una costante nell’umanità, nonostante i molti cambiamenti della condizione umana. Parlando al Convegno dei direttori diocesani francesi di pellegrinaggi il 17 ottobre 1980, Giovanni Paolo II affermò: «Cari amici, avete in mano una delle chiavi dell’avvenire religioso dei nostri tempi: i pellegrinaggi cristiani». I pellegrinaggi non sono l’essenza della fede cristiana, ma certamente possono essere momenti privilegiati nel cammino della fede personale di ciascuno, come pure avventure affascinanti, piene di esperienze insospettate. Un «autentico» pellegrinaggio rappresenterà uno spazio e un tempo favorevole per la scoperta, il discernimento, la guarigione e l’illuminazione. Poiché le persone vengono in gran numero e la maggior parte di esse viene con spirito di ricerca, di pentimento, di gratitudine e di apertura alla grazia divina, i luoghi di pellegrinaggio diventano luoghi privilegiati di evangelizzazione e di ministero pastorale. Essendo santuario, pellegrinaggio, devozione popolare situazioni molto personalizzate, è ovvio che i suggerimenti non superano il livello di «consigli».
– Una delle immagini centrali della chiesa usata dal concilio Vaticano II è quella di «chiesa pellegrinante». Tutta la nostra vita spirituale è un incontro, perché cercati e perché disponibili alla ricerca. Sempre così. Sarebbe perciò opportuno rendere visibile, sensibile questa itineranza. Ovviamente, dovrebbe essere chiaro fin dall’inizio che «pellegrinaggio» non è un termine religioso per indicare il turismo dei nostri tempi.
– Conservare al pellegrinaggio il significato di valore extra-ordinario, altrimenti diventa un’evasione. Solo così costituisce fatto integrante delle programmazioni pastorali sia a livello parrocchiale che diocesano.
– Nella preparazione, soprattutto se la meta è un santuario mariano, si dovrebbe far risaltare la libertà di Dio nel comunicarsi a noi, nell’essere nostra luce. Ovviamente nessuna novità può superare l’incarnazione del Figlio di Dio. Ma per comprenderla come sempre nuova, abbiamo bisogno di piccole esperienze materiali-spirituali. Io farei un richiamo alla parabola degli operai mandati nella vigna (Mt 20,1-16): qualsiasi periodo della nostra vita può essere il periodo favorevole all’illuminazione e alla conversione.
– «Nessun uomo è un’isola». Nemmeno quando va in pellegrinaggio: va tutto intero, come singolo, come essere in relazione, come persona responsabile. Non credo che ci si debba lasciar alle spalle il «proprio mondo»; certo, i preconcetti sì, il proprio modo di giudicare, di apprezzare, di analizzare, di verificare... Il pellegrino dovrebbe «lasciarsi andare» per essere più disponibile e accogliente nei riguardi della luce del Signore. Non si dovrebbe andare in pellegrinaggio con aspettative ben definite, ma piuttosto con mente e cuore aperti a scoprire e a ricevere una percezione e delle grazie che sono al di fuori del controllo di qualsiasi autorità terrena.
– È bene andare in pellegrinaggio anche con ammalati o portatori di handicap, perché il luogo del pellegrinaggio è favorevole all’ascolto dell’espressione di Gesù: «La tua fede ti ha salvato!» (Mc 5,34 e parr.).
– È necessario – ma fuori luogo, tant’è ovvio – ricordare che un santuario sorge per la conversione (quindi il sacramento della riconciliazione e l’eucaristia) e per la penitenza, cioè fare opere buone e la carità.
– Molto utile, nella programmazione del pellegrinaggio, determinare un tempo da usufruirsi in completa libertà dai pellegrini, senza corse: per la preghiera personale, per la contemplazione degli ex voto, per «sentire» l’aria del luogo santo. In questo clima si creano le «novità spirituali».
– Non si può stabilire il tempo della grazia. Tuttavia, i pellegrinaggi siano possibilmente infrasettimanali: per ovvii motivi, prima di tutto per il clima di silenzio necessario.
– Ovviamente non bisogna pensare che il successo spirituale dipenda soltanto dagli organizzatori; dipende anche dai custodi del santuario, per i quali bisogna pregare molto, perché il Padre «li liberi dal male».

