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  La devozione mariana nei campi di concentramento 
StoriaDal libro di Pier L. Giuducci, Camminare con Lei, ElleDiCi, Leumann 1988, pp. 132-138

«Ciò che ci ha sostenuto»

Nel 1975 la rivista dell'Azione Cattolica Italiana «Segno nel mondo» pubblicò una testimonianza del prof. Emanuele Sinagra dal titolo: L'associazione nei lager. Mi colpi questa affermazione:«Ciò che ci ha sostenuto in quei momenti era la nostra fede, di cui furono segno le cappelline costruite nei campi di concentramento con mezzi di fortuna»1. Sinagra ricorda anche l'iniziativa tesa a ricostruire durante la prigionia l'associazione giovanile di Azione Cattolica, e quella diretta a valorizzare l'incontro con i nuovi compagni. Tutto questo aiuta a conoscere momenti di una testimonianza cristiana che ha visto, tra l'altro, anche il proseguimento di una devozione mariana.

L'identità cristiana

Dal materiale storico sui lager nazisti2 si trae un immediato dato conoscitivo: la distruzione «fisica» di migliaia di esseri umani era in generale preceduta da una volontà demolitrice anche dell'essere persona, della dignità del vivente3. Il prigioniero veniva privato di tutto ciò che poteva ricondurlo a una conservazione di identità. Si spiegano così i sistemi difensivi del soggetto recluso tesi esclusivamente alla sopravvivenza: totale passività, stacco relazionale con i vicini, forme di collaborazione con il dominante, ecc. Tale annotazione è importante perchè aiuta a vedere bel suo profondo valore il tentativo di gente internata che, nonostante tutto, non vuole perdere una identità, una fede, una prospettiva, e prosegue la partecipazione a un oggi lacerato, attraverso sintinie essenziali con realtà vitali4. In ambito cattolico alcune figure di prigionieri rappresentano il segno tangibile di una fede nuda che, pur nell'immobilità di una crocifissione, riesce a comunicare una speranza non moribonda. Questo insegnamento nell'unico sacrificio redentivo non perde mai di vista né »quella» croce, né la Donna ferma ai diedi del Figlio morente: Maria.

