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  La pietà popolare mariana nel Magistero della Chiesa 
DevozioneUn articolo di Stefano Cecchin sul sito della Pontificia Academia Mariana Internationalis

In questa piccola ricerca vogliamo prendere in analisi i documenti della Chiesa che trattano della "pietà popolare". Analizzeremo perciò i documenti ufficiali della Santa Sede raccolti nell'Enchiridion Vaticanum, i documenti pastorali della Chiesa italiana dell'Enchiridion CEI e le dichiarazioni dei dialoghi ecumenici dell'Enchiridion Oecumenicum. La nostra ricerca comprende un periodo di vent'anni che va dal 1970 sino al 1992.
 
 
1. Il concetto di pietà popolare
 

 Nel magistero della Chiesa i termini "pietà popolare" e "religiosità popolare" sono considerati sinonimi (1). Per cui sono usati in modo indistinto per indicare "quelle numerose devozioni con cui alcuni cristiani esprimono il loro sentimento religioso nel linguaggio semplice, tra l'altro, della festa e del pellegrinaggio, della danza e del canto. Si è potuto parlare di sintesi vitale a proposito di tale religiosità, poiché unisce «il corpo e lo spirito, la comunione ecclesiale e l'istituzione, l'individuo e la comunità, la fede cristiana e l'amore della patria, l'intelligenza e l'affettività». La qualità della sintesi dipende, ovviamente, dall'antichità e dalla profondità dell'evangelizzazione, come dalla compatibilità degli antecedenti religiosi e culturali con la fede cristiana"(2).
 La pietà popolare è quindi la forma con cui il popolo di Dio esprime la sua fede. E' parte della cultura e della capacità umana di esprimere i suoi sentimenti più profondi legati alla propria razza, alle proprie tradizioni di vita e a come è stato recepito l'annuncio evangelico. «In genere per religiosità popolare s'intende, nei paesi raggiunti dall'evangelo, l'unione della fede e della pietà cristiane, da un lato con la cultura profonda e dall'altro con forme della precedente religione delle popolazioni» (3).
 In realtà, la pietà popolare è l'inculturazione della fede cristiana, una rilettura popolare del Vangelo (e quindi di un popolo che si mette di fronte al Vangelo con le sue domande, le sue aspirazioni, la sua arte e le sue forme espressive). «La religiosità popolare, nell'essenziale, è un insieme di valori che, con saggezza cristiana, risponde ai grandi interrogativi dell'esistenza. Il buon senso popolare cattolico è fatto di capacità di sintesi per l'esistenza. E' così che esso unisce, in modo creativo, il divino e l'umano, Cristo e Maria, lo spirito e il corpo, la comunione e l'istituzione, la persona e la comunità, la fede e la patria, l'intelligenza e il sentimento. Questa saggezza è un umanesimo cristiano che afferma radicalmente la dignità di ogni essere in quanto figlio di Dio, instaura una fraternità fondamentale, insegna a porsi in armonia con la natura e anche a comprendere il lavoro, e offre delle motivazioni per vivere nella gioia e nella serenità, pur in mezzo alle traversie dell'esistenza. Questa saggezza è anche, per il popolo, un principio di discernimento, un istinto evangelico che gli fa spontaneamente percepire quando il Vangelo è al primo posto nella Chiesa, o quando esso è svuotato del suo contenuto e soffocato da altri interessi» (4).
 E' da qui che nasce l'esigenza dell'evangelizzazione delle culture, perché  è in esse che il Vangelo trova la sua vera incarnazione, e non al di fuori di esse. Così la Chiesa propone un'antropologia che situa la grazia in rapporto alla cultura (5). L'uomo, con il suo bagaglio culturale sempre ricco di valori, viene posto di fronte al messaggio evangelico. Questo richiede un'accettazione che è sempre condizionata dal modo di recepire di chi accoglie, e di conseguenza sarà poi manifestata da un suo modo di esprimersi. Questo modo di esprimersi è caratterizzato da: «una sete di Dio che solo i semplici e i poveri possono conoscere; rende capaci di generosità e di sacrificio fino all'eroismo, quando si tratta di manifestare la fede; comporta un senso acuto degli attributi profondi di Dio: la paternità, la provvidenza, la presenza amorosa e costante; genera atteggiamenti interiori raramente osservati altrove al medesimo grado: pazienza, senso della croce nella vita quotidiana, distacco, apertura agli altri, devozione» (6).
