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Maria Vergine stella del mare
Cultura Concordanze tra un testo di San Bernardo e un sonetto di Vittoria Colonna in un articolo di Laura Cioni su Tracce, rivista internazionale di Comunione e Liberazione N. 7 luglio/agosto 2004


 

Un testo di san Bernardo e un sonetto di Vittoria Colonna. Testi dai linguaggi differenti con un punto in comune: la Madonna, luce che orienta nel cammino della vita. Voci diverse in due importanti periodi di rinascita, san Bernardo nel XII secolo in Francia e Vittoria Colonna nel Cinquecento italiano, scrivono cose simili di Maria vergine, la stella del mare.
 L’abate cistercense, dal carattere impetuoso e spesso difficile, ma cantore dolcissimo della Madonna, di cui era molto devoto fin dai tempi della sua giovinezza nel mondo, quando morì sua madre Aletta, alla quale era legato dal più tenero affetto, scrive più volte della Madre celeste. Uno dei suoi brani più famosi, conosciuto con il nome latino di Respice stellam, perché questa espressione vi ricorre più volte come una litania, dice:
 
 O tu che hai l’impressione di essere sballottato dai flutti di questo mondo
 tra burrasche e tempeste invece che camminare per terra,
 non distogliere lo sguardo dallo splendore di questa stella,
 se non vuoi essere travolto dalle tempeste!
 Se insorgono i venti delle tentazioni,
 se ti imbatti negli scogli delle tribolazioni,
 guarda la stella, invoca Maria!
 Se sei assalito dalle ondate della superbia,
 dell’ambizione, della calunnia, della gelosia,
 guarda la stella, chiama Maria!
 Se l’ira, o l’avarizia, o le lusinghe della carne
 hanno scosso la navicella della tua anima,
 guarda Maria!
 Se, turbato dall’enormità dei peccati,
 confuso per le brutture della tua coscienza,
 impaurito dal rigore del giudizio,
 cominci ad essere risucchiato dal baratro della tristezza
 e dall’abisso della disperazione, pensa a Maria!
 Nei pericoli, nelle difficoltà, nei dubbi,
 pensa a Maria, invoca Maria!
 Non si allontani dalla tua bocca, non si allontani dal tuo cuore
 e per ottenere l’aiuto della sua preghiera,
 non tralasciare di seguire l’esempio della sua condotta di vita.
 Seguendola non uscirai di strada,
 pregandola non dispererai,
 pensando a lei non sbaglierai.
 Se lei ti sostiene, non cadi;
 se ti protegge, non temi;
 se ti guida, non ti affaticherai;
 se ti sarà favorevole raggiungerai la meta.
 
 
La nobildonna romana, figura centrale di un circolo religioso e culturale che si prefiggeva di rianimare l’asfittica fede nella stessa città dei papi, e per questo sospettato di simpatie per la Riforma, sposa e poi monaca, amata e cantata da Michelangelo negli ultimi tempi della sua vita con accenti stilnovisti, o forse più robustamente danteschi, riprende l’immagine della Madonna come stella in un sonetto:
 
 Stella del nostro mar, chiara e secura,
 che ’l Sol del Paradiso in terra ornasti
 del mortal sacro manto, anzi adombrasti
 col vel virgineo tuo sua luce pura,
 chi guarda al gran miracol più non cura
 del mondo vile, e i vani empi contrasti
 sdegna de l’oste antico, poi ch’armasti
 d’invitta alta virtù nostra natura.
 Veggio il Figliuol di Dio nudristi al seno
 d’una vergine madre, ed ora inseme
 risplender con la veste umana in Cielo;
 onde là su nel sempre bel sereno
 al beato s’accende il vivo zelo,
 al fedel servo qui la cara speme.
 

 Non può sfuggire che il punto d’incontro tra i due testi, scritti in linguaggi così differenti, è la denominazione della Madonna come stella, come luce di orientamento nella vita che, con molto realismo, è paragonata da san Bernardo a una traversata sul mare attraverso le tempeste, e da Vittoria Colonna è qualificata con l’aggettivo “vile”, di poco conto, se messa a confronto con il grande miracolo dell’Incarnazione. In ambedue i testi il solo guardare a questa donna fa ritrovare la certezza nella vittoria su tutte le battaglie della vita, compresa la più temibile, quella con l’antico nemico: la poetessa romana non stenta ad adoperare termini guerrieri per affermare di quale arma Maria abbia arricchito la natura umana, impegnata nella sua lotta. Un’ultima parola sulla metafora che percorre l’intero sonetto. È una metafora molto femminile quella della veste, ed è bella se usata, come è qui, dal pudore di una donna. Il corpo che Maria ha donato a Gesù è un manto, anzi un velo che adombra la sua luce. Nel cielo Maria e Gesù suo figlio, che ha preso il latte dal suo seno, regnano insieme con la veste luminosa del loro corpo umano. Luce e corpo sono propri delle stelle e le stelle sono fatte per essere guardate, per essere ammirate, ma anche per ritrovare attraverso di loro la strada smarrita, la speranza, direbbe Dante, dell’altezza.

 

Inserito Sabato 26 Dicembre 2009, alle ore 12:30:28 da latheotokos
 
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DOTTORE IN S. TEOLOGIA CON SPECIALIZZAZIONE IN MARIOLOGIA
DOCENTE ALL'ISSR "SAN LUCA" DI CATANIA

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