Massimiliano Kolbe



Padre Kolbe è una di queste figure5. Frate miniore conventuale, è uno strenuo devoto dell'Immacolata. Le dedica operose cittadine6, scritti, e addirittura una «Milizia» composta da ferventi cristiani7. Nell'ora della prova, come documenta il libro del Riccardi8, il pensiero corre sempre a Lei. Già prima dell'arresto, in occasione di una perquisizione della Wermacht, è fermo in un'idea: «L'Immacolata ci ha dato tutto. Ella ce lo toglie. Ella sa bene come stanno le cose»9. Esorta i confratelli polacchi «a rinnovare l'offerta totale all'Immacolata»10. poi, una prima reclusione ad Amtitz. Malgrado l'inizio di una situazione precipita, P. Kolbe fa modellare da un religioso con della creta una statua dell'Immacolata. «La Madonna cambierà in bene anche queste sofferenze. Ci siamo donati a Lei, abbiamo promesso di conquistarLe anime, abbiamo protestato di essere sempre sua proprietà. Le dobbiamo quindi essere grati se oggi siamo necessari qui e non a Niepokalanów. Siamo stati portati qui gratis, abbiamo una baracca per ripararci, un pezzo di pane non ci manca. Gli altri che non sanno rassegnarsi, si scoraggiano e bestemmiano, guardando noi, il nostro comportamento di rassegnazione necessariamente diventano buoni. Se avessimo voluto venire da Niepokalanów in questo campo di concentramento per un po' di apostolato chissà quanti documenti sarebbero stati necessari e non lo avrebbero nemmeno permesso. Approfittiamo allora della grazia che ci concede l'Immacolata»11. All'Immacolata Massimiliano Kolbe si affida, si offre: «Madre Santissima, per amore tuo mi offro a rimanere in questo duro carcere, anche se agli altri sarà concesso di tornare a casa. Rimarrò qui, nella dimenticanza e nel disprezzo, senza amici e senza alcun conforto, a patire per Te. Mi offro particolarmente a Te, o Maria, affinché incontri la morte in questo campo tra uomini ostili e indifferenti, e affinché possa essere seppellito nel bosco [...]»12.
L'internamento è momentaneo, ma la persecuzione scatta nuovamente. Ed è il Golgota: Oświecim (Auschwitz). Percosso con fucili e bastoni, risponde ai compagni che vogliono aiutarlo: «Non vi esponete a ricevere anche voi dei colpi. L'Immacolata mi aiuta.... farò da solo»13. Chiede a un prigioniero di disegnare con la matita l'immagine di Cristo e quella della Madonna. Le porta sempre con sé. Poi invita l'amico a farne altre copie. Ancora l'offerta per Lei: «Enrichetto, tutto quello che soffriamo è per l'Immacolata. Vedano tutti che siamo dei confessori dell'Immacolata14. Mentre trasportano in due un povero cadavere, tragicamente sfigurato, un internato, adibito a questo triste compito, sente che l'altro compagno recita con voce calma e commossa: «Santa Maria.... prega per noi»15. É il francescano di Niepokalanów Massimiliano Kolbe. Nel lager, questo sacerdote di Cristo arriva a tenere conferenze sulla Vergine Immacolata, benedice, raccomanda alla Madre di Dio, recita le Litanie della Madonna.....
Infine, «quel» gesto. Dal campo di concentramento fugge un prigioniero. Dieci persone devono, allora, morire per fame. Sono subito scelte. Una di queste, appena si sente chiamata, sta cedendo alla disperazione pensando ai suoi cari. P. Kolbe si fa avanti. Chiede di prendere il posto di quel padre di famiglia e viene esaudito. Racconta un testimone che «dalla cella dove erano gli infelici si udivano ogni giorno le preghiere recitate ad alta voce, il Rosario e canti religiosi, ai quali si associavano anche i prigionieri delle altre celle»16. Le preghiere «e gli inni alla SS. Vergine si diffondevano per tutto il sotterraneo»17. P. Kolbe torna al Padre, dopo una iniezione endovenosa di acido velenoso al braccio sinistro, alla vigilia della solennità dell'Assunzione di Maria (14 agosto 1941).

La resistenza: Tito Brandsma

In un altro campo di concentramento, quello di Dachau, un carmelitano olandese consuma il suo «fiat» vicino a Colei che è Regina dei Martiri. Padre Tito Brandsma18, in una prima detenzione a Scheveningen, pur collocato in una cella che misura 2 metri per 3, prosegue le scadenze della vita religiosa19. A inizio mattina, tra l'altro, è puntuale anche nella recita dell'Angelus, del Pater e dell'Ave Maria. In una lettera chiede il Rosario. Sul breviario carmelitano è incisa una immagine mariana «Non ho che da guardare a fianco della mia tavola e subito io vedo la Madonna cinta di stelle, la speranza di tutti i Carmelitani [...]»20. Nel campo di Amersfoort un compagno gli prepara una corona fatta di pezzetti di legno legati da fili di rame.
Ultima stazione della sua via crucis è Dachau. Grazie anche al libro del Vallainc21 si possono annotare una serie di episodi. Racconta un testimone che davanti alle persecuzioni il sacerdote «si vendicava, poi, pregando per quello che lo perseguitavano: iniziando il Rosario, con le dita diceva vogliamo pregare per loro[...]»22. Un altro internato ricorda: «Parlava molto spesso di Maria.... ed aveva con Lei un personale legame spirituale, ma non in maniera da soppiantare la sua profonda venerazione per il Sommo Dio. Maria era per lui il ponte e l'anello di congiunzione con Dio: cioè la mediatrice»23. E un confratello «Tito mi diceva: Fratello, Maria deve aiutarci a sostenerci; se Essa allunga la sua mano sopra di noi, potremo sopportare molto. E mi chiedeva al mattino: prima di andare al lavoro, vorresti recitare ancora quella bella preghiera a Maria? Camminando uno accanto all'altro recitavamo insieme la preghiera, comprensibilmente cara ad ogni carmelitano: Santissima Vergine Immacolata, luce e splendore del Carmelo [...]»24.
Poi quell'ora. Padre Brandsma è posto nell'infermeria del campo. Distrutto nel fisico. Tuttavia dialoga ancora. Proprio con la donna che ha l'incarico di fare iniezioni mortali di acido fenico ai condannati. Questa, anni dopo, racconta al tribunale ecclesiastico un episodio: «[...] mi diede anche la sua corona del Rosario per farmi pregare»25. Il 26 luglio del 1942 segna l'ora del ritorno al Padre. L'iniezione mortale che P. Tito riceve chiude solo la giornata terrena. Per il martire c'è ora la piena comunione con Dio, nell'eternità.