 Così il credente esprime la sua fede con tutti i suoi valori spirituali e umani. In essa l'uomo trova il senso più profondo della sua vita, dando valore al suo agire nel mondo e nel quotidiano. Praticamente ogni uomo esprime la sua recezione del vangelo «nella pietà popolare con cui si celebrano i misteri della nostra fede» (7).
 Qui la Chiesa dimostra come la pietà popolare sia talmente legata alla fede da esserne la celebrazione dei sui misteri, e cioè dei misteri della vita di Cristo. Per questo la pietà popolare diventa luogo per conoscere il mistero del Signore: «Un'altra questione di metodo concerne la valorizzazione, da parte dell'insegnamento catechetico, degli elementi validi della pietà popolare. Io penso a quelle devozioni che son praticate in certe regioni dal popolo fedele con un fervore ed una purezza di intenzione commoventi, anche se la fede, che vi sta alla base, deve essere purificata e perfino rettificata sotto non pochi aspetti. E penso a certe preghiere facili da comprendere, che tante persone semplici amano ripetere. E penso a certi atti di pietà, praticati col desiderio sincero di fare penitenza o di piacere al Signore. Alla base della maggior parte di queste preghiere o di queste pratiche, accanto ad elementi da eliminare, ve ne sono altri i quali, se ben utilizzati, potrebbero servire benissimo a far progredire nella conoscenza del mistero di Cristo e del suo messaggio: l'amore e la misericordia di Dio, l'incarnazione del Cristo, la sua croce redentrice e la sua risurrezione, l'azione dello Spirito in ciascun cristiano e nella chiesa, il mistero dell'aldilà, le virtù evangeliche da praticarsi, la presenza del cristiano nel mondo ecc.» (8)
 Il mistero di Cristo è il mistero dell'uomo stesso(9) per cui la sua manifestazione investe l'uomo nella sua totalità: corpo, anima, spirito, ragione e sentimenti. Tutto l'uomo è portato ad esprimere la sua fede in Cristo, e la pietà popolare «contiene i valori emozionali della tradizione religiosa» (10) che talora sono stati persi dalla riflessione teologica o anche liturgica.
 La stessa ricerca di forme di pietà può essere alla base di una sete di approfondimento della fede (11), che «i vari elementi della pratica religiosa cristiana, specie quelli che vanno sotto il nome di "sacramentali", come pure le espressioni di una schietta pietà popolare, attingendo anch'essi la loro efficacia dalla ricchezza che continuamente sgorga dalla morte in croce e risurrezione di Cristo redentore, facilitano i fedeli in un contatto sempre rinnovato e vivificante col Signore» (12).
 Quindi appare sempre più chiaro che: «Ben orientata , questa religiosità popolare può essere sempre più, per le nostre masse popolari, un vero incontro con Dio in Gesù Cristo»(13).
 Per questo: «La religiosità popolare, intesa come l'insieme di valori, credenze, attitudini e espressioni desunte dalla religione cattolica, è un ambito privilegiato di dialogo tra vangelo e culture. Essa costituisce la saggezza di un popolo. Perciò, per poter evangelizzare a fondo una cultura, si richiede di creare in essa questa religiosità. I sacerdoti pongano ogni attenzione perché la religiosità popolare si nutra della conoscenza del messaggio cristiano autentico e non cada nella magia, superstizione, fatalismo, o in altre simili forme deviate di religiosità» (14).
 