Conclusione

Tanto sarebbe ancora da scrivere, perché la devozione popolare, il santuario e il pellegrinaggio richiamano una fede «incarnata» nella carne diversa di ogni persona. In questa affermazione sta la grandezza, direi la bellezza, e l’ambiguità della fede del popolo. Anche in campo religioso rimane il mistero del cuore e della coscienza. Visibili e sperimentabili sono il linguaggio e i comportamenti. I comportamenti sono in qualche modo verificabili. Ma non c’è un linguaggio che sia un più o un meno: il linguaggio è prezioso per quello che sa esprimere. È migliore un salmo o un cero? Dipende dallo spirito che la persona vi immette. Voglio concludere con il racconto di una mia esperienza giovanile in un santuario. Fresco di studi sacri mi trovavo nel confessionale di un santuario. Si accostò una signora che, tra le altre cose, disse: «Non partecipo quasi mai alla messa festiva; tuttavia accendo ogni giorno una candela alla Madonna». Il fraticello, fresco di studi teologici, cosa rispose? «Meno candele, più messe!». Io non so chi abbia attenuato la durezza di questa risposta. La signora ebbe la forza e il coraggio di spiegarsi: «Sono una ragazza madre. Sono stata scacciata di casa, appena si seppe che ero incinta. Il bimbo nacque muto, incapace di camminare e con altri guai. Lavoro come domestica. Al mattino mi alzo, faccio alzare anche il figlio. Lo lavo, gli do da mangiare e lo lego alla carrozzella. Vado al lavoro. Il santuario, che sta nel mio percorso, apre molto presto, per cui entro, accendo una candela. Se non accendo la candela alla Madonna, chi mi custodisce mio figlio?». Concludo dicendo che faccio molta difficoltà a pensare che devozione popolare, santuario e pellegrinaggio siano parenti poveri della fede.

Nota bibliografica

Troppe persone si sentono qualificate a scrivere sulla religione popolare. Troppi titoli sono altisonanti e invece raccolgono qualche piccola inchiesta su qualcosa di particolare. Di conseguenza, dopo l’esplosione di una letteratura seria, attenta e scientifica sulla religione popolare del decennio primo del postconcilio, si è entrati in una fase di estrema ripetitività. Alcune indicazioni:
– Per il mondo francofono, dove si trovano attualmente i migliori specialisti: A. Dupront, Religione popolare, in P. Poupard (ed.), Grande dizionario delle religioni, vol. 2, Cittadella Editrice - Edizioni Piemme, Assisi - Casale M. 1988, pp. 1749-1755 con bibliografia essenziale.
– Per il mondo anglosassone: E. Turner, Pellegrinaggi, in M. Eliade (ed.), Enciclopedia delle religioni, (Edizione Tematica Europea a cura di D.M. Cosi - L. Saibene - R. Scagno), vol. 2, Città Nuova - Jaka Book, Roma - Milano 1998, pp. 416-419 con bibliografia essenziale).
– Per l’Italia, limitatamente al campo mariano: M.M. Pedico, Pietà popolare mariana in Italia. Documentazione bibliografica (1962-1992), in «Theotokos» 2 (1994) 175-214. L. de Candido, Maria e la religiosità popolare, in Maria nella riflessione cristiana e nella spiritualità francescana, LIEF, Vicenza 1990, pp. 113-147.

* La natura e lo scopo di questa mia rivisitazione dell’immenso campo della «devozione popolare, santuari e pellegrinaggi», come pure il metodo seguito, mi dispensa dal citare studi e fonti particolareggiate. Ritengo che i pensieri, peraltro molto semplici, qui espressi siano più frutto di lunga e diretta assuefazione sulla letteratura in argomento che di particolari e identificabili letture. Soppesando i vari titoli e i rispettivi autori, ho pensato che per l’equilibrio del quaderno non fosse fuori luogo una relazione frutto di cosciente e, forse, saggia esperienza. Rimando alla nota bibliografica per eventuali approfondimenti.

– Per il mondo francofono, dove si trovano attualmente i migliori specialisti: A. Dupront, Religione popolare, in P. Poupard (ed.), Grande dizionario delle religioni, vol. 2, Cittadella Editrice - Edizioni Piemme, Assisi - Casale M. 1988, pp. 1749-1755 con bibliografia essenziale.

 

 

– Per il mondo anglosassone: E. Turner, Pellegrinaggi, in M. Eliade (ed.), Enciclopedia delle religioni, (Edizione Tematica Europea a cura di D.M. Cosi - L. Saibene - R. Scagno), vol. 2, Città Nuova - Jaka Book, Roma - Milano 1998, pp. 416-419 con bibliografia essenziale).

– Per l’Italia, limitatamente al campo mariano: M.M. Pedico, Pietà popolare mariana in Italia. Documentazione bibliografica (1962-1992), in «Theotokos» 2 (1994) 175-214. L. de Candido, Maria e la religiosità popolare, in Maria nella riflessione cristiana e nella spiritualità francescana, LIEF, Vicenza 1990, pp. 113-147.



* La natura e lo scopo di questa mia rivisitazione dell’immenso campo della «devozione popolare, santuari e pellegrinaggi», come pure il metodo seguito, mi dispensa dal citare studi e fonti particolareggiate. Ritengo che i pensieri, peraltro molto semplici, qui espressi siano più frutto di lunga e diretta assuefazione sulla letteratura in argomento che di particolari e identificabili letture. Soppesando i vari titoli e i rispettivi autori, ho pensato che per l’equilibrio del quaderno non fosse fuori luogo una relazione frutto di cosciente e, forse, saggia esperienza. Rimando alla nota bibliografica per eventuali approfondimenti.

Inserito Venerdi 2 Ottobre 2009, alle ore 15:50:29 da latheotokos
 
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IDEATO E REALIZZATO DA ANTONINO GRASSO
DOTTORE IN S. TEOLOGIA CON SPECIALIZZAZIONE IN MARIOLOGIA
DOCENTE ALL'ISSR "SAN LUCA" DI CATANIA

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