Qualche considerazione

I fatti ricordati sanciscono un dato: la vicinanza a Maria aiuta a conservare l'identità cristiana e a resistere anche nei luoghi della violenza, della distruzione e della morte. C'è pure un terzo dato: la filialità vero Maria facilita la costruzione di una comunione ecclesiale. lo si vede chiaramente leggendo, ad esempio, il libro di Giuntella sul nazismo e i lager26. Per ben quattro volte si trovano riferimenti alla recita comunitaria del Rosario. Ad esempio «Nelle baracche delle donne la direzione dell'attività religiosa fu assunta praticamente da internate che in libertà avevano militato in gruppi cristiani. Le forme che prese questa attività furono diverse: recita del Rosario o di altre preghiere collettive, nelle baracche dove ci si poteva fidare delle Kapos [...]»27. In alcune testimonianze si citano persone che pensano «a organizzare per "dopo" un pellegrinaggio a Lourdes»28, mentre si ricorda che: «a Majdanek le cattoliche che vanno nei vari blocchi ad augurare la buona Pasqua vengono accolte dalle internate ebree con canti in ebraico, e si stringono rapporti tra le internate polacche e quelle russe che celebrano le festività di Natale e di Pasqua e onorano la Madonna»29.
Tra le molte considerazioni che si possono trascrivere riflettendo sulla devozione mariana nei campi di concentramento, una mi pare la più significativa. Ci sono certamente realtà di eroismo che colpiscono con immediatezza. Ma a ben vedere questo eroismo è solo conseguenza di una quotidianeità vissuta in Dio. Per questo motivo lo stare vicino a Maria non assume mai i connotati di un «aggrapparsi» a Lei per disperazione; ma è piuttosto un confidare nella Sua presenza come sostegno nell'ora della prova. É un confidare roccioso. Nonostante tutto: «In Auschwitz [...] la preghiera era proibita severamente e i trasgressori potevano essere inviati alla compagnia disciplinare, mentre il possesso di immagini, di rosari (che a Majdanek e a Ravensbruck venivano fatti con mollica di pale e pezzi di gomma), di libri religiosi, poteva dischiudere la porta della camera a gas»30.
Kolbe, Brandsma e tanti altri non respingono il Golgota. Cercano solo dalla croce «quella Donna». Che agonizza con loro. Che offre con loro. Che accompagna in cielo. «Quella Donna» che, oggi, nel Carmelo fondato accanto ai resti del lager di Auschwitz, viene ogni giorno invocata31 da un gruppo di suore contemplative. Che pregano, Che offrono. Incessantemente.