 
2. La pietà popolare come testimonianza della fede del popolo di Dio
 

 «Cristo Signore adempie la sua funzione profetica fino alla fine dei tempi non solo per mezzo dei pastori "ma anche per mezzo dei laici, che perciò costituisce suoi testimoni e li provvede del senso della fede e della grazia della parola, perché la forza del vangelo risplenda nella vita quotidiana, familiare e sociale" (LG 35)» (15). Questa vita del cristiano diventa espressione della sua fede, testimoniata dalle opere, dagli atteggiamenti, dai modi di essere nella società e dagli uffici che si compiono. Lo Spirito del Signore continua a muovere la fede del credente, a suscitare i carismi, a dirigere il cuore dell'uomo verso la pienezza della comunione con Dio. Nel mondo ogni credente in Cristo è faro che testimonia la verità, una verità messa come sigillo nel cuore dei battezzati. Questo sigillo causa negli uomini come un istinto che, animato dallo Spirito, li spinge nella ricerca di Dio e nella sua testimonianza. Così «Essi dimostrano di essere figli della promessa, se, forti nella fede e nella speranza, mettono a profitto il tempo presente (cf. Ef 5,16; Col 4,5), e attendono con pazienza la gloria futura (cf. Rm 8,25). Non tengano quindi nascosta nel segreto del cuore questa speranza, ma la esprimano anche nelle strutture della vita secolare, con la continua conversione e la lotta "contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male" (Ef 6,12)» (16).
 Questa testimonianza, che sorge dal senso della fede, trova una forma ordinaria di manifestarsi nella religiosità popolare: «Lo stesso senso della fede del popolo di Dio, nella sua devozione piena di speranza verso la croce di Gesù, percepisce la potenza contenuta nel mistero di Cristo redentore. Lungi, dunque, dal disprezzare o dal volere sopprimere le forme di religiosità popolare che questa devozione riveste, bisogna, al contrario, coglierne ed approfondirne tutto il significato e tutte le implicazioni. C'è qui un elemento di fondamentale portata teologica e pastorale: proprio i poveri, oggetto della predilezione divina, comprendono meglio e come d'istinto che la liberazione più radicale, cioè la liberazione dal peccato e dalla morte, è quella compiuta mediante la morte e la risurrezione di Cristo» (17).
 Questo dimostra che la Chiesa non disprezza chi con semplicità dimostra la sua fede, anzi: «nei riguardi della religiosità popolare, che oggi alcuni, anche col pretesto dell'opposizione che esisterebbe tra "religione" e "fede", troppo facilmente tacciano di "religione" e di "superstizione", la Chiesa deve sforzarsi di purificarla dalle possibili incrostazioni superstiziose e magiche e di elevarla al piano d'una fede sempre più cosciente e matura, ma non deve eliminarla col pretesto che essa è di ostacolo ad una fede autentica: anche i "poveri" e quelli che hanno una fede "povera" hanno diritto ad avvicinarsi a Dio con i mezzi di cui sono capaci. Ma il messaggio della salvezza non è rivolto dalla Chiesa solo agli individui ed ai popoli, bensì anche alle culture dei vari popoli. Ciò, per due motivi. L'evangelizzazione, per essere efficace e di effetto duraturo, deve incarnare il messaggio cristiano nelle varie culture dei popoli che essa vuole raggiungere; infatti, un uomo o un popolo di una data cultura è veramente evangelizzato solo quando il messaggio evangelico gli è presentato nel suo linguaggio e in un modo confacente alla sua mentalità. Per questo "la Chiesa, fin dagli inizi della sua storia, imparò ad esprimere il messaggio di Cristo ricorrendo ai concetti ed alle lingue dei diversi popoli; ed inoltre si sforzò di illustrarlo con la sapienza dei filosofi: allo scopo, cioè, di adattare quanto conveniva il Vangelo sia alla capacità di tutti, sia alle esigenze dei dotti. E tale adattamento della predicazione della parola rivelata deve rimanere legge di ogni evangelizzazione" (GS 44). Nel disegno di Dio, ogni popolo ed ogni cultura sono destinati a dare il loro apporto alla comprensione sempre più piena delle "imperscrutabili ricchezze di Cristo" (Ef 3,8) e del suo mistero, ad arricchire spiritualmente la Chiesa di Dio con l'immettervi energie nuove di pensiero e di azione e, infine, ad arricchire tutta la comunità dei popoli; ma, affinché ciò avvenga, ogni cultura deve convertirsi al Vangelo: perciò, nei suoi confronti il messaggio evangelico ha una funzione critica, perché ne denuncia gli aspetti che sono incompatibili con la verità umana e cristiana e spinge a superarli e a correggerli, ed ha una funzione di fermento, perché l'aiuta a sviluppare gli elementi validi: "Così, dice ancora la cost. Gaudium et spes, viene sollecitata in ogni popolo la capacità di esprimere secondo il modo proprio il messaggio di Cristo e al tempo stesso viene promosso uno scambio vitale tra la Chiesa e le diverse culture dei popoli" (GS 44)» (18).
 
 
3. Pietà popolare e liturgia
 

 La liturgia della Chiesa è l'attualizzazione dell'opera della nostra redenzione. In essa i fedeli esperimentano il mistero di Cristo e l'autentica natura della vera chiesa. Per questo la liturgia ha il compito di edificare i credenti in tempio santo, in abitazione di Dio nello Spirito, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo, e nello stesso tempo irrobustisce in modo mirabile le loro forze perché possano testimoniare il Cristo con la loro vita (19). «Giustamente perciò la liturgia è considerata come l'esercizio della missione sacerdotale di Gesù Cristo, mediante la quale con segni sensibili viene significata e, in modo proprio a ciascuno, realizzata la santificazione dell'uomo, e viene esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra, il culto pubblico integrale»(20).
 Quindi il compito della liturgia è quello di comunicare  all'uomo la santificazione attraverso la celebrazione dei misteri della vita di Cristo. Questo, perché assimilando Cristo, l'uomo possa essere deificato dalla grazia e diventare ad immagine e somiglianza di Dio. Tutto questo il cristiano lo esperimenta nell'assemblea liturgica, ma non solo: «Per preparare e prolungare nella casa il culto celebrato nella chiesa, la famiglia cristiana ricorre alla preghiera privata, che presenta una grande varietà di forme: questa varietà, mentre testimonia la straordinaria ricchezza secondo cui lo Spirito anima la preghiera cristiana, viene incontro alle diverse esigenze e situazioni di vita di chi si rivolge al Signore. Oltre alle preghiere del mattino e della sera, sono espressamente da consigliare, seguendo anche le indicazioni dei padri sinodali: la lettura e la meditazione della parola di Dio, la preparazione ai sacramenti, la devozione e consacrazione al Cuore di Gesù, le varie forme di culto alla Vergine santissima, la benedizione della mensa, l'osservanza della pietà popolare. Nel rispetto della libertà dei figli di Dio, la chiesa ha proposto e continua a proporre ai fedeli alcune pratiche di pietà con una particolare sollecitudine ed insistenza. Tra queste è da ricordare la recita del rosario: "Vogliamo ora, in continuità con i nostri predecessori, raccomandare vivamente la recita del santo rosario in famiglia...»(21)
 Quindi la preghiera in famiglia è continuazione della preghiera liturgica o preparazione ad essa. Liturgia e pietà popolare non sono due cose estremamente separate: «per salvaguardare la riforma e assicurare l'incremento della liturgia, occorre tener conto della pietà popolare cristiana e del suo rapporto con la vita liturgica. Questa pietà popolare non può essere né ignorata, né trattata con indifferenza o disprezzo, perché è ricca di valori, e già di per sé esprime l'atteggiamento religioso di fronte a Dio» (22).
 Questo atteggiamento religioso talora era l'unica forma di liturgia data in mano al popolo semplice: «Bisognerà anche riconoscere il ruolo storico che la pietà popolare ha svolto per secoli, quando è stata l'unica forma di pietà accessibile al popolo cristiano, escluso come era dalle ricchezze della liturgia» (23).
 Così per molti la religiosità popolare era diventata una forma di catechesi e di liturgia del popolo. Capibile da tutti e praticabile da tutti. Queste forme talora hanno portato avanti la fede nei luoghi dove non la si poteva praticare liberamente. Nell'Europa dell'Est troviamo: «le manifestazioni di una fede provata nella persecuzione e nella violenza, che ha serbato come caratteristiche essenziali la devozione eucaristica, la devozione mariana, forme diverse di pietà popolare (pellegrinaggi, celebrazioni popolari della settimana santa), la devozione alla chiesa, il rispetto e la fedeltà alla volontà del sommo pontefice» (24).