NOTE
1 Emanuele Sinagra, L'associazione nei lager, in Segno nel mondo, n. 4 (1975), p. 3.
2 F. Cereja - B. Mantelli, La deportazione nei campi di sterminio nazisti, F. Angeli, Milano 1986; Andrea Devoto - Massimo Martini, La violenza nei lager. Analisi psicologica di uno strumento politico, F. Angeli, Milano 1981.
3 Helen Epstein, Figli dell'olocausto, La Giuntina, Firenze 1982; Luciano Sterpellone, Le cavie dei lager. Gli atroci esperimenti medici delle SS., Mursia, Milano 1978.
4 Giuseppe De Toni, Non vinti, La Scuola, Brescia 1980.
5 M. Bruniera Bendinelli, Padre Kolbe, martire per amore, La Scuola, Brescia 1984.
6 Le «Città dell'Immacolata» in Polonia e in Giappone.
7 Cf. anche Giacomo Panteghini, Insieme per Maria, in Messaggero di Sant'Antonio, n. 12 (1988), p.48s (e schede allegate).
8 Antonio Riccardi O.F.M. conv., Beato Massimiliano Maria Kolbe, Postulazione Generale dell'Ordine dei Frati Minori Conventuali, Roma 1971.
9 A. Riccardi, op. cit., p. 318.
10 Ivi, p. 319.
11 Ivi, p. 323
12 Ivi, p. 324.
13 Ivi, p. 372.
14 Ivi, p. 375.
15 Ivi, p. 376.
16 Ivi, p. 400.
17 Ivi, p. 400.
18 Carmelitano olandese. Professore universitario. Consulente ecclesiastico dei giornalisti e giornalista lui stesso.
19 Per biografie su P. Tito Brandsma cf. anche Josse Alxin, Piccolo frate pericoloso. Tito Brandsma, ElleDiCi, Leumann 1985; Giovanni Cirivegna, Martire per la libertà. Padre Tito Brandsma, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo, 1986.
20 Fausto Vallainc, Un giornalista martire. Padre Tito Brandsma, Ancora, Milano 1985, p. 180..
21 Op. cit. cf anche Santino Scapin, Nella notte della libertà. Tito Brandsma giornalista martire a Dachau, Rogate, Roma 1985.
22 F. Vallainc, op. cit., p. 210.
23 Ivi, p. 232.
24 Ivi, p. 232.
25 Ivi, p. 226.
26 Vittorio Emanuele Giuntella, Il nazismo e i lager, Studium, Roma 1979. Cf in particolare l'appendice n. 1 dal titolo: Il tempo del lager tempo di Dio.
27 V. E. Giuntella, op. cit., p. 279s.
28 Ivi, p. 281.
29 Ivi, p. 284.
30 Ivi, p. 280.
31 «Ci svegliavamo alle 5,30, alle 6 recitavamo Lodi e Terza. Poi ascoltavamo la Messa. Quindi un'ora di meditazione. Dopo la colazione, lavoro fino a mezzogiorno. Recitiamo Sesta, pranziamo in silenzio, facciamo ricreazione per un'ora; in quell'ora facciamo lavori manuali e possiamo parlare liberamente. Poi l'ora di Nona, le litanie della Madonna, la lettura spirituale individuale. Dalle 15 sin quasi alle 17, di nuovo lavoriamo. Ancora il Vespro e un'ora di meditazione, quindi la cena. Un'ora di ricreazione e lavoro prima della recita di Compieta. Nuovamente, lettura spirituale e alle 21 il Mattutino. Dopo il silenzio assoluto» (Silvano Stracca, Suore sulla terra dei martiri, in Avvenire, 5 aprile 1988, p. 9.

 

Inserito Lunedi 10 Maggio 2010, alle ore 10:46:44 da latheotokos
 
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IDEATO E REALIZZATO DA ANTONINO GRASSO
DOTTORE IN S. TEOLOGIA CON SPECIALIZZAZIONE IN MARIOLOGIA
DOCENTE ALL'ISSR "SAN LUCA" DI CATANIA

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