 La semplicità dell'espressione di fede della pietà popolare è una nota  a favore di una più facile assimilazione da parte di tutti: «Le celebrazioni della Parola, per le possibilità tematiche e strutturali che consentono, offrono molteplici elementi per incontri cultuali che siano contemporaneamente espressione di genuina pietà e momento adatto per sviluppare una catechesi sistematica sulla Vergine. Ma l'esperienza insegna che le celebrazioni della Parola non devono avere un carattere prevalentemente intellettuale o esclusivamente didattico; devono invece dare spazio - nei canti, nei testi di preghiera, nei modi di partecipazione dei fedeli - ai moduli espressivi, semplici e familiari, della pietà popolare, che parlano con immediatezza al cuore dell'uomo» (25).
 Quindi la religiosità popolare ha la capacità di entrare con immediatezza nel cuore dell'uomo e diventa così, se saggiamente guidata, uno strumento efficace di evangelizzazione: «Attraverso un'autentica spiritualità liturgica vanno orientate le molteplici e ricche forme, tuttora in atto, di religiosità e pietà popolare. Rientra nella missione della comunità purificarle ed evangelizzarle con riguardo soprattutto alla gente più semplice e povera»(26).
 La religiosità ha bisogno di essere purificata da ciò che è estraneo al messaggio evangelico «affinché la fede, che esprime, divenga un atto sempre più maturo e autentico. Tanto i pii esercizi del popolo cristiano, quanto altre forme di devozione, sono accolti e raccomandati purché non sostituiscano e non si mescolino alle celebrazioni liturgiche. Un'autentica pastorale liturgica saprà appoggiarsi sulle ricchezze della pietà popolare, purificarle e orientarle verso la liturgia come offerta dei popoli»(27).
 La Chiesa raccomanda espressamente di: «orientare decisamente, se pure gradualmente, le espressioni della "religiosità popolare" verso la liturgia, che è "il culmine verso cui tende l'azione della chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù". Perché scopo ultimo dell'evangelizzazione della "religiosità popolare" è quello di inserire i fedeli nell'alveo del culto che la chiesa rende al Padre per Cristo nello Spirito; di condurli ad una partecipazione piena alla mensa della Parola e dell'eucaristia; di indurli a testimoniare con la vita i valori evangelici espressi nelle azioni cultuali.
 «Ciò pone il problema di una integrazione feconda tra liturgia e "religiosità popolare". La storia della liturgia, sia in oriente sia in occidente, presenta numerosi casi di una corretta integrazione di espressioni cultuali provenienti dalla "religiosità popolare" nell'alveo del culto liturgico. Ma perché tale integrazione - quando si prospetti veramente utile - abbia successo, è necessario che si compia sotto la guida dei vescovi e con la collaborazione di esperti della "religiosità popolare" di un particolare territorio. Tale integrazione richiede infatti da una parte un gran discernimento perché siano salvaguardati i dati della fede, le strutture e gli elementi essenziali del culto liturgico, dall'altra una profonda conoscenza dell'entroterra culturale della "religiosità popolare", dei suoi contenuti, dei suoi simboli e del suo linguaggio. Ma non sempre sarà necessario tradurre in espressioni liturgiche le manifestazioni della " religiosità popolare ". Spesso queste ultime, debitamente evangelizzate e fatte oggetto di una rinnovata catechesi, potranno entrare nell'ambito dei pii esercizi e, come tali, avere un legittimo spazio nel culto cristiano e instaurare quindi una pacifica coesistenza con la liturgia, regolata dai principi della costituzione
Sacrosanctum concilium. Il processo sia di integrazione feconda sia di coesistenza pacifica tra liturgia ed espressioni cultuali della "religiosità popolare" non si può compiere in breve spazio di tempo. Esso matura lentamente attraverso lo studio e un'azione pastorale paziente e amorosa» (28).
 Questo studio deve guidare gli operatori di pastorale ad «esaltare il valore culturale e spirituale che una sperimentata religiosità popolare ha dentro di sé, e che offre i fondamenti per rendere più matura la fede, altrochè per raggiungere una più solida identità culturale umana»(29).
 
 
4. Riscoperta della pietà popolare
 

 «La vita della comunità cristiana e la sua presenza nella storia, nell'ambiente e nel mondo si coglie attraverso i segni dell'annuncio del Vangelo, della celebrazione liturgica e sacramentale, del servizio di carità e della testimonianza offerta dalle figure dei santi. Assume, inoltre, grande importanza la conoscenza del linguaggio con cui i cristiani esprimono i contenuti della loro religione: i simboli di fede, la preghiera, le feste, l'arte, la religiosità popolare, le tradizioni religiose radicate nella cultura locale... La Chiesa manifesta così la sua realtà di popolo di Dio, animato dallo Spirito Santo, guidato dai pastori, segno e strumento di salvezza, di unità e di pace per tutti gli uomini» (30).
 La comunità cristiana, in quanto parte viva dell'umanità, non può essere accantonata come un qualcosa che non fa parte della storia dell'uomo; anzi la sua missione continua ad essere efficace nella cultura di ogni società, esprimendosi come si esprime ogni comunità umana.  Tutto il patrimonio umano e spirituale del cristianesimo deve essere conosciuto:
 «Nel patrimonio di fede e di pietà che il passato ci ha tramandato, un'attenzione particolare va rivolta alla cosiddetta "pietà popolare", le cui espressioni, "per lungo tempo considerate meno pure, talvolta disprezzate" (EN 48), "sono praticate in certe regioni dal popolo fedele con un fervore e una purezza d'intenzione commoventi" (CT 54). Tali espressioni di devozione e di fede "formano oggi un po' dappertutto l'oggetto di una riscoperta" (EN 48) e questo è certamente un fatto provvidenziale. In realtà, se bisognerà vegliare perché certe forme di devozione non sconfinino nella magia e nella superstizione, sarebbe colpevole non riconoscere, in quelle pratiche, elementi che, "se ben utilizzati, potrebbero servire benissimo a far progredire nella conoscenza del mistero di Cristo e del suo messaggio" (CT 54): in esse infatti si manifesta un ardore di fede, una passione d'amore, un'accettazione di dipendenza, un attaccamento alle tradizioni religiose che da soli costituiscono autentici valori e feconde possibilità di evangelizzazione (31).
 La crisi di fede dei nostri giorni trova le sue cause nell'ignoranza del messaggio evangelico: «La perdita o l'attenuazione della memoria evangelica sono all'origine dei mali che abbiamo denunciato, dello smarrimento dei motivi della comunione e della solidarietà, dell'acuirsi degli egoismi e delle sopraffazioni. "Nuova evangelizzazione" significa riproporre, in maniera credibile, la novità del progetto di Gesù Cristo per l'uomo. Evangelizzare è annunciare anzitutto la "gioiosa notizia" dell'amore di Dio per gli uomini, ma è anche riproporre l'esigenza ineludibile dell'amore reciproco tra gli uomini, senza del quale non c'è vero amore verso Dio» (32). E per annunciare la «gioiosa notizia» la Chiesa utilizza tutti i metodi dell'evangelizzazione nei quali trova posto la pietà popolare: «Un'altra questione di metodo concerne la valorizzazione, da parte dell'insegnamento catechetico, degli elementi validi della pietà popolare» (33). Questo perché la pietà popolare fa parte dei mezzi tradizionali di evangelizzazione: «Oltre i numerosi mezzi tradizionali, come la testimonianza di vita, l'insegnamento del catechismo, il contatto personale, la pietà popolare, la liturgia e altre celebrazioni simili, l'utilizzazione dei media è diventata essenziale all'evangelizzazione e alla catechesi» (34).

Inserito Venerdi 2 Ottobre 2009, alle ore 16:02:39 da latheotokos
 
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DOCENTE ALL'ISSR "SAN LUCA" DI CATANIA

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